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  1. #31
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    Joe Adonis, chi era costui? Leggetela bene questa storia, tratta integralmente da documenti ufficiali. Perché è un uovo di Pasqua con la classica sorpresa. E con tanto di morale, umoristica e istruttiva insieme, che riguarda fatti e personaggi dei nostri tempi. Joe Adonis, dunque. Gli storici della mafia sanno bene chi fosse. Ma anche a loro una "rinfrescata" farà bene. Parliamo di uno dei più famosi boss di tutto il Novecento. Che vantò una rarità per così dire anagrafica: quella di giungere ai vertici delle cosche siculo-americane pur essendo originario della provincia di Avellino; da cui, agli inizi del secolo, partì bambino per gli Stati Uniti con il nome di Giuseppe Doto. Di lui si occuparono a lungo sia la commissione d’inchiesta Kefauver del Senato americano sia la commissione antimafia del parlamento italiano nella sesta legislatura (1972-’76).
    Risultava essere uno dei giovani boss emergenti al secondo convegno tenuto dalla vecchia Mano Nera a Cleveland nel 1928; e uno dei fondatori ad Atlantic City, insieme con Frank Costello e Al Capone, della futura Cosa Nostra americana. Risultava anche essere stato l’ideatore e l’organizzatore della micidiale "murderers incorporated", ossia della anonima assassini che dal 1929 funzionò come agenzia di reclutamento di killer in tutto il mondo, invenzione strategica delle famiglie siciliane d’oltreatlantico per commettere delitti senza incappare nelle indagini delle polizie statali. Dicevano i rapporti investigativi che egli giunse all’apice del potere quando, sempre negli Stati Uniti, venne creato il cosiddetto sindacato del crimine, con l’obiettivo di mettere ordine tra le bande rivali e di spartire le zone di influenza. E che di tale sindacato egli curava le relazioni esterne: giudici, poliziotti, politici, uomini d’affari, professionisti. Efficacissimo. Al punto che il senatore Kefauver lo definì "uno degli esempi più clamorosi della collusione fra gangsterismo e grande industria".
    Ebbene, nel ’56 Joe Adonis sbarcò definitivamente in Italia. Il progetto? Gestire, in coppia con Frank Garofalo, e per conto di Cosa nostra americana, il passaggio della vecchia mafia siciliana alle attività che già in America si erano dimostrate più fruttuose, a partire dal traffico degli stupefacenti. In contatto con le cosche isolane, Adonis -dopo un periodo trascorso nel Lazio e in Val d’Aosta- si impiantò stabilmente a Milano. Scriveva la commissione antimafia, nella sua relazione di maggioranza: "Il nuovo impero dell’organizzazione almeno fino agli inizi degli anni ’70 ruoterà attorno a Joe Adonis che sarà l’epicentro di una rete organizzativa del contrabbando con ramificazioni in tutti i paesi europei". Distinto, elegante, amante della bella vita e dei locali notturni, Joe Adonis prese casa nel centro di Milano, in via Albricci. E qui intrecciò alle molte attività illegali la compravendita di immobili e costruzioni nonché la gestione di una catena di supermercati. Di fronte a tanto allarmante attivismo, le autorità di polizia, prima distratte, si svegliarono e moltiplicarono i controlli, sfociati in una richiesta di soggiorno obbligato. Scriveva ancora in proposito la commissione antimafia: "Le indagini serrate ed attente condotte tra il 1970 e il 1971 rivelano come Adonis sia ancora un ’capo’ e che la scelta di Milano come sua residenza è stata determinata da precise esigenze strategiche: la direzione internazionale di preziosi, soprattutto brillanti, con ramificazioni in Francia ed in Svizzera ed il coordinamento del contrabbando di stupefacenti verso il nord-Europa".

    Tutto chiaro? Bene, perché ora arriva la sorpresa. Una sorpresa -ci credereste?- di nome Tony Renis. Sentite bene e non ridete. Sulla bobina delle intercettazioni telefoniche del 19 e 20 febbraio del 1971, attesta il rapporto del questore di Milano, viene registrata la telefonata "del noto cantante Tony Renis", il quale "avendo saputo che una troupe cinematografica americana era in cerca di attori per il film tratto dal romanzo ’Il padrino’, chiese al Doto (ndr: ossia Joe Adonis) di pregare il regista del film, Francis Ford Coppola, affinché gli affidasse una parte, anche se secondaria, essendo già il ruolo principale coperto da Marlon Brando". Confessiamolo. E’ semplicemente grandioso. Grandioso che Tony Renis ambisse a recitare nel "Padrino". Ma grandioso (e spassoso) anche pensare che, se fosse stato per lui, avremmo perfino potuto avere il "Padrino" con Tony Renis al posto di Marlon Brando! Grandioso anche che per soddisfare questo suo desiderio Tony Renis si sia rivolto a Joe Adonis, ossia che abbia ritenuto che la cosa più naturale da fare, per recitare nel "Padrino", fosse di farsi raccomandare da un padrino in carne e ossa. Attenzione infatti. Il "noto cantante" non giunse ad Adonis involontariamente, attraverso intermediari del mondo dello spettacolo. No, gli telefonò direttamente: a lui, uno dei capi supremi di Cosa nostra; a lui, organizzatore dell’anonima assassini. Aveva consuetudine con Joe, aveva il suo numero di telefono (proprio come ogni giovanotto milanese di belle speranze), e gli telefonò. Volete sapere come andò a finire? Qualche giorno dopo Tony Renis telefonò ancora a Joe Adonis e lo ringraziò. Gli disse che "Sam" aveva "fatto tutto". Chi era "Sam"? Curiosità legittima. Era Samuel Lewin, altro esponente di rango della malavita organizzata, allevatore di cavalli nel New Jersey, mandato apposta in Italia a contattare Adonis da Thomas Eboli, vicecapo di Cosa Nostra in America. Sì, deduzione esatta: Tony Renis era in contatto autonomo pure con "Sam", anche se questi era arrivato in Italia appena da poche settimane. Purtroppo il sogno del film non si avverò. Forse perché alla fine del ’71 Joe Adonis, da poco spedito al soggiorno obbligato, morì di infarto. O forse -è solo un’ipotesi- perché Francis Ford Coppola non ritenne Tony Renis all’altezza nemmeno di una parte secondaria. O per altro ancora.

