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  1. #31
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    [quote=Silvia]I....D'altra parte, se la sua intenzione era quella di fuggire in Germania, che senso avevano tutte quelle "complicazioni" epistolari?..........quote]

    Qualcuno ha ipotizzato il fatto di non voler "offendere" Fermi e i suoi compagni di lavoro che lo tenevano in gran considerazione! - il che è fattibile, vista la sua simpatia per Hitler!! come aveva scritto in precedenza al padre dal suo viaggio in Germania circa 4 anni prima! -

    Strano è che il suo quaderno che diede alla ragazza non sia mai saltato fuori! chi lo rubò!

    I Fisici sanno organizzarle le loro scomparse!!!

    "L'ultima ipotesi in ordine di tempo viene dal processo di Norimberga. Negli interrogatori ai nazisti viene sempre nominata un'eminente figura scientifica segreta a capo del Club dell'Uranio, un matematico di Lipsia che sarebbe stato il consigliere personale di Hitler e avrebbe controllato tutta la ricerca scientifica del Reich. Il suo nome in codice era Ingegner K. E secondo alcuni Ingegner Klingsor. Da Klingsor, con un complicato e fantasioso gioco enigmistico si arriverebbe a proprio a Majorana".

  2. #32
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    Devo proprio dire che gli argomenti proposti da Silvia sono del massimo interesse ed è un peccato che non scriva anche su altri forum…

    Una mia ‘tesi personale’ [e come tale certamente assai discutibile…] sulla ‘scomparsa’ di Ettore Majorana è stata da me illustrata sul thread seguente…

    http://www.politicaonline.net/forum/...&postcount=290

    Sono ben felice di riportarla anche qui…




    Ettore Majorana in una foto del 1938, poco prima della sua scomparsa. A destra una pagina tratta da uno dei suoi ‘quaderni’ nella quale Majorana inizia a sviluppare la teoria del ‘neutrino’

