Arriva quello "un gradino....
....sotto Dio"
Oggi è giovedì 11 marzo 1993, e la notte scorsa è successo davvero il finimondo, per tutta la notte. Poco dopo l’una, ci è arrivata la notizia dell’arresto di Gianni Dell’Orto, presidente della Saipem, gruppo Eni. Pensavamo che c’entrasse con l’arresto di due giorni fa di Gabriele Cagliari, che dell’Eni era il presidente e si è appena dimesso.
Invece ci hanno subito avvertito che Cagliari non ha voluto fare nomi, e anzi, già sappiamo che sarà questo il motivo per cui morirà in carcere fra quattro mesi e mezzo.
Di prima mattina un’altra botta: alle otto abbiamo saputo che anche Pio Pigorini, presidente della Snam, sempre gruppo Eni, era in carcere già da qualche ora. Intorno alle dieci abbiamo saputo che all’alba la Guardia di finanza aveva arrestato Raffaele Santoro, presidente dell’Agip, gruppo Eni, naturalmente.
Oggi pomeriggio si è riunito il Consiglio di amministrazione dell’Eni.
Erano ridotti in due: l’amministratore delegato Franco Bernabè e Giuseppe Ammassari, del Tesoro.
In mattinata, mentre ancora si cercava di capire chi era finito dentro e chi doveva finirci, il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ha incontrato Bernabè. Gli ha chiesto di “prendere tutte le decisioni” che servano perché l’Eni vada avanti.
In serata Bernabè e Ammassari hanno annunciato che entro quindici giorni saranno rifatti tutti i vertici dell’Eni.
Non è tutto. E’ stata una giornata di terremoti e di scosse d’assestamento. Perché questa retata? Che è successo nelle stanze della procura milanese? Sempre stamattina, abbiamo saputo che ieri, 10 marzo 1993, in una caserma milanese della Guardia di finanza, è stato interrogato a lungo un certo Mister X. Uno che sta appena “un gradino sotto Dio”, secondo la battuta circolata in procura. Per questo qualcuno era quasi deluso, quando se ne è saputo il nome: Pierfrancesco Pacini Battaglia.
“A me Di Pietro e Lucibello mi hanno sicuramente sbancato… A me se li buttan dentro tutti e due mi fanno molto contento”, Pierfrancesco Pacini Battaglia, intercettazioni rese pubbliche nel settembre 1996.
Oggi, 11 marzo 1993, tutto è sottosopra per via dell’Eni rasa al suolo, e ce ne occuperemo, certo, ma a noi quel nome – Pierfrancesco “Chicchi” Pacini Battaglia – ha fatto venire in mente un sacco di cose.
Un sacco di storie di cui, oggi, nemmeno si sospetta. Ci sono venute in mente tutte le cose che succederanno fra tre anni e mezzo, nell’autunno del ’96, quando l’uomo “un gradino sotto Dio” finirà in carcere (ordine del gip di La Spezia) e uscirà dall’anonimato che ha avuto sino a oggi, e dal semianonimato che avrà nei prossimi tre anni e mezzo. Chi avesse intenzione di leggere queste note, tenga bene d’occhio questi nomi: Necci, Lucibello, D’Adamo, D’Agostino, Floriani. Vedrà che intreccio ne verrà fuori.
Intanto oggi è l’11 marzo 1993.
Ieri Pacini si è presentato a Milano.
Nei suoi confronti, abbiamo saputo, è stato emesso un ordine di custodia cautelare settimane fa.
Ieri Pacini era con il suo avvocato, Giuseppe Lucibello.
Questo signor Lucibello a Milano è noto anzitutto per essere stato ignoto sino a un anno fa.
Come, del resto, era ignoto Di Pietro.
Ah, ecco, Lucibello è noto anche per essere un grande amico di Di Pietro.
Si frequentano e vanno in vacanza assieme, da anni. Lucibello è noto, ora, per essere uno degli avvocati di punta di Mani pulite: difende una decina di indagati, di colpo è ricercatissimo.
