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Risultati da 31 a 40 di 51
  1. #31
    Cacciatore di leoni
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    Predefinito Re: X l'inglesista

    In origine postato da Dragonball
    Leggi e rifletti.



    Da The Times:

    August 07, 2002
    Britain is losing Britain
    UK e Italia non sono propriamente sullo stesso piano per quanto riguarda l'immigrazione, sia come percentuale di immigrati residenti che come saldo annuale.

    UK
    Net migration rate:
    2.2 migrant(s)/1,000 population (2003 est.)

    Italy
    Net migration rate:
    2.07 migrant(s)/1,000 population (2003 est.)

    Densità di popolazione
    Italia
    192,5ab/Km2


    Densità di popolazione
    UK
    245,5ab/Km2

    Immigrants as a percentage of population
    UK
    7%

    Italia
    2,4%


    Vale a dire, in UK gli immigrati sono di più e aumentano più velocemente che da noi.
    Senza contare che noi affronteremo i loro problemi (Seconde generazioni, scontri tra diverse generazioni di immigrati) con quindici/venti anni di ritardo.
    Ne consegue che abbiamo tutto il tempo per studiare il fenomeno e di apprendere dai loro errori.

  2. #32
    Cacciatore di leoni
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    Predefinito

    In origine postato da Dragonball
    Piccolo particolare: questo Paese ha quasi solamente produzioni a basso valore aggiunto,ed è quasi nullo nei settori tecnologicamente avanzati.Per questo motivo soffriamo molto + di altri la concorrenza cinese.
    Ridurre i costi assumendo extra non basterà a salvarci dalla Cina.
    L'America al contrario è fortissima anche nei settori avanzati e reggerà anche alla spinta cinese.
    Tutti sembrano essersi accorti dei Cinesi adesso, in realtà i Cinesi abbiamo cominciato ad affrontarli diversi anni fa', specie nel settore tessile nel comasco sembrava che i Cinesi avrebbero portato alla rovina tutto il settore.

    Non è andata così: chi ha ristrutturato i cicli logistico produttivi ed ha puntato su qualità e tempi di consegna c'è ancora e gode di buona salute.

    La storia che in Italia mancano produzioni ad alta tecnologia è solo in parte vera, tanto per fare un esempio siamo i terzi al mondo per la produzione di macchine utensili, dove è necessaria un'integrazione tra meccanica ed elettronica.
    Ultimamente appena fuori Milano i giapponesi hanno aperto un loro sito produttivo di semiconduttori che servirà tutta Europa.
    Siamo indietro, ma non così indietro.

    Senza contare che conosco personalmente due imprenditori italiani della mia zona che hanno aperto stabilimenti in Cina, e anche questi sono soldi italiani. Aspettiamo prima di fasciarci la testa.

  3. #33
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    Predefinito Re: Re: X l'inglesista

    In origine postato da Tahoeman
    UK e Italia non sono propriamente sullo stesso piano per quanto riguarda l'immigrazione, sia come percentuale di immigrati residenti che come saldo annuale.

    UK
    Net migration rate:
    2.2 migrant(s)/1,000 population (2003 est.)

    Italy
    Net migration rate:
    2.07 migrant(s)/1,000 population (2003 est.)

    Densità di popolazione
    Italia
    192,5ab/Km2


    Densità di popolazione
    UK
    245,5ab/Km2

    Immigrants as a percentage of population
    UK
    7%

    Italia
    2,4%


    Vale a dire, in UK gli immigrati sono di più e aumentano più velocemente che da noi.
    Senza contare che noi affronteremo i loro problemi (Seconde generazioni, scontri tra diverse generazioni di immigrati) con quindici/venti anni di ritardo.
    Ne consegue che abbiamo tutto il tempo per studiare il fenomeno e di apprendere dai loro errori.

    Si vede che proprio non ragioni.....infatti chi si lamenta di più dell'immigrazione è il nord....perchè non fai la ricerca della densità di popolazione che c'è al nord che è la prima in assoluto in Europa, ma pensa te abbiamo 15 anni di tempo per studiare il fenomeno, quando si farebbe prima a far entrare eventualmente se ci servono quelli comunitari....ma metti un poò la testina a posto va......