    E’ di circa tre settimane fa’ il ricordo delle bombe atomiche sganciate sull’agonizzante Giappone nell’agosto del 1945, ricordo purtroppo reso più doloroso da un contemporaneo catastrofico guasto, sempre verificatosi in Giappone, ad un impianto nucleare. Come da decenni a questa parte in tale ricorrenza da parte del premier giapponese è partito un caloroso appello per la messa al bando di tutte le armi nucleari del pianeta, appello che cadrà sicuramente una volta di più nel vuoto, dal momento che neppure la fine della guerra fredda ha allontanato di molto i rischi di un conflitto nucleare. Quando ho impostato questo thread, inteso soprattutto a smascherare la colossale campagna di disinformazione messa in opera da una decina di anni a questa parte secondo la quale per tutta la durata del secolo passato gli ebrei hanno giocato sempre e soltanto la parte delle ‘vittime innocenti’, prima ad opera dei nazisti e dei loro ‘servi fascisti’ e poi dei popoli arabi, riguardo ai quali l’unica cosa che viene detta e ripetuta fino alla nausea è il loro decisa determinazione a compiere nei confronti del popolo ebreo uno sterminio in massa di eguali, se non maggiori, dimensioni di quello avutosi sessanta anni fà, ho inteso dare rilievo ad un argomento di cui poco o nulla si parla. Avviso sin da ora il gentile lettore che questo mio intervento sara’ un poco piu’ lungo del solito e mi auguro in tuuto cuore che risulti cio’ non ostante di suo interesse. Si tratta del ruolo di primo piano avuto dagli scienziati ebrei nello sviluppo dell’arma nucleare al fine di metterla a disposizione dei paesi allora in guerra con la Germania e con l’Italia. Pochi sanno ad esempio che, sempre all’inzio del mese, vi è stata la ricorrenza di un altro significativo anniversario. Era il 2 agosto 1939 allorchè Lazlo Wigner ed Eugene Szilard, due ebrei ungheresi riparatisi negli Stati Uniti nel momento in cui i nazisti erano saliti al potere in Germania, convinsero Albert Einstein, anch’egli tra parentesi ebreo, ad inviare una lettera al presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt nella quale lo si metteva in guardia circa la possibilità di creare ordigni bellici di potenza milioni di volte superiore a quelli allora conosciuti sfruttando il fenomeno della fissione nucleare e per raccomandargli vivamente ad intraprendere azioni idonee a far sì che Hitler non potesse valersi per primo di tali armi. Quella data è sempre stata considerata come il giorno in cui ha avuto inizio il ‘progetto Manhattan’, il cui culmine non sarà solo la distruzione di Hiroshima e Nagasaki, ma anche un pesantissimo condizionamento a tutte le future relazioni dei popoli della Terra… orbene anche questa affermazione, accettata oggi pressocchè da tutti, è storicamente inesatta!… Era successo nel dicembre precedente che due chimici tedeschi che lavoravano al Kaiser Wilhelm Institut di Berlino, Otto Hahn e Fritz Strassman, avevano dimostrato che bombardando con neutroni il minerale uranio si originavano elementi di peso atomico inferiore, uno dei quali era stato da loro identificato con il bario. Il punto fondamentale della scoperta consisteva nel fatto che la rottura di un atomo di uranio liberava un elevatissima quantità di energia e tra i prodotti della reazione vi erano altri neutroni i quali avrebbero a loro volta potuto moltiplicare il processo stesso all’infinito. La notizia aveva lì per lì destato un grande scalpore, non disgiunto da un certo sgomento, nella quasi totalità del mondo scientifico… non in tutto però!… Il 2 gennaio 1939, nel momento stesso in cui sbarcava sul suolo americano, il fisico italiano e recente premio Nobel Enrico Fermi prendeva contatto con John R. Dunning, un fisico della Columbia University ‘specializzato in neutroni’, e gli spiegò come usare il ciclotrone dell’università per un esperimento i cui risultati non solo avrebbero confermato i risultati dei chimici tedeschi ma avrebbe anche aperto la via a rapidi e decisivi progressi nello studio che porterà alla creazione della bomba atomica americana. Non passavano neppure due settimane ed ecco che questo tenace fisico italiano prendeva appuntamento col segretario della marina degli Stati Uniti, ammiraglio Hooper, e lo convinceva seduta stante ad indire un seminario al quale sarebbero stati invitati alcuni alti ufficiali del servizio armamenti della marina e dell’esercito, oltre che alcuni scienziati che prestavano servizio nel laboratori di ricerca della U.S. Navy. Di fronte a questo pubblico Fermi spiegò che si stavano preparando nuovi esprimenti che avrebbero confermato la fattibilità della reazione a catena e a quel punto sarebbe stato necessario mettere insieme una massa sufficiente di materiale fissile [uranio 235 o plutonio 239] per realizzare una nuova arma milioni di volte più potente di ogni altra arma usata sino ad allora. Più chiaro di così si muore, non è vero!…
    La ‘sicurezza’ con la quale Enrico Fermi aveva comunicato, sei mesi prima dell’iniziativa di Wigner e Szilard, alle autorità militari americane la concreta possibilità di realizzazione dell’arma nucleare era frutto degli studi da lui compiuti quattro anni prima a Roma, allorché dirigeva quello che all’epoca era il laboratorio all’avanguardia mondiale nella ricerca sulla fisica nucleare. Fondato nel 1926 per intelligente iniziativa del professor Orso Mario Corbino e fin dall’inizio affidato alla direzione di Enrico Fermi, ad esso si erano aggiunti via via giovani ricercatori che alla fine avevano formato il gruppo di lavoro entrato nella leggenda come ‘i ragazzi di via Panisperna’, dal nome della via del palazzo dove avevano sede i locali del laboratorio di fisica nucleare, oggi sezione distaccata del ministero degli interni. Quasi subito ad Enrico Fermi si era unito un suo compagno di corso della normale di Pisa, Franco Rasetti. Successivamente approderanno a quel laboratorio alcuni studenti provenienti da altri corsi, per lo più ingegneria, tra i quali Edoado Amaldi, figlio del matematico Ugo Amaldi, Emilio Segrè ed infine Ettore Majorana. Quest’ultimo, rampollo di una illustre casato siciliano che aveva dato all’Italia diversi ministri e cattedratici universitari, a cinque anni era già in grado di estrarre a mente le radici cubiche di grandi numeri e in seguito si distinguerà proprio per la sua capacità di risolvere a mente problemi inarrivabili ai più. Nel gruppo di via Panisperna sarà l’unico in grado non solo di tener testa ad Enrico Fermi, ma anche di superarlo in varie occasioni. Le sue capacità eccezionali [ma anche assai eccentriche…] sono testimoniate da Edordo Amaldi in questo modo: ‘Ettore ad un certo punto tirava fuori dalla tasca il pacchetto delle sigarette Macedonia [era un accanito fumatore…] sul quale erano scritte, in calligrafia minuscola ma ordinata, le formule principali di una teoria da lui formulata o una tabella di risultati numerici. Era solito in tal modo copiare i risultati per quel tanto necessario per chiarire il problema e poi, fumata l’ultima sigaretta, stracciava il pacchetto e lo buttava nel cestino…’. Lo stesso Fermi racconterà di aver visto una volta nel cestino della carta straccia, annotata su un pacchetto di Macedonia, la stessa teoria per la quale qualche anno dopo il celebre fisico tedesco Werner Heisemberg avrebbe guadagnato il premio Nobel!… Quando poi nel 1957 i fisici cinesi, naturalizzati americani, Lee e Yang otterranno il premio Nobel per la scoperta del neutrino, non si immagineranno certo che la loro teoria era stata formulata quasi trent’anni prima da Ettore Majorana!…
    Nel corso degli anni ’30 la ‘scuola di Fermi’ aveva guadagnato un prestigio tale da essere divenuta una tappa obbligatoria per i giovani studiosi maggiormente all’avanguardia nel campo della fisica nucleare e tra essi citeremo i tedeschi Hans Bethe, Felix Bloch e George Placzek, l’inglese Rudolf Peierls [il quale sarà il ‘maestro’ della ‘spia atomica’ Klaus Fucks…], l’ungherese Edward Teller [futuro ‘padre’ della bomba H…], l’olandese Samuel Goldschmidt [sarà il consigliere scientifico della missione militare che catturerà al termine della guerra gli scienziati nucleari tedeschi…]. Un particolare non irrilevante che occorre precisare a proposito di costoro è… che tutti erano ebrei e tutti a vario titolo prenderanno parte al progetto della bomba atomica americana. Bethe, Block, Plazzeck e Teller entreranno a far parte del gruppo di lavoro di J. Robert Oppenheimer [anch’egli tanto per cambiare ebreo, nella fattispecie americano…] che a Los Alamos realizzerà il progetto ‘Manhattan’. Visto che siamo in argomento a questo punto tanto vale anticipare dove approdera’ la futura carriera dei ‘ragazzi di via Panisperna’. Enrico Fermi ed Emilio Segrè si uniranno anch’essi al gruppo di lavoro di Oppenheimer. Segrè era ebreo ‘per nascita’. Fermi lo era, se vogliamo metterla così, ‘per adozione’ avendo sposato Laura Capon, figlia di un ammiraglio della Regia Marina che sarà messo a riposo nel 1938 in conseguenza delle ‘leggi razziali’. Franco Rasetti nel 1939 emigrerà in Canada, presso l'università di Laval di Québec e vi rimarrà fino al 1947 compiendo ricerche sui raggi cosmici e di spettroscopia nucleare. Rifiuterà di collaborare al progetto della bomba atomica. Nel 1947 si trasferirà John Hopkins University di Baltimora, dove insegnerà ancora fisica, ma anche geologia, paleontolgia, entomologia e botanica. In seguito si stabilirà in Belgio. Edoardo Amaldi nel 1938 sarà chiamato sulla cattedra di Fisica Sperimentale a Roma, che ricoprirà ininterrottamente per ben 41 anni. Egli prenderà in mano l’eredità del gruppo dopo la dipartita dell’intero gruppo di via Panisperna e nel dopoguerra sarà tra i creatori del ‘Laboratorio Europeo per la Fisica delle Particelle' [CERN] di Ginevra, il primo esempio di un laboratorio di ricerca in fisica edificato su scala sovranazionale, e che ha giocato un ruolo determinante nella rinascita dell'Europa dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Il quadro, sia pure assai sommario, non sarebbe completo se non citassimo a questo punto il più giovane dei ‘rampolli’ di Fermi, Bruno Pontecorvo. Dopo aver frequentato il biennio di ingegneria all'Università di Pisa, Pontecorvo si era laureato in fisica a Roma nel 1934 ed era entrato a far parte del gruppo di via Panisperna. Nel 1936 si recherà a Parigi per lavorare con F. Joliot, quindi nel 1940 passò negli Stati Uniti con una borsa della Westinghouse. Anch’egli ebreo, ovviamente in seguito parteciperà ai programmi militari anglo-americani. Nel 1948 si trasferirà al centro di ricerche nucleari di Harwell in Gran Bretagna, da dove nel settembre del 1950 emigrerà in Unione Sovietica presso l'Istituto nucleare di Dubna.