    Di fronte a questa storia-con-sorpresa conosciamo l’obiezione difensiva. Ossia che nel mondo dello spettacolo sia consuetudine non andare troppo per il sottile nelle frequentazioni, specie se c’è di mezzo la carriera. Sicché è meglio aggiungere, per chiarezza del lettore, qualche piccolo dettaglio. E raccontare che il boss effettivamente si dava da fare nel mondo dello spettacolo. Tanto che si mosse su richiesta di Antonio Maimone (implicato in un traffico di preziosi e intenzionato a portare in Italia Frank Sinatra) affinché il maestro Augusto Martelli accettasse di organizzare un festival al quale fare intervenire Mina. Ma non ebbe successo. Evidentemente Mina, al contrario di Tony Renis, non teneva a certe amicizie. Il bello però è che l’idea di arrivare a Mina attraverso il Padrino nasceva dall’ambizione di organizzare, state a sentire, un contro-festival in competizione con quello di Sanremo. Al festival di Sanremo doveva essere inflitto uno smacco; forse (così si arguisce da una intercettazione) perché non aveva spalancato le sue porte agli amici di Joe Adonis.

    Ed ecco qui la morale umoristica e istruttiva. Oggi l’amico di Joe Adonis è diventato direttore artistico di Sanremo. Per riuscirci non ha dovuto fare alcuna telefonata. Tutto gratis. Gli è bastato passare l’estate al fianco del capo del governo e chiedere a lui direttamente l’ambito posto, in nome di una lunga amicizia. Trent’anni dopo, insomma, il controfestival non lo devono più fare gli amici di Joe Adonis, visto che nel frattempo si sono impadroniti di Sanremo. Lo devono fare, però, artisti e imprenditori e creativi e letterati che vogliano difendere le tradizioni (anche quelle diventate un po’ sgangherate) del paese. L’ ho proposto il mese scorso su questo giornale. Ora (con riserbo assoluto sul resto) posso anticiparlo: il controfestival si farà. Musica, parole, satira, cultura. C’è chi ci crede, c’è chi ne coglie il senso di simbolica rivolta civile. E oltre a denunciare l’indecenza dei costumi vuole seppellire questo circo assurdo sotto una grande, intelligente, implacabile risata.

  2. #32
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    Mafia, la rete delle supertalpe in Procura
    di Marzio Tristano

    Un imprenditore miliardario incensurato, socio di un ex assessore comunale e, in passato, della moglie del presidente della Regione Totò Cuffaro, proprietario della clinica che ha ospitato Bernardo Provenzano, in manette. Due investigatori di razza in carcere, accusati di avere passato a Cosa Nostra notizie sulle indagini mafia-politica e sulla caccia al capo di Cosa Nostra. E ancora: altri tre indagati dalla procura, a formare una rete di «protezioni istituzionali» a tutela del superlatitante più ricercato d'Italia, ma anche degli intrecci inconfessabili tra mafia e politica.

    Un terremoto

    Il terremoto giudiziario che scuote il palazzo di Giustizia di Palermo con tre dei suoi più navigati inquilini indagati per avere passato all'esterno notizie riservate, è un affaire che punta ai piani del potere in Sicilia, verso quei tavolini dove mafia e politica non hanno mai smesso di parlare, di trattare, di decidere. In questo caso, è il sospetto degli investigatori, attraverso il volto «pulito» di Michele Aiello, 50 anni, detto l'ingegnere, miliardario incensurato di Bagheria che ha cominciato la scalata al successo economico dall'edilizia fino ad impiantare una clinica all' avanguardia in campo oncologico, punto di riferimento per migliaia di malati in Sicilia convenzionata con la Regione. Una clinica, sono convinti gli investigatori, che ha ospitato Provenzano e Matteo Messina Denaro, boss stragista. Un imprenditore che non faceva mistero dei suoi rapporti con Cuffaro, e che per parlare «tranquillamente» con due investigatori di razza addentro alle segrete cose della procura non aveva esitato a fornire loro due telefoni cellulari «coperti», attraverso i quali riceveva preziose informazioni. Sulla caccia a Provenzano e sullo stato delle indagini su Cuffaro. Quei rapporti con Aiello sono adesso ammessi dallo stesso presidente della Regione, indignato per avere subito, a suo parere, un «processo in piazza» dai giornali: «Ciò che mi sconcerta di più, - ha scritto in una nota - è scoprire che mia moglie avrebbe una doppia vita: sarebbe infatti in rapporti di società con l'ing. Michele Aiello, persona che ben conosco per il suo impegno nel settore della sanità oncologica».

