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Roma. Perseguitati, rinchiusi nei Laogai, i campi di lavoro forzato, come dei criminali comuni, colpevoli di riunirsi in preghiera o di stampare Bibbie e altro materiale religioso.
Wenzhou, costa orientale della Cina, la città che ospita la comunità cristiana più numerosa della nazione, oltre 300.000 persone, tanto da esser ribattezzata la “Gerusalemme cinese”. Qui la vita dei credenti che si dichiarano seguaci del Papa cattolico
è un incubo: le autorità non tollerano la mancata adesione alla Chiesa Patriottica, un’istituzione sotto il diretto controllo del
governo comunista.
L’Osservatorio sui diritti umani, con sede a Honk Kong, ha registrato in “1.200 gli edifici religiosi e le abitazioni di cristiani fatte saltare in aria” e secondo le informazioni dell’Agenzia Fides, tra il 1983 e la fine del 2002, la repressione nei confronti dei credenti avrebbe condotto “alla morte di 129 cristiani, a 24.000 arresti arbitrari e a oltre 20.000 casi di sevizie e maltrattamenti”.
L’obbiettivo è sempre lo stesso: ottenere l’abiura e la conversione al credo “governativo”.
I dati si riferiscono alla città di Wenzhou e ad alcune regioni limitrofe (soprattutto la diocesi di Baoding) dove, in passato,
l’ecumenismo cattolico era riuscito a penetrare in maniera assai consistente. Soltanto pochi giorni fa il quotidiano statunitense
Washington Post affrontava il problema del rispetto dei diritti civili e delle libertà religiose in Cina: “Funzionari americani – scriveva – riferivano che nel dicembre scorso il governo di Pechino avrebbe
promesso agli Usa di far entrare nel paese una Commissione per la libertà religiosa.
Ma la visita è stata rinviata alla fine di questo mese dopo le insistenze da parte delle autorità cinesi affinché i funzionari non visitassero Honk Kong dove le chiese stavano organizzando massicce proteste antigovernative”.
E proprio lo status dell’ex colonia britannica, sino a oggi una sorta di enclave democratica all’interno dello Stato cinese, sta diventando fonte di preoccupazioni. Le manifestazioni anticinesi organizzate durante l’estate nascevano, infatti, da un timore
più che fondato: il pericolo di perdere la condizione “Un paese, due sistemi” che ha garantito la sopravvivenza della libertà e
del pluralismo a Honk Kong, anche dopo il passaggio sotto l’autorità di Pechino. Da diversi mesi il governo sta cercando di approvare una legge anti-sovversione che prevede
una serie di misure repressive e liberticide nei confronti delle Chiese clandestine, degli oppositori politici e di altri movimenti
religiosi non allineati al regime.
Il Partito radicale, con un’interrogazione presentata dal deputato europeo Olivier Dupuis, ha sollevato la “questione Honk Kong” davanti alla Commissione dell’Ue. Stessa cosa ha fatto, negli Stati Uniti, la Fondazione cardinal Kung (associazione che si batte per la liberazione dei prigionieri cristiani in Cina) nei confronti della Commissione internazionale per la libertà religiosa.
D’altra parte che la condizione dei cristiani e di altri movimenti non cattolici, invisi al regime cinese, sia gravissima lo dimostrano
alcuni dati forniti proprio dalla Fondazione riguardo al numero di preti e vescovi incarcerati, rinchiusi nei campi di lavoro o spariti nel nulla. Soltanto negli ultimi 3 anni ben 15 prelati sono stati arrestati e spediti nei Laogai, 5 preti sono finiti in carcere, altrettanti messi sotto stretta sorveglianza e 4 addirittura scomparsi.
Quella che ne esce è una drammatica fotografia dell’intolleranza che si respira a Wenzhou, una città dove i cristiani devono aver paura di pregare e si vedono costretti a riunirsi clandestinamente. La Costituzione cinese parla chiaro: la libertà di fede, tutelata soltanto formalmente, deve essere nazionale
e può manifestarsi solo in luoghi sotto il controllo del Partito comunista ateo.
In Cina, nel 2003, la religione viene considerata “materia di educazione patriottica”.
Massimiliano Lenzi
sempre da il Foglio
saluti




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