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Discussione: Onu ....

  1. #11
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    Predefinito Le polemiche "allungate" alla...

    ...fine annoiano chi le fa e chi le legge.

    In pratica siamo d'accordo.
    Se non sbaglio anch'io ha detto che gli Usa sono una creatura costruita e cresciuta dagli europei.
    Dei quali ho accennato brevemente i Leonardo e il nazismo.
    Dove c'è l'uomo, là trovi il grande bene e il grande male.

    Non sono d'accordo sull'Onu di tutti, dei "tutti" con uguali diritti.
    Rappresentanti di Stati dittatoriali laici o religiosi non "possono", per incapacità intellettuele e morale, presiedere commissioni e missioni che hanno per scopo il controllo degli aspetti democratici e dei diritti dell'uomo, e della DONNA.

    Nota: non metto i buoni nei democratici e i cattivi dall'altra parte.
    Sò che non è sempre così.
    Ma sò anche che un paese democratico che voglia fare una guerra, anche difensiva, ci mette giustamente tanto di quel tempo in discussioni e votazioni e accordi con stasti amici che nel frattempo l'aggressore ha occupato le posizioni strategiche.

    Rimango fortemente del parere espresso: voi entrare nell'Onu? Dimostra la tua democrazia politica, giuridica e religiosa.

    saluti

  2. #12
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    Predefinito

    Non si tratta di una polemica, bensì di una piacevole discussione.

    Comunque è ovvio che io aborro i regimi brutali e sanguinari aguzzini dei loro stessi popolii come il comunismo cinese o cubano, e le teocrazie islamiche. Tuttavia giudicare chi è degno o meno di entrare nella casa politica di tutti è una discrimizione pericolosa, perché i parametri li deve comunque dettare qualcuno, che per sua natura sarà influenzato dalla sua cultura stessa.

    Cordiali Saluti

    Lorenzo
    Miles Insulae

  3. #13
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    Predefinito

    [QUOTE]In origine postato da Lorenzo
    [B]Non si tratta di una polemica, bensì di una piacevole discussione.

    Comunque è ovvio che io aborro i regimi brutali e sanguinari aguzzini dei loro stessi popolii come il comunismo cinese o cubano, e le teocrazie islamiche. Tuttavia giudicare chi è degno o meno di entrare nella casa politica di tutti è una discrimizione pericolosa, perché i parametri li deve comunque dettare qualcuno, che per sua natura sarà influenzato dalla sua cultura stessa.

    Cordiali Saluti

    Lorenzo
    -------------
    Credo che tu "pretenda" di giudicare chi sia o non sia degno di entrare in casa tua. E certamente non la considereresti una "discriminazione".
    I parametri son dettati dalla Storia e dalla Conoscenza.
    La prima perchè, almeno dalla metà del secolo scorso, insegna che le democrazie non fanno guerre se non attaccate (qui arriverà il coro degli amici degli amici di Saddam).
    La seconda perchè oggi tutti "conoscono e amano e desiderano" la libertà della democrazia. E essere individui rispettati. (più ostico è essere rispettosi, ma imparteremo)
    Che ha pure il suo forte sapore di "inconsapevole violenza", la democrazia.
    Mannaggia: governano sempre quelli che vincono le elezioni.
    Ma gli altri?

    saluti

  4. #14
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito

    Chi non conosce Cuba, dovrebbe solo tacere. Aguzzino viene rispedito al mittente.

  5. #15
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    Predefinito Iraq....