    È un'inchiesta di mafia e politica ai massimi livelli. È questa una delle poche certezze raccolte dalla procura di Palermo durante un'indagine 'anomala' e dolorosa, che ha costretto i magistrati a puntare i riflettori investigativi nelle stanze da essi stessi frequentate ogni giorno: uno degli arrestati e due indagati sono, infatti, assistenti di altrettanti pm antimafia. Un'indagine che promette nuovi sviluppi, dicono gli investigatori, che nasce quasi per caso, da un filone trapanese, e si sviluppa a Bagheria svelando un accordo insospettabile tra l'ala stragista di Matteo Messina Denaro e il boss della «pacificazione» Bernardo Provenzano. È questo, al di là della rete inquietante di protezioni del capo di Cosa Nostra superlatitante da 40 anni, il dato investigativo più rilevante, raccolto dei magistrati della Procura, che nel 1999 furono ad un passo dal catturare Matteo Messina Denaro, boss stragista di Trapani, che uscì dal suo covo di Santa Flavia, a due passi da Bagheria, indossando una parrucca e sfuggendo così al controllo degli investigatori. Indagando sulle rete di favoreggiatori si scoprirono due donne, una delle quali processata e condannata, anche in appello, che avrebbero avuto relazioni, una con il boss trapanese, l'altra con Michele Aiello. I quali, a loro volta, avrebbero intrattenuto fra loro contatti. Fu così che i riflettori investigativi illuminarono per la prima volta l'imprenditore bagherese incensurato, i suoi rapporti con i boss, il suo presunto ruolo di prestanome miliardario e, soprattutto, i legami tra la mafia trapanese, stragista, e quella bagherese, di Provenzano, più cauta. Un filone tutto da approfondire, dicono gli investigatori, in relazione alle presunte influenze che Cosa Nostra riesce ad esercitare nel mondo della sanità siciliana. Fu così che, subito dopo il pentimento di Nino Giuffré, i magistrati della procura che coordinano le inchieste trapanesi chiesero al pentito se aveva mai sentito parlare di Aiello. E la risposta del collaboratore è stato il punto di svolta dell'inchiesta, che s'intreccia adesso con l'altra grande madre di tutte le indagini su mafia e politica, l'operazione Ghiaccio, centinaia di ore di conversazione registrate nel salotto del boss Guttadauro, capomandamento di Brancaccio, che lì riceveva l'assessore Domenico Miceli (Udc) e insieme decidevano che cosa portare all'attenzione di Totò (Cuffaro) da allora indagato per concorso in associazione mafiosa.

    Governatore indignato

    «Nella mia veste di presidente della Regione Siciliana, a salvaguardia dell'istituzione che i siciliani mi hanno chiamato a guidare e nel rispetto delle istituzioni giudiziarie, rifiuto categoricamente il metodo del processo di piazza a cui sono sottoposto con una costanza ormai settimanale, con un uso spregiudicato dei giornali», ha detto ieri indignato il governatore. Ma, prima ancora dei giornali, stato il gip Giacomo Montalbano nell'ordine di custodia cautelare. A scrivere di «documentati rapporti esistenti tra l’onorevole Cuffaro e Aiello sia diretti e telefonicamente documentati» che sarebbero stati «mediati da Roberto Rotondo come evidenziato dalle intercettazioni effettuate sulle utenze 'riservate' e da una pregressa cointeressenza societaria tra la moglie dell'onorevole Cuffaro e lo stesso Aiello». Questi rapporti, secondo il giudice, «appaiono giustificare, avuto riguardo gli sviluppi del procedimento (l'inchiesta su mafia e politica in cui è indagato anche Cuffaro ndr), la viva preoccupazione di Aiello che, proprio nel corso di una conversazione intercettata, ne rende partecipe Ciuro, a sua volta in stretti rapporti di conoscenza anch’egli con l'onorevole Cuffaro». Nell’inchiesta su mafia e politica gli investigatori avevano ipotizzato fin dal primo momento l’esistenza di una 'talpa' che avrebbe fornito informazioni riservate sullo sviluppo delle indagini, rivelando anche la presenza di microspie nell' abitazione del medico Giuseppe Guttadauro E l'ex assessore comunale alla Sanità Domenico Miceli aveva ammesso di conoscere Aiello e di esserne stato socio nell’impresa «Laboratorio Ria Diagnostica ormonale srl».