    Terminato questo breve inciso torniamo all’attività dell’istituto in quei fondamentali anni ’30, allorché il numero di persone al mondo esperte di fisica nucleare non superava la trentina e, particolare importantissimo, si tenevano in stretto contatto tra loro comunicandosi ogni nuovo risultato. E’ il caso di dire che ‘tutti sapevano tutto di tutti’. In questo ambito era prassi comune ‘scambiarsi’ anche i ricercatori e così lo stesso Fermi convinse Majorana a trascorrere un periodo di alcuni mesi all’estero, in Germania prima e in Danimarca poi. La prima tappa della trasferta estera di Majorana fu Lipsia, dove teneva cattedra il trentunenne Werner Heisemberg. La data della partenza di Majorana per la Germania era stata sintomatica: gennaio 1933, proprio il mese in cui il partito nazionalsocialista di Adolf Hitler salirà al potere. Tra due geni di prima grandezza, il brillante teorico tedesco e il severo studioso siciliano, era inevitabile sorgesse subito una intesa totale. Majorana ripeterà più volte in seguito che Heisemberg era il solo fisico che egli rispettava ed ammirava ed Heisemberg dal canto suo riuscirà nell’impresa impossibile in cui Fermi aveva fallito: convincerà Majorana a pubblicare la sua teoria sulla struttura dei nuclei atomici. Di questo periodo passato da Majorana in Germania ci rimane però uno scritto da Edoardo Amaldi che mette in luce un aspetto della personalità di Ettore Majorana che avrà un peso rilevante sui fatti successivi. ‘Nel periodo trascorso all’estero – scrive Amaldi – Majorana rimase assai colpito dal livello economico e organizzativo tedesco tanto da concepire una grande ammirazione per la Germania, ammirazione che espresse in alcune occasioni, in particolare in una lettera indirizzata ad Emilio Segrè. Questa lettera sfortunatamente andò perduta insieme ad altri documenti spediti dall’Italia agli Stati Uniti…’.
    Majorana fara’ ritorno in Italia nell’autunno del 1933, ma non senza prima essersi recato a Parigi per incontrare Frederic Joliot e la moglie di questi Irene Curie [figlia dei coniugi Curie, gli scopritori del radio…]. Ricevendo il premio Nobel insieme alla moglie nel 1935 per gli studi da essi fatti sul bombardamento dell’argento mediante particelle alfa, Joliot farà la seguente dichiarazione ‘profetica’: ‘Si può ritenere che gli scienziati, i quali oggi a loro piacimento possono creare e distruggere elementi, riusciranno a realizzare formazioni nucleari di carattere esplosivo…’. Citando le esperienze condotte da Joliot Majorana, avendone con ogni probabilità già compreso tutti gli sviluppi futuri, propose a Fermi di intraprendere studi approfonditi sugli effetti del bombardamento di elementi pesanti utilizzando i neutroni in luogo delle particelle alfa usate da Joliot. Sul momento tale ‘proposta’ poteva sembrare pura e semplice follia. A Roma nessuno fino ad allora si era mai occupato di radioattività e si sarebbe dovuti partire da zero, procurandosi l’attrezzatura e i mezzi economici necessari. Scriverà in seguito Pontecorvo: ‘Il laboratorio romano era veramente piccolo. Il numero complessivo di collaboratori e tecnici che lavoravano con Fermi era appena una decina. Per quanto riguarda i mezzi finanziari il governo fascista, assai generoso nei confronti dei grossi industriali, era molto avaro quando si trattava di finanziare l’attività scientifica. Una volta, per fare economia di materiale, Fermi decise di costruire nell’officina del laboratorio le spine elettriche standardizzate, ma alla fine dovette abbandonare il progetto perché antieconomico…’. Per quanto riguarda i finanziamenti Fermi riuscirà ad ottenere uno stanziamento straordinario di cinquantamila lire da parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Per quanto riguarda invece le attrezzature i ‘ragazzi di via Panisperna’ si costruiranno da soli i contatori Geiger-Muller. Uno dei problemi da affrontare era costituito dalla sorgente di neutroni. Il radio [unica sorgente di neutroni allora nota…] costava circa 60.000 lire il grammo ed era al di là delle possibilità finanziarie di cui si disponeva. Al ‘prestito’ di un grammo del prezioso elemento provvide allora il capo della Sanità Pubblica, professor G.C. Trabacchi, che in via Panisperna verrà da allora soprannominato ‘Divina Provvidenza’. Tutto era pronto per iniziare la serie di esperimenti. Il gruppo di via Panisperna cominciò quindi a bombardare con i neutroni gli elementi chimici a partire dal più leggero, l’idrogeno. Il risultato fu negativo. Bombardando con neutroni l’acqua, formata per due terzi da idrogeno, non accadeva nulla. Si passo’ cosi’ via via agli elementi più pesanti [litio, berillio, boro, carbonio, azoto, ossigeno…], sempre con risultati negativi. Arrivati al fluoro si ebbe un primo risultato. Il contatore Geiger rivelava che il fluoro, sottoposto a bombardamento di neutroni, diveniva radioattivo, ossia diveniva a sua volta sorgente di neutroni e altre particelle elementari. Lo stesso risultato si ebbe per molti elementi aventi numero atomico superiore a quello del fluoro. Un primo dato fondamentale emerso in questi esperimenti doveva rivelarsi di lì a poco. Gli elementi che divenivano radioattivi in seguiti a bombardamento con neutroni subivano in realtà un cambiamento nella loro struttura atomica, trasformandosi nell’isotopo di un elemento avente numero atomico ad esso ‘vicino’. Per esempio dal cloro [numero atomico 17] si otteneva un isotopo del fosforo [numero atomico 15]. Dal silicio [numero atomico 14] si otteneva un isotopo dell’alluminio [numero atomico 13]. Irradiando con neutroni elementi di numero atomico sempre crescente si giunse così a quello che occupava l’ultimo posto nella tabella, l’uranio [numero atomico 92]. Si scoprì così che questo elemento se bombardato con neutroni si comportava in modo del tutto diverso dagli altri, in quanto non dava origine non più ad uno, ma ad un’intera gamma di diversi elementi radioattivi. E non era ancora tutto in quanto almeno uno di questi elementi aveva proprietà chimiche diverse da ogni altro elemento conosciuto fino ad allora. Scrive Amaldi nelle sue memorie: ‘La spiegazione più logica di questo fatto, dato che l’uranio era l’ultimo elemento della serie atomica, era che gli elementi sconosciuti prodotti dal bombardamento con i neutroni fossero quelli successivi all’uranio, cioè quelli di numero atomico 93, 94,…’. L’elemento di numero atomico 93 sarà isolato qualche tempo dopo e ad esso verrà dato il nome di ‘nettunio’. Anche il successivo , di numero atomico 94, verrà isolato poco dopo e riceverà il nome di ‘plutonio’. Quest’ultimo diverrà il componente fondamentale della bomba atomica di Nagasaki e poi della quasi totalità degli ordigni nucleari a fissione oggi esistenti al mondo. Eravamo nel mese di giugno del 1934 e la notizia della creazione di un elemento nuovo non esistente in natura [avente numero atomico 93…] varco’ in breve l’oceano e sulla prima pagina del New York Times comparve il seguente titolo ‘Un italiano produce il 93° elemento bombardando l’uranio’. Anche se nessuno o quasi si rese conto al momento delle enormi implicazioni della scoperta, un primo decisivo tassello per la realizzazione della bomba atomica è stato messo a punto… e si era nell’estate del 1934!… Nell’autunno successivo il caso consenti’ al gruppo di via Panisperna di mettere a punto un secondo fondamentale tassello. Bruno Pontecorvo, da poco unitosi all’equipe di Enrico Fermi, era stato incaricato di fare esperienze sul bombardamento neutronico dell’argento. In breve tempo egli aveva notato un fenomeno strano e di difficile spiegazione. Di solito egli eseguiva le sue sperimentazioni su di una mensola di marmo ma talvolta, allorche’ questa era gia’ ‘occupata’ da un collega, utilizzava un tavolo di legno. Ebbene tutte le volte che eseguiva l’esperienza sul tavolo di legno egli notava un notevole aumento di radioattivita’ indotta nell’argento, come se il ‘materiale legno’ influisse in qualche modo. Lo stano fenomeno suscito’ l’attenzione di Amaldi prima e di Fermi poi, per cui l’esperimento venne ripetuto in maniera piu’ ‘scientifica’ utilizzando altre sostanze organiche al posto del legno. Si scopri’ cosi’ che, avvicinando un blocco di paraffina all’attrezzatura sperimentale, la radioattivita’ aumentava in modo considerevole, come se la paraffina agisse da catalizzatore. Ecco che cosa ricorda Rasetti: ‘… pensammo subito che l’elemento contenuto nella paraffina responsabile del fenomeno fosse l’idrogeno e che pertanto lo stesso effetto si sarebbe potuto ottenere usando l’acqua…’. Un modo assai semplice di verificare se l’ipotesi per caso era esatta consisteva nel ripetere l’esperimento in una vasca piena d’acqua e cosi’ qualcuno ebbe l’idea di usare allo scopo la fontana dell’istituto. Cosi’ descrivera’ in seguito quello che accadde quel giorno Laura Fermi nella sua ‘autobiografia’ : ‘I pesci rossi rimasero calmi e silenziosi, mentre gli uomini gridavano in preda all’eccitazione. L’acqua aumentava la radioattivita’ dell’argento come aveva fatto la paraffina. Era questa una importante conferma della spiegazione che Fermi aveva dato del fenomeno…’. I ‘ragazzi di via Panisperna’ quel giorno avevano compiuto una scoperta di valore eccezionale, rilevando il fatto che i neutroni ‘lenti’ avevano rispetto ai neutroni ‘veloci’ una probabilita’ assai maggiore di essere ‘catturati’ dai nuclei atomici ‘pesanti’ e di produrre cosi’ reazione nucleari. Inoltre avevano identificato l’elemento [idrogeno] che fungeva da ‘rallentatore di neutroni’ e non passera’ molto tempo per scoprire che un isotopo dell’idrogeno [il deuterio, elemento che insieme all’ossigeno forma la cosiddetta ‘acqua pesante’…] rallentava i neutroni in maniera ancora piu’ efficace aumentando di molto il ‘rendimento’ della reazione nucleare. E cosi’ il secondo fondamentale tassello per la realizzazione della bomba atomica era stato messo a punto in via Panisperna… e si era alla fine del 1934!… Dovranno passare quattro anni buoni prima che in Germania Hahn e Strassman dimostrino la realta’ che si celeva dietro quegli esperimenti, vale a dire la fissione nucleare. Non e’ esagerato tuttavia ipotizzare, beninteso col ‘senno del poi’, che gia’ in quella data Enrico Fermi e buona parte del suo gruppo di lavoro avessero ben chiaro in mente i possibili sviluppi delle loro scoperte… e questo con almeno quattro buoni anni di anticipo sul resto del mondo!…

