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Dove va l'Italia - Come fanno a non capire?

Mandato da luigi fressoia Mercoledì, 13 Agosto 2003, 06:16 uur.
Dalle elezioni amministrative di maggio/giugno si è aperta una strana fase politica che induce a osservare in silenzio, chiede di capire bene -in ampiezza e profondità- prima di aprire bocca. Giusto un anno fa scrissi che con la sinistra non c’è partita, ma che il vero scontro politico tra le odierne contrapposizioni “di classe” dentro la società italiana, sarebbe emerso all’interno della Casa delle Libertà. La stranezza di questa fase politica, dunque, non è nei contrasti interni alla maggioranza, forse improvvisi ma non imprevisti, bensì è nel fatto che non si sta parlando chiaro. Lo scontro viscerale tra An e Lega (dopo quelli prolungati di Udc contro la Lega) nasconde motivazioni profonde e reali però non esplicitate nelle pur aspre polemiche di questi giorni: è senz’altro questo l’epicentro del malessere nella maggioranza. E’ vero che molti fin da subito considerarono innaturale quest’alleanza, ma invece molti altri (tra cui il sottoscritto) hanno sempre visto nei due partiti una profonda affinità, che infatti emerge pure in questi stessi giorni di odio reciproco, come sta a dimostrare il voto sull’indulto o quando insieme mandano in minoranza il governo. Ma anche sull’immigrazione, sulla famiglia, sulla difesa delle radici cristiane, sull’attenzione alle specificità territoriali, sulla capacità di distinguere bene tra inevitabilità/necessità della mondializzazione economica e difesa dalla mondializzazione/banalizzazione delle identità culturali (a differenza del relativismo tardo e post marxista), sulla moralità, sul fisco, sulla droga, sul presidenzialismo, sull’attenzione verso gli strati sociali più popolari, sulle stesse pensioni e su molte alte cose, l’affinità tra Lega e An è più forte che con e tra altri partiti. Perché dunque il contrasto sordo di questi giorni?



Dire che il motivo è nella devoluzione/federalismo è dire poco, perché queste ormai sono parole piene di sé che nascondono significati reali. Ma di sicuro dietro tale formula sta lo zoccolo duro della polemica: in questa Italia contemporanea dove il vero scontro di classe (che ha mandato in soffitta la sinistra ed ha fatto emergere il Polo e la Casa delle Libertà) è tra garantiti e non garantiti, An mostra di stare evolvendo fatalmente verso il ruolo di difensore dei primi, mentre la Lega è il soggetto più determinato a restituire alla società civile (famiglie, cittadini, imprese, associazioni) quote significative di sovranità e di risorse oggi abusivamente in mano allo stato, o enti pubblici che dir si voglia. An infatti sembra orientarsi ad ereditare quel ruolo di garante della p.a. (pubblica amministrazione) che fu dei democristiani e adesso dei compagni, come tuttora attesta la netta prevalenza di sinistri nei ranghi di pressoché tutti i ministeri, regioni e comuni (che poi è il più strabiliante e ignorato conflitto di interessi della storia repubblicana). Di per se non ci sarebbe nulla di male, visto che uno stato efficiente e serio si può avere solo con una burocrazia efficiente e seria, ma ergersi a paladini del contratto del pubblico impiego senza porre a se stessi e alla nazione la consapevolezza che la p.a. è la madre di tutti i problemi reali, e senza immediati segnali di inversione di rotta, è una scelta grave, che potrebbe anche rivelarsi fatale. Come possiamo prescindere, qui ed ora, dal fatto che la p.a. del sud è il massimo problema dello stesso sud, compresa la mafia?



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Il non parlar chiaro nuoce a tutta la coalizione, ad entrambi i duellanti, ma è ovvio che è An a rischiare di più. In politica la forma è sostanza e di fronte ai fanatismi verbali di Bossi ed altri esponenti leghisti esplosi dopo le elezioni (che certo non fanno onore alla Padania, se fosse vero che tanti suoi elettori hanno bisogno di siffatti richiami della foresta, come se non bastassero le cose egregie che stanno facendo Maroni, Castelli e lo stesso leader nella veste di ministro delle riforme), è stato giusto puntare i piedi e pretendere un alt, sia da parte di An che dell’Udc. Ma nell’avversione compatta di An verso la Lega, emerge il dubbio se pari sentimento accomuni anche la base e il corpo elettorale di An. La Lega è -tra altre cose- un Msi in salsa nordista; la salsa è importante ma sotto di essa c’è la carne, che è carne e sangue di sapore missino. L’umore missino non poté sfondare finché ebbe il marchio neo o post-fascista; l’intuizione della Lega è aver reso quei sentimenti liberi da qualsiasi precedente storico-politico-partitico (D’Alema potè per questo definirla “una costola della sinistra” -quando gli fece comodo- pur sapendo invece che la Lega è inconciliabile con la tradizione, lo spirito e l’umore marxista e post-marxista).