  4. #34
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    Predefinito

    In origine postato da Tahoeman
    chi ha ristrutturato i cicli logistico produttivi ed ha puntato su qualità e tempi di consegna c'è ancora e gode di buona salute.
    Sui tempi di consegna,anche per motivi logistici,concordo,ma sulla qualità no.
    Come hanno notato molti imprenditori la qualità cinese sta aumentando costantemente.E comunque si possono razionalizzare i costi finchè si vuole,ma arrivare al loro costo di lavoro è impossibile.
    Leggevo che hanno ancora centinaia di milioni di contadini poveri pronti a trasferirsi nelle città...e prima che i loro salari crescano...passerrano almeno 50-70 anni.
    Sul resto: l'Italia è molto indietro in tutti i settori tecnologici,e basta vedere la % di brevetti a livello UE per capire come siamo indietro.
    Non sarà un singolo investimento giapponese a farci risalire la china.

    Allego dati alle mie affermazioni:

    -------------------------------------------------------------------------------
    -------------------------------------------------------------------------------


    Delocalizzare è la nuova regola
    Tessile in crisi: ora soffrono i grandi gruppi



    BRESCIA

    È la crisi dei grandi gruppi cotonieri (e lanieri). Delle holding che negli anni passati hanno investito centinaia di milioni di euro per aumentare la capacità produttiva, diminuire l’incidenza del costo del lavoro per unità di prodotto, mantenere una leadership storica. Dei gruppi che hanno «inventato» la fabbrica che non si ferma mai: 24 ore al giorno, sette giorni su sette. È la crisi di una industria pesante che ha giocato un ruolo decisivo nello sviluppo della industrializzazione a Brescia. È questo il tessile che si trova a fare i conti con i produttori dei paesi terzi, che oltre ad avere illimitate disponibilità di materia prima possono contare su manodopera a costi irrisori. È per questo che i duemila posti a rischio, che si aggiungono ai mille già persi nel comprensorio bresciano e in quello sebino-camuno, devono fare riflettere. E innescare, subito dopo, una azione di politica industriale mirata: sempre che non si dia per scontato l’esito della partita. La competizione è talmente agguerrita e la rapidità degli interventi vitale che ormai i grandi gruppi non ci pensano due volte a chiudere reparti o intere unità produttive. E, spesso, a trasferire altrove le produzione dismesse nel Bresciano. Sono interi reparti che passano armi e bagagli nell’Europa dell’Est, nel Nord-Africa, in Turchia. L’elenco è lungo e l’incontro convocato venerdì in Associazione Industriale dalla NK di Capriolo è solo il capitolo di una storia che sembra ripetersi. Il caso più eclatante, anche per le dimensioni internazionali, è quello di Marzotto. Il gruppo di Valdagno che ha chiuso all’inizio dell’anno la sede storica di Manerbio mettendo in mobilità 271 addetti, ha comunicato al sindacato la decisione di dismettere la tessitura di Praia Mare e la filatura di Piovene Rocchette per trasferire la produzione nella Repubblica Ceca. La strategia è chiara: si produce dove costa meno, visto che la tecnologia è trasferibile e i livelli qualitativi sono ormai arrivati agli standard europei. Marzotto è il caso più eclatante, ma non il solo. Delle traversie della Olcese diciamo nel pezzo a fianco. Ma a soffrire (e a ridurre gli addetti) sono state la Legnano (in Valle Camonica), la Franzoni di Esine (nella Bergamasca), la Grignasco (ha chiuso la filatura di Bostone di Villanuova). Quando il veronese gruppo Bonazzi ha deciso che le due unità della Bulgari Filati (Castelcovati e Ponte San Marco) non erano più compatibili con il conto economico ha chiuso i battenti, mettendo in mobilità un centinaio di addetti. Ora sul tavolo arriva anche il piano industriale della NK di Capriolo. (lda)


    Aib lancia l’allarme
    Imprese in crisi o sistema in declino?
    Camillo Facchini