    Terminata questa ampia e indispensabile premessa, veniamo a parlare del motivo ispiratore di questo mio intervento, vale a dire il ‘giallo’ di Ettore Majorana, ossia alla sua misteriosa scomparsa avvenuta nella primavera del 1938. Majorana era tornato dalla Germania poco prima dell’inizio degli studi dei ‘ragazzi di via Panisperna’ sul bombardamento con neutroni dei nuclei pesanti, ed anzi, come abbiamo visto, la proposta di avviare quegli studi era partita proprio da lui. Essendo egli un ‘teorico’ non aveva preso parte diretta ai lavori del gruppo [‘Majorana si vedeva ogni tanto’ ricorda Amaldi…] ma di certo a lui erano noti sia i risultati ottenuti sia le implicazioni nascoste dietro ad essi, in particolare l’enorme energia racchiusa entro i nuclei atomici e la prospettiva di poterla utilizzare per creare una nuova e spaventosa arma. Un fatto certo comunque e’ che, dopo il suo ritorno dalla Germania, Ettore Majorana viene gradualmente messo in disparte. ‘Un cruccio che io ritengo abbia afflitto Ettore - ricordera’ poi un suo cugino – anche se non sono in grado di poterlo affermare in maniera categorica, deriva dalle incomprensioni, dovute al suo carattere, che incontro’ nel gruppo di Fermi’. Durante i due successivi anni, nel 1935 e 1936, l’attivita’ del gruppo di Fermi si ridurra’ notevolmente ed si evidenzieranno i primi sintomi di disfacimento. L’anno 1935 si apri’ con la prospettiva della guerra in Africa, conseguenza dell’incidente di Ual Ual, verificatosi a ottobre dell’anno precedente. Scrivera’ sempre Laura Fermi: ‘… la carta dell’Etiopia era da loro stata consultata tante volte che l’atlante si apriva automaticamente a quella pagina…’. Durante quello stesso anno Rasetti aveva fatto un viaggio negli Stati Uniti [dove restera’ piu’ di un anno…] e Segre’ si era trasferito a Palermo dove aveva ottenuto una cattedra di fisica e la direzione di istituto. ‘Durante il 1936 – scrive Laura Fermi – i lavori piu’ importanti compiuti a Roma furono compiuti da Fermi e Amaldi’. L’isolamento di Majorana si fece in queste condizioni ancora piu’ acuto e di cio’ vi e’ la testimonianza di Amaldi:’… ricordo che nel 1936 raramente usciva di casa, non fosse che per andare dal barbiere, cosi’ che i capelli gli erano cresciuti in modo anormale. Nessuno di noi riusci’ a sapere se facesse ancora della ricerca teorica. Penso di si’, anche se non ne ho alcuna prova…’. Il 27 gennaio 1937 moriva il professor Corbino e veniva sostituito, in base a convenienze di ordine politico, con il prof. Antonio Lo Surdo, in pessimi rapporti personali con Enrico Fermi. Nello stesso periodo l’edificio di via Panisperna chiudeva per essere trasferito nella nuova citta’ universitaria fatta costruire da Mussolini nel quartiere Nomentano. In quel clima di generale smobilitazione nell’ottobre di quell’anno Ettore Majorana partecipo’ ad un concorso indetto dall’Universita’ di Palermo, diretta da Emilio Segre’, per una cattedra di fisica teorica. Nel novembre successivo Majorana si aggiudicava la cattedra ‘per alta fama di singolare perizia’. Terra’ quell’incarico per quattro mesi prima di ‘scomparire’ in circostanze davvero sconcertanti. Quegli ultimi quattro mesi sono stati successivamente ricostruiti fin nei minimi particolari dalla questura e dalla capitaneria di porto di Napoli, ma soprattutto dall’Ovra, la polizia segreta fascista nota per l’alta efficienza investigativa. Majorana si era trasferito a Napoli nei primi giorni del 1938, prendendo in affitto una camera presso l’albergo ‘Bologna’. Aveva tenuto la sua prima lezione il 13 gennaio, come ricorda il prof. Antonio Carrelli, collega di insegnamento e membro della commissione che aveva deciso la sua nomina: ‘… a quel tempo gli studenti del terzo anno di fisica era sette-otto e frequentavano in cinque-sei. A loro presentai il professor Ettore Majorana e lui comincio’ a fare la sua lezione…’. Nel tempo libero, pur parlando con i colleghi di fisica e di problemi scientifici in generale, Majorana non accennava mai ai lavori di ricerca che aveva in corso. ‘Carrelli – scrive Amaldi – ricordava di aver avuto l’impressione che Majorana cercasse di fare qualcosa di molto impegnativo di cui non desiderava tuttavia parlare. Tale sua attivita’ non veniva svolta in istituto, ma nella sua camera d’albergo…’. Di questi lavori non è rimasta alcuna traccia… Dopo neppure due mesi, il 23 marzo Majorana riscosse tutti gli stipendi che non aveva mai ritirato da quando aveva assunto la cattedra e si imbarco’ sulla motonave ‘Citta’ di Palermo’, diretta verso l’omonima città … Chi vide o incontro’ a Palermo?… Non si e’ mai saputo con esattezza, come non e’ certo che sia stato veramente lui a scrivere, su carta intestata dell’albergo ‘Sole’ dove alloggiava, la seguente lettera che Carrelli riceverà qualche giorno piu’ tardi: ‘Caro Antonio, ho deciso di togliermi la vita. L’ho deciso perche’ non sento autentica necessita’ di stare al mondo e credo che il mondo fara’ benissimo a meno di me. Sono molto stanco. Tu che mi conosci puoi comprendere che la mia delusione non e’ quella di una ragazza ibseniana. Il problema e’ molto piu’ arduo e profondo. Voglio ringraziarti per la cura che ti sei preso per me e per l’affetto sincero che mi hai dimostrato. Ti chiedo scusa per l’inevitabile disturbo che il mio gesto ti arrechera’. Addio…’. Dopo essersi recato all’Universita’ per incontrare Emilio Segre’ [il quale pero’ era assente dalla sede…] Majorana riparti’ da Palermo con il piroscafo postale diretto a Napoli. Testimone della cosa era stato il matematico palermitano Vittorio Strazzeri, il quale aveva diviso la cabina di seconda classe con Majorana ‘Ettore – ricorda la sorella Maria - divise la cabina con il prof. Strazzeri che, da noi rintracciato e interpellato, riferi’ che il suo compagno di viaggio trascorse una notte tranquilla. All’alba, quando la nave stava per arrivare a Napoli, Strazzeri vide mio fratello uscire dalla cabina e avviarsi sul ponte superiore. Anche altre persone ricordano di averlo visto sul ponte…’. Lo stesso mattino del 26 marzo Majorana venne anche scorto, in procinto di sbarcare, da due camerieri di bordo. I due lo notarono perche’ aveva con se’ un bagaglio assai ridotto e pensarono che ‘con quel passeggero c’e poco da lavorare’. Nel frattempo il professor Carrelli, avendo ricevuto la sconvolgente lettera, aveva telefonato al fratello di Ettore Majorana, Luciano. Appena giunto questi, insieme si recarono all’albergo ‘Bologna’. La camera di Majorana era in ordine, con le valigie chiuse ed ordinate sul tavolo. Sulla valigia piu’ in alto vi era una lettera recante l’indirizzo ‘Per la mia famiglia’. Apertala si rivelo’ contenere lo stesso proposito suicida espresso a Carrelli. Dalla camera non mancava quasi nulla, tranne l’abito che Majorana aveva indosso al momento di partire per Palermo e, particolare assai importate, il passaporto. Le ricerche condotte a Napoli furono minuziosissime. I fondali del porto e quelli del golfo furono scandagliati metro per metro ma non si trovo’ la minima traccia utile. Quindici giorni dopo fu rinvenuto negli uffici della Tirrenia il tagliando-figlia del biglietto che Majorana aveva consegnato allo stewart scendendo dalla passerella, segno questo che era sicuramente sbarcato. Indagini minuziose furono avviate per disposizione dello stesso Mussolini ad opera della questura di Napoli e dell’Ovra. Nel mostrare a Luciano Majorana il dossier con l’annotazione autografa di Mussolini ‘Voglio che si trovi’, il questore di Napoli espresse la certezza che Majorana fosse vivo: ‘Un vivo non si trova, un morto si trova’. Anche il comandante della capitaneria di porto aveva detto: ‘Se si fosse gettato in mare il mare lo avrebbe restituito cadavere’. La polizia fascista non fu’ la sola ad indagare. Allorche’ i congiunti di Majorana si recarono a Palermo alcuni giorni dopo vennero avvicinati da uno sconosciuto che disse loro: ‘So chi siete e che cosa cercate. Gli amici degli amici sono a vostra disposizione…’. A quel tempo il termine ‘amici degli amici’ designava la Mafia. Il giorno dopo lo stesso personaggio si ripresentera’ ai congiunti di Majorana recando con se’ un rapporto talmente preciso da far invidia a quelli dell’Ovra. L’itinerario percorso da Majorana a Palermo ed ogni suo spostamento erano stati annotati con estrema cura minuto per minuto. Il rapporto tuttavia terminava con la ripartenza di Majorana alla volta di Napoli, dopo di che anche per ‘Cosa nostra’ il mistero era impenetrabile.
    A tutt’oggi esiste una sterminata ridda di ipotesi riguardo la sorte di Ettore Majorana, nessuna pero’ piu’ valida delle altre in quanto nessun riscontro probatorio e’ in grado di far luce. Per una serie quasi incredibile di coincidenze oggi come oggi non esiste quasi nessun documento scritto che possa fornire una qualsiasi traccia certa. Il dossier dell’Ovra recante l’appunto autografo del Duce si sa’ che venne tenuto costantemente aggiornato con rapporti, appunti e segnalazioni fino a tutto il 1944, dopo di che anch’esso e’ ‘scomparso’ per motivi che non sono mai stati chiariti. Alcune lettere importanti riguardanti Majorana facevano parte del ‘carteggio’ che Mussolini porto’ con se’ nella disperata fuga verso Dongo e dunque anch’essi sono spariti. Molti importanti documenti [copie di lettere, appunti e testimonianze…] spediti dall’Italia negli Stati Uniti per essere utilizzarti in un lavoro biografico andarono perduti nel naufragio del transatlantico Andrea Doria il 25 luglio 1956 e giacciono inutilizzabili in fondo all’oceano. Due soli elementi significativi forniscono qualche piccolo lume ed entrambi, guarda caso, fanno riferimento alla bomba atomica. Il primo risale alla primavera del 1944, allorche' Mussolini venne informato, non e’ dato sapere attraverso quali canali, della presenza di un italiano nella equipe di tecnici che stavano lavorando in Germania ad una non meglio specificata ‘arma segreta’ in grado di capovolgere le sorti del conflitto. Mussolini ritenne probabile potesse trattarsi di Majorana e scrisse al riguardo una lettera all’ambasciatore a Berlino Filippo Anfuso, incaricandolo di svolgere appropriate indagini. Il carteggio Mussolini-Anfuso andra’ poi perduto negli ultimi drammatici giorni di guerra. Il secondo al maggio del 1945, quando sia gli Alleati sia i Sovietici organizzarono una sistematica caccia agli scienziati che si credevano impegnati nel ‘progetto atomico’ tedesco. Tutto quello che si riuscira’ a trovare di questo fantomatico ‘progetto’ sara’ un prototipo di reattore, per altro non ancora funzionante, idoneo alla sola produzione di energia e non alla realizzazione di un’arma nucleare. Gli Alleati comunque riuscirono a catturare [missione Alsos…] quasi tutti gli scienziati tedeschi impegnati nel programma nucleare tedesco [Werner Heisemberg, Friedrick von Weizsaecher, Otto Hahn, Max von Laue e altri…] e nessun italiano faceva parte di questi. I Sovietici dal canto loro riusciranno a catturare un’altra equipe tedesca, comandata da von Ardenne. Non si e’ mai saputo con esattezza chi facesse parte di questo gruppo e non si hanno elementi per dire che vi fosse tra loro qualche italiano. Nel 1946 tuttavia la Gazzetta di Losanna pubblichera’ un articolo contenente un sorprendente ‘rivelazione’: obiettivo primario dei Sovietici sarebbe stato recuperare in Germania i ‘quaderni di Majorana’. E’ evidente che non si doveva certo trattare degli innocui quaderni che la famiglia Majorana ha donato nel 1965 alla Domus Galileiana di Pisa.