Nonostante la formidabile compattezza nel richiedere la cabina di regia, una maggiore collegialità, uno stop alla Lega, una maggiore visibilità, un imbrigliamento di Tremonti (in sostanza, nell’andare ad un passo dalla crisi), il mio timore è che An -dopo anni di mosse e scelte strategiche molto azzeccate- si sia incamminata a commettere nel tempo prossimo venturo un errore molto simile (speculare e simmetrico) a quello dell’elefantino: il timore che snaturi la propria identità di forte rinnovamento socio-politico alla luce delle esigenze più profonde e lungimiranti della nazione, e finisca per connotarsi come partito istituzionale nel senso peggiore, cioè sostanzialmente il partito del pubblico impiego, il partito della spesa pubblica, dell’assistenzialismo, quindi della conservazione statalista e burocratica, tutte caratteristiche che porterebbero al ruolo di “frenatori” e “rimandatori” delle riforme economiche di cui invece la competitività italiana abbisogna. Una prospettiva che fatalmente farebbe perdere molti consensi, specie al nord, quando invece, nello specifico italiano di quest’epoca nostra, avere un partito come An che al nord Italia continuasse a raccogliere un buon 10% sarebbe importantissimo per conservare una vera funzione nazionale ed equilibratrice.



La sconfitta di Moffa è apparsa subito una specie di Dies irae. Moffa, che nelle precedenti elezioni aveva invece trionfato. Moffa, ex sindaco della città di Colleferro, ivi più volte eletto trionfalmente, che era riuscito a salire dalla piccola città alla capitale. Se fu rieletto più volte sindaco, e trionfalmente, significa che seppe fare cose egregie, concrete e ben tangibili nel corpo vivo della città. Fare ciò è possibile ma a patto che un sindaco con gli attributi obblighi l’amministrazione -i singoli uffici- a scattare come una molla. Alla Gentilini di Treviso, tanto per fare un esempio più conosciuto, che non va quasi mai in ufficio e passa le giornate e contare i marciapiedi rovinati, ovviamente obbligando il burocrate di turno a seguirlo passo passo e poi ad agire, pena provvedimenti disciplinari o licenziamento. Se alla guida della provincia il successo di Colleferro non s’è ripetuto credo sia perché un’amministrazione provinciale (o regionale o ministeriale) non può avere quelle efficacia immediata sul territorio che un comune invece può del caso produrre. Comunque, prendersela con Bossi e la sua “Roma ladrona” m’è suonato sinistro, perché è evidente che nel Lazio (tanto per rimanere in questo esempio) An raccolse moltissimi voti, nel recente passato, anche con Bossi che giocava con le ampolle alle sorgenti del Po… Insomma sento che sotto questa determinazione di Francesco Storace contro la Lega, nel perorarne la cacciata dal governo, ci sono ossi più duri di quanto appaia.



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So bene cosa significa destra sociale e condivido l’intenzione. Però ho visto che la destra in Italia, per sua natura, per l’incancellabile eredita/fecondazione del fascismo, è sociale in sé, e ripeterne troppe volte la formula può comportare il rischio di fare il verso a Bertinotti. Può apparire paradossale cercare un’identità della destra sul sociale, quando in Italia e in Europa lo stato naturaliter è farcito di protezioni sociali, tanto che detiene non meno del 50 % delle risorse (il socialismo, ritengo da vent’anni, c’è già. Ma non è un gran che, questo è il problema).