    BRESCIA



    Siamo ancora «D’incolto costume e laboriosa tempra», come titola il libro di Marcello Zane che era andato a capire le ragioni per cui a Brescia c’erano tanto lavoro e altrettanto benessere e successo imprenditoriale? Oppure, con la perdita di competitività, è incominciato il declino industriale di Brescia e la conseguente secolarizzazione dell’economia? Aldo Bonomi, presidente di Aib, non ha dubbi e risponde «gli imprenditori bresciani hanno ancora fame», anche se non è più l’appetito atavico del Dopoguerra, quello degli anni in cui il mercato chiedeva e l’impresa vendeva: è voglia di far bene, di investire, innovare, di fare correre le aziende che, se vanno bene, ha ricordato Bonomi, valgono, altrimenti non valgono niente. Ma il momento per l’industria bresciana è difficile, molto difficile: la produzione industriale non cresce, anzi, rispetto al primo semestre 2002, è scesa dell’1,7% e le previsioni del 2003 immaginano un calo di un altro punto che rappresenterebbe quindi il terzo anno di flessione dopo il 2001 (meno 2,7%) e il 2002 (meno 3,9%); la cassa integrazione straordinaria è salita del 459%; le esportazioni - da sempre straordinario «atout» dell’industria bresciana - crescono ad un tasso inferiore a quelli regionale e nazionale. Dov’è finita allora la «laboriosa tempra»? Indebolita dalle malie dei capital gain o dall’interesse per il mattone e la redditività di molte compravendite? Se i capital gain sono un ricordo di stagioni che faticano a ripresentarsi «il mattone - risponde Aldo Bonomi - non basta ad aiutare i bilanci delle imprese» per le quali gli imprenditori bresciani domandano un sistema, una «cabina di regia» dentro la quale stiano pubblico e privato. Ma Brescia chiede anche alla politica maggiore «efficacia della rappresentanza degli interessi locali in ambito nazionale e internazionale», come dire che se la Cina manda qui i rubinetti (copiati) con un tasso di piombo sette volte più alto di quelli prodotti in Italia, qualcuno in dogana dovrebbe dire «alt» a quei prodotti fuorilegge. L’industria sollecita «un governo che governi», domanda «leggi innovative e di riforma del paese», invita l’opposizione «a controllare e stimolare i bisogni». Basta liti sulla giustizia, quindi, che è un problema importante ma non è il solo problema; le imprese vogliono che si passi dalla stagione delle polemiche a quella delle riforme, dei progetti, delle realizzazioni, della tutela degli interessi generali «perchè - ricorda il presidente di Aib - per questo siamo andati alle urne e per questo abbiamo scelto i nostri rappresentanti di governo e di opposizione».


    Le rilevazioni del Centro studi di Aib sul preoccupante calo bresciano
    L’industria torna al 1995
    Le quantità del secondo trimestre ricalcano quelle di 8 anni fa




    BRESCIA

    Allarme rosso: il linguaggio è militare, ma i problemi sono industriali. Fatto cento per i valori di produzione del 1995, quelli del secondo trimestre di quest’anno sono pressoché identici. Per le imprese bresciane sono lontane le stagioni in cui la produzione dell’industria presentava l’indice 110 (secondo trimestre del 2000) o un altrettanto soddisfacente 108 (quarto trimestre dello stesso anno) prima di iniziare, nel settembre del 2001 (le Twin Towers hanno solo anticipato gli scandali finanziari Usa e le bolle dei mercati azionari che continuano a condizionare le economie), una discesa che non si è ancora fermata. Scende la produzione, scende l’export, salgono le preoccupazioni dell’impresa per la quale se a Brescia non ci sarà una decisa correzione di rotta, se continuerà a mancare una seria politica industriale. Il rischio, insomma, è il declino industriale ed economico. Aib lancia l’allarme con la convinzione che - a Roma come a Brescia - la politica non abbia la piena consapevolezza di una situazione i cui effetti potrebbero esser la scomparsa di interi settori produttivi (dal tessile al casalingo) e il ridimensionamento di altri comparti, chiamati a confrontarsi con le importazioni dall’Asia, ma anche dall’Europa Centroorientale. Gli effetti della crisi, che si trascina ormai da tre anni, non vanno interpretati a breve termine: quali potranno esser le conseguenze del protrarsi di questa situazione nel medio lungo periodo? Quali rimedi possono esser portati e quali interventi la politica e le imprese possono proporre. Aib ha quattro proposte: chiede politiche a favore del «capitale sociale», non inteso come azionariato, ma come patrimonio bresciano, ovvero per migliorare le risorse umane e rendere efficiente un sistema di uomini e donne che ha sempre rappresentato il vantaggio competitivo dell’industria bresciana; sollecita politiche del lavoro e della formazione (per migliorare le conoscenze di chi lavora); propone strategie di sviluppo per le piccole e medie imprese (per una crescita delle dimensioni attraverso l’aggregazione); suggerisce infine politiche del territorio e dell’ambiente, anche se tutelare l’ambiente non vuol dire bloccare investimenti strategici come le nuove centrali elettriche.




