....addio?
Lo si era detto: il veto francese sarà il sigillo del nuovo multilateralismo auspicato dall’Amministrazione Bush, quello che non procede dalle alleanze stabilite alla missione da compiere nella guerra al terrorismo e all’insicurezza globale, ma (viceversa) dall’obiettivo alla coalizione volontaria che lo persegue.
Detto, fatto. Casa Bianca, Pentagono e Dipartimento di Stato riservano alle Nazioni Unite un ruolo marginale in Iraq, secondo il dettato della risoluzione alla quale anche i membri permanenti del
Consiglio di sicurezza si sono rassegnati.
Nel bene e nel male, oneri e interessi e onori, spetterà alla coalizione vittoriosa, in via di allargamento, il compito strategico di stabilizzare l’Iraq e ridisegnare, con il processo di pace tra Israele e palestinesi e il resto, la mappa del Medio oriente.
E’ il capolavoro di Jacques Chirac, e nemmeno Tony Blair può
farci niente. La ricostruzione di Baghdad, sostenuta oggi da truppe e aiuti di 18 paesi tra cui l’Italia, sarà un esperimento di imperialismo democratico che, nelle intenzioni degli americani, coinvolgerà alla fine 44 nazioni, ma l’Onu si limiterà per adesso a dare una legittimazione diplomatica ex post e un laterale aiuto umanitario.
Mentre la Nato estende il suo raggio d’azione fuori dall’Europa, di nuovo con la Francia in posizione defilata, al Palazzo di vetro non
resta che supplicare gli Stati Uniti di intervenire in Liberia, e poco altro.
I rischi per il presidente americano e il suo staff sono alti. Ci vogliono molti soldi per stabilizzare l’Iraq, come ha detto il suo amministratore provvisorio Paul Bremer; ci vuole tempo e secondo
alcuni esperti il raddoppio delle truppe attualmente impegnate. La situazione è ovviamente critica, alcuni errori di sottovalutazione
delle difficoltà del dopoguerra sono stati compiuti (sebbene la
valutazione dei fatti sul terreno sia distorta da mille parzialità e acrobazie del circo dei media), e sarebbe assai meglio per tutti se l’Occidente non si fosse diviso e le Nazioni Unite non avessero
rifiutato di assumersi le loro responsabilità, insomma se la strategia di George Bush, Colin Powell e Tony Blair non fosse stata tradita e infilzata dal vano veto francese, tanto più nullista in quanto incapace di aggregare una significativa alternativa di leadership o di coalizione. Ma le cose sono andate come sono andate, e non resta che trarne una seria lezione politica.
Che è questa. Gli americani mostrano di fare sul serio, Bush sconta anche il rischio di un contraccolpo elettorale e di una crescente insofferenza del pubblico per il primato
della sicurezza sull’economia, per non parlare dei riflessi psicologici della quotidiana guerriglia terrorista contro le truppe americane.
L’Europa non troverà scorciatoie, il documento neocon di Javier Solana sulla guerra preventiva, approvato al vertice di Salonicco,
non basta. Né bastano le nuove posizioni tedesche. L’Unione, che resta divisa, ha una sola possibilità di sanare le ferite e uscire dall’angolo: proporre agli Stati Uniti una comune ricontrattazione
dell’alleanza strategica contro il terrorismo internazionale, entrare nella coalizione.
A quel punto si potrà riparlare di Nazioni Unite riformate, di nuove legittimazioni, di un concerto decisionale più saldo e sicuro. L’Italia, che presiede l’Unione, dovrebbe avere qualcosa da dire in proposito, parlando un linguaggio chiaro e forte.
saluti




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