Com’è possibile ancora oggi non aver capito che un conto è l’interesse pubblico e ben altra cosa sono gli uffici pubblici? Un conto la socialità, ben altra cosa la sfera pubblica? Come non aver capito che l’insieme degli uffici pubblici (nella loro pletorica tendenza al gonfiamento perpetuo ed alla autocrazia), hic et nunc, sono lo strumento più formidabile del potere partitocratrico che gli italiani hanno sognato di mandare in soffitta nel maggio 2001, sono la materializzazione di decenni di distorsioni ed errori strutturali (vogliamo buttare a mare trent’anni di sacrosante denunce missine?), sono ormai da quindici anni il punto di forza della sinistra (non più la classe operaia, che in quote crescenti vota a destra perché ha capito che il suo destino è legato alla prosperità dell’azienda), sono il vero tappo, specie al sud, alle potenzialità di sviluppo economico? Come non vedere che se si vuole essere sociali sul serio bisogna purgare/rivoltare come un calzino la p.a., obbligandola all’efficacia, alla sobrietà, ad una utilità non dissimile da qualsiasi impresa privata? Come non vedere che questa sì sarebbe la più entusiasmante e pagante “riforma strutturale”, “riforma istituzionale”, amata e attesa dagli italiani, che per di più non costa nulla, anzi, porterebbe al risparmio di moltissime risorse oggi sprecate e sottratte allo sviluppo vero e duraturo?



E’ vero che alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia pullulava ancora di molti Cristi fermatisi ad Eboli, ma ciò non toglie che la differenza cogli anni dieci e venti era un abisso: Mussolini modernizzò l’Italia, di molto e moltissimo, portandola da paese del terzo mondo all’affaccio alla modernità, con passo di trotto e col sorriso in bocca degli italiani, a differenza delle lugubri tappe forzate dei compagni sovietici… Inventò sì lo stato sociale, ma nel contesto di una straordinaria modernizzazione (non di meno istituzionale!), ben consapevole che per fare solidarietà e progresso ci vuole un sistema economico forte e capace di ricchezza. Altro che sognare il partito della spesa pubblica…Col cuore in mano dico a Storace: o i cittadini del Lazio ricevono da lui concreti segnali di cambiamento e reale modernizzazione, oppure anche lui cadrà nella polvere, con o senza le strilla antiromane della Lega. Naturalmente accetto l’ipotesi che sia io a sbagliarmi di grosso, a non capire che il consenso si costruisce in altro modo, che sono un idealista teorico, che non distinguo tra strategie di opposizione e comportamenti di governo... Ma conservo l’opinione contraria: constato che il più duraturo consenso elettorale può provenire solo dalla capacità di praticare la strada per avviare a superare almeno i peggiori italici vizi, non a blandirli; sono convinto che anche in politica la miglior furbizia sia l’onestà, il parlar chiaro; sono convinto da mille segnali ricevuti in trent’anni che la gente riconosce, apprezza e ripaga il politico (raro) che cerca il consenso sulle cose, alla Guazzaloca tanto per intenderci, il quale si accinge al gesto più rivoluzionario, più sociale, più modernizzatore, più futurista che io abbia mai annusato in politica: non fare neanche la campagna elettorale nelle prossime elezioni, perché sono le cose fatte a parlare per lui! Le campagne elettorali, le mobilitazioni, la “visibilità”… son robe da lasciare alla barba di Cofferati e compagnia bella.



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Per questo mio sentire diverse dichiarazioni dopo il voto di maggio/giugno sono suonate bizzarre, improntate all’errore/suicidio politico. Aver ipotizzato di sostituire i tre ministri tecnici (di cui non si è detto né bene né male, ma solo che non essendo esponenti di partito “non portano acqua”) con uomini più utilmente targati, è un errore perché tradisce la convinzione ferrea che la sconfitta elettorale di An sia dovuta alla “poca visibilità” del partito, anziché alla scarsa affidabilità alla modernizzazione delle singole amministrazioni di molti candidati sindaci o presidenti. Aver reclamato una equivoca “cabina di regia” (non a caso subito abortita) è stato un errore perché il ruolo di regista spetta in via naturale al premier, se no quale sarebbe il suo ruolo? Quanti Trapattoni in nazionale?