    Dal Giornale di Brescia di oggi:


    Casalinghi: in 8 anni Brescia si dimezza, la Cina raddoppia
    DAI DATI DELL’UFFICIO STUDI DELL’AIB LA CONFERMA DELL’INARRESTABILE CRESCITA DELL’EXPORT CINESE

    --------------------------------------------------------------------------------

    LA LEONESSA & IL DRAGONE

    BRESCIA - Dati facili da leggere, dati da brivido. Con un lavoro che più paziente non si può, l’ufficio studi dell’Aib ha messo sotto esame uno fra i comparti - quello dei casalinghi - più aggrediti dai cinesi. Lo studio ha messo a confronto per l’arco di 8 anni (dal 1995 al 2002) gli indici di penetrazione sui mercati europei delle produzioni italiane e cinesi di casalinghi. Le cifre assolute e in percentuale si trovano riassunte nella tabella qui accanto. Partiamo dall’Unione Europea. Nel 1995, Cina e Italia avevano quote quasi corrispondenti sul mercato del casalingo europeo: il 15,44% l’Italia, il 17,81% le produzioni cinesi. Ma già due anni dopo la Cina accelera: sale al 22% mentre l’Italia difende le posizioni confermando il suo 15%. Il salto cinese avviene a cavallo del Duemila. In quell’anno, i cinesi occupano già poco meno di un terzo di tutto il mercato: il 31%. Le produzioni italiane (e quindi bresciane in particolare) sono alle corde con poco più dell’11% del mercato, ulteriormente rosicchiato lo scorso anno (10,7%) mentre i cinesi lo scorso anno hanno superato il 32%. In sintesi: in 8 anni i cinesi hanno quasi raddoppiato la propria quota di mercato (dal 17% a 32%) mentre il prodotto italiano ne ha perso un terzo: dal 15 al 10%. E le prospettive non sembrano granché incoraggianti. Ma il casalingo cinese non ha raddoppiato solo a livello Ue. Per restare al solo mercato italiano, la Cina ne occupava il 14% nel ’95 ma nel 2002 aveva già più che raddoppiato portandosi al 32%.





    Amara scoperta di Aldo Bonomi
    «Mi hanno copiato l’intero catalogo»


    Alla fiera di Francoforte, circa sette anni fa, ho trovato il nostro catalogo interamente copiato. La vittima illustre della contraffazione è Aldo Bonomi, presidente dell’Aib, o, per meglio dire, la sua azienda, la Rubinetterie bresciane Bonomi spa, specializzata in valvole a sfera e leader nel settore. Sette anni fa, ci fa notare Aldo Bonomi, come a dire che la contraffazione, è quasi un fenomeno storico, del quale ci siamo resi conto con ritardo, quando ormai combatterla diventa davvero difficile. «Alla fiera di Nizza - continua Bonomi - ho trovato la copia esatta di una nostra valvola, con tanto di logo, anche quello perfettamente imitato». Siamo, lo vogliamo far notare, in due ambienti europei, a dimostrazione che la contraffazione non conosce pudore e soprattutto non ha confini. I danni ormai sono a trecentosessanta gradi. «Sono colpiti il mercato asiatico, quello sudamericano, quello Usa, ma non è da meno l’Europa». Quel che non si conosce è la pericolosità delle contraffazioni sotto il profilo sanitario. Il materiale con cui sono fatti i rubinetti copiati e i loro accessori contiene quantità di piombo non ammessi dalle norme europee. Il piombo è un veleno per gli utilizzatori. L’allarme, dunque, non è solo economico, ma anche relativo alla salute pubblica. (s. da.)






