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Di tutti i delitti di matrice politica che hanno insanguinato il nostro Paese, ve n'è stato uno che è rimasto a lungo nelle coscienze civili e nella memoria storica dell'Italia. E' stato il simbolo, l'icona più significativa della storia del partito socialista. Il deputato Giacomo Matteotti viene prelevato con la forza da sicari davanti la porta di casa e assassinato.
E' il 10 giugno 1924. Undici giorni prima, il politico esponente del PSU, Partito Socialista Unitario, corrente riformista nata dalla costola del PSI, aveva pronunciato un discorso durissimo alla Camera. Le elezioni del maggio del 1924 si erano risolte in un successo per Mussolini, per il partito, per gli alleati del capo del governo, al potere dal 1922.
Nonostante il clima acceso, le intimidazioni, le violenze, i socialisti e i popolari ottengono due milioni di voti, la maggioranza supera i quattro milioni.
L'assegnazione dei seggi avviene con il sistema maggioritario.
Il deputato unitario chiede al parlamento che la tornata elettorale venga invalidata, elencando una lunga serie di abusi commessi durante lo svolgimento del voto.
<Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della libertà popolare - è il commento del politico a chiusura del suo intervento - il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti.
I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente>.
Matteotti ricorda all'assemblea che esiste una milizia armata che <ha questo fondamentale e dichiarato scopo, di sostenere un determinato Capo del Governo, bene indicato e nominato capo del fascismo e non, a differenza dell'esercito, il Capo dello Stato>.
L'accusa più grave per Mussolini da parte di Matteotti è sull'uso personale di questo corpo armato che agisce al di fuori delle regole dello Stato. La milizia <composta di cittadini di un solo Partito (...) ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse>.
Le parole che il deputato rivolge ai compagni di partito alla fine del discorso suonano come un drammatico presentimento. <Ed ora potete anche prepararmi l'orazione funebre>. Arrivano subito all'indirizzo di Matteotti insulti e minacce.
Mussolini scrive sul <Popolo d'Italia> il 1° giugno che la presa di posizione dell'onorevole Matteotti è una mostruosa provocazione e che merita qualcosa di più di una risposta verbale.
Si innesca la spirale di violenza: il 3 giugno alcuni deputati dell'opposizione vengono aggrediti davanti la Camera. Mussolini, il 7 giugno corregge il tiro: rispetta la funzione politica dell'opposizione, non il metodo. Si parla di una nuova maggioranza, più aperta di quella del 1922.
Il 10 giugno tutto precipita: Giacomo Matteotti è scomparso, i sospetti si addensano da subito sui fascisti. Si scoprirà che Matteotti è stato rapito appena uscito da casa da cinque squadristi al comando di Amerigo Dumini.
<Fu gettato in un'automobile - scrive Charles Seton Watson su "L'Italia dal liberalismo al fascismo" edito da Laterza - egli aveva resistito gridando aiuto, ed era stato quindi picchiato selvaggiamente e pugnalato a morte. Il corpo era stato sepolto dopo il tramonto in un bosco a venticinque chilometri da Roma, dove fu scoperto due mesi dopo>.
C'è un gruppo che si occupa degli affari sporchi per il partito. A capo c'è Cesare Rossi, responsabile dell'ufficio stampa del presidente del Consiglio e di Giovanni Marinelli, amministratore del partito fascista. <Dumini era stipendiato dall'ufficio di Rossi - scrive Seton-Watson - ed era stato utlilizzato già per altre imprese precedenti, come le aggressioni a Forni, Misuri e Amendola. L'automobile era stata prestata da Filippo Filippelli, direttore del fascista Corriere italiano.
L'esistenza della banda Dumini era ben nota non soltanto e De Bono, capo della polizia, ma anche a Mussolini. il problema che sconvolse il paese nei sei mesi seguenti fu quello di determinare in quale misura il governo fosse responsabile dell'assassinio>.
Sono mesi di crisi e di sconcerto, per l'opinione pubblica, per il mondo politico. Mussolini è isolato, prende tempo. Il 12 giugno, alla Camera, a due giorni dal rapimento del deputato, Mussolini è reticente, evasivo.
