....era Prodi

Milano. Negli ultimi mesi, Romano Prodi, presidente della Commissione europea, ha perso tre volte.
Primo caso di mira mancata: voleva essere un elemento di unione, un pacificatore tra i membri dell’Ue, e tra i vecchi soci e i nuovi, invece “meno male che l’euro è uno e indivisibile, sennò a quest’ora Prodi sarebbe riuscito a dividere pure quello in due, per poi scegliere la moneta meno preziosa”, anonima ma netta la battuta di un alto funzionario a Bruxelles.
Secondo obiettivo fallito: la testa della Commissione non pare un esecutivo forte, ma un consiglio d’ordinaria amministrazione comunitaria, privo di rilevante slancio politico, strattonato (o accantonato) dalle risorgenti voglie di protagonismo degli Stati. Terzo traguardo sfumato, quello offerto dallo scenario post 11 settembre e post Saddam: avrebbe potuto ritagliarsi (e giocarsi) il ruolo di ponte tra l’Unione europea e la potenza americana alle prese con crisi internazionali che qualcuno dovrà pure tentare di risolvere. Non lo ha fatto, anzi.
Con questi tre risultati negativi che pesano, se per caso Prodi sta pensando di restare a Bruxelles, scrive il Financial Times (3 aprile
2003), beh, “non ci pensi nemmeno”: perfino “molti governi che lo sostennero con entusiasmo quattro anni fa vedrebbero un secondo mandato come impensabile.

Lamentano l’influenza ondivaga della Commissione, la carenza
di una leadership strategica e lo stile di comunicazione lunatico del signor Prodi”; uno stile che, via via, lo ha portato a litigare con il premier belga Guy Verhofstadt, a punzecchiarsi con il presidente
francese Jacques Chirac, poi a pestare i piedi al rappresentante
della politica estera e di difesa dell’Ue Javier Solana (mister Pesc), poi a inimicarsi gli inglesi, di Oxford e non solo, e la maggior parte della sua Commissione (Mario Monti compreso, con Chris Patten e Antonio Vitorino) per aver presentato, senza consultazioni, la proposta di riforme dell’Ue dell’esecutivo di Bruxelles.
Ci sono tre meriti che anche i critici riconoscono alla Commissione Prodi: l’avvio della riforma della burocrazia, l’arrivo tutto sommato morbido dell’euro e il raggiungimento della fase finale dei negoziati per l’allargamento dell’Ue.
Eppure Prodi è riuscito a deludere pure i suoi sostenitori.

Altro che pacificatore
All’inizio dell’anno, in piena discussione Onu sull’Iraq, Prodi era “felice” che il motore franco-tedesco fosse ripartito: mantenendo il suo tradizionale schieramento al fianco dei due poteri forti e stanchi della Vecchia Europa, spiegava però che la proposta franco-tedesca di riforma dell’Ue non va bene, perché un’Ue con due presidenti è più complicata, non meno.
Manca una voce vera e unica in politica estera, ha ripetuto spesso Prodi, grande ammonitore, nel senso che ama continuamente avvertire tutti dei rischi futuri: no a scorciatoie belliche in Iraq, guai a sforare i bilanci in Europa, attenti ad aprire alla Russia, la Nato non basta, cautela ché il Medio Oriente esplode.
Se l’Europa parlasse con una voce sola potrebbe “avere una grande influenza nella politica mondiale”, e invece “ci ridono dietro”, è stato il suo fresco e disilluso esame della situazione. Quelle del recente minivertice sulla minidifesa di Bruxelles erano quattro, di voci: francese, tedesca, lussemburghese, belga.
Tutte sulla linea anti interventista in Iraq e diffidente, se non ostile, nei confronti dell’Amministrazione Bush.
Erano quattro voci, di parte, ma con il sostegno di Prodi.
Il quale, al termine del summit, che pretendeva di tracciare le linee guida di un gruppo di pionieri dell’eurodifesa – senza Londra, Roma e Madrid, tanto per notare alcune pagliuzze – ha detto di essere molto soddisfatto, perché il gruppo, bontà sua, ha porte aperte a chi vorrà farne parte.
Il presidente della Commissione, però, si è schierato subito. Eppure a quel verticino, “che va nella direzione giusta”, Prodi nemmeno partecipava.
Eppure tutto questo schierarsi non giova certo al premier inglese Tony Blair – grande elettore prodiano nel ’99, con il tedesco Gerhard Schroeder – che ora prova a convincere i suoi scettici connazionali che Ue è bello. Ancora prima, in febbraio, il presidente era sempre molto soddisfatto della proposta franco-tedesca per evitare, con ispezioni “rafforzate”, la guerra in Iraq. Si era precipitato a stare, “nella giusta direzione”, al fianco di Parigi e Berlino, “anche se non si sa nemmeno se esiste un vero e proprio piano”, ammetteva.
Del resto, la “rottura” in Europa, nella pagella del professore, non l’hanno creata i franco-tedeschi, che prima di tutti e senza consultare gli alleati hanno scelto il no a Bush, spacciandolo per linea europea. La rottura, per Prodi, viene più dagli otto paesi che hanno deciso di manifestare il loro sostegno e la loro amicizia all’alleata America con una lettera, ma ancora peggio: il presidente si è detto “molto deluso” dai paesi candidati all’Ue che hanno firmato dichiarazioni di solidarietà agli Stati Stati Uniti senza coordinarsi con l’Europa. Perché “non si possono – sostiene – condividere le questioni economiche con l’Europa e quelle sulla sicurezza con l’America”. Questi paesi “hanno dimostrato – ha detto Prodi sulla falsariga (rispettosa della presunta grandeur parigina) degli altrettanto duri rimbrotti di Chirac, che pure non ha mai tanto amato l’ex premier emiliano – di non aver capito lo spirito dell’Unione, che non è solo economica, ma anche politica”. Manco fossero America e Ue alleate nella lotta al terrorismo, non sia mai. Ed era ancora “molto soddisfatto” Prodi perché “tenere l’Europa unita e ancorata alle decisioni dell’Onu, era quello che mi premeva”. Così ha riassunto la sua linea dopo il summit di Bruxelles del 17 febbraio, pochi giorni prima di mettere nero su bianco che la priorità dell’ultimo anno del suo mandato, fino al 31 ottobre 2004 salvo sorprese, è proprio l’allargamento a quei dieci paesi cui Prodi e Chirac hanno da poco dato il loro cordiale “benvenuto”.

