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Discussione: il delitto Matteotti

  1. #1
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    -L'Italia non è un paese povero è un povero paese(C.de Gaulle)
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    Predefinito il delitto Matteotti e Mussolini

    http://www.pageonline.it/pageonline/...matteotti.html

    Di tutti i delitti di matrice politica che hanno insanguinato il nostro Paese, ve n'è stato uno che è rimasto a lungo nelle coscienze civili e nella memoria storica dell'Italia. E' stato il simbolo, l'icona più significativa della storia del partito socialista. Il deputato Giacomo Matteotti viene prelevato con la forza da sicari davanti la porta di casa e assassinato.
    E' il 10 giugno 1924. Undici giorni prima, il politico esponente del PSU, Partito Socialista Unitario, corrente riformista nata dalla costola del PSI, aveva pronunciato un discorso durissimo alla Camera. Le elezioni del maggio del 1924 si erano risolte in un successo per Mussolini, per il partito, per gli alleati del capo del governo, al potere dal 1922.
    Nonostante il clima acceso, le intimidazioni, le violenze, i socialisti e i popolari ottengono due milioni di voti, la maggioranza supera i quattro milioni.
    L'assegnazione dei seggi avviene con il sistema maggioritario.


    Il deputato unitario chiede al parlamento che la tornata elettorale venga invalidata, elencando una lunga serie di abusi commessi durante lo svolgimento del voto.
    <Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della libertà popolare - è il commento del politico a chiusura del suo intervento - il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti.
    I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente>.
    Matteotti ricorda all'assemblea che esiste una milizia armata che <ha questo fondamentale e dichiarato scopo, di sostenere un determinato Capo del Governo, bene indicato e nominato capo del fascismo e non, a differenza dell'esercito, il Capo dello Stato>.
    L'accusa più grave per Mussolini da parte di Matteotti è sull'uso personale di questo corpo armato che agisce al di fuori delle regole dello Stato. La milizia <composta di cittadini di un solo Partito (...) ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse>.
    Le parole che il deputato rivolge ai compagni di partito alla fine del discorso suonano come un drammatico presentimento. <Ed ora potete anche prepararmi l'orazione funebre>. Arrivano subito all'indirizzo di Matteotti insulti e minacce.


    Mussolini scrive sul <Popolo d'Italia> il 1° giugno che la presa di posizione dell'onorevole Matteotti è una mostruosa provocazione e che merita qualcosa di più di una risposta verbale.
    Si innesca la spirale di violenza: il 3 giugno alcuni deputati dell'opposizione vengono aggrediti davanti la Camera. Mussolini, il 7 giugno corregge il tiro: rispetta la funzione politica dell'opposizione, non il metodo. Si parla di una nuova maggioranza, più aperta di quella del 1922.
    Il 10 giugno tutto precipita: Giacomo Matteotti è scomparso, i sospetti si addensano da subito sui fascisti. Si scoprirà che Matteotti è stato rapito appena uscito da casa da cinque squadristi al comando di Amerigo Dumini.
    <Fu gettato in un'automobile - scrive Charles Seton Watson su "L'Italia dal liberalismo al fascismo" edito da Laterza - egli aveva resistito gridando aiuto, ed era stato quindi picchiato selvaggiamente e pugnalato a morte. Il corpo era stato sepolto dopo il tramonto in un bosco a venticinque chilometri da Roma, dove fu scoperto due mesi dopo>.
    C'è un gruppo che si occupa degli affari sporchi per il partito. A capo c'è Cesare Rossi, responsabile dell'ufficio stampa del presidente del Consiglio e di Giovanni Marinelli, amministratore del partito fascista. <Dumini era stipendiato dall'ufficio di Rossi - scrive Seton-Watson - ed era stato utlilizzato già per altre imprese precedenti, come le aggressioni a Forni, Misuri e Amendola. L'automobile era stata prestata da Filippo Filippelli, direttore del fascista Corriere italiano.


    L'esistenza della banda Dumini era ben nota non soltanto e De Bono, capo della polizia, ma anche a Mussolini. il problema che sconvolse il paese nei sei mesi seguenti fu quello di determinare in quale misura il governo fosse responsabile dell'assassinio>.
    Sono mesi di crisi e di sconcerto, per l'opinione pubblica, per il mondo politico. Mussolini è isolato, prende tempo. Il 12 giugno, alla Camera, a due giorni dal rapimento del deputato, Mussolini è reticente, evasivo.
    Ma il caso vuole che si dispieghi il bandolo della matassa che porterà dritto nel cuore degli ambienti fascisti della Capitale: un testimone oculare ha visto un'auto davanti il portone di casa di Matteotti sfrecciare via e ha annotato la targa.
    La polizia è ora in possesso di un indizio pesante come un macigno.
    Il 13 giugno il capo del governo parla di una diabolica macchinazione contro la sua persona. Ma incalzato dagli eventi, pochi giorni dopo - si dice anche su pressioni di esponenti del suo stesso partito - Mussolini ordina a De Bono, a Cesare Rossi e Aldo Finzi, sottosegretario all'Interno, di rassegnare le dimissioni.

    A fine giugno, Rossi, Marinelli, Flilippelli, Dumini e altri tre sospetti vengono arrestati. Per ingraziarsi le correnti non fasciste che appoggiano il governo, Mussolini nomina Federzoni ministro dell'Interno. Il 13 giugno è da ricordare anche per un altro accadimento: liberaldemocratici, popolari, i due partiti socialisti, i repubblicani e i comunisti decidono di astenersi dai lavori parlamentari.
    I dubbi sul caso Matteotti sono gravi, si aspetta che sul rapimento del deputato si faccia piena luce. Nasce così la secessione dell'Aventino che si rivelerà un bel gesto politico dall'alto contenuto etico, ma di nessuna utilità.