Ieri, in sua presenza, il suo assistito Pacini ha vuotato il sacco al suo (di Lucibello) amico e al suo (di Pacini) accusatore: Di Pietro. In serata, Pacini se ne è tornato a casa. Subito dopo, è partita la retata. Ora devono rifare tutto il cda dell’Eni.
“Noi si è pagato per uscire da Mani pulite”, Pierfrancesco Pacini Battaglia, intercettazioni rese pubbliche nel settembre 1996.
Oggi, 11 marzo 1993, sappiamo che in fondo questo Chicchi Pacini Battaglia è un banchiere toscano, con una banca in Svizzera, la Karfinco. E’ una banca che è servita da tramite fra l’Eni e i partiti. Pacini è arrivato con Lucibello, ha raccontato tutto e l’Eni è stato raso al suolo.
Senza fare trenta secondi di galera, Pacini se n’è andato. Abbiamo controllato, e nei prossimi mesi di lui non si parlerà quasi mai.
C’è un libro, “Capire Tangentopoli”, di Piero Colaprico, cronista di Repubblica, edizioni Saggiatore.
Uscirà fra tre anni, nella primavera 1996. Nell’elenco dei nomi, non c’è quello di Pacini. Fra tre mesi, nel giugno 1993, si ricorderà di questo nome un magistrato romano, Vittorio Paraggio.
Sta indagando, anche oggi 11 marzo 1993, sulla tangenti della Cooperazione allo sviluppo nel Terzo mondo.
In giugno si imbatterà in Pacini. Paraggio avvertirà Di Pietro. Di Pietro risponderà così, con un fax: “Ribadisco che, nei confronti del predetto Pacini Battaglia, procede questo ufficio e che lo stesso sta rendendo ampia collaborazione, per cui sarebbero inopportune sovrapposizioni di indagini riguardanti la sua persona”. Paraggio rinuncerà a Pacini. Di Pietro, abbiamo controllato le date, interrogherà Pacini l’8 e il 23 luglio di quest’anno, del 1993.
Poi, Pacini uscirà dall’inchiesta sulla Cooperazione.
Ci sono altri due personaggi da inquadrare.
Uno è il maggiore Francesco D’Agostino, che lavora sulla Cooperazione con Paraggio. Per dire, in tempi prossimi Di Pietro definirà D’Agostino suo “compagno di banco ad honorem”, in seguito a una cerimonia ufficiale alle elementari del paesello.
Un altro personaggio è il capitano Mauro Floriani, marito di Alessandra Mussolini, che lavora sulla Cooperazione con Di Pietro. Il maggiore D’Agostino avrà da Pacini un prestito, circa settecento milioni di lire, per l’acquisto di una casa. Il capitano Floriani avrà da Pacini circa settanta milioni di lire di cui si perderà traccia.
Il maggiore D’Agostino finirà a lavorare all’Ambasciata italiana in Turchia; nei giorni di fine 1996 in cui usciranno queste notizie, Di Pietro si dimetterà da ministro dei Lavori pubblici del governo Prodi, e lo annuncerà dalla Turchia, dove si dice, ma Di Pietro smentirà, che avesse incontrato il vecchio amico.
Il capitano Floriani, finirà alle dipendenze, alle Ferrovie, di Lorenzo Necci; questo Necci viene dall’Eni, è uno dei (pochi) grandi scampati alla retata. Di Pietro, D’Agostino e Floriani diventeranno esperti della Commissione d’inchiesta sulla Cooperazione, saranno pagati a gettone, cinque milioni di lire al mese.
“Trentasette rinviati a giudizio e uno archiviato… ero io!”. Pierfrancesco Pacini Battaglia, a proposito dell’inchiesta sulla Cooperazione, intercettazioni rese pubbliche nel settembre 1996.