Altro che esecutivo forte
Per spiegare al Foglio la seconda batosta di Prodi, una gola profonda molto vicina alla Commissione di Bruxelles, dice che il presidente ha una scusante, ma ha anche commesso un errore ormai irrimediabile.
Da questi due elementi, scusante ed errore, nasce la debolezza della Commissione.
Scusante: quando Prodi fu scelto alla guida dell’esecutivo di Bruxelles i governi europei gli fecero credere che stava davvero per nascere un altro governo: quello dell’Ue, cioè il suo.
Perché dopo la crisi della Commissione Santer, sfiduciata, serviva un colpo di reni.
Che però non c’è stato, anzi: il “pendolo” del potere europeo, con l’avvio della fase di costruzione dell’Unione politica e con la crisi internazionale, è tornato dalla parte dei governi, c’è stata dunque una ripresa del protagonismo degli Stati membri. “Mai un presidente della Commissione era stato tanto illuso”, ma come leader di un supremo organo amministrativo-burocratico la Commissione avrebbe comunque potuto – dice la fonte del Foglio – smuovere e influenzare i governi con un sapiente uso dei dossier, dei finanziamenti, delle risorse, del linguaggio diplomatico.
Invece di continuare a tentare di esercitare un ruolo politico inesistente, esternando e ammonendo – il patto di stabilità non si tocca, però è stupido, anche se si adatta; serve una voce per l’economia e una per la politica estera, ma mister Pesc dev’essere nella Commissione, mentre l’idea del super presidente non va; l’Onu deve avere un ruolo centrale nella ricostruzione in Iraq, l’Europa forse, sì, no – insomma, invece di comportarsi come se l’Unione politica esistesse già e fosse salda, Prodi avrebbe potuto indurre i governi a rafforzare l’Unione, non solo economica, utilizzando la conoscenza dei dossier, dei capitoli di spesa e di programmazione e di accordo, tutti atout che Prodi non ha avuto, ma che possono essere appuntite armi di convincimento nei confronti dei leader europei. “Prodi ha sbagliato tutti o quasi i collaboratori, ha sottovalutato l’importanza di conoscere i dossier e si è affidato alle sue qualità di leader bonario”, che forse, come ha scritto il Financial Times il 23 dicembre scorso, possono anche andare bene in Italia, non in Europa. Infatti non ha funzionato: i vertici europei del suo mandato saranno ricordati per le trattative estenuanti, fino all’ultimo secondo e oltre, a notte fonda.
Il presidente, invece di arrivare al summit con una proposta di compromesso, utile a metter d’accordo i Quindici, aggiungeva la sedicesima posizione, peraltro spesso soggetta a repentini ripensamenti, la sua.
L’ultima occasione persa è aver optato per il sostegno al mini vertice che nonostante le dichiarazioni di circostanza nasceva con un’ispirazione di bilanciamento, contro-bilanciamento, in sostanza con velleitarie aspirazioni di futura alternativa alla Nato o alle alleanze militari in stretta e indispensabile relazione con l’America.
Prodi poteva tentare di favorire il riavvicinamento tra le due sponde dell’Atlantico? Non l’ha fatto, anzi. Si è detto preoccupato dell’antiamericanismo in Europa, ma ha dovuto scrivere al Corriere della Sera per spiegare meglio il senso di una sua intervista a Repubblica: l’Ue deve crescere per collaborare con gli Stati Uniti, da alleata con pari dignità, non da nemica. Evidentemente, c’era bisogno di dirlo.
Questi fallimenti danno il segno di un presidente non sopra le parti, non pacificatore, non protagonista.
Che pensa d’interpretare, come ha fatto ieri, l’opinione dei popoli, uniti per la pace, mentre sarebbero i governi, quelli che la Commissione dovrebbe contribuire a far andare d’accordo, a essere divisi. Quelli che l’hanno visto nelle ultime riunioni a Bruxelles, in quella recente sulle riforme dell’Ue, spiegano che ormai si nota una “negligenza finale”: Prodi pare disinteressato, sembra dire “fate voi”, mentre lui – raccontano – “malinconico” pensa ad altro.

articolo di maggio 2003

saluti