    Pochi giorni dopo l'arresto, il gruppo di Cesare Rossi rompe la consegna del silenzio. Finzi, Rossi, Filippelli, "scaricati" dal mandante dell'omicidio, fanno circolare dossier nei quali si puntava il dito contro il capo del governo.
    Come ricorda lo storico Seton Watson, <Mussolini aveva approvato e spesso ordinato direttamente i delitti perpetrati da quella organizzazione.
    Questi memoriali giunsero nelle mani dell'opposizione e furono comunicati al re


    Vittorio Emanuele si trincera ancora una volta dietro il paravento delle garanzie costituzionali, delle quali si considera garante imparziale.
    Il governo deve essere messo in minoranza in parlamento, è il senso del suo intervento, <Gli aventiniani hanno torto ad aver abbandonato la sede istituzionale
    [b]Il principale fautore della protesta dell'opposizione, Giovanni Amendola - spiega il figlio Giorgio su Intervista sull'antifascismo edito da Laterza - ha una strategia ben chiara da adottare per far cadere il governo Mussolini. <Il piano consisteva nella pubblicazione dei memoriali che dimostrassero la responsabilità di Mussolini, nel ritiro dei liberali dal governo - i liberali erano entrati nella maggioranza dopo il delitto Matteotti - e nell'intervento del re per chiedere a Mussolini le dimissioni>.
    Il piano, dicevamo, viene portato a termine dal suo ideatore: sul <Mondo> del 27 dicembre, Amendola fa pubblicare il documento con il quale Cesare Rossi accusa personalmente e direttamente Mussolini responsabile di tutte le azioni squadristiche condotte contro gli avversari del suo governo. Ma come nel '22, il re non interviene, la secessione si inaridisce, il presidente del consiglio getta la maschera.
    Per lo storico Renzo De Felice arriva il momento del <mezzo colpo di stato>.
    Mussolini si serve di nuovo delle istituzioni forti del paese per eliminare una volta per tutte gli avversari, grazie all'appoggio sostanziale dell'esercito e di Casa Savoia.
    Ma ad essere imbrigliata da questo momento non è solo la libertà di espressione democratica, ma lo è anche l'ala rivoluzionaria del fascismo che non fa più gioco agli interessi di Mussolini - come ricorda De Felice - e che invece ha da trarre vantaggio nella "normalizzazione" del processo politico .
    <L'Italia signori - proclama il capo del governo - vuole la pace, vuola la tranquillità, vuole la calma laboriosa>. I partiti si spengono a poco a poco e alla fine del 1926, sono definitivamente banditi dalla politica nazionale. Si apre così un nuovo capitolo, quello del regime.

  2. #2
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    Predefinito L'elemento di identificazione del cadavere

    I quesiti sottoposti da magistrati ai periti sono 10

    -Al primo: se il cadavere sia intero, i periti prof. Massari e Bellucci hanno risposto che lo scheletro è completo e manca soltanto di alcune falangi delle mani.

    -Al secondo: quale sia il sesso, l'età e la statura del cadavere, i periti hanno risposto che il sesso è maschile, l'età si aggira sui 40 anni e la statura è di metri uno e settantuno cent.
    A questo quesito segue una dettagliata relazione illustrativa con allegate fotografie delle parti del basso ventre, per dimostare la identificazione del sesso e la esistenza di qualche membrana dello scroto.
    Con un'altra relazione si arriva alla conclusione che si è riconosciuto il teschio dell'on.Matteotti e che conseguente anche il tronco appartiene alla povera vittima.

    -Al terzo quesito: quale sia stata la causa della morte e a quanto tempo rimonta, i periti hanno dichiarato che la causa della morte va ricercata in uno o più colpi di arma da taglio inferti nella parte superiore del torace della povera vittima. Nessun dubbio quindi che l'on.Matteotti sia stato pugnalato al cuore cadendo così la leggenda fatta artifiziosamente circolare che la morte fosse stata provocata da emottisi o strangolamento.

    -Al quarto quesito: quale sia la natura e la causa della soluzione di continuo riscontrata in corrispondenza alla regione publica nei tessuti molli, nonchè quale sia la natura e le cause della soluzione del margine e del lembo cutaneo della regione inguinoperineale, i periti hanno risposto che che tutte le soluzioni di continuo riscontrate nel cadavere debbono attribuirsi al processo di decomposizione per putrefazione e non ad altre cause.

    -Al quinto quesito: se la vittima trovò la morte nel luogo in cui fu interrata o se ivi trasportata cadavere, i periti hanno esplicitamente affermato che l'on. Matteotti fu ucciso nell'automobile, dove il cadavere rimase almeno un'ora.

    -Alla sesta domanda su la inumazione nella fossa della Quartarella avvenne subito dopo la morte o a poca distanza da essa o a molti giorni di distanza dalla morte stessa, tenendo conto di tutti i dati cadaverici e dela perizia che sarà per farsi sul terreno e della quale verrà loro data comunicazione, i periti hanno risposto che si può presumere che il cadavere venne inumato nella fossa della Quartarella la sera del delitto o qualche giorno dopo escludendo che vi potesse essere stato deposto molto tempo dopo.
    A questa risposta i periti sono giunti servendosi della perizia chimica e di quella entomologica, mettendo in rielievo che il cadavere potè essere interrato qualche giorno dopo il delitto.

    -Al settimo: Se vi siano elementi per affermare o escludere che l'individuo abbia subito delle mutilazioni in vita o dopo morto, i periti hanno dichiarato che che essi non hanno riscontrato elementi in proposito.

    -All'ottava: se data la capacità della fossa della fossa e la posizione in cui il cadavere fu trovato, si debba ritenere che il cadavere vi sia stato collcato a viva forza o con mutilazioni o altri adattamenti, i periti hanno escluso che che vi siano state mutilazioni affermando invece che il cadavere venne rinchiuso nella macabra fossa a viva forza mediante compressione eschiacciamenti.

    -Al nono: se le ossa rinvenute sulla piazza e le altre emergenti dalla fossa come dal verbale del 16 agosto, abbiamo tracce di animali, i periti hanno risposto che nelle dette ossa si riscontrano tracce di morsi di animali.

    -Al decisivo ed ultimo quesito: se la lima rinvenuta nella fossa presenti tracce di sangue o altri elementi, dai quali si possa dedurre che di essa si sia fatto uso per colpire il cadavere, i periti hanno risposto che debba escludersi che la lima sia servita agli assassini come mezzo per procurare la morte al deputato unitario. L'on. Matteotti fu ucciso a colpi di pugnale.