Oggi è l’11 marzo ’93, e Pacini sta per uscire in un lampo, come in un lampo era entrato, nell’inchiesta di Mani pulite. Ci rientrerà fra tre anni e mezzo, nel settembre del 1996. Sarà, quella, un’inchiesta della procura di La Spezia. La chiameranno mani pulite 2, sebbene durerà poco, e non avrà grandi sviluppi. I grandi indagati, fra tre anni e mezzo, saranno Chicchi Pacini Battaglia e Lorenzo Necci, scampato nel ’93 e datore di lavoro di Floriani.
Per questioni di competenze, l’inchiesta verrà smembrata, spezzettata, ridistribuita.
Tutta la parte che riguarda Di Pietro, i suoi rapporti con Pacini, i rapporti di Pacini con gli amici Di Pietro, i “mi hanno sbancato”, i “pagato per uscire”, sono tutte cose che finiranno alla procura di Brescia, e Di Pietro ne uscirà lindo, legittimamente lindo, se non nella reputazione quantomeno nella fedina penale.
In quei giorni del settembre 1996, è una cosa che abbiamo scovato nei nostri archivi, e forse molti ne sanno già, la moglie di Pacini verrà intercettata alla frontiera con la Svizzera.
Era partita da Milano. Nelle prime ore si dirà che aveva con sé una grossa somma di denaro.Una bufala. In realtà avrà con sé un’agenda. E’ l’agenda del marito. Vi si troveranno parecchie annotazioni. Anche queste porteranno a poco o nulla, in quanto a ripercussioni sui processi. Ma sarà stupefacente scoprire che cosa scriveva Pacini sulla sua agenda.
Noi abbiamo copia di quell’agenda, e l’abbiamo riletta.
Riguarda un periodo che va dal 4 gennaio 1996 e finisce a settembre, con l’arresto.
Secondo gli appuntamenti segnati, Pacini avrebbe incontrato ripetutamente un certo D’Agostino, un certo “Flo”, un certo Antonio.
Ci sono note così: “Larus-Manzi-Di Pietro”. La Larus è una casa editrice che stamperà libri di Di Pietro.
O così: “Necc. Ok. Antonio Ok. Invito a Castellanza”.
Di Pietro sarà docente all’Università di Castellanza.
Ancora: “Pds-Mariani-Guido Alberti–>Prodi”. “Pds-Giustizia-Burlando”. “Dottor Caio-Ingegner De Benedetti” seguiti dall’annotazione “offerta”.
“Marozzi/D’Alema. Finanziamenti”, appunto del 15 luglio 1996 sull’agenda di Pierfrancesco Pacini Battaglia.
Oggi, 11 marzo 1993, noi ci siamo già interpellati su chi possa essere quell’Antonio che comparirà, fra tre anni, nell’agenda di Pacini. Sul momento abbiamo pensato a Di Pietro, ovvio.
Invece è D’Adamo, Antonio D’Adamo.
E’ un amico di Di Pietro, anche lui.
Nel tempo, Di Pietro ha ricevuto da D’Adamo: cento milioni senza interessi; decine di milioni per saldare i debiti di gioco di Eleuterio Rea, amico di Di Pietro; una Lancia Dedra; una garçonnière dietro piazza Duomo, a Milano; l’uso di una suite in un residence romano, dietro via Veneto; consulenze legali per la moglie e per Lucibello; biglietti aerei Roma-Milano; un telefono cellulare; calzini e altro da Tincati.
D’Adamo finirà poi indagato a Milano.
Da chi sarà difeso? Ma da Lucibello, naturalmente, l’amico di Di Pietro, il difensore di Pacini Battaglia.
E si chiude il giro, da D’Adamo a Pacini. In quel 1996, si scopriranno un paio d’altre cose.
Una, è che Di Pietro userà un cellulare intestato a Pacini.
Un cellulare del suo indagato? “Me l’ha dato Lucibello”, dirà Di Pietro.
