IL SUBCOMANDANTE ANNUNCIA LA SVOLTA: «PER CAMBIARE IL MONDO SERVE LA RAGIONE NON LA FORZA»
Marcos, meno armi più riformismo
Le unità combattenti vanno in pensione: arrivano le «giunte
del buongoverno»
UN rivoluzionario figlio di due insegnanti, partito dalla città e approdato in una selva india, le dita affusolate e i palmi delle mani erosi da tante notti passate in tenda, depone infine le armi perché l’esercito straccione che aveva fondato ha vinto la sua battaglia, «e per governare serve la ragione, non la forza». L’annuncio, come da rituale postmoderno, avviene dalla foresta eppure via radio: un’emittente di battaglia di nome Radio Insurgente. L’esercito straccione piange, metà applaude, l’altra metà resta perplessa, «significa che moriremo riformisti, o comandante?».
È, se ci pensate, il dilemma di qualsiasi forza politica progressista di lotta o di governo, un assedio al palazzo finito in una Bad Godesberg india. Marcos, che annuncia la chiusura delle sedi dell’Ezln, l’esercito zapatista di liberazione nazionale, ne è stato ed è l’immagine e però anche lo specchio rifrangente, ha proiettato ovunque una parabola locale che ora affascina e inquieta gioventù euroamericana no logo e stagionati politici tardopragmatici e occidentali, Clinton, Blair, Schroeder, D’Alema, «che sinistra costruiamo, nel mondo piccolo»? Adesso che Lula dai Sem Terra è andato al governo, ora che nell’Aguascalientes di Oventic, Chiapas, sud est del Messico, il subcomandante ha annunciato la fine di un’èra, la nascita di trenta «giunte del buon governo», la morte delle vecchie unità combattenti, «non saranno più loro a riscuotere le tasse e controllare le frontiere», ecco, adesso un popolo global partito da Marx e finito precario su Internet e nel terzo settore non sa più bene dove collocare l’estrema metamorfosi dell’ultimo eroe. Rinnegato come Kautsky? Semplicemente cambiato ma, come si sarebbe detto in un vecchio congresso, «nella continuità»? O addirittura socialtraditore anche lui, il vecchio grande subcomandante Marcos? «Impossibile», dice uno dei suoi più fedeli amici, il comandante Tacho Sebedeo, feroce nella guerriglia contro i paramilitari di Vicente Fox. «Ci siamo sempre», dice la donna di Marcos, Marian, una di quelle che hanno ispirato la copertina del cd del gruppo ska spagnolo Amparanoia, Somos viento. Perché gli uomini sono vento e possono sparire, dimenticati anche da se stessi, «le leggende no». Specie se assistite da gran donne.
E allora conviene scrutar dentro la leggenda, chiedersi quello che è stato, che è oggi, e soprattutto che potrà diventare. Marcos, due volte differente dal Che e dal suo mito postumo costruito su una foto del ‘67, non si fa vedere, e oltretutto è vivo. Le armi sono deposte, il passamontagna non ancora. Se all’annuncio della nuova fase qualcuno, nei forum internettiani italiani, ha ghignato, «chissà quali scarpe si comprerà ora», con riferimento non celato a una polemica che coinvolse l’ex comunista Massimo D’Alema e certe sue presunte calzature iper-riformiste dunque milionarie, c’è anche chi vede nell’addio alle armi un’altra pagina, nonostante tutto romantica, del combattente: appunto, l’ultima. Chi ha ragione, chi torto?