  3. #3
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    Predefinito L'elemento di identificazione del cadavere 2

    Il < Popolo > da questi risultati trae delle evidenti contraddizioni, nelle quali i periti sarebbero incorsi:

    1. L'elemento per la identificazione del cadavere sarebbe stata la statura. Ora non bisogna dimenticare che in un primo tempo i proff. Bellucci e Massari, affermarono che il cadavere misurava metri 1,66 mentre il povero Matteotti era alto m.1,71.

    A questa obbiezione da loro stessi mossasi, i periti avrebbero risposto ora affermando che la prima fu una versione affrettata stabilita in base alla misurazione delle sole ossa lunghe degli arti superiori, mentre la seconda è la versione esatta perché stabilita in base alla misurazione delle ossa lunghe, misurazione che rivelò uno sviluppo maggiore in lunghezza degli arti inferiori rispetto al tronco e agli arti superiori.

    Circa i segni di una pregressa frattura che i periti riscontrarono su una su una costola dell'assassinato, che come fu accennato non aveva avuto mai frattura alcuna nelle ossa toraciche, essa non viene più riscontrata nella perizia conclusiva che d'altronde la definisce <ingrossamento dovuto al rachitismo sofferto dall'on. Matteotti>.

    <E' noto - argomenta il < Il Popolo > - che il rachitismo produce in generale delle deviazioni o altri raccorciamenti delle ossa lunghe specie degli arti inferiori.

    <Ma nel cadavere della Quartarella invece gli arti inferiori sarebbero più lunghi rispetto al tronco e agli arti inferiori. Come può reggersi allora questa affermazione di un pregresso rachitismo ammesso per spiegare l'ingrossamento costale?

    I periti non possono aver concepito e sottoscritto tale inesattezza. Riferendosi alle parti molli esistenti nel bacino, che permisero l'identificazione del sesso, il giornale rileva che il processo di putrefazione era troppo avanzato per poter ammettere che il cadavere della Quartarella fosse un cadavere sepolto da due mesi.

    I periti avrebbero detto che il fatto è spiegato con la poca profondità in cui era seppellito il cadavere e con la fauna cadaverica la quale prese il sopravvento cioè le larve speciali (diofile) che rapidamente portarono alla distruzione delle parti molli e delle parti cartilaginose, spiegando così anche il distacco del capo dal tronco.

    Ma allora si domanda: Come si può spiegare un processo (...) che distrugge le cartilagini e lasci libere le parti molli del bacino?

    O quelle diofile, come le famosissime volpi, erano ammaestrate o le indiscrezioni fatte in proposito sulla perizia non corrispondono a verità. Vi è poi un punto oscuro che costringe a una gravissima conclusione: la testa.

    <Le diofile sono state così feroci nel loro attacco che la testa fu staccata dal busto? Possibilissimo. Ma la testa fu trovata a una certa distanza dal tronco e coperta di terra. Chi fece questo? Le diofile?

  4. #4
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    Predefinito Esiste la seconda banda

    Qui il giornale rileva che quest'ultima circostanza, accoppiata a quelle di ritrovamento della giacca nel deposito del chiavicotto come ha concluso la relativa perizia, solo alcuni giorni prima che fosse ritrovata, conferma la certezza dell'esistenza della seconda banda custode di quel cadavere. Risorge così il misterio del Camposanto di Monterotondo.
    Ricorderete come i giornali si siano occupati della scomparsa di da quel cimitero della salma di un certo Bartolomeo Bartolini, detto Leo il lampionario. Di tale sparizione, che fu messa in rapporto con la scoperta della Quartarella, non è stata data nessuna spiegazione convincente.
    C'è relazione tra il mistero del cimitero di Monterotondo e quello non meno cupo della Quartarella? - si domanda < Il Popolo >. E pubblica una testimonianza gravissima resa alla Procura del Re di Roma dalla quale risulta che il giorno 11 giugno e cioè il giorno dopo l'assassinio dell'on. Matteotti, un'automobile grande verniciata di scuro si fermò all'ingresso del paese di Monterotondo.
    Gli individui che viaggiavano in quella macchina non scesero ma si fecero chiamare alcuni noti fascisti del luogo con i quali parlarono concitatamente a bassa voce e per pochi minuti. Dopo di che l'auto ripartì.
    Come accade sempre in certe circostanze dopo qualche tempo si venne a conoscere lo scopo della visita di quei signori e si seppe che costoro avevano chiesto a due fascisti locali di trovar loro a ogni costo un cadavere.
    La deposizione potrebbe sembrare il parto di una fantasia esaltata se a renderla attendibile non intervenisse l'opera non eccessivamente corretta di un magistrato.
    Infatti il pubblico ministero che aveva raccolto questa grave testimonianza la invio come era suo dovere alla procura generale la quale aveva una unica strada aperta davanti a sé, di rinviare a sua volta la testimonianza alla sezione di accusa.
    Invece la procura generale, con un procedimento che chiameremo inqualificabile, la ritornò nuovamente alla procura del Re. E' chiaro quale importanza avrebbe avuto la testimonianza portata davanti alla sezione di accusa dove l'istruttoria di un processo era strettamente connnessa al contenuto di tale testimonianza.
    La sezione di accusa - osserva < Il Popolo > - poteva trarre dell'importante denunzia prove, argomenti, informazioni, che la procura del Re non poteva mai trarre soprattutto perchè non ha alcun interesse, nè alcun motivo di trarli. E copnclude il giornale:
    < Il cadavere di < Leo il lampionario >ci interessa oggi tanto quanto quello dell'on. Matteotti. Vere o no le conclusioni della perizia necroscopica, un cadavere, è certo, non ha pace nella sua tomba. Quando e come, la colpa è di certo dei fascisti. Il < Mondo > in merito alle conclusioni peritali rilevando che si tratta di un atto di istruttoria segreta sul quale le indiscrezioni fatte non danno affidamento di verità, scrive:
    < Non riteniamo di potere attribuire una grande importanza ai risultati di questa perizia che pure essendo stata condotta con abnegazione e diligenza dai dottori Massari e Bellucci, costituisce sempre un documento basato su indizi e induzioni. In pochi casi come questo, le indagini hanno urtato contro ostacoli quasi insormontabili.
    Sembra che la malvagità degli uomini o del caso si sia accanita nell'addensare un abisso di ombre su questo delitto, facendo sì che nulla di probante potessero dire gli uomini della scienza sui miseri resti spolpati, corrosi, e perfino disgiunti l'uno dall'altro dal cadavere.
    E mentre nuovi elementi di fatto affiorano dalla cronaca del delitto, non ci pare che si abbia ad attribuire una grande attendibilità a una perizia che ha trovato gli ostacoli principali nella sapienza con la quale l'occultamento delle prove specifiche del delitto fu disposto in modo che il cadavere della Quartarella non avesse adosso nemmeno un lembo degli indumenti personali dell'on. Matteotti.
    Di contro le affermazioni di oggi, non vogliamo però lo sconforto dei proff. Massari e Bellucci all'uscita del piccolo cimitero di Riano per essersi trovati non già dinanzi ad un cadavere ma a uno scheletro che solo con fatica fu possibile ricomporre.