L’altra, è come si legano D’Adamo, il benefattore di Di Pietro, e Pacini, l’indagato di Di Pietro. Pacini acquisterà azioni per circa 9 miliardi di lire di una scalcagnatissima casa editrice di D’Adamo. Pochi mesi dopo, Pacini rivenderà le stesse azioni per la metà, circa. Lo farà a beneficio di D’Adamo, amico del suo inquisitore Di Pietro, amico del suo avvocato Lucibello.
Ma questo si saprà fra molto. Oggi, 11 marzo 1993, si sa che Pacini ha parlato, l’Eni è stato decapitato, Pacini se ne è tornato a casa.
(49 - continua)
saluti
Finalmente, fatto fuori Craxi....
....arriva l'ora di Andreotti
Oggi è sabato 27 marzo 1993.
Oggi, intorno alle 17,30, l’ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, ha comunicato di aver ricevuto un avviso di garanzia. Anche lui.
Niente tangenti, appalti, niente di quella robaccia che quasi non emoziona più, come il finanziamento illecito. Stavolta l’avviso di garanzia arriva da Palermo, dalla procura retta da poche settimane da Giancarlo Caselli.
Andreotti ha spiegato di essere sotto inchiesta per “attività mafiosa”.
E ha detto di essere molto amareggiato, ma per nulla sorpreso. Nessuno di noi è sorpreso: lo si sussurrava, ce lo si aspettava. Qualcuno, come Leoluca Orlando, se lo augurava apertamente. Oggi, 27 marzo 1993, il paese – gran parte di esso – ha vissuto una giornata di giubilo.
Ci sono state esultanze da gol in zona Cesarini.
Da Verona, dov’era impegnato in un comizio per la campagna referendaria, il segretario del Msi, Gianfranco Fini, ha detto: “E’ la fine del regime e lo dimostra l’autentico boato che ha salutato la notizia dell’avviso di garanzia ad Andreotti da me dato alle migliaia di veronesi che affollavano il mio comizio”.
Domattina, 28 marzo 1993, Fini sarà a Bergamo e si sentirà di tirare fuori tutto il suo “disagio nel frequentare questo Parlamento”. Noi abbiamo la fortuna dello sguardo lungo e sappiamo che il disagio gli passerà presto, ma oggi è oggi, e oggi “occorre chiedersi che senso ha restare in Parlamento”. Questa sera il componente missino dell’Antimafia, Altero Matteoli, ha avuto parole da liberatore: “Il sistema non ha più difese e persino Andreotti, passato indenne da una miriade di scandali compreso quello Sindona, riceve un avviso di garanzia per collusione con la mafia. Finalmente la magistratura può acclarare il livello di collusione mafia-politica”.
“Commentando durante un comizio ad Ancona l’avviso di garanzia ad Andreotti, l’on. Alessandra Mussolini (Msi-Dn) ha detto: ‘Che bello che proprio un Mussolini possa leggere questa notizia’.
E poi, di fronte a una platea che al grido di ‘duce, duce’ si è levata in piedi applaudendo, l’esponente missina, visibilmente commossa e richiamandosi all’‘onestà’ del nonno, ha definito
‘storica’ la data odierna”. Nota Ansa, 27 marzo 1993, ore 22,03.
Oggi, 27 marzo 1993, è festa grande. Si stappano bottiglie, si raccontano al brindisi i particolari inediti.
Massimo Brutti, commissario dell’Antimafia per il Pds, ha scartato per l’occasione la confidenza preziosa e a effetto: “Nel corso del viaggio ufficiale a Palermo di Andreotti da presidente del Consiglio, nella primavera dell’89, domandai a Giovanni Falcone come mai Salvo Lima fosse sempre accanto al presidente del Consiglio. Falcone mi rispose: ‘Per Lima non è un segno di forza, è un segno di debolezza. Egli è debole in Sicilia, la sua vera forza viene da Roma’”.