    Oggi, a distanza di oltre mezzo secolo dalla scomparsa di Ettore Majorana, l’ipotesi che trova maggior credito e quella del suicidio. Resta pero’ un elemento concreto che suscita molti interrogativi irrisolti: il corpo non e’ mai stato ritrovato il che rappresenta, dal punto di vista criminologico, un caso assolutamente unico a livello mondiale. Vale la pena di riportare quanto ha scritto Carrelli riguardo all’opinione espressa in proposito da Enrico Fermi, un personaggio che di sicuro su Majorana doveva sapere ‘moltissime cose’ [… ]: ‘… parlando con Fermi alcuni mesi dopo la sua scomparsa io gli posi una questione: si’, sara’ morto, ormai e’ passato del tempo senza sue notizie, ma come si fa’ a dire che Ettore e’ morto se non siamo riusciti a trovare traccia del suo cadavere… l’uomo muore ma resta il corpo… com’e’ che non si trova il corpo di Majorana?… Io ricordo benissimo, ero in casa di Fermi, e Fermi con voce tranquilla, scandendo bene le parole come usava lui, mi disse: ma tu credi che Majorana, con il suo genio, se si fosse posto il problema di scomparire e di far scomparire il suo cadavere non sarebbe riuscito a risolverlo?…’.