Aver pianto sul mancato rinnovo del contratto dei pubblici dipendenti è -appunto- un altro errore, perché tra le altre cose tende a perpetuare allegramente la mostruosità del divario tra garantiti e non garantiti che appesta l’Italia e inquina il principio -questo sì insopportabile per milioni di italiani, specie giovani, e non di meno nelle zone meno ricche- dell’uguaglianza di fronte alla legge e alla società. Già in altra occasione abbiamo raccontato che la pubblica amministrazione è proprio quella chiave, quel nodo politico che permette di vincere o perdere, di consolidare o no un consenso duraturo, è quel crocevia istituzionale, politico e culturale che permette o no di incidere presto e bene sul volto sfigurato delle nostre periferie e città e della loro vivibilità. I pariolini burosauri ministeriali da duecento milioni in su di stipendio annuo (protagonisti -per la loro parte, e che parte!- dello sfascio degli ultimi decenni) lasciamoli alla Melandri, o a Mastella (che è la stessa identica cosa), l’unica cosa al riguardo che ci porterebbe milioni di voti è lo spoil system, cioè licenziarne otto su dieci (non “trasferiti ad altro incarico” come furbescamente e vergognosamente avviene anche di fronte ai casi più eclatanti di incapacità o peggio, bensì licenziati sul serio, proprio come fanno gli americani). Non indulgiamo anche noi alla immagine stereotipata di Roma ladrona, di capitale che vive di solo impiego pubblico largamente improduttivo e parassitario: chi guarda i dati economici degli ultimi cinquant’anni senza paraocchi sa che Roma è città industriale e post industriale, con imprese che producono un reddito e un pil non inferiore a molte zone forti del paese e della valpadana. Siamo piuttosto sicuri che An e il Polo stanno rappresentando bene questi ceti produttivi e modernizzatori?



Giusto un anno fa la siccità in Sicilia riscatenò le polemiche contro il ponte sullo stretto. Invitato ad una radio locale, dissi che sono favorevolissimo al ponte ed insieme alla ricostruzione di una valida rete idrica, precisai che contrapporre le due cose non ha senso perché solo il finanziamento per il ponte è straordinario, mentre per gli acquedotti tutti gli enti preposti dell’isola dispongono di finanziamenti ordinari e di ben 94.000 dipendenti. Conclusi chiedendo ai pasionari dell’acqua in Sicilia: siete in grado di dirmi come passano le loro giornate quei 94.000 dipendenti? Ecco, appena un anno dopo chiedo: abbiamo fatto passi nella direzione giusta oppure ci stiamo acconciando ad ereditare la gestione politica del consueto andazzo? Su queste cose si vincerà di nuovo 61 a 0 oppure no. (Di sicuro qualcosa si sta movendo e nella direzione giusta, se -come racconta di straforo il telegiornale dell’altra sera- per la prima volta è stato impiegato l’esercito per la realizzazione di un certo acquedotto a Palermo. È una notizia enorme, che però nessuno -rai o mediaset- scava: se deve intervenire l’esercito è segno che le imprese, coi tradizionali meccanismi dell’appalto, hanno il divieto di partecipare; se prima l’esercito non era stato mai chiamato, segno che chi imponeva divieti alle imprese poteva imporli anche al prefetto…).