  5. #5
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    DISCORSO DEL 3 GENNAIO 1925


    Signori!
    Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare.
    Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure attraverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa Aula il 16 novembre.
    Un discorso di siffatto genere può condurre, ma può anche non condurre ad un voto politico.
    Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi. (a Bene!").
    L'articolo 47 dello Statuto dice:
    "La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all'Alta corte di giustizia".
    Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c'è qualcuno che si voglia valere dell'articolo 47. (vivissimi prolungati applausi. Moltissimi deputati sorgono in piedi. Grida di: "viva Mussolini!". Applausi anche dalle tribune).
    Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta.
    Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell'avvenire. (Approvazioni; commenti).

    Sono io, o signori, che levo in quest'Aula l'accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo! Veramente c'è stata una Ceka in Russia, che ha giustiziato senza processo, dalle centocinquanta alle centosessantamila persone, secondo statistiche quasi ufficiali. C'è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutta la classe borghese e sui membri singoli della borghesia. Una Ceka, che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione.
    Ma la Ceka italiana non è mai esistita.
    Nessuno mi ha negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro. (vivissimi, prolungati applausi).
    Se io avessi fondato una Ceka, l'avrei fondata seguendo i criteri che ho sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere espulsa dalla storia. Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca. (Approvazioni).
    Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti, incomposti, stupidi. (a Benissimo! ").
    Ma potete proprio pensare che nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, io potessi ordinare un'aggressione alle l0 del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è stato f orse il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato in due anni di Governo? (Approvazioni). Risparmiatemi di pensarmi così cretino. (vivissimi applausi).
    E avrei ordito con la stessa intelligenza le aggressioni minori di Misuri e di Forni?


    Voi ricordate certamente il discorso del I° giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche, quando in questa Aula la minoranza e la maggioranza si scontravano quotidianamente, tantochè qualcuno disperava di riuscire a stabilire i termini necessari di una convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera.
    Discorsi irritanti da una parte e dall'altra. Finalmente, il 6 giugno, l'onorevole Delcroix squarciò, col suo discorso lirico, pieno di vita e forte di passione, l'atmosfera carica, temporalesca.
    All'indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente l'atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare il fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista.
    Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta. (Approvazioni).
    E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si aperse il mercoledì successivo in un'atmosfera idilliaca, da salotto quasi (approvazioni), come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa crarerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi? (vivi applausi).
    Che cosa dovevo fare? Dei cervellini di grillo pretendevano da me in quella occasione gesti di cinismo, che io non sentivo di fare perché repugnavano al profondo della mia coscienza. (Approvazioni). Oppure dei gesti di forza? Di quale forza? Contro chi? Per quale scopo?
    Quando io penso a questi signori, mi ricordo degli strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo in trincea, facevano la strategia con gli spillini sulla carta geografica. (Approvazioni). Ma quando poi si tratta di casi al concreto, al posto di comando e di responsabilità si vedono le cose sotto un altro raggio e sotto un aspetto diverso. (Approvazioni).
    Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi. Ho liquidato in dodici ore una rivolta di Guardie regie, ho liquidato in pochi giorni una insidiosa sedizione, in quarantott'ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù. (vivissime approvazioni).
    Questi gesti di energia, e quest'ultimo, che stupiva persino uno dei più grandi generali di una nazione amica, stanno a dimostrare che non è l'energia che fa difetto al mio spirito.
    Pena di morte? Ma qui si scherza, signori. Prima di tutto, bisognerà introdurla nel Codice penale, la pena di morte; e poi, comunque, la pena di morte non può essere la rappresaglia di un Governo. Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita di un cittadino! (vivissime approvazioni).
    Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: "voglio che ci sia la pace per il popolo italiano"; e volevo stabilire la normalità della vita politica.
    Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria. (vive approvazioni). Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. (Applausi vivissimi e prolungati). Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! (Approvazioni). Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva.
    E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna. (Approvazioni).
    E intanto c'è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno vuol vendicare l'ucciso e spara su uno dei nostri migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca. (Applausi vivissimi e prolungati. Tutti i deputati sorgono in piedi).
    Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità. Reprimo l' illegalismo.
    Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti! (Commenti). Non è menzogna il fatto che si sia riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissata e si siano discussi non meno regolarmente tutti i bilanci, non è menzogna il giuramento della Milizia, e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di Zona.
    Finalmente viene dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la domanda di autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni dell'onorevole Giunta.
    La Camera scatta; io comprendo il senso di questa rivolta; pure, dopo quarantott'ore, io piego ancora una volta, giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa Assemblea riottosa e riluttante e dico: siano accettate le dimissioni. Si accettano. Non basta ancora; compio un ultimo gesto normalizzatore: il progetto della riforma elettorale.

    A tutto questo, come si risponde? Si. risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia. (vive approvazioni).
    Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. (Vivissimi e reiterati applausi. Molte voci: "Tutti con voi! Tutti con voi!").
    Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! (Applausi). Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! (Vivissimi applausi. Molte voci: "Tutti con voi!").
    Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.


