La prima cosa che Amhed Abdullah, il primo cliente, ha fatto, una volta sedutosi al computer, è stato collegarsi a Google e digitare la parola “Bush”. Non per una particolare simpatia nei confronti del presidente americano, probabilmente, ma per cominciare il suo viaggio nel cyberspazio con quella che, un tempo, era la più proibita delle parole. A Tikrit, città natale di Saddam ed uno dei luoghi nei quali, prevedibilmente, più violenta è la resistenza alla presenza americana, ha aperto in questi giorni il primo Internet Café. O meglio: il primo finalmente libero dalle censure che, in passato, erano state imposte dall’antico regime. E non pochi sono stati i giovani iracheni (tutti maschi) che hanno voluto provare il brivido d’una navigazione completamente libera. Sotto Saddam tutti i siti a contenuto politico o pornografico erano rigorosamente proibiti. Ora tutti i clienti possono invece – con una spesa d’un dollaro all’ora – andare dove vogliono. Unico problema: attorno a quest’isola di cyberlibertà vive un città immersa nella violenza e nella paura. Solo due giorni fa, a poca distanza dall’Internet café, un soldato americano ed il suo interprete sono stati uccisi in un agguato. A Tikrit si può, oggi, assaggiare qualche boccone di libertà. Ma della pace – che d’ogni vera libertà è l’ineludibile condizione - non si vede, ancora, neppure l’ombra.




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