  3. #33
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    ANTIMAFIA RIFORMISTA?
    Dunque, Del Turco dice che i Ds sono andati al governo grazie al giustizialismo.
    Che fa Boselli, segretario dello Sdi? Acqua sul fuoco? Manco per sogno: «Del Turco ha ragione. Violante ha sbagliato. I postcomunisti hanno cavalcato l’ondata giustizialista ». E ai cronisti che gli chiedono come sia possibile, con queste premesse, far lista comune per le elezioni europee, Boselli spiega: «La lista riformista deve guardare all'Italia presente e a quella del futuro. I problemi ci potrebbero essere se oggi i Ds avessero le posizioni che ebbero allora Violante e altri compagni».
    Bene: i problemi ci sono. Quelle posizioni, non di giustizialismo (e per decenza, sbarazzatevi di questo stanco insulto) ma di onestà della memoria e della politica, sono le posizioni di tanti. Dentro e fuori i Ds. Dentro e oltre la sinistra. Ció che rappresentò Andreotti in Sicilia e per la Sicilia, le coperture che la sua parte politica garantì laggiú alla mafia (certamente fino agli anni ottanta, come spiega la stessa sentenza che lo assolve) non sono il frutto di un nostro rigurgito di collera. Sono fatti.
    Che Violante, da presidente dell'Antimafia, ebbe il coraggio di assumere e riportare con oggettività al Parlamento. Fatti, non vendette. Nè giustizialismi. Né giacobinismi. Fatti: come il voto contrario di molti franchi tiratori andreottiani che affossò la legge La Torre quando venne presentata per la prima
    volta alla Camera (fu poi approvata, ma dovemmo aspettare la morte di La Torre).
    Fatti: come i servigi, le garanzie, gli ossequi ai grandi elettori mafiosi messi in pratica da un'organizzata macchina politica che in Sicilia aveva nell'onorevole Salvo Lima non un marziano ma l’uomo di fiducia e di garanzia di Andreotti.
    Fatti: come le consapevolezze che il prefetto Dalla Chiesa assunse, prima d’essere fucilato, sul peso e il
    ruolo di quella corrente politica nella Sicilia oscura degli anni ottanta.
    Potremmo continuare, ma non è questo il luogo nè lo spazio per ricucire i fili tranciati della nostra memoria. Ci preme prendere le distanze dalla presunzione - di molti, non solo di Del Turco - che della
    tensione civile di quegli anni si debba fare uno sbrigativo fagotto da lasciar marcire in un angolo. E che anche la mafia debba essere affrontata e lottata, come suggerisce Boselli, con piglio “riformista”. Ma
    che diavolo vuol dire fare antimafia riformista? Cos'è diventata, questa parolina: un talismano? Uno scongiuro? Una benedizione?
    A quando una memoria riformista (ciò che è bene ricordare, ciò che è utile dimenticare...)? E una giustizia riformista? E una verità riformista? Prima o dopo la lista riformista?

  4. #34
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Mafia, la rete delle supertalpe in Procura
    di Marzio Tristano

    «documentati rapporti esistenti tra l’onorevole Cuffaro e Aiello sia diretti e telefonicamente documentati»
    Tra non molto spunterà il nome di un tipetto che ben conosciamo... e che ben conoscete...

    B.