    L’industria del falso continua a fare affari
    Aib chiede che «le regole del libero mercato valgano per tutti»
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    Silvano Danesi
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    LUMEZZANE
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    «Il fenomeno della contraffazione è in accelerazione esponenziale». Aldo Bonomi, presidente dell’Aib, è preoccupato. Telefona dall’estero, dove è impegnato in vari incontri, per affermare la necessità di affrontare la questione con decisione e con nuove iniziative. L’Aib sull’argomento ha messo al lavoro una commissione guidata da Tiziano Ghidini. A Roma una commissione nazionale di Confindustria, alla quale partecipa il direttore dell’Aib, Salvatore D’Erasmo, si sta occupando a ritmo serrato dell’argomento. «Dobbiamo fare pressioni sul Governo - sostiene Aldo Bonomi - perché quello della contraffazione non è solo un problema locale; è un problema italiano, che riguarda molti comparti e le istituzioni devono impegnarsi, a tutti i livelli, per porre un rimedio». Bonomi non crede nei dazi, nelle barriere doganali, ma sottolinea che le «regole del libero mercato devono valere per tutti» e che l’Unione Europea «è in ritardo» e non ha messo in campo quanto è possibile. Tiziano Ghidini, in più occasioni, in sintonia con la commissione che è al lavoro in Aib, ha messo in evidenza come la concorrenza sleale sia favorita da regimi che consentono lo sfruttamento dei lavoratori in termini di vera e propria schiavitù. Su questo argomento, assai interessante per la sua consistenza e drammatico per la sua valenza sociale e morale, interviene Giorgio Santini, segretario nazionale della Cisl. Ospite dell’Unione di Brescia per un convegno organizzativo, Santini sul fenomeno dei "cinesi" o, per meglio dire, della contraffazione, invita tutti quanti a riflettere sulla "clausola sociale". Cosa significa? «Significa - sostiene Santini - che quando la Cina ha aderito al Wto, ossia alle regole che governano il commercio mondiale, non ci si è peritati di chiederle di rispettare le regole che riguardano i lavoratori, a cominciare dal lavoro minorile, per arrivare a quelle del diritto all’esistenza delle organizzazioni sindacali e della contrattazione». Vediamo di approfondire il problema. La "clausola sociale" è lo strumento con il quale si tende ad assicurare i diritti minimi internazionalmente riconosciuti ed il rispetto delle leggi sociali dei singoli Paesi, cioè si tende a far applicare in tutti i Paesi che vogliono accedere liberamente al commercio internazionale almeno alcuni diritti sociali e civili minimi stabili dall’Oil, l’Organizzazione internazionale del lavoro di Ginevra. Per diritti minimi si intendono, in particolare: il rispetto del divieto del lavoro forzato o in schiavitù (Convenzioni n. 29 e n. 105 dell’Oil); il rispetto della libertà di associazione e di negoziazione sindacale (in molti Paesi non esiste alcuna possibilità di organizzare liberamente sindacati, né di svolgere una efficace azione contrattuale; anzi l’attività sindacale è perseguitata e molti sindacalisti incarcerati ed uccisi - Convenzioni n. 87 e n. 98 dell’Oil); il rispetto del divieto al lavoro per i bambini (Convenzione n. 138 dell’Oil); il rispetto della non discriminazione degli occupati, con l’abolizione di ogni discriminazione, sia nell’accesso al lavoro, sia sul lavoro (Convenzione n. 111 dell’Oil). La "clausola sociale" dovrebbe consentire ai lavoratori di beneficiare di retribuzioni dignitose, di orari di lavoro ragionevoli e di condizioni di lavoro decenti. Il tema dell’introduzione di una "clausola sociale" negli accordi internazionali ha conosciuto una prima svolta in positivo con la sigla degli accordi dell’Uruguay Round, di Marrakech nel 1994 e con l’avvio, a Singapore, nel 1996, dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc-Wto). Il tema è stato poi sempre al centro dei successivi vertici di Seattle (in Canada) e di Doha (nel Qatar) nel 2001, anche se finora non ha ottenuto gli esiti sperati ed è stata avviata solo una collaborazione fra Wto e Oil. Il maggior successo in questo campo è stato ottenuto dalla Fse:Thc (Federazione sindacale europea del settore tessile) con l’inserimento, nel 1994, negli accordi Spg (Sistema delle preferenze generalizzate) di una "clausola sociale" fra Ue e i Paesi in via di sviluppo aderenti. Essa prevede che i Paesi che dimostrano di rispettare i punti principali delle "Convenzioni Oil", in particolare il divieto del lavoro dei bambini e la libertà sindacale, ottengono dall’Ue una riduzione delle tariffe doganali per le loro esportazioni di prodotti tessili in Europa. La Fse:Thc, conseguentemente, ha introdotto dossier contro Paesi che non rispettano i diritti minimi, come il Pakistan e la Birmania. Il suggerimento di Santini, dunque, ha già un consolidato di esperienza e può diventare un concreto terreno di lavoro e di intesa tra organizzazioni imprenditoriali e organizzazioni sindacali, con l’unico obiettivo di difendere le nostre produzioni e la nostra economia.