    Non sara’ certo il caso da parte mia di commentare la risposta data da Enrico Fermi ad Antonio Carrelli in quanto… essa, almeno per il lettore dotato di un minimo di intelligenza, si commenta assolutamente da sola!… Quello che invece faro’ e’ invece rievocare un episodio della Storia [piu’ che mai in casi come questi Magistra vitae…] accaduto in tempi lontanissimi e tuttavia assai istruttivo per farci in qualche modo ‘intuire’ il motivo della scomparsa di Ettore Maiorana. Tale evento accadde a Siracusa nell’anno 212 a.C. al tempo della seconda guerra punica. In quell’anno Siracusa, alleata di Cartagine come lo era stata nel corso della prima guerra punica combattuta cinquanta anni prima, venne conquistata dopo un lungo assedio dai soldato rimani comandati dal console Marcello. Tra le ‘vittime’ del saccheggio cui venne sottoposta la citta’ vi fu il fisico e filosofo Archimede, scienziato e matematico dei piu’ grandi dell’antichita’. La ‘versione ufficiale’ della morte di Archimede divulgata allora ne attribui’ la responsabilita’ all’iniziativa sconsiderata di un soldato romano di fronte al rifiuto da parte di Archimede, del quale ignorava l’identita’, a lasciarsi prendere prigioniero. Tale ‘versione’ sara’ pero’ smentita oltre centosessanta anni dopo da Cicerone, il quale lascera’ chiaramente intendere che quel soldato in realta’ aveva ucciso Archimede dietro preciso ordine del console Marcello. Il motivo di quest’ordine doveva essere ricercato in quanto era accaduto nel corso della prima guerra punica, allorche’ Roma non era riuscita a piegare la resistenza Siracusa e questo aveva costretto il console Valerio Messalla a concludere un trattato di pace con il tiranno di Sicilia Gerone II [263 a.C.]. Lo storico romano Tito Livio riporta che, nel corso dell’assedio di Siracusa avvenuto in quel contesto, contro le navi romane erano state impiegate nuovi tipi di armi [Livio le defini’ speculum e manus ferrea…] che si erano rivelate di efficacia devastante. Particolarmente letale si rilevo’ lo ‘specchio ustorio’, il quale era in grado, concentrando la luce solare, di incendiare una nave nemica restando ben al di fuori della portata offensiva di questa. Ai generali di Roma dovette apparire subito evidente l’estrema pericolosita’ di questa nuova arma, la quale rendeva obsolete tutte quelle utilizzate fino ad allora. Una sola unita’ navale dotata di essa sarebbe stata infatti in grado di annientare l’intera flotta nemica ed il suo possessore avrebbe conquistato una inarrivabile superiorta’ militare rispetto a tuuto il resto del mondo. Anche se Tito Livio non lo riferisce esplicitamente, si deve presumere che l’apparato di intelligence di Roma si sia messo in quella circostanza febbrilmente al lavoro per acquisire le informazioni da cui dipendeva il futuro stesso della Repubblica. Si venne cosi’ a sapere che la nuova arma era stata realizzata da un matematico di nome Archimede, il quale aveva fatto parte in precedenza della scuola di Alessandria ed era stato anche allievo di Euclide. In particolare lo specchio ustorio era stato realizzato prendendo a modello l’ottica del Faro di Alessandria, autentico gioello tecnologico passato poi alla storia come ‘una delle sette meraviglie del mondo’. Come esplicitamente lascera’ intendere poi Cicerone, non occorre gran dose di ingegno per comprendere a questo punto i motivi per i quali non solo Archimede venne eliminato, ma altresi’ la biblioteca della scuola di Alessandria, la quale custodiva le conoscenze e i calcoli matematici in base ai quali lo specchio ustorio era stato realizzato, venne data alle fiamme dai legionari di Cesare nel 47 a.C. Spero che il lettore non me ne voglia se al termine di questa mia rievocazione inseriro’, come di prammatica, un inevitabile ‘insegnamento morale’. Se l’impero di Roma e’ durato oltre dieci secoli e l’impero di Mussolini, il quale pensava di essere in un certo senso ’erede’ di quello, neppure un quarto di secolo una ragione ci deve pur esser stata!… e quale sara’ stata mai?…