  5. #35
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    Una talpa non bloccherà il processo Dell’Utri
    Sandra Amurri
    Scoppiato il caso Ciuro, l’investigatore
    della Dia che ha lavorato
    fianco a fianco del Pm Antonio Ingroia
    nel processo per concorso esterno
    in associazione mafiosa a Marcello
    Dell’Utri, il capogruppo di Forza
    Italia in Commissione Antimafia,
    Nitto Palma, nel corso della trasmissione
    Primo Piano ha dichiarato che
    alla luce di quanto accaduto si può
    dedurre che Dell’Utri sia stato «incastrato
    » dalla mafia. Lasciando intendere
    che se Ciuro, come emerge dalle
    intercettazioni telefoniche, svolgeva il
    doppio ruolo di investigatore-talpa
    per conto di un imprenditore ritenuto
    vicino al superlatitante Provenzano,
    evidentemente la mafia attraverso
    di lui voleva colpire il parlamentare
    forzista.
    Impatto mediatico
    Un ragionamento che appare, sicuramente
    di forte impatto mediatico,
    ma molto affrettato in quanto non vi
    sono ancora elementi per stabilire se
    Ciuro abbia mai riferito notizie o atti
    riservati riguardanti il processo Dell’Utri
    visto che le intercettazioni sono
    iniziate solo sei mesi fa quando il
    processo era ormai alle sue battute
    finali. Oltre ad essere un ragionamento
    che non appare supportato da alcun
    elemento oggettivo in quanto il
    caso Ciuro non potrà in alcun modo
    condizionare il processo Dell’Utri o
    addirittura comprometterlo perché
    Ciuro ha svolto esclusivamente un
    ruolo di acquisizione di documenti
    non su sua iniziativa bensì su delega
    della Procura. Acquisizione, inoltre,
    che ha effettuato affiancando il consulente
    tecnico di Bankitalia Giuffrida
    in quanto la legge impone che tale
    attività debba essere svolta alla presenza
    della Polizia Giudiziaria. Si
    tratta di un’informativa costituita da
    592 pagine di ricostruzione contabile-
    finanziaria dei flussi di denaro
    transitati dalle società Saf e Servizio
    Italia, partecipate della Bnl, alle holding
    della Fininvest in cui sono state
    rilevate diverse anomalie. Non solo.
    L’attendibilità o meno di Ciuro non
    potrà avere alcun peso perché Ciuro
    nel processo non ha avuto un ruolo di
    teste, non ha raccontato fatti vissuti
    in prima persona o da altri di cui era
    venuto a conoscenza, che avrebbe potuto
    distorcere o addirittura inventare,
    secondo la fantasiosa tesi di Nitto
    Palma, per incastrare, su commissione
    di Cosa Nostra, il senatore Marcello
    Dell’Utri, ammesso che la mafia
    avesse interesse a liberarsi di Dell’Utri.
    E perché mai? Non vi sono tracce di
    una sua estenuante attività di contrasto
    alla criminalità organizzata né
    come parlamentare né tantomeno come
    cittadino. Il lavoro svolto da Ciuro
    era stato e continua ad essere giudicato
    dai magistrati che sostengono la
    pubblica accusa un ottimo lavoro a
    prescindere dai comportamenti assunti
    accertati in seguito attraverso le
    intercettazioni telefoniche. Inoltre, altro
    elemento significativo, durante le
    sue conversazioni con l’imprenditore
    Michele Aiello, Giuseppe Ciuro non
    ha mai riferito episodi, atti segreti,
    riguardanti Dell’Utri, bensì lo relazionava
    esclusivamente su ciò che atteneva
    l’indagine in corso che riguardava
    lui e il boss di Brancaccio, Guttadauro,
    il medico assessore Miceli, le stesse
    che hanno portato ad inviare un avviso
    di garanzia al governatore Cuffaro.
    Il fatto, quindi, che Ciuro si sia
    rivelato essere una talpa a servizio
    dell’amico imprenditore, che gli investigatori
    considerano essere uomo vicino
    a Provenzano, non può in alcun
    modo compromettere il lavoro da lui
    svolto nell’ambito del processo
    Del’Utri. Anche se, molto probabilmente
    questa sarà la tesi che proverà
    a sostenere la difesa del parlamentare
    di Forza Italia, già durante l’udienza
    di lunedì prossimo durante la quale
    si opporrà alla richiesta avanzata dalla
    pubblica accusa di acquisire le intercettazioni
    che fanno parte dell’inchiesta
    Ghiaccio 2 riguardanti Guttadauro
    e Miceli in cui viene fatto anche
    il nome di Dell’Utri.
    Solidarietà
    Il probabilmente è d’obbligo considerato
    che gli avvocati del senatore di
    Forza Italia, contrariamente a Nitto
    Palma, hanno immediatamente dichiarato
    solidarietà all’investigatore
    Ciuro. Due posizioni contrastanti
    che offrono scenari di interpretazione
    molto diversi. Secondo Nitto Palma,
    Ciuro, in quanto talpa a servizio della
    mafia avrebbe cercato di compromettere
    la posizione di Dell’Utri. Secondo
    gli avvocati difensori, invece,
    Ciuro sarebbe un valido investigatore
    vittima, come il loro assistito, della
    magistratura palermitana. Tesi che
    si prestano a mille interpretazioni e
    che solo il tempo potrà meglio illuminare.
    In ogni caso il processo Dell’Utri
    si concluderà prima di Natale.

  6. #36
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    Grasso: la mafia degli infiltrati e dei colletti bianchi non è più invisibile