    In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandavano: c'è un Governo? (Approvazioni). Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno una anche come Governo? (Approvazioni).
    Io ho voluto deliberatamente che le cose giungessero a quel determinato punto estremo, e, ricco della mia esperienza di vita, in questi sei mesi ho saggiato il Partito; e, come per sentire la tempra di certi metalli bisogna battere con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini, ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento, quando il vento è infido, scantonano per la tangente. (vivissimi applausi).
    Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione. Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! (Approvazioni). Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma!
    Ed era colma perché? Perché la spedizione dell'Aventino ha sfondo repubblicano! (Vivi applausi; grida di: "viva il re"; i ministri e i deputati sorgono in piedi; vivissimi, generali, prolungati applausi, cui si associano le tribune). Questa sedizione dell' Aventino ha avuto delle conseguenze perché oggi in Italia, chi è fascista, rischia ancora la vita! E nei soli due mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere ridotta un'ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di settantatre anni, è stato ucciso e gettato da un muraglione.
    Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi, incendi nelle Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a Firenze.
    Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento, perché è necessario di documentare, attraverso i giornali, i giornali di ieri e di oggi: un caposquadra della
    Milizia ferito gravemente da sovversivi a Genzano; un tentativo di assalto alla sede del Fascio a Tarquinia; un fascista ferito da sovversivi a Verona; un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona; fascisti feriti da sovversivi a Forlì; imboscata comunista a San Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera rossa e aggrediscono i fascisti a Monzambano.
    Nei soli tre giorni di questo gennaio l925, e in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra: cinquanta sovversivi armati di fucili scorrazzano in paese cantando Bandiera rossa e fanno esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista è ferito; a Crespano, la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate; un capomanipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di Venezia; fascisti aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri fascisti aggrediti da sovversivi.
    Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché questo è un sintomo: il diretto l92 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno di Livenza, un capomanipolo assalito e percosso.

    Voi vedete da questa situazione che la sedizione, dell'Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese. Allora viene il momento in cui si dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza. (vive approvazioni. vivi applausi. Commenti).
    Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai.
    Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo, Governo e Partito, sono in piena efficienza.
    Signori!
    Vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell'energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. (vivissimi applausi).
    Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell'Aventino. (vivissimi, prolungati applausi). L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa.
    Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. (Vive approvazioni).
    Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area. (vivissimi e prolungati applausi. Commenti). Tutti sappiamo che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria.


    (vivissimi, prolungati e reiterati applausi. Grida ripetute di: " Viva Mussolini! ". Gli onorevoli ministri e moltissimi deputati si congratulano con l'onorevole Presidente del Consiglio. La seduta è sospesa).

  6. #6
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    Predefinito Discorso del il 16 novembre 1922

    Discorso pronunciato il 16 novembre 1922 alla camera, è il primo giorno di Mussolini come Capo del Governo.

    Signori, quello che io compio oggi, in questa Aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza. Da molti, anzi da troppi anni, le crisi di Governo erano poste e risolte dalla Camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata come un assalto, ed il Ministero rappresentato da una traballante diligenza postale.
    Ora è accaduto per la seconda volta, nel volgere di un decennio, che il popolo italiano - nella sua parte migliore - ha scavalcato un Ministero e si è dato un Governo al di fuori, al disopra e contro ogni designazione del Parlamento. Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l'ottobre del 1922. Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perché ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle «camicie nere», inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della Nazione. Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria. Con 300 mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.

    Gli avversari sono rimasti nei loro rifugi: ne sono tranquillamente usciti, ed hanno ottenuto la libera circolazione: del che approfittano già per risputare veleno e tendere agguati come a Carate, a Bergamo, a Udine, a Muggia. Ho costituito un Governo di coalizione e non già coll'intento di avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a meno, ma per raccogliere in aiuto della Nazione boccheggiante quanti, al di sopra delle sfumature dei partiti, la stessa Nazione vogliono salvare. Ringrazio dal profondo del cuore i miei collaboratori, ministri e sottosegretari: ringrazio i miei colleghi di Governo, che hanno voluto assumere con me le pesanti responsabilità di questa ora: e non posso non ricordare con simpatia l'atteggiamento delle masse lavoratrici italiane che hanno confortato il moto fascista colla loro attiva o passiva solidarietà. Credo anche di interpretare il pensiero di tutta questa Assemblea e certamente della maggioranza del popolo italiano, tributando un caldo omaggio al Sovrano, il quale si è rifiutato ai tentativi inutilmente reazionari dell'ultima ora, ha evitato la guerra civile e permesso di immettere nelle stracche arterie dello Stato parlamentare la nuova impetuosa corrente fascista uscita dalla guerra ed esaltata dalla vittoria.

    Prima di giungere a questo posto, da ogni parte ci chiedevano un programma. Non sono ahimè i programmi che difettano in Italia: sibbene gli nomini e la volontà di applicare i programmi. Tutti i problemi della vita italiana, tutti dico, sono già stati risolti sulla carta: ma è mancata la volontà di tradurli nei fatti. Il Governo rappresenta, oggi, questa ferma e decisa volontà.

    La politica estera è quella che, specie in questo momento, più particolarmente ci occupa e preoccupa. Ne parlo subito, perché credo, con quello che dirò, di dissipare molte apprensioni. Non tratterò tutti gli argomenti, perché, anche in questo campo, preferisco l'azione alle parole. Gli orientamenti fondamentali della nostra politica estera sono i seguenti: i trattati di pace, buoni o cattivi che siano, una volta che sono stati firmati e ratificati, vanno eseguiti.

    Per ciò che riguarda precisamente l'Italia noi intendiamo di seguire una politica di dignità e di utilità nazionale.

    Non possiamo permetterci il lusso di una politica di altruismo insensato o di dedizione completa ai disegni altrui. Do ut des. L'Italia di oggi conta, e deve adeguatamente contare. Lo si incomincia a riconoscere anche oltre i confini. Non abbiamo il cattivo gusto di esagerare la nostra potenza, ma non vogliamo nemmeno, per eccessiva ed inutile modestia, diminuirla. La mia formula è semplice: niente per niente. Chi vuole avere da noi prove concrete di amicizia, tali prove di concreta amicizia ci dia. L'Italia fascista, come non intende stracciare i trattati, così per molte ragioni di ordine politico, economico e morale non intende abbandonare gli Alleati di guerra. Roma sta in linea con Parigi e Londra, ma l'Italia deve imporsi e deve porre agli Alleati quel coraggioso e severo esame di coscienza che essi non hanno affrontato dall'armistizio ad oggi.

