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L’offensiva contro Berlusconi e i suoi risvolti
di PIERO OSTELLINO
Non appena, nei Democratici di sinistra, Piero Fassino ha manifestato una certa disponibilità al dialogo con la maggioranza sul tema delle pensioni, ma, in prospettiva, forse, anche su un tema ancora più delicato come le riforme, Luciano Violante gli ha buttato fra i piedi la bomba che «la mafia non ha più paura per responsabilità di Berlusconi». Gli effetti minacciano di essere devastanti. Nel campo del centrodestra, il rischio è di radicare ancor più i «falchi» nella convinzione che con l'opposizione non sia possibile discutere perché essa persegue unicamente e semplicemente la criminalizzazione e la conseguente «caduta del tiranno» Berlusconi. Con la prevedibile conseguenza di irrigidire le posizioni anche degli elementi più moderati, di ridurne al lumicino le già deboli intenzioni di trovare un'intesa non solo sulla riforma delle pensioni, ma anche, quel che è peggio, su quella istituzionale, e di paralizzare così il processo riformista rinviandolo alle calende greche.
Nel campo del centrosinistra, il rischio (speculare) è di radicare ancor più i «falchi» nella convinzione che trattare con Berlusconi sia addirittura dannoso. Con la prevedibile conseguenza di ripristinare l'illusione che «il tiranno» lo si possa effettivamente abbattere a suon di inchieste giudiziarie, di indurre tutti ad attendere la delibera della Corte sulla costituzionalità del lodo Maccanico (o Schifani che sia) come l'arrivo del messia, e di paralizzare non solo il processo riformista, ma la stessa capacità di iniziativa politica del centrosinistra. Davvero un bel risultato.
D'altra parte, non sembra neppure un caso che, a giustificazione della propria sortita, Violante abbia citato non solo l'affermazione di Berlusconi secondo la quale «i giudici sono antropologicamente matti», ma anche ricordato la legge sulle rogatorie, la Cirami, quella sul falso in bilancio e per facilitare il rientro dei capitali, per finire al condono edilizio, come a provvedimenti che avvantaggerebbero la mafia.
Se davvero Violante la pensa così, diventa difficile, poi, sostenere, come fa, di non aver accusato il presidente del Consiglio di «connivenza» con la criminalità organizzata e di non alimentare, di conseguenza, la sindrome della «caduta del tiranno». Ma è proprio certo Violante che la politica del paradosso - «muoia Sansone con tutti i filistei» - giovi alla credibilità politica del suo partito e della coalizione di centrosinistra? C'è francamente da dubitarne.
E, allora, che cosa sta succedendo nell'arena politica? La sensazione è che si siano messe in moto, da una parte e dall'altra, troppe forze contrarie alle riforme. Si guardi a quello che si potrebbe chiamare «il paradosso Fini». Con la proposta liberale e riformista, ma non concordata con i suoi, di dare il voto amministrativo agli immigrati, il vicepresidente del Consiglio ha ottenuto un duplice risultato: di rafforzare An e l'Udc, che della coalizione di centrodestra sono l'anima riformista più prudente, per non dire conservatrice e, (re)suscitandone gli «spiriti tribali» e illiberali, di mettere in un angolo la Lega che, invece, ne è, pur grossolanamente e volgarmente, quella riformista più esplicita, per non dire rivoluzionaria.
Ma di paradosso in paradosso qui si rischia di sfasciare tutto. Quali che siano le intenzioni di chi fa politica con i paradossi.


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