    Marzio Tristano
    PALERMO «Ora la mafia è meno invisibile di prima, indossa i panni di professionisti ed insospettabili e di funzionari dello Stato che hanno tradito». A due giorni dal blitz che ha portato in carcere due «talpe» del suo ufficio, parla il procuratore di Palermo Piero Grasso, certo che «la rivelazione di informazioni riservate ad indagati di mafia ha messo in pericolo l'incolumità dei magistrati della Dda». È lo stesso rilievo che gli muovono magistrati tenuti all'oscuro fino all'ultimo, come Massimo Russo, il cui segretario è stato indagato per avere riferito notizie al maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, arrestato insieme al collega del Ros e
    Giorgio Riolo, sospettati di essere le talpe che informavano l' imprenditore Michele Aiello, finito in carcere per associazione mafiosa. «Le teorie del passato sulla mafia - afferma Grasso - in cui si parlava di sommersione delle cosche, di boss che cambiano volto e indossano i panni di professionisti e insospettabili, oggi con queste inchieste le abbiamo dimostrate». E ancora: «In questa realtà siciliana, e palermitana in particolare non si sa mai chi c'è dietro alle persone che abbiamo davanti, anche se appaiono colti e puliti ». «In guerra - dice Grasso - i traditori si fucilavano. Questa vicenda ci addolora e le indagini, portate avanti con grande riservatezza, ci ha fatto scoprire un retroscena pericoloso». Grasso fa riferimento anche alle collusioni che l' imprenditore Aiello, proprietario di un centro per le cure oncologiche, avrebbe avuto con politici e magistrati. «Nell' ufficio parecchi magistrati sapevano di questa inchiesta – dice Grasso - e quando il Pm Antonio Ingoia ne è venuto a conoscenza mi ha informato che l'impresa edile di Aiello stava effettuando lavori nella casa di campagna dei suoi genitori. Mi ha chiesto consiglio, se sospendere l' incarico o fare altro. Gli ho detto allora che era meglio se faceva accelerare i lavori e non revocare nulla per non insospettire l' indagato».
    Sulla vicenda è intervenuto anche il segretario regionale dei Ds Angelo Cracolici: «Le commissioni Antimafia, sia nazionale che regionale, convochino immediatamente Cuffaro e Borzacchelli per fare luce su ciò che sta avvenendo nel panorama politico siciliano, con esiti devastanti sul quadro politico nazionale», ha detto Cracolici commentando le dichiarazioni del deputato
    regionale dell' Udc Antonino Borzacchelli apparse ieri sulla stampa. «Al di là della tesi secondo la quale ci sarebbe un complotto politico dietro ogni inchiesta giudiziaria, - afferma Cracolici - tesi ancora più inquietante se espressa da un deputato che fino a
    pochi mesi fa lavorava nei Ros, resta un fatto: ciò che fino a ieri veniva solo sussurrato oggi è detto apertamente.
    Borzacchelli ammette che è in atto uno scontro violento tra Forza Italia e Udc, che investe innanzitutto la sanità siciliana, settore nel quale sono in gioco centinaia di milioni di euro da dividere sponsorizzando strutture, uomini e progetti. Ma Borzacchelli va addirittura oltre, dichiarando che ci sarebbe un vero e proprio complotto giudiziario ispirato da Forza Italia contro il
    presidente della Regione e ipotizzando persino che i guai giudiziari di Cuffaro possano essere finalizzati a salvare Dell' Utri. Affermazioni tanto gravi non possono passare inosservate»
    .

  7. #37
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    Predefinito Repetita juvant

    Berlusconi e Cosa Nostra, parola di sentenza
    Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri
    hanno «intrattenuto rapporti non meramente
    episodici con i soggetti criminali
    cui è riferibile il programma stragista realizzato...
    Esiste una obiettiva convergenza
    degli interessi politici di Cosa Nostra
    rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche
    della nuova formazione
    (Forza Italia): articolo 41 bis, legislazione
    sui collaboratori di giustizia, recupero
    del garantismo processuale asseritamente
    trascurato dalla legislazione dei primi
    anni 90... Nel corso delle indagini l’ipotesi
    iniziale (di un coinvolgimento di Berlusconi
    e Dell’Utri nelle stragi) ha mantenuto
    e semmai incrementato la sua plausibilità
    » (dall’ordinanza di archiviazione
    del procedimento a carico di Berlusconi e
    Dell’Utri indagati come possibili «mandanti
    occulti» delle stragi del 1993 a Milano,
    Firenze e Roma, firmata dal gup di Firenze
    Giuseppe Soresina il 14 novembre
    1998).
    «Gli atti del fascicolo hanno ampiamente
    dimostrato la sussistenza di varie
    possibilità di contatto tra uomini appartenenti
    a Cosa Nostra ed esponenti e
    gruppi societari controllati in vario modo
    dagli odierni indagati (Berlusconi e
    Dell’Utri). Ciò di per sé legittima l’ipotesi
    che, in considerazione del prestigio di
    Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere
    stati individuati dagli uomini dell organizzazione
    quali eventuali nuovi interlocutori
    ». (dall’ordinanza di archiviazione
    del procedimento a carico di Berlusconi e
    Dell’Utri indagati come possibili «mandanti
    occulti» delle stragi del 1992 a Capaci e
    in via d’Amelio, firmato dal gup di Caltanissetta
    Giovanni Battista Tona il 3 maggio
    2002).
    Cosa Nostra intrecciò con Berlusconi
    e Dell’Utri «un rapporto fruttuoso
    quanto meno sotto il profilo economico...
    Nel 1992 il progetto politico di Cosa
    Nostra sul versante istituzionale mirava a
    realizzare nuovi equilibri e nuove alleanze
    con nuovi referenti della politica e
    dell’economia... a indurre nella trattativa
    lo Stato ovvero a consentire un ricambio
    politico che, attraverso nuovi rapporti,
    assicurasse come nel passato le complicità
    di cui Cosa Nostra aveva beneficiato»
    (dal capitolo «I contatti tra Salvatore Riina,
    Dell’Utri e Berlusconi» della sentenza
    emessa dalla Corte di Appello di Caltanissetta,
    che il 23 giugno 2001 ha condannato
    37 boss per la strage di Capaci).