    Si tratta insomma di uscire dal semplice terreno dell'espediente diplomatico, che si rinnova e si ripete ad ogni conferenza, per entrare in quello dei fatti storici, sul terreno cioè in cui è possibile determinare in un senso o nell'altro un corso degli avvenimenti. Una politica estera come la nostra, una politica di utilità nazionale, una politica di rispetto ai trattati, una politica di equa chiarificazione della posizione dell'Italia nell'Intesa, non può essere gabellata come una politica avventurosa o imperialista nel senso volgare della parola. Noi vogliamo seguire una politica di pace: non però una politica di suicidio.

    Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole economia, lavoro, disciplina. Il problema finanziario è fondamentale: bisogna arrivare colla maggiore celerità possibile al pareggio del bilancio statale. Regime della lesina: utilizzazione intelligente delle spese: aiuto a tutte le forze produttive della Nazione.

    Chi dice lavoro, dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzino con quelli della produzione e della Nazione. Il proletariato che lavora, e della cui sorte ci preoccupiamo, ma senza colpevoli demagogiche indulgenze non ha nulla da temere e nulla da perdere, ma certamente tutto da guadagnare da una politica finanziaria che salvi il bilancio dello Stato ed eviti quella bancarotta che si farebbe sentire in disastroso modo specialmente sulle classi più umili della popolazione. La nostra politica emigratoria deve svincolarsi da un eccessivo paternalismo, ma il cittadino italiano che emigra sappia che sarà saldamente tutelato dai rappresentanti della Nazione all'estero. L'aumento del prestigio di una Nazione nel mondo è proporzionato alla disciplina di cui dà prova all'interno. Non vi è dubbio che la situazione all'interno è migliorata, ma non ancora come vorrei. Non intendo cullarmi nei facili ottimismi. Non amo Pangloss. Le grandi città ed in genere tutte le città sono tranquille: gli episodi di violenza sono sporadici e periferici, ma dovranno finire. I cittadini, a qualunque partito siano iscritti, potranno circolare: tutte le fedi religiose saranno rispettate, con particolare riguardo a quella dominante che è il Cattolicismo: le libertà statutarie non saranno vulnerate: la legge sarà fatta rispettare a qualunque costo.

    Lo Stato è forte e dimostrerà la sua forza contro tutti, anche contro l'eventuale illegalismo fascista, poiché sarebbe un illegalismo incosciente ed impuro che non avrebbe più alcuna giustificazione. Debbo però aggiungere che la quasi totalità dei fascisti ha aderito perfettamente al nuovo ordine di cose. Lo Stato non intende abdicare davanti a chicchessia. Chiunque si erga contro lo Stato sarà punito. Questo esplicito richiamo va a tutti i cittadini, ed io so che deve suonare particolarmente gradito alle orecchie dei fascisti, i quali hanno lottato e vinto per avere uno Stato che si imponga a tutti, colla necessaria inesorabile energia. Non bisogna dimenticare che, al di fuori delle minoranze che fanno della politica militante, ci sono quaranta milioni di ottimi italiani i quali lavorano, si riproducono, perpetuano gli strati profondi della razza, chiedono ed hanno il diritto di non essere gettati nel disordine cronico, preludio sicuro della generale rovina. Poichè i sermoni - evidentemente - non bastano, lo Stato provvederà a selezionare e a perfezionate le forze armate che lo presidiano: lo Stato fascista costituirà una polizia unica, perfettamente attrezzata, di grande mobilità e di elevato spirito morale; mentre Esercito e Marina gloriosissimi e cari ad ogni italiano - sottratti alle mutazioni della politica parlamentare, riorganizzati e potenziati, rappresentano la riserva suprema della Nazione all'interno ed all'estero.

    Signori,

    Da ulteriori comunicazioni apprenderete il programma fascista, nei suoi dettagli e per ogni singolo dicastero. Chiediamo i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità. Senza i pieni poteri voi sapete benissimo che non si farebbe una lira - dico una lira - di economia. Con ciò non intendiamo escludere la possibilità di volonterose collaborazioni che accetteremo cordialmente, partano esse da deputati, da senatori o da singoli cittadini competenti. Abbiamo ognuno di noi il senso religioso del nostro difficile compito. Il paese ci conforta ed attende. Vogliamo fare una politica estera di pace, ma nel contempo di dignità e di fermezza: e la faremo. Ci siamo proposti di dare una disciplina alla Nazione, e la daremo. Nessuno degli avversari di ieri, di oggi, di domani si illuda sulla brevità del nostro passaggio al potere. Illusione puerile e stolta come quella di ieri. Il nostro Governo ha basi formidabili nella coscienza della Nazione ed è sostenuto dalle migliori, dalle più fresche generazioni italiane. Non v'è dubbio che in questi ultimi giorni un passo gigantesco verso la unificazione degli spiriti è stato compiuto. La patria italiana si è ritrovata ancora una volta, dal nord al sud, dal continente alle isole generose, che non saranno più dimenticate, dalle metropoli alle colonie operose del Mediterraneo e dell'Adriatico. Non gettate, o signori, altre chiacchiere vane alla Nazione. Cinquantadue iscritti a parlare sulle mie comunicazioni, sono troppi. Lavoriamo piuttosto con cuore puro e con mente alacre per assicurare la prosperità e la grandezza della Patria.

    Così Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia ardua fatica.

  7. #7
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    Predefinito TROPPA GRAZIA SANTìANTONIO

    Eccomi passato di qui.

    Troppa grazia Sant'Antonio ! Scherzo !

    Per caso hai anche la sentenza del processo del 1947? Alla fine una qualche conlusione ci sara' pur stata.Mi risulta che i familiari
    di Matteotti non furono tra i piu' accaniti accusatori di Mussolini.Fu cosi' ?