    Quattro testimonianze, fra plagio e bassi costi


    ALDO BONOMI - Il presidente dell’Aib, alla guida delle Rubinetterie Bresciane, in una fiera di Francoforte si è visto clonato l’intero catalogo delle proprie produzioni, logo compreso.

    LA BRC-ROSSETTI - L’azienda di Casto produce maniglie e serrature. In Nigeria, da un suo grossista, scopre delle serrature copiate e con il marchio BRC impresso.

    MARIA FERAZZOLI - Artigiana delle confezioni: «Riuscire ad avere commesse da Case anche importanti è sempre più difficile per via dei costi iper-bassi che la Cina offre».

    JEANS A 2 € - Quando la concorrenza diventa improponibile. A molte aziende artigiane viene offerta la possibilità di acquistare partite di jeans made in China a meno di 2 € il paio.





    La Rossetti di Casto
    Scopre in Nigeria le maniglie false

    Tra le vittime della concorrenza sleale dovuta alla contraffazione c’è la BRC di Rossetti srl di Casto, azienda specializzata nella produzione di maniglie e di accessori di ottone. La contraffazione più recente è quella di una serratura. Siamo in Nigeria, mercato interessante per la Rossetti, dove l’azienda di Casto ha un suo grossista di riferimento. Il titolare della Rossetti, durante uno dei molti viaggi in giro per il mondo per reggere la concorrenza sempre più agguerrita, vede un prodotto uguale al suo, ma si rende conto che suo non è. Copiato. «Vede - ci dice - la storia è sempre quella. Vanno dal grossista, copiano e poi si ripresentano con prezzi stracciati». I copiatori non sono solo i cinesi, anche se è a loro che va la palma della contraffazione. Hanno copiato maniglie - aggiunge Rossetti - poi un set di maniglie, poi un set di maniglie e le serrature. Il problema è che copiano male e ci rovinano nome e mercato». Oltre ai danni, dunque, anche le beffe. A volte ai produttori copiati accade di essere chiamati a rendere conto di contraffazioni. (s. da.)

  5. #35
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    Predefinito Re: Re: Re: X l'inglesista

    In origine postato da pensiero
    Si vede che proprio non ragioni.....infatti chi si lamenta di più dell'immigrazione è il nord....perchè non fai la ricerca della densità di popolazione che c'è al nord che è la prima in assoluto in Europa, ma pensa te abbiamo 15 anni di tempo per studiare il fenomeno, quando si farebbe prima a far entrare eventualmente se ci servono quelli comunitari....ma metti un poò la testina a posto va......
    La testa posto dovresti metterla tu e i teatranti della lega per quanto mi riguarda.