Ma il caso vuole che si dispieghi il bandolo della matassa che porterà dritto nel cuore degli ambienti fascisti della Capitale: un testimone oculare ha visto un'auto davanti il portone di casa di Matteotti sfrecciare via e ha annotato la targa.
La polizia è ora in possesso di un indizio pesante come un macigno.
Il 13 giugno il capo del governo parla di una diabolica macchinazione contro la sua persona. Ma incalzato dagli eventi, pochi giorni dopo - si dice anche su pressioni di esponenti del suo stesso partito - Mussolini ordina a De Bono, a Cesare Rossi e Aldo Finzi, sottosegretario all'Interno, di rassegnare le dimissioni.
A fine giugno, Rossi, Marinelli, Flilippelli, Dumini e altri tre sospetti vengono arrestati. Per ingraziarsi le correnti non fasciste che appoggiano il governo, Mussolini nomina Federzoni ministro dell'Interno. Il 13 giugno è da ricordare anche per un altro accadimento: liberaldemocratici, popolari, i due partiti socialisti, i repubblicani e i comunisti decidono di astenersi dai lavori parlamentari.
I dubbi sul caso Matteotti sono gravi, si aspetta che sul rapimento del deputato si faccia piena luce. Nasce così la secessione dell'Aventino che si rivelerà un bel gesto politico dall'alto contenuto etico, ma di nessuna utilità.
Pochi giorni dopo l'arresto, il gruppo di Cesare Rossi rompe la consegna del silenzio. Finzi, Rossi, Filippelli, "scaricati" dal mandante dell'omicidio, fanno circolare dossier nei quali si puntava il dito contro il capo del governo.
Come ricorda lo storico Seton Watson, <Mussolini aveva approvato e spesso ordinato direttamente i delitti perpetrati da quella organizzazione.
Questi memoriali giunsero nelle mani dell'opposizione e furono comunicati al re
Vittorio Emanuele si trincera ancora una volta dietro il paravento delle garanzie costituzionali, delle quali si considera garante imparziale.
Il governo deve essere messo in minoranza in parlamento, è il senso del suo intervento, <Gli aventiniani hanno torto ad aver abbandonato la sede istituzionale
[b]Il principale fautore della protesta dell'opposizione, Giovanni Amendola - spiega il figlio Giorgio su Intervista sull'antifascismo edito da Laterza - ha una strategia ben chiara da adottare per far cadere il governo Mussolini. <Il piano consisteva nella pubblicazione dei memoriali che dimostrassero la responsabilità di Mussolini, nel ritiro dei liberali dal governo - i liberali erano entrati nella maggioranza dopo il delitto Matteotti - e nell'intervento del re per chiedere a Mussolini le dimissioni>.
Il piano, dicevamo, viene portato a termine dal suo ideatore: sul <Mondo> del 27 dicembre, Amendola fa pubblicare il documento con il quale Cesare Rossi accusa personalmente e direttamente Mussolini responsabile di tutte le azioni squadristiche condotte contro gli avversari del suo governo. Ma come nel '22, il re non interviene, la secessione si inaridisce, il presidente del consiglio getta la maschera.
Per lo storico Renzo De Felice arriva il momento del <mezzo colpo di stato>.
Mussolini si serve di nuovo delle istituzioni forti del paese per eliminare una volta per tutte gli avversari, grazie all'appoggio sostanziale dell'esercito e di Casa Savoia.
Ma ad essere imbrigliata da questo momento non è solo la libertà di espressione democratica, ma lo è anche l'ala rivoluzionaria del fascismo che non fa più gioco agli interessi di Mussolini - come ricorda De Felice - e che invece ha da trarre vantaggio nella "normalizzazione" del processo politico .
<L'Italia signori - proclama il capo del governo - vuole la pace, vuola la tranquillità, vuole la calma laboriosa>. I partiti si spengono a poco a poco e alla fine del 1926, sono definitivamente banditi dalla politica nazionale. Si apre così un nuovo capitolo, quello del regime.




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