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    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  3. #33
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    Citazione Originariamente Scritto da mosongo

    Qualcuno ha ipotizzato il fatto di non voler "offendere" Fermi e i suoi compagni di lavoro che lo tenevano in gran considerazione! - il che è fattibile, vista la sua simpatia per Hitler!! come aveva scritto in precedenza al padre dal suo viaggio in Germania circa 4 anni prima!
    Può essere. E in questo caso le lettere sarebbero chiaramente servite a depistare. Ma le simpatie politiche di Majorana sono tuttora controverse e, se è vero che in alcune lettere esprimeva ammirazione per l'organizzazione della Germania e minimizzava la questione ebraica (lettera a Segrè), in altre parlava di "quella sciocca ideologia della razza". Non c'è nulla di certo, nulla che possa servire ad avvalorare una tesi piuttosto che un'altra. Poi, certo, ognuno si fa una propria idea...

  4. #34
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    Caro Fecia, ti ringrazio per il contributo(ne ), molto interessante.



    Citazione Originariamente Scritto da Fecia di Cossato
    Le ricerche condotte a Napoli furono minuziosissime. I fondali del porto e quelli del golfo furono scandagliati metro per metro ma non si trovo’ la minima traccia utile. Quindici giorni dopo fu rinvenuto negli uffici della Tirrenia il tagliando-figlia del biglietto che Majorana aveva consegnato allo stewart scendendo dalla passerella, segno questo che era sicuramente sbarcato. Indagini minuziose furono avviate per disposizione dello stesso Mussolini ad opera della questura di Napoli e dell’Ovra.
    Quoto questo stralcio perché ho letto anch'io, da qualche parte, che le indagini furono scrupolose. Ed è vero che lo stesso Mussolini, su richiesta dei familiari (e di Fermi), le sollecitò con forza, ma mi risulta che vennero interrotte prestissimo, pochi mesi dopo. E se davvero esisteva un corposo dossier dell'Ovra continuamente aggiornato… beh, non ne rimane traccia, proprio come scrivi tu.