La segreteria del Pds ha pensato di diffondere una analisi ragionata degli eventi di queste ore: “Il rilievo dell’avviso di garanzia al sen. Giulio Andreotti è davanti agli occhi di tutti gli italiani, non solo per la sua storia politica nella guida della Dc, ma soprattutto per la sua permanenza lunghissima nel governo e in alcuni dicasteri chiave. Sulla vita pubblica italiana gravano, come è a tutti evidente, non solo gli effetti devastanti della corruzione emersa dalle inchieste su Tangentopoli, ma anche l’intreccio perverso e le collusioni fra criminalità e politica”. Ha concluso così, la segreteria del Pds: “L’impegno della magistratura per far luce anche su questo secondo essenziale capitolo della ‘questione morale’ va accolto con grande fiducia e soddisfazione e va sostenuto dall’opinione democratica di tutt’Italia”.
“Esprimo grande sconcerto ed enorme sorpresa per la condanna inflitta al senatore Giulio Andreotti… un senso dello Stato che ha sempre costituito il suo profilo profilo più alto…”, Gavino Angius (Ds), 18 novembre 2002.
“E’ una vicenda che crea turbamento in molti cittadini. Spetta alla politica interrogarsi su come funziona la giustizia in Italia e chiedersi se non sia tempo di mettere mano a misure che garantiscano i cittadini di un diritto più certo e più sicuro”.
Piero Fassino, segretario dei Ds, 18 novembre 2002.
“Il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, ha inviato oggi al senatore Giulio Andreotti un messaggio di solidarietà”, nota Ansa, 18 novembre 2002.
Oggi, 27 marzo 1993, noi abbiamo visto che succederà il giorno della condanna in Appello, fra nove anni e mezzo, nel novembre del 2002. Quel giorno, ormai non più alla presidenza della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, non potrà tacere. Dirà: “Non posso tacere il mio sconcerto dovuto al fatto che conosco Andreotti da oltre cinquant’anni e ritengo impensabile che gli si possa chieder conto di un reato di questo genere”.
Ma oggi è oggi. Oggi, che siamo soltanto nel 1993, che Scalfaro è il capo dello Stato e che conosce Andreotti soltanto da oltre quarant’anni, oggi Scalfaro può tacere.
Parlano altri, comunque.
Ha parlato uno come Claudio Fava, deputato della Rete.
Al tempo in cui Scalfaro non potrà più tacere, Fava sarà un commentatore dell’Unità. Oggi ha commentato così: “Il senatore Andreotti parla di un complotto. Sappia che, se complotto c’è stato, sono felice di avervi partecipato assieme alla maggior parte dei cittadini onesti di questo paese. Sommerso Craxi sotto una valanga di avvisi di garanzia, messi sott’acqua i ministri napoletani del terremoto, toccato finalmente l’intoccabile Andreotti: il vecchio sistema mostra, senza più pudori, il suo vero volto”.
Ha parlato, e chiaro, la responsabile della Consulta cattolica della Lega, Irene Pivetti, cui manca poco più di un anno per diventare presidente della Camera: “Finalmente non sarà più possibile spacciare la Dc per un partito cristiano e men che meno per l’unico partito dei cattolici in Italia”.
Ha parlato un socialdemocratico, Antonio Pappalardo: “E’ stato abbattuto il simbolo del regime partitocratico e dell’arroganza del potere”.
Ha parlato Nando Dalla Chiesa, della Rete: “Un avviso di garanzia non è una dichiarazione di colpevolezza”. Davvero? Però ci sarà un però, immaginiamo. Infatti: “Però l’avviso di garanzia inviato dalla magistratura palermitana al senatore Giulio Andreotti per concorso in associazione di stampo mafioso, convalida una battaglia morale e politica condotta per dieci anni da un’esigua minoranza di persone”.
Fra due giorni, lunedì 29 marzo, il gruppo al Senato di Rifondazione comunista chiederà ufficialmente di dare la precedenza alla richiesta di autorizzazione a procedere per Andreotti e di accelerare i lavori.
“Vale per Andreotti quello che vale per Sofri: nessuno può essere condannato sulla base di un quadro indiziario, senza un solido riscontro in termini di prove”. Nichi Vendola (Prc), 18 novembre 2002.
(53. continua)
saluti