    La densità di popolazione del nord Italia non è la maggiore d'Europa: è in linea con quella di England, Nederlands e altre regioni densamente urbanizzate.
    Fine della discussione.

  6. #36
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    Predefinito

    In origine postato da Claude
    Non credo proprio che la cultura che la Lega difende sia quella della democrazia liberale, altrimenti saremmo tutti d'accordo. Del resto, il voto agli immigrati potrebbe avere l'effetto di instillare questa cultura in chi non ce l'ha mai avuta.
    Sicuro che possa avvenire questo? Non mi sembra che la mandria di immigrati francesi abbia portato molta democrazia nei propri paesi di origine....

  7. #37
    Betelgeuse
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    Predefinito Re: Re: X l'inglesista

    In origine postato da Tahoeman

    Senza contare che noi affronteremo i loro problemi (Seconde generazioni, scontri tra diverse generazioni di immigrati) con quindici/venti anni di ritardo.
    Ne consegue che abbiamo tutto il tempo per studiare il fenomeno e di apprendere dai loro errori.
    La Jugoslavia è lì, a due passi: da secoli un terremoto etnico vicinissimo a noi. L'ultima scossa, terrificante, proprio sotto i nostri occhi. Epperò continuiamo a procedere verso un tipo di caos molto simile se non peggiore come se nulla fosse, anche sapendo che al minimo ci porterà gli stessi problemi che affliggono quelle aree d'Europa dove è ad un livello molto più avanzato. Apprendere dagli errori?
    Santa ingenuità. (?)



  8. #38
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    Predefinito Re: Re: Re: X l'inglesista

    In origine postato da Betelgeuse
    La Jugoslavia è lì, a due passi: da secoli un terremoto etnico vicinissimo a noi. L'ultima scossa, terrificante, proprio sotto i nostri occhi. Epperò continuiamo a procedere verso un tipo di caos molto simile se non peggiore come se nulla fosse, anche sapendo che al minimo ci porterà gli stessi problemi che affliggono quelle aree d'Europa dove è ad un livello molto più avanzato. Apprendere dagli errori?
    Santa ingenuità. (?)


    Alzheimer precoce?
    Santi cromosomi!

    Certo, che stupido! La Jugoslavia è esplosa per via degli immigrati! Ma come ho fatto a non accorgermene prima!

  9. #39
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: X l'inglesista

    In origine postato da Tahoeman
    Alzheimer precoce?
    Santi cromosomi!

    Certo, che stupido! La Jugoslavia è esplosa per via degli immigrati! Ma come ho fatto a non accorgermene prima!
    La Jugoslavia è esplosa perchè non era omogenea e il processo di disintegrazione è stato accelerato da un basso tenore di vita dovuto al comunismo.
    L'invasione/immigrazione turca dei secoli addietro,che ha portato l'islam in Bosnia,ha lasciato il segno.

  10. #40
    Veneta sempre itagliana mai
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    '' E' in gran parte merito di Luca Cordero di Montezemolo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari '' (Joseph S. Blatter - Presidente F.I.F.A. - Dicembre 2007)
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: X l'inglesista

    In origine postato da Tahoeman
    Alzheimer precoce?
    Santi cromosomi!

    Certo, che stupido! La Jugoslavia è esplosa per via degli immigrati! Ma come ho fatto a non accorgermene prima!
    E smettila di sfottere testina......se ti piace tanto quanto successo in jugoslavia fai armi e bagagli e trasferisciti lì, e per quanto riguarda la densità di popolazione al nord è come affermo io è la più alta in Europa....ma lo vedi quando metti i piedi fuori di casa e prendi in mano la macchina? considera che noi abbiamo anche i le Alpi, a menochè non pretendi che andiamo ad abitare sul cucuzzolo del Monte Bianco

 

 
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