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Discussione: Lo scoop....

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    Predefinito Lo scoop....

    .....disconosciuto

    Roma.
    Primo paradosso sul caso Telekom Serbia.
    I magistrati per una volta sono “al traino” del Parlamento.
    E’ grazie alla decisione della commissione d’inchiesta parlamentare di non prender tempo ma di verificare subito in Svizzera la fondatezza delle accuse di Igor Marini, che la magistratura torinese ha potuto acquisire in tempo utile le accuse sulle tangenti a Romano Prodi, Lamberto Dini e Piero Fassino ipotizzate dal sedicente intermediario nell’affaire.
    I termini dell’indagine torinese scadevano oggi, 21 maggio 2003, e si andava a un esito indolore.
    Sarebbero rimasti in mezzo il solo Tomaso Tommasi di Vignano e Giuseppe Gerarduzzi, che in poche settimane dalla loro nomina voluta dal governo Prodi al vertice di Telecom realizzano in fretta e furia l’acquisto della quota di Telekom Serbia.
    Invece, i magistrati hanno ora di che protrarre le indagini.
    Secondo paradosso.
    Luciano Violante e altri vocianti dell’opposizione ne hanno dette di cotte e di crude su strumentalizzazioni e mandanti del Marini, eppure oggi verrà annunciato che la commissione parlamentare a propria volta procederà lunedì a interrogarlo in Svizzera.
    Nessuno prende per oro colato il Marini, sarebbe però impensabile non accertare che cosa dice. Essersi posti in condizione di farlo in tempi così rapidi, non è un brandire per mesi accuse infamanti sulla testa di Romano Prodi, Lamberto Dini e Piero Fassino. Caso mai il contrario.
    Terzo paradosso.
    Il più gustoso. Anzi, quasi esilarante. Almeno per noi che verso gli scoop giudiziari abbiamo una dichiarata riserva, in un paese in cui da 10 anni si risolvono spesso nel farsi cestin di carte allungate da magistrati a caccia di colpi politici.
    Ironia della sorte, la vendetta si compie proprio nel tempio del giustizialismo editoriale.
    A Repubblica per un bel po’ Eugenio Scalfari ha negato il saluto a Giuseppe d’Avanzo, l’intrepido cronista che insieme a Carlo Bonini fece esplodere il bubbone delle tangenti su Telekom Serbia, il 16 febbraio 2001.
    E che nei giorni successivi tambureggiò, con fior di fonti serbe che accusavano gli italiani di aver tenuto in piedi Milosevic con quei 1500 miliardi, e ricostruì il vorticoso giro di pagamenti rimasti per strada per 54 miliardi di vecchie lire.
    Tranne poi tacersi all’improvviso.
    Già sul Foglio del 21 febbraio 2001 rilevavamo, divertiti, che il lenzuolo domenicale del Fondatore avesse preferito filosofeggiare sul Viesseux, invece che occuparsi del megascandalo.
    Il più avvertito Marco Travaglio partiva in quarta sulle indagini aperte dai pm torinesi, ma circoscrivendole alla corruzione dei manager della Telecom italiana.
    Tangenti politiche, nisba.

    Dini come Nixon
    Quando Dini se la prese con l’inchiesta di Repubblica, “un florilegio di illazioni ed errate deduzioni”, Paolo Garimberti non esitò a ribattere che “anche Nixon sostenne che il Washington Post era teleguidato dai suoi nemici, quando denunciò lo scandalo Watergate”.
    Ma a inizio marzo Dini ipotizza che le accuse siano una vendetta americana, ed ecco che Repubblica cede la parola al diessino Giangiacomo Migone, “a Dini bisogna credere”.
    E il quadrato di Repubblica si chiuse intorno all’Ulivo.
    D’Avanzo&Bonini, a difesa del loro onore, sparano 2 colpi. Intervistano il 17 maggio il governatore della Banca centrale serba Mladjan Dinkic, per il quale le tangenti erano non per 50 ma per 200 miliardi di lire. E pubblicano il 13 luglio i verbali dell’agente segreto serbo Srdja Dimitrievic, “così pagarono gli italiani”.
    Ma il silenzio di Repubblica li coprì, lapidariamente.
    Ieri il cerchio si è chiuso. Per una pagina intera a D’Avanzo&Bonini è toccato riconquistarsi il saluto del Fondatore.
    Danno voce alle carte dell’avvocato romano Fabrizio Paoletti, coinvolto dal Marini ma che ne respinge le accuse, carte dalle quali emerge che il Marini è persona equivoca e marpiona. Dunque inattendibile, per la premiata ditta. Come se non fossero fior di avventurieri a riciclare i denari di questi affari con sanguinari dittatori, ma compunti businessmen etoniani.
    Questo, lo stesso giorno in cui D’Avanzo&Bonini querelano Dini per diffamazione, visto che l’ex ministro degli Esteri li accusa nuovamente di essersi fatti manovrare dalla Cia.
    Quando Dini alluse la prima volta, Repubblica gli replicò dando voce allo strambo e delizioso Filippo di Robilant, ex consigliere dei kosovari a Rambouillet: confermò che “Dini era considerato palesemente filo Milosevic anche a causa di Telekom Serbia”.

    Non ricapiterà.
    Di Robilant è assurto nel direttivo dei Liberi e Giusti dell’Ingegner De Benedetti, e domenica su Repubblica ha esordito come polposo editorialista antiCav.
    Gli autori dello scoop di ieri piegati oggi a dimostrare l’inattendibilità di chi rilancia le loro accuse.
    E chi ieri accusava Dini convinto a viva forza che naturalmente Berlusconi è peggio.
    Ecco a voi i paradossi del giornalismo giustizialista, per cui la verità o incarcera il nemico oppure è una calunnia.

    Da il Foglio del 21 maggio 2003

    saluti

  2. #2
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    Il presupposto di ogni giustizialismo giacobino sta nella convinzione assoluta dell'essere incontestabilmente virtuosi, e che pertanto qualunque proprio avversario è corrotto e malefico. Si leggano i discorsi del vecchio Massimiliano l'Incorruttibile, che però, a differenza degli attuali fans di MenzognaContinua era quanto meno.... intelligente e coerente.
    Shalom!!!

  3. #3
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    In origine postato da Pieffebi
    Il presupposto di ogni giustizialismo giacobino sta nella convinzione assoluta dell'essere incontestabilmente virtuosi, e che pertanto qualunque proprio avversario è corrotto e malefico. Si leggano i discorsi del vecchio Massimiliano l'Incorruttibile, che però, a differenza degli attuali fans di MenzognaContinua era quanto meno.... intelligente e coerente.
    Shalom!!!

    Quante storie per dire che Berlusconi é sempre il migliore..... anche nella.... CORRUZIONE!!!!

    Oliviero

 

 

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