Bisogna guardare cosa è stato, per sua ammissione, il mito. Una volta, chiacchierando nella selva con Manuel Vázquez Montalbán, Marcos raccontò com’era cominciata: «Arrivammo nella foresta come una classica élite rivoluzionaria in cerca di quel soggetto, il proletariato, nel caso della rivoluzione marxista-leninista. Ma questa proposta iniziale si scontrò con le impostazioni delle comunità indigene. Loro hanno un altro substrato, una complessa preistoria di emergenze e ribellioni. E allora modificammo la nostra impostazione in modo interattivo, c’è un prima e un dopo lo zapatismo in seguito al 1994. L’Ezln non nasce da impostazioni provenienti dalla città, ma nemmeno da idee provenienti esclusivamente dalle comunità indigene. Nasce da questa miscela, questa bomba molotov, questo scontro che produce un nuovo discorso, un meticciato critico ed emancipatore». Il Marcos tardoriformista stava già nella duplice faccia di questa «bomba molotov», metà disperazione chiapaneca e metà middle class di Città del Messico, buone letture, famiglie mediamente istruite e insomma, quello che altre epoche, altri contesti e linguaggi avrebbero definito impianto «borghese»?
Il ‘94 è lo spartiacque: o almeno Marcos l’ha sempre vissuto così. È l’anno in cui gli zapatisti prendono la scena, già abbastanza smagati, a giudicare da teatralità e scaltrezza mediatica con le quali si presentano giusto il primo gennaio, giorno dell’entrata in vigore del Nafta, l’accordo di libero scambio nordamericano tra Stati Uniti, Canada e Messico. Quell’accordo, dirà poi Marcos, costringeva il Messico «a fare come se dieci milioni di indigeni, e qualche altro milione di poveri, non esistessero». Di nuovo: rivoluzione o cammino per le riforme? La rivolta, pensata come marxista-leninista, diventata chiapaneca quindi locale, si sposa con la critica alla globalizzazione dei grandi accordi multilaterali. Difendendo trentamila chilometri quadrati di terra india, Marcos irrompe nel teatrone della politica global come un faro per tutti: compresi i giovani di Seattle, che a quell’epoca vanno più o meno alle scuole medie. Vuol dire che l’uomo con passamontagna e pipa riformista lo è sempre stato?
Eppure combatte: una guerra, specie all’inizio durissima, scontri aspri, feriti, caduti. Una mitologia, anche. «Ho preso il nome del compagno che mi dava lezioni di storia, che sapeva tutto, assolutamente tutto, sulla storia militare», dirà. Eppure dalla sua mitopoiesi è sempre sfuggito imponendosi regole ferree, «quando arrivo in un villaggio non posso andare a mangiare dove voglio, da qualcuno. Prima era soprattutto per non esporre chi mi accoglieva... ancora adesso, quando arrivano i soldati, dicono “Marcos veniva a mangiare qui, questi li facciamo fuori”». Regole che rispetterà anche dopo, nelle battaglie come nell’educazione letteraria. Perché sì, il rivoluzionario-riformista con le dita affusolate è un uomo raffinato e quasi da terza via, è il «portavoce colto di insurrezioni essenziali, l’indigeno come realtà e metafora del globalizzato», uno che ha letto Cervantes, Garcia Lorca, Lewis Carroll, Bertolt Brecht, Julio Cortazar, Borges...
E naturalmente Gabo, di cui Marcos s’è sempre dichiarato un figlio. «Se sono qui è anche per colpa tua», disse una volta a Marquez che era andato a incontrarlo, era il marzo del 2001, vigilia della marcia su Città del Messico, primo annuncio di quello che oggi, infine, si compie. «Arrivare al potere e insediarsi come un esercito rivoluzionario sarebbe la cosa peggiore che potesse capitarci», profetizzava allora il comandante, letteralmente anti-leninista. Lui, figlio di maestri, non si sentiva maestro di nessuno, «credere che possiamo parlare per qualcun altro oltre che per noi è solo masturbazione politica». Stava scrivendo cose sue, e il suo tema era Marx, Lenin, Lula, gli indios? No, solo «provare a spiegare noi stessi a partire da noi stessi». E oggi?
Attenti, davanti al rivoluzionario-riformista con le dita affusolate, a fare profezie. Bernard Cassen, agosto 2001, disse «presto Marcos sarà uno di noi, un militante di Attac». Non è ancora successo.
Jacopo Iacoboni




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