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    Viaggio nella Sicilia del Ponte
    «S e fanno il ponte diventiamo ex siciliani...», è il sorriso di un avvocato dai capelli grigi, ha appena pubblicato un saggio sulla sicilianità. A volte il paradosso rivela la gelosia di una cultura che trema per la tradizione minacciata dal cambiamento. In un certo senso, il mito dell’isola potrebbe ingrigire nell’appendice della terra ferma.
    Una domenica mattina, sotto la tenda di un caffè ai piedi dei gradini che scendono nel mare di Siracusa. Passeggiano nel belvedere i reduci della notte di festa, occhi segnati dal sonno. La paura di scivolare negli ex, aggiunge alle parole dell’avvocato gli affanni di chi lascia ai figli un mondo ex, titolo del libro amaro ed amato di Predrag Matvejevic.
    Ex comunisti, ex democristiani, ex socialisti, ex fascisti, ex laici senza contare quegli ex moderati che hanno trasferito le loro poltrone nel liberismo selvaggio. Ex radicali (anche se il nome del partito non cambia), ex piduisti (qualche dubbio sull’ex), ed ex fuorilegge redenti dai miracoli legislativi di un parlamento che obbedisce. Poi gli ex jugoslavi e profughi dell’ex impero sovietico.
    Soprattutto ex borghesi se per borghesia si intende la folla inquieta che approfondisce e si rimette in discussione e non naufraga nei lustrini del consumismo distribuito dal potere mediatico, nostro signore degli spot.
    Nella ragnatela intelligente dell’avvocato affiora una proposta surreale, anche perché non nasconde di appartenere alla destra in apparenza ex nostalgica.
    L’ha votata e la rivoterà ma con intenzione diversa dall’entusiasmo che immaginavo. Fa capire che il Ponte serve solo a irrobustire quel potere che la sua fantasia politica immaginava umiliato dagli eroi del giuramento di Fiuggi, abiura per trasformare il governo «con una politica socialmente diversa». Ecco perché, visto cosa succede, «governo e presidente dovranno durare almeno dieci anni. Un sacrificio, ma abbiamo l’obbligo di sopportarlo per salvare i ragazzi dell’Italia duemila. Solidarietà tra generazioni. Vanno immunizzati affinché possano crescere diffidando, e per lungo tempo, delle fate morgane che promettono la dolce vita. Anche il Paese delle opposizioni la smetta di sfogarsi nei cortei. Come tutti noi deve assaporare il disgusto fino all’ultima rovina
    per indicare ai nuovi come ricominciare in modo diverso. Finalmente senza ex alle spalle e senza l’illusione di scorciatoie per raggiungere un benessere che pretende sempre e solo fatica ».
    L’eleganza pirandelliana insiste nella provocazione.
    Ma dietro i ricami dell’ironia da caffè, fa capire che la destra lontana dai palazzi ha fretta - prima del previsto - di rivolgersi ai propri palazzi segnalando l’urgenza dello slegare le responsabilità dalla trilaterale di Palazzo Chigi.
    «Altrimenti, cosa sarà della destra siciliana costretta a piegarsi alla Bossi-deregulation, mangia soldi nel Sud?». Per non parlare del Ponte.
    Cerca di indovinarne il nome staccando le parole con la solennità con la quale si scandisce un'apparizione. «Ponte dello Stretto? Banalità da ingeneri. Ponte dei Due Mari? Ponte dei Borboni? Ponte delle Due Sicilie? Meglio Ponte di Messina, perché solo Messina si accorgerà di avere il ponte. Noi, qui, dimenticati nel sud del sud, lo vedremo nei telegiornali».
    Il viaggio nel profondo dell’isola comincia con le domande che l’avvocato lascia sospese come una minaccia, ma con la gentilezza di tanti indirizzi di persone vicine e politicamente lontane, eppure in qualche modo legate dallo stesso timore: l’impoverimento suggerito dalla vanità del lasciare un monumento ai posteri annullando troppe speranze quotidiane. Il ponte?
    La signora insegnante aspetta un bambino. Per arrotondare 900 euro al mese, nelle ore libere accompagna i visitatori dentro l’orecchio di Dionisio. Allarga le braccia: non vuol sentire parlare del Ponte. A cosa serve? 23 per cento di disoccupazione, più il lavoro nero imposto da piccoli impresari dei quali le banche diffidano.
    Bonanno, sindaco di Gibellina, non spegne l’eccitazione innescata da un troupe del Tg3 che lo ha intervistato qualche giorno fa. Il Ponte farà la fine dell’autostrada programmata per legare il Belice del terremoto al resto del mondo. Ma l’asfalto non porta da nessuna parte. Un gregge scende dal prato e lo attraversa come un deserto. La pioggia tiepida accompagna la scalata verso la piccola chiesa del grande architetto.
    È crollato il soffitto, mai una risposta a chi chiede di aggiustarlo. Da qualche baracca un filo di fumo. Scrostate, umide. L’acqua corrente è optional per pochi, le fogne per nessuno. Sono passati 35 anni. C’è chi vive ancora così. Case popolari impastate di sabbia, inaugurate in pompa magna, cadono a pezzi. Inquilini scappati. Ogni tanto qualche ospite randagio trova rifugio. L’abbandono delle stanze ricorda le stanze di ogni guerra dopo il passaggio dei cecchini. Dalle finestre senza vetri spuntano i monumenti che gli scultori hanno regalato nei giorni dell’emozione. Gibellina risorgerà più bella. Un esempio, un miracolo, ma i miliardi sono spariti nelle carte degli scrivani dei viceré di Andreotti o dispersi fra i cassetti della tutela regionale. Labirinti. Anche le opere d'arte non sempre erano donazioni. Adesso affogano fra le sterpaglie. Le ultime tre finanziarie hanno sospeso gli aiuti indispensabili a salvare le cose che si sfaldano, compreso un palazzo vetro cemento, centro direzionale, mercato, insomma, lampadario destinato ad illuminare l’abbandono. Sognavano, ma nessuno si è più fatto vivo. E la gente ricomincia ad emigrare.