Aver acceso la canea contro il ministro Tremonti, reo di tenere stretti i cordoni della borsa (neanche se li tenesse in tasca sua, i soldi) è un altro errore, che tradisce la voglia pazza di prendere il posto di partito della spesa pubblica, che fu della Dc e poi dei compagni, ma che cancellerebbe ogni proposito riformatore. C’è al riguardo un’intervista esemplare di Mario Landolfi alla Nazione dei primi giorni di luglio: attacca anche lui Tremonti con le eufemistiche parole di “collegialità”, “rigidezza”, etc. Solo alla fine suona le note che gli elettori vorrebbero ben sentire, parlandone -giustamente- come di cose su cui si è registrata qualche incertezza e ritardo: sicurezza e ordine pubblico, immigrazione, lavoro, infrastrutture, riforma della burocrazia (cioè dello stato). Allora sorge evidente una domanda: che c’entra il primo (Tremonti) con le seconde? Anzi, le risorse del Tremonti risparmioso non servono proprio a finanziare le seconde? Non è contraddittorio condividere con molti (in primis la Lega) sentimenti ed opinioni antiche verso le tasse, e poi farsi paladini della spesa improduttiva? Certo, a tenere stretti i cordoni della borsa si perderà il voto di questa o quella cordata, ma si può dimenticare che gli italiani apprezzeranno moltissimo il primo governo della repubblica che sa quadrare i conti (compreso il finanziamento dello sviluppo) senza aumentare le tasse? Non solo cordate, anche ceti meritevoli di massima attenzione possono essere colpiti nella necessaria azione riformatrice, ma come non vedere che in ogni caso sono queste ultime ad avere la priorità? Sulle pensioni, a differenza di altri campi della polemica politica, non riesco a farmi un’idea di quale può essere la formula giusta, per l’estrema complessità della materia. Sento proposte diverse, alternative a Tremonti (da sindacati e partiti, di maggioranza e non) e va bene, potrebbero essere idee e contributi veramente migliorativi ed equi, però mi chiedo: è ben fermo il concetto che in ogni caso devono essere conseguite quelle riforme strutturali che prosciughino per sempre le voragini ove si forma il deficit pubblico? Togliere un dente fa sempre male e paura, ma poi si sta molto meglio: non è questa la situazione dopo decenni di distorsioni del sistema? Che senso ha “tenere conto delle ragioni della politica e non solo economiche” se non rinviare riforme attese e promesse, per impantanarsi come fecero i democristiani dopo il centrismo? Non c’è in questa frase, pur pronunciata a destra, il puzzo inconfondibile dell’egemonia culturale marxista? Quasi che consentire con le analisi e proposte di confindustria sia di per sé scelta antipopolare? Ma invece: i risparmi di Tremonti servono o non servono a finanziare il rilancio economico? Cioè la nascita di nuove imprese, ovvero l’occupazione e dunque un gettito fiscale più ampio e quindi maggiori possibilità di socialità? Non è ancora evidente che solo un sistema economico forte e competitivo è in grado di secernere ricchezze abbondanti per la socialità? E non ci dicono i sondaggi sulle pensioni, da molti anni, che gli italiani hanno ben capito che il sistema vigente consuma molto più di quanto produce?



Come sarebbe meglio (e quanti buoni voti verrebbero) se invece di prendersela con Tremonti, in due anni si fosse abolita la famigerata legge (s)Gozzini, se si ripristinasse la certezza della pena anziché lasciar passeggiare per le vie del centro omicidi riconosciuti, se si fossero licenziati senza se e senza ma quei dipendenti della Malpensa che vennero filmati a rubare nei bagagli dei passeggeri… Se invece di assaltare la diligenza di Tremonti ogni ministero guardasse dentro se stesso, forti della osservazione di Berlusconi (cui però non è riuscito a dare logica conseguenza) “A Downing Street Blair ha 120 collaboratori, io a Palazzo Chigi vedo 3.400 impiegati”.



Essersi distinti anche nella separazioni carriere/funzioni dei magistrati non so quanto sia stato compreso dalla pubblica opinione: o c’è il problema di una magistratura autocratica, parziale, politicizzata e inefficiente, o non c’è. Se c’è, come personalmente sono convinto (e mi pare di non essere solo) ben altro servirebbe che la separazione delle carriere. La Lega per prima ha cercato “visibilità” su questo punto annunciando un disegno di legge, che invece dovrebbe essere della intera maggioranza, ma dal suo canto temo che il distinguo di An finisca per essere percepito a metà tra un conservatorismo di categoria e la voglia di contrapporsi in ogni caso alla Lega colpo su colpo.



E mi piacerebbe capire (che veramente non lo so) chi è nella maggioranza che frena per impedire la sacrosanta riforma di sottrarre il Csm al predominio degli stessi magistrati. Se il punto dolens tra giustizia e cittadini è la lunghezza dei processi, cosa impedisce dal fare un’infornata in un sol colpo di 10.000 magistrati giudicanti? Votare in parlamento per tenere certi militari al riparo del mercato immobiliare, e con ciò mandare in minoranza il governo, non mi pare un gran segnale. Perché non allora le maestre, i bidelli, i camionisti? Se si ritiene che i militari non siano adeguatamente trattati -atteso il compito cruciale cui attendono- si persegua la strada naturale dell’aumento di stipendi, analogamente a quanto avvenuto per gli universitari o per i magistrati, ma è un pessimo segnale mantenere piccole o grandi nicchie di privilegio. Vedo con piacere una parziale correzione di tiro con la più recente proposta di tassare le cosiddette pensioni d’oro.