    ...watch


    Roma. Mr Donald Rumsfeld, uno che la guerra l’ha voluta, e la storia se lo ricorderà, è in visita alle truppe, e sostiene che non serve un numero più alto di soldati americani, piuttosto forze fresche da altri paesi, che così la smetteranno di criticare stando in poltrona.
    Mr Colin Powell, che la guerra non la voleva, ma poi alle Nazioni
    Unite l’ha sostenuta, prove alla mano e mani sui fianchi, prepara l’accoglienza e la discussione della nuova risoluzione all’Onu che forse funzionerà e sarà approvata, e farà finalmente dell’Iraq un Kosovo molto più duro, oppure lo lascerà nelle mani degli Stati Uniti e dell’Inghilterra.
    Miss Condoleezza Rice, che di mestiere principale fa il consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, sta zitta, perché esamina le relazioni e i rapporti di quelli che vorrebbero essere sicuri che George W. Bush, il primo martedì di novembre del 2004 venga rieletto, anche perché dei candidati democratici praticamente non c’è un solo cittadino americano che si ricordi il nome.
    Il presidente George W. Bush medita se convenga di più essere certi della rielezione o continuare a combattere quell’asse del male che l’11 settembre del 2001, tra pochi giorni è il secondo anniversario, ha scompaginato tutto.
    Dall’altra parte dell’oceano l’amico senza macchia e paura,Tony Blair, sta decidendo, non senza qualche rischio, quante truppe in più deve mandare al Sud dell’Iraq, per evitare il fallimento dell’operazione.
    Per sei mesi all’Unione Europea c’è un amico e alleato, Silvio Berlusconi, ma restano, i due, in minoranza. E la prebenda della road map, da offrire all’europeo tipo politically correct è andata in frantumi.
    Poi c’è l’Europa, quella di Francia e Germania, che ieri criticavano, alla prima circolazione, la risoluzione americana che chiede truppe internazionali per l’Iraq, non dicendo che non garantisce i loro interessi, ma affermando che non garantisce né la responsabilità
    diretta degli iracheni nel governo, né un ruolo abbastanza ampio e indipendente delle Nazioni Unite in Iraq.
    Dice il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder: “Sono d’accordo con il presidente (essendo il presidente Jacques Chirac) quando dice che non c’è abbastanza dinamica”; conferma Jacques Chirac che il piano americano non individua l’obiettivo prioritario; che sarebbe “il trasferimento del potere a un governo cresciuto in Iraq”.
    Il testo della risoluzione è semplice, trasforma la forza militare degli Stati Uniti in una forza multinazionale autorizzata dalle Nazioni Unite sotto il comando unificato degli Stati Uniti.
    La ricerca di un leader

    I punti principali della risoluzione sono:
    1) gli Stati membri delle Nazioni Unite addestrano e preparano una forza di polizia irachena;
    2)l’Iraqi Governing Council, il governo provvisorio, coopera con le Nazioni Unite e gli Stati Uniti a Baghdad per i tempi e i modi di una nuova costituzione e di elezioni democratiche;
    3) gli Stati membri delle Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali e regionali accelerano la fornitura di fondi per
    finanziare la ricostruzione dell’Iraq;
    4) le nazioni della regione si impegnano a prevenire il passagio di terroristi, la fornitura di armi ai terroristi, qualunque finanziamento che sostenga i terroristi.
    Colin Powell queste cose le ha già discusse mercoledì con Kofi Annan, russi, che dialogano, e questa è la notizia, tedeschi e francesi, che continuano a giocare.
    I diplomatici dicono che la risoluzione dovrebbe essere adottata prima della grande assemblea generale e annuale del 23 settembre. Altri sottolineano che devono diventare più chiare le ventures, per esempio i contratti del petrolio, gli appalti del processo di ricostruzione. Il progetto del dopoguerra costa già ora agli Stati Uniti quattro miliardi di dollari al mese, più 140 mila truppe; la risoluzione intende ridurre di almeno un terzo questa cifra.
    Ma dopo molte esitazioni l’Amministrazione si è decisa a presentare al Congresso, che come il Dipartimento di Stato
    la guerra non la voleva, una richiesta di budget di 70 miliardi di dollari per la ricostruzione, il doppio del previsto.