    Sciascia sostiene che le indagini furono molto approssimative (se non addirittura inesistenti), ma non so se basi questa affermazione su documenti e prove o se si tratti semplicemente della sua opinione.
    Riporto le parole dello scrittore:

    "E senz'altro riconosciamo di essere anche noi ingiusti nei riguardi della polizia italiana, del modo - che ci appare svogliato e senza acutezza — in cui la polizia italiana condusse le indagini per la scomparsa di Ettore Majorana. Non le condusse affatto, anzi: lasciò che le conducessero i familiari, limitandosi a « collaborare » (e ad un certo punto, è facile immaginarlo, a fingere di collaborare). E lo siamo anche noi, ingiusti, perché anche noi, dopo trentasette anni, vogliamo « ritrovare » Majorana — e per « ritrovarlo » non abbiamo che poche carte, e pochissime nel fascicolo della Direzione Generale di Pubblica Sicurezza a lui intestato.
    Su questi pochissimi fogli riviviamo l'ansietà, l'impazienza, la delusione, il giudizio sulla inintelligenza e inefficienza della polizia che certamente allora, e più dolorosamente, e più drammaticamente, vissero i familiari di Ettore Majorana.
    Ma ci sono anche le ragioni degli altri, le ragioni della polizia. Il caso era, per come definito burocraticamente «in oggetto», e dunque oggettivamente, quello di una « scomparsa con proposito di suicidio ». C'erano due lettere - una alla famiglia, l'altra ad un amico — che dichiaravano nettamente il proposito; e in quella all'amico anche il modo e l'ora in cui sarebbe stato attuato. Che poi il proposito non fosse stato attuato la sera del 25 marzo, alle undici, nel golfo di Napoli, alla polizia diceva soltanto - per esperienza, per statistica — che era stato attuato dopo e altrove. Impegnarsi a scoprire dove e quando, sarebbe stata una pura perdita di tempo. Non c'era da prevenire né da punire: il problema era solo quello di trovare un cadavere. Ora la soluzione di un tale problema era importante per la famiglia — e veniva pirandellianamente a consistere nella dolorosa e rassegnata (sempre più rassegnata negli anni) certezza, nei funerali, nei necrologi, negli abiti da lutto da indossare, nella tomba da elevare e visitare; non era importante per la polizia né, americanamente parlando, per la totalità dei contribuenti. E anche ad ammettere che Ettore Majorana non si fosse suicidato, che si fosse nascosto: il problema diventava quello di trovare un folle. Insomma: non valeva la pena « distrarre » uomini per cercare un cadavere che solo per caso poteva esser trovato o un folle che presto o tardi sarebbe stato notato e segnalato (ancora l'esperienza, ancora la statistica).
    […] Peraltro, nessuna polizia in quel momento, e tantomeno quella italiana, poteva essere in grado di sospettare un razionale e lucido movente nella scomparsa di Majorana; e nessuna polizia sarebbe stata in grado di far qualcosa « contro » di lui. Perché di questo si trattava: di una partita da giocare contro un uomo intelligentissimo che aveva deciso di scomparire, che aveva calcolato con esattezza matematica il modo di scomparire. […]
    Che Mussolini, informato e sollecitato da una « supplica » della madre di Ettore e da una lettera di Fermi, abbia chiesto a Bocchini (il capo della polizia - nota mia) il fascicolo dell'inchiesta e vi abbia sciabolato sulla copertina un « voglio che si trovi » così poi postillato, con grafia più dimessa, da Bocchini: « I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire»; che sia stato sospettato il rapimento o la fuga all'estero; che del caso si sia interessato il servizio segreto; che le ricerche siano state particolarmente alacri e persino febbrili - di tutto questo altri documenti non restano, presso la famiglia, che copie della « supplica » della signora Majorana e della lettera di Fermi".


    Da La scomparsa di Majorana, Leonardo Sciascia – Adelphi (pag.20 e seguenti)

  5. #35
    Shedim
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    Validissimo contributo, Fecia, soprattutto per chi continua a ripetere come un disco rotto le "tesi" del romanzo di Sciascia.

  6. #36
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    Affascinante l'uomo, così come il suo intelletto.
    Intriganti le ricostruzioni, ognuna in un suo, peculiare modo.
    Ma forse, per chi preferisce crederli sempre, irrimediabilmente, "umani" come me, è preferibile il pensiero di un Majorana che, libero dagli obblighi pubblici di un così portentoso encefalo, conclude pacificamente la sua vita scrivendo sulla sabbia le grandi verità del cosmo.

  7. #37
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    Citazione Originariamente Scritto da Tanguy
    Affascinante l'uomo, così come il suo intelletto.
    Sì, un uomo dalla personalità complessa e affascinante: per il suo genio e per la difficoltà ad esserlo, per la fragilità, le contraddizioni, i silenzi, lo spirito critico, l'ironia. E per quel suo sentirsi in trappola e a disagio nel ruolo che la vita gli aveva riservato. Ecco… un uomo così, perennemente in crisi e senza troppa fiducia nel genere umano, potrebbe benissimo aver rinnegato lo scienziato che era in lui. I ragazzi di via Panisperna avevano ottenuto – senza rendersene conto - la scissione dell'atomo. Forse la consapevolezza (o semplicemente l'intuizione) delle potenziali, distruttive conseguenze di tale scoperta tormentava Majorana, gettandolo in un conflitto che non trovava soluzione, se non quella di sottrarsi al mondo. In un modo o nell'altro.

    «La fisica è su una strada sbagliata. Siamo tutti su una strada sbagliata.»

  8. #38
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    ...certo, però che dalle sue lettere non è che non gli mancasse l'approvazione verso la Germania di Hitler!...o verso Hitler stesso, si ricordava di lui a Napoli!

  9. #39
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    Citazione Originariamente Scritto da mosongo
    ...certo, però che dalle sue lettere non è che non gli mancasse l'approvazione verso la Germania di Hitler!...o verso Hitler stesso, si ricordava di lui a Napoli!
    E' vero, pare guardasse con simpatia alla Germania di Hitler, ma questo non significa necessariamente che sia fuggito là, anche se è possibile. Majorana era un essere distaccato, solitario, introverso, più portato ad astrarsi dal mondo che a interessarsi seriamente di politica. Per questo mi è più facile pensare che la sua scomparsa sia dovuta a una sorta di suicidio: un suicidio della mente, che non implica per forza la morte.

  10. #40
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    Citazione Originariamente Scritto da Silvia
    Per questo mi è più facile pensare che la sua scomparsa sia dovuta a una sorta di suicidio: un suicidio della mente, che non implica per forza la morte.
    Ripensandoci bene, quoto.

 

 
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