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Quando Gianfranco Fini parla ha il dono di rassicurare gli italiani. Insieme e dopo l’estro imprevedibile (chiamiamolo così) di Berlusconi, la consueta pacatezza riflessiva e non banale di Fini rassicura gli italiani. Meglio poi se di poche parole, di non soverchie apparizioni. Una Lega anch’essa estrosa ma leale, un Udc sempre pronto ed evitare scontri non indispensabili (io personalmente detesto i moderati, soprattutto perché il giorno dopo devo quasi sempre dargli ragione), una Forza Italia nobilmente compatta: tutto ciò diventa, è stato e prometterebbe d’essere una corazzata invincibile, unita dalla traiettoria delle riforme promesse, condita dalla sobrietà delle esternazioni. Per questo m’ha fatto male vedere Fini sprecare le sue preziose cartucce per reclamare alla tv “collegialità”, “verifiche”, “cabine di regia”, “una rappresentanza di An più proporzionata al suo peso”.



Queste sono considerazioni che andavano fatte a quattr’occhi o sei o otto, mai davanti alla tv: so troppo bene che agli italiani interessano certe riforme, quelle riforme promesse e prefigurate, poi chi le fa (un ministro o l’altro) non ha importanza, l’importante è farle. Se si riesce a farle, come manna dal cielo i consensi e i voti nel 2006 verrebbero in abbondanza per tutti e quattro i partners, senza bisogno di guardare troppo nel recinto altrui. Diversamente invece, litigando, andando uno per un verso e l’altro nella strada opposta, si uccide dentro la testa degli italiani il bene più prezioso della coalizione di centro-destra: l’affidabilità alla stabilità e al cambiamento. La diversità di stile da quarant’anni di teatrino. Devo anche dire che quell’ insistere sulla “visibilità” getta una luce sinistra sulla reale mentalità di molti dirigenti, sulla loro opinione del popolo: quasi che la gente abbia ancora bisogno di proclami e immagini sostanzialmente peroniste. Quando invece non c’è occasione in cui il popolo elettore non dimostri di badare al sodo, come (tra tante) l’elezione di un sindaco di sinistra addirittura a Verona (una delle capitali della rivolta leghista ed antisistema) pochi mesi dopo lo stesso maggio 2001!!!



Di visibilità basta quella che An sa dare tutte le volte che il suo leader parla di cose sentite, tutte le volte che i suoi ministri illustrano le cose che egregiamente hanno saputo fare, Tremaglia, Matteoli, Gasparri e Alemanno (a parte, quest’ultimo, la recente sciocchezza oscurantista sugli ogm). Non c’è bisogno di altro, il troppo stroppia. “Come fanno” (si chiede Del Debbio sul Giornale del 9 luglio), “come fanno a non capire?”



Ma come è evidente ormai da settimane, si sta insinuando nella coalizione, auspice il mito folle della “visibilità” (che ha attecchito non di meno sulla Lega), il gusto suicida della rissa, ecco scambiare il veleno per medicina: dirle il più grosse possibile e soprattutto distinguersi dell’avversario che, appunto, non è più nel centro sinistra ma nel proprio campo. E l’autorevolezza di Berlusconi per la prima volta sembra non bastare più.



In questo scenario inquieto è intervenuto un fatto nuovo e peggiorativo, lo scontro tra Berlusconi e Schultz. Sono di quelli cui lì per lì si è accapponata la pelle, poi giorno dopo giorno ho inteso che non tutto il male poteva essere venuto per nuocere, sia negli italiani che negli europei. Sta il fatto però che il bilancio complessivo non può essere positivo, e non tanto per le tensioni momentanee coi tedeschi, o per la scarsa diplomazia del nostro, quanto per un fatto nuovo: per la prima volta Berlusconi ha dato segno di non possedere esatta cognizione delle conseguenze; ha dato segno di essere capace, per questa mancata cognizione, di farsi male da solo (altro che grande comunicatore; questo slogan del grande comunicatore, in bocca anche a molti che votano a destra, è l’ennesima riprova della vittoria culturale e mediatica dei compagni: Berlusconi in verità ha il corpo dei mass media puntati contro, e vince esclusivamente per la valenza autenticamente politica della sua proposta). Temo che questa scoperta dia alimento e spazio alla voglia di rissa anzidetta, un venir meno di freni inibitori. Torna col sovraccarico la riflessione di Del Debbio: se non ci sono arrivati finora da soli, come potranno mai arrivarci? - - - Seconda parte: clicca qui



Luigi Fressoia