    George W. Bush non teme per la sua rielezione, solo Hillary Rodham Clinton potrebbe creargli qualche problema, nel panorama di anonimi candidati alle primarie democratici, ma l’ex first lady non si farà trascinare così presto nella tenzone. L’Amministrazione guarda al possibile premier e leader dell’Iraq. Rumsfeld e i falchi già da tempo avevano deciso che sarebbe stato Ahmed Chalabi, presidente dell’Iraqi National Congress.
    Poi un po’ la diffidenza degli iracheni, un po’ quella pesante del Dipartimento di Stato lo hanno silurato.
    Oggi Chalabi, presidente di turno per i prossimi trenta giorni dell’Iraqi Governing Council, offre qualche lezione di come si fa politica. L’Iraq manderà una delegazione il 9 settembre alla
    Conferenza della Lega araba. La quale non riconosce il governo provvisorio come legittimo governo dell’Iraq, figuratevi come
    accoglierà il suo ministro degli Esteri, Hoshyar Zebari, un tempo portavoce del Kurdistan Democratic Party.
    Una vera provocazione, se il delegato iracheno al summit della
    Lega araba non è un arabo. Ma è un rappresentante di una democrazia multietnica,questo è il nuovo Iraq.

    saluti

  6. #16
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    Predefinito Onu...

    ....britannica

    Londra. Il premier inglese Tony Blair ieri ha detto che non è stata ancora presa nessuna decisione su truppe aggiuntive da mandare in Iraq. All’orizzonte, per ora, solo addestramenti straordinari per i soldati in Medio Oriente, ordinati dal ministro della Difesa, Geoff Hoon, a seguito della pubblicazione di un rapporto del Foreign Office di Jack Straw in cui si metteva in luce la necessità di aumentare il contingente in Iraq.
    “E’ necessario fare qualcosa – spiega Blair – ma spetta a tutto il mondo farlo”. Quindi Londra, come Washington, crede nella bontà della scelta di ritornare all’Onu per cercare nuovi aiuti, nuovi alleati sul campo per la ricostruzione. Ma il Foreign Office, con il suo rapporto, ha voluto sottolineare che in mancanza di condizioni minime di sicurezza è improbabile che l’Onu accetti
    maggiori responsabilità: spetta a Londra mandare più truppe subito per poi ottenere più facilmente contingenti alleati.

    Fin dall’inizio della crisi irachena i britannici sono stati più propensi a seguire la strada multilaterale rispetto agli americani, tanto che anche i suoi detrattori sono disposti a riconoscere a Blair almeno
    il merito di avere svolto un ruolo decisivo nel convincere il presidente americano a portare la crisi irachena al tavolo del Consiglio di sicurezza. Alla base di questa maggiore propensione al multilateralismo da parte dei governi di Sua Maestà ci sono ragioni storiche che risalgono addirittura al secolo scorso.
    All’apice della sua potenza nel periodo vittoriano, intorno al 1865, la Gran Bretagna produceva da sola, impero escluso, circa il 60 per cento del prodotto manifatturiero del pianeta. Tuttavia, nel giro di due generazioni, prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, gli Stati Uniti erano diventati la superpotenza economica e in Europa era emerso il gigante tedesco.
    Lo stallo militare che si venne a creare sul fronte occidentale durante la Grande guerra rifletteva la sostanziale parità di forza
    economica tra le potenze europee. L’intervento degli Stati Uniti fu decisivo, così come lo era stato quello britannico nelle guerre napoleoniche un secolo prima, e il cui esito aveva sancito l’ascesa del’Impero britannico a potenza egemone.
    Dopo la Prima guerra mondiale, divenne chiaro ai governi di Londra che non avrebbero in futuro disposto delle risorse necessarie a mantenere il margine di superiorità militare rispetto
    alle altre nazioni. All’indomani della Grande guerra, a Versailles, il multilateralismo pragmatico britannico si sposò con l’idealismo wilsoniano, dando vita alla Società delle Nazioni, da cui però gli americani alla fine restarono fuori, a testimonianza del fatto che per loro il multilateralismo era una scelta, non una necessità.
    Per i britannici la creazione di un ordine internazionale basato su istituzioni come la Società delle Nazioni – e l’Onu dal ’45 in poi –
    serviva invece a rinviare il più possibile il declino politico che, di regola, segue quello economico. Diritto, diplomazia e istituzioni
    internazionali possono essere strumenti efficaci, spesso quanto e a volte più della forza, negli affari internazionali.