    Un saluto

  8. #8
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    Predefinito l'affare matteotti fino al 45

    Al processo di Chieti, nel 1926, il Pubblico Ministero Del Vasto durante la sua requisitoria - con un sottile marchingegno giuridico - divide il capo di accusa in due momenti distinti; il primo: l'ordine di sequestro, il secondo: l'uccisione. I due capi di imputazione non vengono collegati: chi ha dato l'ordine del sequestro non ha dato quello di uccidere; chi ha ucciso lo ha fatto involontariamente.
    Ma a Chieti è avvenuto anche un altro fatto - unico- . La difesa ad oltranza degli esecutori materiali del delitto è stata affidata al segretario del Partito Fascista Roberto Farinacci, il quale al contrario di quanto vuole Mussolini ha l'abilità di trasformare il dibattito giudiziario in un rumoroso processo politico contro l'antifascismo, che se da un lato contribuisce ad irritare il Duce - che di lì a poco lo dimetterà dalla segreteria - dall'altro fa sì che la sentenza a danno degli imputati risulti assai mite.
    Il 24 marzo 1926 infatti, la Corte d'Assise riconosce si' Cesare Rossi e Giovanni Marinelli colpevoli dell'ordine di sequestro, Filippo Filippelli per avervi cooperato, ma essendo i loro reati estinti per l'amnistia del 31 luglio 1925 li rimette subito in libertà. I sequestratori Viola e Malacria sono assolti per non aver commesso il fatto; Volpi, Dumini e Poveromo invece sono condannati a cinque anni 11 mesi e 20 giorni, che, sempre in virtù dell'amnistia, si ridurranno a solo altri due mesi di prigione.
    Fatto significativo, la famiglia Matteotti - parte civile - si è ritirata dalla causa. Il loro avvocato Modigliani ha reso noto che e' una decisione di protesta contro l'atmosfera vessatoria, di minaccia, che aleggia sul dibattimento e che fa intuire un processo già segnato da una sentenza precostituita a favore dei colpevoli.



    L'EPILOGO DEI COLPEVOLI
    L'ex capo della Polizia, il senatore Emilio De Bono, denunciato il 6 dicembre 1924 dal direttore del "Popolo" Giuseppe Donati, viene processato dallo stesso Senato riunitosi in Alta Corte di Giustizia ed il 12 giugno 1925 assolto. Subito nominato governatore della Tripolitania, richiamato poi in Italia, nel 1928 diventa sottosegretario di Stato al ministero della Colonie e nel 1929 ministro. Con lo scoppio della guerra d'Etiopia, nel 1935, ne comanda le fasi iniziali. E' nominato maresciallo d'Italia. Nel giugno 1940 assume il comando delle armate del Sud. Nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 vota contro Mussolini: per questo arrestato il 4 ottobre 1943, viene processato a Verona da un Tribunale speciale della RSI e fucilato l'11 gennaio 1944.
    Il Sottosegretario agli Interni Aldo Finzi dopo essersi dimesso, anche lui dibattuto fra vicissitudini di memoriali di difesa e di ricatto contro Mussolini espatria in Francia. Torna in Italia negli anni 30 trascorrendo una vita in sordina, presso la sua tenuta agricola nella camagna romana. Arrestato dai tedeschi per aver accolto in casa sua, nella villa di Palestrina un gruppo di partigiani, viene arrestato dai tedeschi. Muore il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine.
    Al processo di Chieti Cesare Rossi e Giovanni Marinelli vengono riconosciuti colpevoli solo di aver dato l'ordine di sequestro di Matteotti ma non quello di ucciderlo. Filippo Filippelli è riconosciuto invece colpevole per aver cooperato al sequestro. Siccome questi reati sono previsti dall'amnistia promulgata il 31 luglio 1925 tornano subito in libertà.
    Cesare Rossi nel febbraio del 1926 espatria in Francia passando tra le fila degli antifascisti. Fidandosi ingenuamente dell'amico Filippo Filippelli che ormai lavora per il capo della polizia Bocchini, con la promessa di aiuti finanziari, nel 1928 si lascia attirare in Svizzera, qui viene segretamente catturato dalla polizia politica e ricondotto in Italia. Condannato a 30 anni di carcere per la sua attività contro il Regime, vive tra prigione e confino sino alla seconda guerra mondiale.
    Giovanni Marinelli, non appena prosciolto in istruttoria il primo dicembre 1925 viene reintegrato nella sua funzione di Segretario amministrativo del PNF; diviene membro del Gran Consiglio, e tiene entrambe le cariche per tutto il Ventennio fino al 25 luglio 1943. Sarà fucilato a Verona l'11 gennaio del 1944.
    Gli unici dei sequestratori davvero condannati a Chieti sono Dumini, Volpi e Poveromo cui viene inflitta una pena di 5 anni, 11 mesi e 20 giorni di carcere, ma prevedendo l'amnistia del 31 luglio 1925 il condono di quattro anni in caso di omicidio politico, avendone essi già scontato un anno e nove mesi tornano liberi appena dopo qualche settimana.
    Amleto Poveromo riprende la sua attività di macellaio a Lecco, dopo la conquista dell'Abissinia si trasferisce in colonia, in Eritrea, dove diventa un fortunatissimo imprenditore di trasporti con oltre 200 macchine di proprietà. La sua vita subisce un colpo solo quando al secondo processo Matteotti il 4 aprile 1947 viene condannato all'ergastolo; muore in carcere a Parma nel 1952.
    Anche Augusto Malacria, assolto nel primo processo, chiede di essere inviato come ufficiale in Cirenaica, viene accontentato. Muore nel marzo del 1934.
    A morire prima della Guerra è anche Albino Volpi, che uscito dal carcere diventa un ricchissimo boss del nuovo macello pubblico di Milano. Quando muore nell'agosto del 1939, il Duce gli invia una vistosissima corona.
    A prender la via dell'Africa è anche Aldo Putato, che prima diventa agente dell'Agip di Castellanza. Poi con la conquista dell'Abissinia emigra in Eritrea, dove sposa la figlia del generale Tessitore. In seguito all'occupazione inglese, va prigioniero in India.
    Filippo Panzeri torna in Francia e risiede a Marsiglia, si iscrive al fascio locale e continua a fare la spia contro i fuoriusciti mettendosi in diversi guai di natura penale e politica. Tornato a Milano nel 1929 ottiene la gestione di una edicola di giornali.
    Giuseppe Viola, assolto al processo di Chieti, torna a Milano dove diventa un fortunatissimo imprenditore. La sua vita viene però capovolta dalla sentenza del 1947 che lo condanna all'ergastolo, pena poi commutata a trent'anni.
    Amerigo Dumini ha invece la storia più tormentata, uscito di galera, con il timore che il Regime e Mussolini voglia dimenticarsi di lui gli si contrappone, minaccia. Scrive un memoriale di denuncia con l'astuzia di inviarlo ad uno studio di avvocati amici, negli Stati Uniti. E tenta segretamente anche di espatriare. Scoperto, torna diverse volte in carcere e in due occasioni mandato al confino. Solo negli anni trenta si chiude il suo rendiconto con il Regime; Mussolini gli concede una fruttosa azienda agricola in Cirenaica, poi varie concessioni commerciali e ancora pensioni e sussidi che fanno di Amerigo Dumini uno degli uomini più ricchi della Libia. Durante la Seconda Guerra Mondiale è protagonista di una ambigua storia di spionaggio e controspionaggio per la quale sembra finisca dinanzi ad un plotone di esecuzione inglese, non si sa come però, riesce a salvarsi.
    Annullato il processo Matteotti di Chieti, nel 1947 viene condannato all'ergastolo, pena poi commutata a trent'anni. Dopo una serie di ricorsi comunque il 23 marzo del 1956 viene liberato. Muore il giorno di Natale del 1967.

