Con l´elezione di Giorgio Napolitano, undicesimo presidente della Repubblica, giunge per la prima volta al Quirinale una personalità della sinistra con la tessera dei Ds e la storia politica nel Pci. Da questo punto di vista l´annuncio dato alle 13 e 13 del 10 maggio nell´aula di Montecitorio acquista una precisa valenza storica, termine troppo spesso abusato ma, nella circostanza, adeguato all´evento. La nomina al vertice dello Stato di un «comunista» segna la cessazione definitiva della conventio ad excludendum, cioè di quel patto di esclusione durato sessant´anni e fatto valere troppo spesso nei confronti della più grande forza della sinistra italiana. Dunque, il voto di ieri determina la svolta, ci auguriamo senza ritorno, verso una democrazia compiuta e priva di steccati, a sinistra come a destra. Infine, se a rappresentare l´unità nazionale viene chiamato chi ha combattuto per la Resistenza, per la Repubblica e per la Costituzione, si può ben dire che ne abbia pieno titolo.
Che Giorgio Napolitano sia figura di indubbio spessore politico e istituzionale neppure i più incalliti professionisti dell´anticomunismo (a cominciare da Silvio Berlusconi) potevano negarlo, e infatti non lo hanno negato. L´altro giorno, su queste colonne, Gianfranco Pasquino auspicava che la Casa delle Libertà convergesse sul nome del nuovo presidente della Repubblica, politico equilibrato e mai fazioso, vedendo in lui la migliore garanzia che il Quirinale non verrà utilizzato per fini di parte ma si atterrà esclusivamente al dettato costituzionale. Da questo punto di vista la scheda bianca che l´ex premier ha imposto con la forza ai suoi parlamentari se non cambierà di un millimetro la natura di garanzia della presidenza Napolitano segnala lo stato confusionale che agita le file dell´opposizione. Il cavaliere battuto, che già in queste ore accusa l´Udc di alto tradimento per dei voti mancati a Gianni Letta, dovrà prepararsi molto probabilmente al peggio. Esaurita la tornata elettorale amministrativa del 28 e 29 maggio, e dopo il referendum confermativo sulla devolution del 25 e 26 giugno non è azzardato prevedere a destra una sorta di rompete le righe. Una Lega prevedibilmente sconfitta sulla "sua" riforma riacquisterà la libertà d´azione, come già minacciato più volte dalle parti di via Bellerio. Quanto a Casini, non resterà senza conseguenze il «grave errore politico» rinfacciato a Berlusconi sulla larga intesa da realizzare, e non realizzata intorno al Colle. Il che non vuole dire necessariamente un repentino avvicinamento dei moderati della Cdl al nuovo inquilino di palazzo Chigi, ma l´inizio del distacco da palazzo Grazioli, certamente sì. Questo è il secondo, importante effetto Napolitano.
Tra i difetti attribuiti all´uomo del prossimo settennato ci sarebbe una tendenza a non pronunciarsi e un´eccessiva cautela nelle decisioni difficili. Non si direbbe, a giudicare dal polso dimostrato nella conduzione della Camera dei deputati in anni difficili come quelli di Tangentopoli o da ministro degli Interni del governo Prodi. Quanto ai silenzi, silente Napolitano non lo è stato, per esempio, quando, la scorsa estate, a proposito dell´affare Unipol, ha spiegato con chiarezza quale indispensabile confine deve esserci tra la politica e i giochi della finanza, specie quelli pericolosi. Non sarà, comunque, una presidenza di transizione come qualcuno teme (o spera). Prima di tutto perché in questa legislatura si dovrà per forza porre mano a quella riscrittura condivisa delle regole (cominciando dalla legge elettorale) che è altra cosa rispetto all´immondo pasticcio partorito dai "saggi" della destra nella baita di Lorenzago. Pazienza se Calderoli non è d´accordo ma le istituzioni sono di tutti e non possono essere modificate in base a contingenze politiche o diventare oggetto di patteggiamenti. Un arbitro come Napolitano è la migliore garanzia che non ci saranno strappi o forzature a danno di nessuno.
C´è poi la questione del governo. Malgrado i tanti profeti di sventura, alla prova del fuoco l´Unione si è rivelata tutt´altro che una sbrindellata armata Brancaleone. I tre candidati del centrosinistra (Napolitano, Bertinotti, Marini) siedono come previsto ai vertici delle istituzioni perché la coalizione, malgrado i margini non larghissimi (soprattutto al Senato), è rimasta sostanzialmente compatta. Anche il caso D´Alema sembra riassorbito ed è significativo che dopo aver fatto un passo indietro nella corsa al Quirinale sia stato il presidente ds a scegliere Napolitano per le larghe intese e a mantenere ferma la barra sul senatore a vita. Si tratta ora di assicurare al paese cinque anni di governabilità sicura ed efficace. Non spetta certo al presidente della Repubblica scegliere i ministri o attuare il programma; ma dare indicazioni e consigli, firmare le leggi o rispedirle al mittente, sicuramente sì. Insomma, il nuovo capo dello Stato dirà cose che provenendo da lui i leader del centrosinistra non potranno fare finta di non aver capito. Usciamo da un incubo e vorremmo tutti che l´Italia diventasse finalmente un paese normale, nel senso delle norme elementari della civile convivenza. Farci sentire tutti più tranquilli, ecco il terzo effetto della presidenza Napolitano. E forse il più importante




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l'Unità o Repubblica?