    Londra era al lavoro già prima dell’attentato
    Preservare la centralità dell’Onu è dunque per i britannici, così come per i francesi, necessario a preservare una parte importante
    della loro stessa influenza politica.
    Se la Carta dell’Onu fosse un domani modificata e gli Stati Uniti perdessero il loro diritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza,
    in virtù della loro potenza militare ed economica continuerebbero a esercitare, di fatto, un potere di veto nelle maggiori crisi
    internazionali.
    Gran Bretagna e Francia, invece, no.
    La crisi di marzo e la scelta tra un’Onu indecisa ed esitante, da un lato, e il proprio maggiore alleato, dall’altro, rappresentò
    per il governo britannico un incubo.
    Si trattò di un aut aut che Blair cercò di evitare fino all’ultimo, e che alla fine fu risolto scegliendo di andare avanti con gli
    americani. Il dopoguerra iracheno ha proposto altri dilemmi nei rapporti con l’Onu per la Gran Bretagna, che, per un verso, avrebbe voluto un maggiore coinvolgimento dell’Onu da subito sia per dividere i costi della ricostruzione sia per dare maggiore
    legittimità all’amministrazione post bellica e per condividere i rischi di eventuali fallimenti; vi era, però, anche consapevolezza
    dei limiti dell’Onu e della scarsa volontà politica di alcuni dei suoi membri di intervenire in Iraq.
    La missione Onu a Baghdad, guidata da Sergio Viera De Mello, era il risultato di un difficile compromesso tra posizioni e interessi contrastanti. In seguito all’attentato alla sua sede, Londra ha cercato di scongiurare un ritiro o un ridimensionamento dell’Onu. La tattica scelta dai terroristi è di fare terra bruciata intorno agli alleati, attaccando individui e istituzioni chiamati a cogestire la transizione: se uno di loro cedesse al ricatto, i terroristi otterrebbero una vittoria.
    La diplomazia britannica era in moto, già prima dell’attentato, per rivedere i termini della presenza Onu ed espanderne il mandato. Dopo ha accelerato gli sforzi; e in quest’opera è sostenuta dal Dipartimento di Stato americano.

    saluti

  7. #17
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    Predefinito Onu....

