Centosessantamila morti l'anno che potrebbero raddoppiare entro il 2020. Sono queste le cifre nude e crude delle vittime che, a quanto pare, dovremo aspettarci - in assenza di politiche correttive - dal cosiddetto global warming, riscaldamento globale, che sembra condensare in sé le piaghe d'Egitto, dalle pestilenze alle carestie, alle zanzare vettrici di malattie infettive, alla «fuliggine» nell'aria. La sinistra previsione proviene da una fonte più che autorevole: gli scienziati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e dai ricercatori della Scuola d'Igiene e medicina tropicale di Londra, che hanno partecipato a Mosca a un importante Convegno sul cambiamento del clima, i cui lavori si sono appena conclusi dopo giorni di discussione sul clima e su Kyoto.
L'aumento delle temperature provocherà, infatti, una serie di reazioni a catena: rarefazione dell'acqua potabile per effetto della siccità, delle inondazioni e dell'aumento del livello dei mari; inquinamento atmosferico nelle grandi aree urbane; allargamento dell'area di diffusione di malattie trasmesse dalle zanzare (malaria, febbre gialla, encefalite virale, febbre dengue); minore disponibilità di cibo con il ben conosciuto corollario di malnutrizione e malattie - colera, diarree infantili ecc. - provocate anche dalla maggiore diffusione di malattie trasmesse dall'acqua. Aumenteranno i rifugiati ambientali cacciati dalle loro terre da cicloni tropicali sempre più frequenti e devastanti come quelli che hanno colpito il Mozambico. Ancora una volta e come sempre, i possibili effetti provocati dalle ondate di calore si faranno sentire sui bambini dei paesi «in via di sviluppo»: Africa, America Latina e Sud-Est asiatico.

Per il Nord America e alcuni paesi d'Europa, invece - nonostante l'ecatombe d'anziani provocata dalle prime, catastrofiche prove di global warming di quest'estate -, temperature più elevate potrebbero persino tradursi in un beneficio in termini di migliori raccolti e abbassamento della mortalità per alcune malattie da freddo. Lo hanno detto gli scienziati, nella logica del bicchiere mezzo pieno e, forse, nell'intento di mitigare l'effetto Cassandra. E Putin, salutando i congressisti, ha lietamente affermato che alla Russia l'aumento delle temperature potrebbe persino star bene: la gente spenderebbe meno in cappotti di pelliccia e indumenti caldi. C'è da augurarsi che nella discussione sulla necessità di frenare l'emissione di gas come l'anidride carbonica, la scienza vada a braccetto con l'etica e con quello il filosofo Hans Jonas ha chiamato il «principio della responsabilità». Che comprende anche l'etica della «distanza» nello spazio e nel tempo: l'intero spazio mondiale e le generazioni future, destinate a pagare l'intero prezzo del riscaldamento complessivo, provocato dalla civiltà del nostro piccolo, spensierato ed egoista «pezzo» di mondo.

Eugenia Tognotti
La Stampa (13/10/03)