    Modica respira un certo benessere. I nipoti degli spigolatori che fino agli anni Cinquanta si sfamavano frugando la terra, sono diventati commessi, impiegate, facchini con apposita divisa, nel cerchio alto che sovrasta il centro storico: Modica Sorda. Lungo la statale fiorisce la città dei supermercati: moda ed elettrodomestici trascinano l’interesse delle banche che aprono tanti sportelli. Ogni posto attorno fa la spesa qui.
    Forse proprio a Modica c’è chi guarda al Ponte con soddisfazione. La favola di Rosario Minano potrebbe diventare un film per giovani registi.
    Dalle stalle alle stelle. Da bidello di liceo a petroliere. Lezione di ottimismo. Lo racconta Carlo Ruta, autore del libro «I complici», edizione Le Pietre. Con la sua Giap, Minano oggi vende benzina Tamoil in tre quarti dell’isola. Con intuizioni portentose apre distributori scegliendo spazi ideali che precedono l’arrivo delle autostrade. Li illumina fino a Lustra, provincia di Salerno. Un bidello dove trova i capitali?
    Sussurri velenosi, ma è certo che la politica gli ha dato una mano, ombra del deputato democristiano Nino Avola, 1970. Drago, ex presidente della Regione, lo tratta come un amico. Con Cuffaro, presidente di oggi, la collaborazione è
    ancora più articolata. Per accorciare la strada della politica si affida al fratello Riccardo, sindaco e assessore alle finanze di Modica. Va in parlamento a Roma come democristiano, torna con la chiave della Casa della Libertà. È il senatore più votato dell’isola, 70 mila preferenze, più di Miccichè e Drago, destra che comanda.
    Regolamenti e leggine danno una mano non solo all’impero del fratello (è il quinto contribuente siciliano) anche agli amici che gli
    assicurano un trono di voti. Ne misura la potenza la serrata dei benzinai. Le cisterne di Minardo hanno avuto il permesso di viaggiare per riempire i distributori. Nessuno osava fermarle.
    Solo un’ombra, tredici anni fa. Quando ancora non aveva conquistato le anticamere della Regione, un funzionario perbene cerca di
    «reagire con consapevolezza al malaffare organizzato ». Lo ripete Ruta. Storia del funzionario che gli sbarra il passo. Ma il nodo si scioglie il 9 maggio del ‘90 appena Giuseppe Monsignore viene ucciso e il mistero ancora non si scioglie.
    «Si tratta di una curiosa congiunzione. Da buon gesuita padre Ennio Pintacuda è perentorio nel cavarne un sospetto». Cronache di ieri. Ormai anche padre Pintacuda che animava la lotta di Leoluca Orlando contro la destra andreottiana, ha cambiato idea ed è diventato un ex.
    L’ultimo ex è un albergo declassato, antico Jolly di Gela: centomila abitanti, disoccupazione e sottosviluppo anche se la violenza non disarma l’impegno rivolto ai giovani dagli operatori dell’Arci. Il 43 per cento delle case è cresciuto senza permesso. Due chiese (una cattolica) ed un convento di suore, sono abusive. Tutto condonato dalla legge regionale che nel 2000 precede il condono di Berlusconi.
    Due amici sono tornati per visitare i morti nelle vacanze di fine mese. Uno fa l’avvocato a Milano, l’altro perito chimico attorno a Padova. A loro piace il ponte di Messina. Li avvicina psicologicamente a casa. E un po’ accorcia il ritorno nel loro angolo di Sicilia. Capiscono le perplessità del vice ministro Miccichè («non la considero una priorità») e la preoccupazione di Salvatore Barbera, assessore regionale allo sviluppo economico: «Sarà un terremoto ma è l’ultima occasione per Messina per non restare città di impieghi pubblici. Bisogna, però, quantificare esattamente le spese di compensazione ed avere la certezza che le infrastrutture vengano realizzate prima dell’inizio dei lavori del ponte». La destra dell’isola cerca di mascherare il «si» dovuto.Ma i due siciliani del nord seguono altre idee. Ascoltano voci diverse. Guardano il ponte dall’alto e non da sotto, come succede a Gela. Insomma, lo vogliono, anche se turbati dagli avvertimenti di Vigna, commissario antimafia: le infiltrazioni mafiose negli appalti,
    subappalti, acquisto preventivo di terreni, licenze per aprire luoghi pubblici, officine, bar sono la terribile scommessa che il Ponte
    impone ai tutori della normalità. Tanto per restare nel dubbio: di chi saranno i distributori di qua e di là dallo stretto? Ipotesi che innervosiscono appena i due del Nord, tanto domani ripartono. Sarà il caso di creare l’antimafia del Ponte ? Vivono lontani, ascoltano altre voci.
    Ridono e non cambiano idea.
    Maurizio Chierici
    mchierici2@libero.it

 

 
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