    ....italiano

    Roma. “Non vogliamo un ruolo maggiore solo per l’Onu, ma anche per l’Unione europea”.
    La dichiarazione del segretario di Stato americano Colin Powell, dopo l’incontro ieri a Washington con il ministro degli Esteri
    italiano Franco Frattini, non è solo frutto del nuovo realismo che l’Amministrazione americana abbraccia per superare le incomprensioni nel campo occidentale. E’ un esplicito riconoscimento al ruolo che l’Italia sta esercitando come presidente di turno del Consiglio europeo.
    Si può forse sorridere e dolersi, dell’abrasiva schiettezza con cui Silvio Berlusconi ha descritto ai due giornalisti britannici dello Spectator la campagna di delegittimazione che l’opposizione
    gli riserva in Italia.
    Non della chiarezza con cui ha illustrato loro i fondamenti
    della “sua” politica estera. Piacciono, a Washington, e stanno consentendo un’utilissima azione di riavvicinamento con Mosca, Berlino e Parigi. Grazie a due giornalisti “open minded”, alieni dal bizantinismo latino e abituati al terso “sì sì, no no” della politica anglosassone, Silvio Berlusconi si è sentito libero di tracciare la sua visione internazionale con una franchezza che mai prima aveva usato.
    Non ha nascosto di aver avuto dubbi sull’opzione militare in Iraq. Ma li ha sciolti quando George Bush e Tony Blair hanno deciso di avere le evidenze necessarie e sufficienti. “Perché la mia solidarietà e riconoscenza è assoluta, verso i loro paesi. Gli Stati Uniti per decenni hanno speso il quattro per cento del loro pil per difenderci, noi non arrivavamo all’uno e mezzo”. “Puoi avvisare un fratello dei tuoi dubbi, ma quando si imbarca in un’impresa è tuo fratello”.
    Una simile consonanza di destini con Bush e Blair – “con cui parlo negli occhi e a cui credo” – è merce rara nell’attuale concerto
    occidentale.
    Espressione di soggezione personale o di provincialismo?
    Al contrario.
    Allo Spectator Berlusconi spiega che il mondo del dopo Muro deve vedere l’Occidente, “mai così potente”, in grado di riformare
    l’architettura internazionale in modo da porre al centro di tutto il diritto all’ingerenza democratica e umanitaria. Fino anche al ricorso alla forza, “se necessario”.
    “Siamo oggi in grado di dire al tiranno X che ha sei o dodici mesi di tempo per mettersi in regola con il rispetto dei diritti umani del suo popolo, altrimenti si interviene”.
    Di qui il giudizio positivo sull’azione in Iraq. Senza cavillare sulle armi di distruzione di massa – “Saddam le ha distrutte”, è la tesi che Berlusconi espresse prima ancora delle operazioni militari – ma perché grazie a Iraqi Freedom si è impiantata in Medio
    Oriente quella che deve diventare una democrazia “paradigmatica per tutta la regione”.
    E senza nascondersi l’effetto deterrente in sé dell’uso della forza, come Berlusconi rivela nell’allusione alle parole che gli avrebbe detto Gheddafi, spiegando il suo appeasement per evitare a Tripoli guai peggiori.
    Vibrano toni blairisti prima che bushiani, in questa visione incentrata sui valori della libertà e della democrazia planetaria.
    E sono queste convinzioni ad aver fatto da ponte con Vladimir Putin, spingendo il presidente russo alla prima apertura verso
    la partecipazione russa a un contingente in Iraq senza più porre la condizione della rinuncia al ruolo americano. Quel che si è
    messo in moto di conseguenza all’Onu in questi giorni, l’apertura di Berlino e la più recalcitrante prima disponibilità francese, deve molto al ruolo svolto dall’Italia.

    La due giorni di Frattini
    Un ruolo che vedrà Frattini riferire oggi degli sviluppi all’incontro con i venticinque ministri degli Esteri dell’Unione europea, a Riva del Garda. E che ha visto l’Italia spingere molto a Bruxelles perché si varasse la Conferenza internazionale per il sostegno
    finanzario al nuovo Iraq, a Madrid il 24 e 25 ottobre prossimo con l’intervento di Usa, Ue, Russia, Giappone e sotto l’egida della
    Banca mondiale.
    “Tempi rapidi per il popolo iracheno”, è la parola d’ordine della mediazione italiana a nome dell’Europa.
    “Democrazia e sviluppo per l’intera area”, il secondo pilastro.
    “No al terrorismo, compreso quello palestinese contro Israele”, il terzo. “
    What a wonderful world”, esclama il Cav. raccontando allo Spectator la sensazione provata riuscendo a far scherzare tutti insieme i leader del G8 nel dopocena al summit di Genova, due anni fa. Per quanto antipolitica possa sembrare, è questa carica travolgente di comprensione reciproca, figlia della cultura del fare e non dei distillati arabeschi delle cancellerie, che oggi avvantaggia l’Europa nel ritessere il dialogo transatlantico, in vista di un Medio Oriente pacificato e di un mondo determinato a sconfiggere l’incubo del terrore dopo l’11 settembre.

    sono i tre "Onu" visti da il Foglio

    saluti

 

 
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