    http://members.xoom.virgilio.it/larchivio/matteotti.htm

  9. #9
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    Predefinito l'affare matteotti nel dopoguerra

    Caduto il regime fascista dopo l’8 settembre 1943, mentre ancora si combatteva nell’Italia del centro e del nord il governo presieduto dal generale Pietro Badoglio emanò il Decreto Luogotenenziale del 27.7.1944 n.159, il quale, all’art.7 stabilì che le sentenze pronunciate per i delitti fascisti, puniti con pene detentive superiori nel massimo ai tre anni, potevano essere dichiarate giuridicamente inesistenti, quando sulla decisione avesse influito lo stato di coercizione morale determinato dal fascismo. La Corte di Cassazione dichiarò così giuridicamente inesistenti la sentenza istruttoria del 1° dicembre 1925 della Sezione di accusa della Corte di Appello di Roma e la sentenza definitiva del 24 marzo1926 emessa dalla Corte di Assise di Chieti e dispose che gli atti fossero trasmessi per l’ulteriore corso al procuratore generale presso la Corte d’Appello il quale, a sua volta, rimise l’istruzione alla Sezione istruttoria della Corte di Appello di Roma, presieduta da Gennaro Giuffré. Il processo fu celebrato presso la prima Sezione della Corte di Assise di Roma, composta dal Presidente Erra, dal Consigliere togato Fibbi e da cinque giudici popolari. La pubblica accusa fu sostenuta in giudizio dal pubblico ministero Giovanni Spagnuolo. Imputati nel processo furono Giunta, Rossi, Dumini, Viola, Poveromo, Malacria, Filippelli, Panzeri. I primi due per avere, nelle loro qualità di dirigenti del Pnf e componenti del Direttorio dello stesso Pnf, ideato e organizzato una squadra di azione, denominata poi Ceka, avente per fine la commissione di atti di violenza in danno degli oppositori e dei dissidenti del regime fascista, Rossi e ancora Marinelli quali mandanti dell’uccisione dell’On. Matteotti, gli altri imputati, infine, quali esecutori materiali dell’azione delittuosa che portò alla morte del deputato socialista.
    La Corte di Assiste di Roma, con la sentenza del 4 aprile 1947, condannò Dumini, Viola e Poveromo alla pena dell’ergastolo, commutata nella reclusione per trent’anni, in virtù dell’art.9 del Dpr del 22.6.1946 n.4, nonché all’interdizione perpetua da pubblici uffici ed all’interdizione legale durante la pena. La Corte riconobbe la premeditazione del fatto e la sussistenza dell’aggravante di cui all’art.365 n.2. La Corte di Assise dichiarò, inoltre, non doversi procedere nei confronti di Filippelli, per i reati da lui commessi (complicità nel sequestro e favoreggiamento degli esecutori materiali del delitto), per estinzione degli stessi in seguito all’amnistia. Egualmente dichiarò non doversi procedere nei confronti di Rossi, Giunta e Panzeri, per i reati loro ascritti, per estinzione di questi a seguito all’amnistia disposta dal Dpr 22.6.1946 n.4.

    <documenti>

    L’Archivio di Stato di Roma conserva la documentazione relativa al processo a carico di Amerigo Dumini e altri, imputati dell’’omicidio di Giacomo Matteotti , nel “fondo” "Corte d'Assise di Roma".

    La documentazione è così ripartita:

    1) atti del primo processo (1924-1926) costituito da n. 70 volumi, numerati progressivamente da 1 a 71 - il n. 37 risul-ta mancante - (bb. 457-463)

    2) atti del secondo processo (con documenti prodotti nel primo procedimento) (1944-1947), costituito da n. 4 volumi (nn. 72, 73, 79, 84, busta n. 463)

    3) copia fotografica del procedimento attivato nei confronti di Emilio De Bono innanzi all’Alta Corte di Giustizia (1924 - 1925; volume n.75, busta n. 463)

    4) copia della sentenza emessa il 4 aprile1944 dalla Corte di Assise di Roma- Sezione Speciale (una "velina" di carte 244, busta n. 466 bis)

    5) processi connessi con il processo contro Amerigo Dumini per "identità di imputati" celebrati nel 1945 (con documenti del biennio 1923-1924) contenuti nella busta 465:

    a) per l'aggressione a Giovanni Amendola (voll. 1,1a-8)

    b) per il rapimento dell'on. Ulderico Mazzolani (voll. 1-9).



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  10. #10
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    Predefinito ancora sul processo del 47

    1947 Il giudizio di Chieti viene annullato. A Roma si celebra un secondo processo che non aggiunge molte novità istruttorie però capovolge la sentenza. Dumini, Viola e Poveromo vengono condannati all'ergastolo. Albino Volpi invece è morto nel '39.
    Il processo tra l'altro rivela anche un aspetto nuovo, davvero imbarazzante, molti degli uomini che ebbero a tessere il clima violento in cui maturo' il sequestro, lo scrittore Curzio Malaparte per esempio, sono passati tra le file dell'antifascismo, altri sono stati poi incarcerati, perseguitati dal Regime ed altri ancora hanno avuto una morte orribile come l'ex Sottosegretario agli Interni Aldo Finzi ucciso alle Fosse Ardeatine.
    Il processo, che sarebbe dovuto essere un atto postumo di giustizia, teso a ribaltare la sentenza politica di Chieti, in realta' si conclude anch'esso con una sentenza altrettanto politica e senza aggiungere quasi nulla alla verita'.

    http://members.xoom.virgilio.it/larchivio/matteotti.htm

 

 
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