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Discussione: Il muro degli....

  1. #21
    SENATORE di POL
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    da www.israele.net

    " Rimosso (e spostato) un tratto di barriera anti-terrorismo

    22 febbraio 2004

    Un muro inamovibile? Un confine definitivo? Una scusa per strappare altre terre ai palestinesi? Tutta propaganda: Israele costruisce e, se possibile, rimuove e sposta la barriera unicamente per difendersi dal terrorismo. Lo dimostra quanto e' accaduto domenica 22 febbraio.
    Nello stesso giorno in cui, per tragica coincidenza, a Gerusalemme l'ennesimo attentatore suicida palestinese faceva strage di civili israeliani (Un'altra strage su autobus), Israele ha avviato i lavori per la rimozione di un tratto di circa 8 km di barriera anti-terrorismo gia' costruita a est del villaggio di Baka al-Sharkiyeh, a nord di Tulkarem. Le Forze di Difesa israeliane hanno spiegato che la rimozione del tratto di barriera e' stato reso possibile dalla costruzione di un tratto diverso, nella stessa zona, ancora piu' vicino alla Linea Verde (ex linea armistiziale fra Israele e Giordania dal 1949 al 1967).
    "La decisione e' stata preso tempo fa - ha spiegato il generale Amos Yaron - e non ha alcuna connessione con l'inizio delle audizioni alla Corte dell'Aja. Ovviamente studiamo diversi tracciati possibili per la barriera anti-terrorismo sulla base di varie considerazioni, ma il criterio principale e' quello della sicurezza".
    Il ministro degli esteri israeliano Silvan Shalom ha dichiarato domenica mattina che in ogni caso la costruzione della barriera continuera' sulla base di considerazioni di sicurezza e di opportunita' del tutto indipendenti dal procedimento alla Corte dell'Aja. "E' una misura puramente difensiva, che ha lo scopo di prevenire gli attentati terroristici che subiamo ininterrottamente da piu' di tre anni" ha detto Shalom.
    Autorita' della difesa israeliana hanno spiegato venerdi' che la parte di barriera finora completata comporta la presenza di 14.000 palestinesi ad ovest della barriera stessa. Con lo spostamento del tracciato all'altezza dei villaggi di Baqa el-Sharkiya e Hirbat Gabara, solo 3.500 palestinesi resteranno a ovest della barriera, per lo piu' concentrati nella zona di Kafr Barta'a, che si trova a cavallo della Linea Verde.

    (Globes, Jerusalem Post, 20-22.03.04)
    "


    Saluti liberali

  2. #22
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  3. #23
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    E mettiamola una cartina con il muro, altrimenti non si capisce bene qual'e' il problema...

    Il Muro




    Ora qualcuno mi spieghi perche' il muro "di difesa" non poteva esser dritto, ma c'era bisogno di tutti questi bei zig-zag all'interno della terra palestinese (linea rossa continua/tratteggiata).... Gli ingegneri israeliani hanno forse bisogno di un paio di occhiali nuovi? Se e' cosi' facciamo una colletta e rimediamo subito...

    Guardando la mappa sotto, vorrei che qualcuno mi spiegasse cosa rappresentano quei puntini blu in piena terra palestinese... vorrei che mi spiegasse perche', per proteggere quei puntini blu (che NON sono leciti), e' lecito spezzettare la terra palestinese (corridoi grigi) in modo che se devi portare la crostata alla mamma devi passare per 4 controlli... NELLA TUA TERRA...

    A me ricorda il "divide et impera"... Che, se non erro, era una tecnica di INVASIONE, non di difesa... Siccome gli insediamenti non sono iniziati l'altro ieri, la mappetta sotto mi porta a concludere che Israele sta LENTAMENTE MA CONTINUAMENTE INVADENDO.... DA 50+ ANNI... Altro che difesa...

    Funziona cosi'... Prima costruiscono qualche insediamento ABUSIVO, possibilmente a reticolato o in prossimita' di aree di interesse (tipo il mare). Poi per difendere i puntini blu e collegarli tra loro costruiscono tanti bei corridoi grigi... E cosi' vanno spezzettando la terra palestinese in particelle sempre piu' minute ed insignificanti... Gli insediamenti insomma non sono un problema "collaterale" ma parte integrante del piano di invasione... La cartina parla chiaro...

    Il nuovo muro e' solo l'ultimo tassello di una strategia ben precisa che va avanti da molto tempo...


    Gli Insediamenti



    Notare come nella striscia di Gaza i puntini blu sono tutti vicino al mare... Sara' un caso... Non vicino alle altre terre israeliane, a sud-est... No, troppo banale... Meglio costruire dalla parte opposta, a nord-ovest... Sul mare...

    Forse ai "coloni" piace la vista sul mare blu, o forse stanno LENTAMENTE INVADENDO l'unico sbocco al mare rimasto ai palestinesi...

  4. #24
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    La questione se la Corte internazionale di giustizia possa pronunciare un’opinione consultiva sulla questione della barriera israeliana o meno non è giuridica ma politica.
    E’ pacifico che l’assemblea generale possa chiedere lumi a questo organo.
    Ma il vero interrogativo è un altro: è opportuno averglielo chiesto?
    E’ saggio che il parere venga reso nelle presenti circostanze? La mia risposta è: no.
    Ho poca simpatia per la scarsa lungimiranza e duttilità dell’attuale governo israeliano.
    Viene uno scatto di rabbia leggendo in questi giorni che gli estremisti hanno ottenuto dal governo Sharon senza nemmeno negoziare, ciò che i moderati, completamente delegittimati, avevano chiesto per mesi. Dubito inoltre che un’amministrazione americana in piena campagna elettorale possa fare granché per modificare nel breve termine i dati della questione.
    La Corte, inutile nasconderselo, è una grande cassa di risonanza mediatica e il suo pronunciamento cade per Israele nel momento in cui è più vulnerabile. Dal punto di vista pratico Gerusalemme non ha molto da temere certo.
    Ogni qualvolta si è preteso di mettere di mezzo la Corte per intralciare la diplomazia è stato un disastro.

    Rinfresco la memoria.
    Nel 1931, il governo austriaco e tedesco dichiaravano un’unione doganale secondo alcuni contraria alle clausole del Trattato di Versailles. La progettata unione doganale fu bocciata a stretta maggioranza (8 contro 7), dalla Corte convincendo gli austriaci che l’Anschuss era l’ultima sponda.
    Più recentemente con Pompidou e poi con Chirac, gli esperimenti nucleari francesi nel Pacifico hanno suscitato l’indignazione degli ecologisti. Si badi bene che la Francia si era vincolata alla clausola facoltativa che la impegnava ad accettare la giurisdizione obbligatoria della Corte alle altre nazioni. Figuriamoci. Pompidou sbuffò rispondendo che c’era la clausola della “difesa nazionale” e lasciò giudici e australiani con un palmo di naso.
    Dieci anni dopo è il turno degli americani contro i nicaraguegni stufi degli appoggi ai Contras e delle mine piazzate davanti ai loro porti. Le cose si mettono male per gli americani che avevano aderito anch’essi alla clausola opzionale ex. art. 36 dello statuto: non è carino mettersi a fare scorribande in casa altrui.
    Allora il segretario di Stato George Schultz , tipo noto per le maniere spicce, si appigliò a una riga dell’art. 36 che escludeva “controversie di natura politica”. Pronta la risposta della Corte: non è che la presenza di un aspetto politico in una controversia valga da sola a “escludere la giurisdizione”.
    Giusto, ma gli americani che la Dottrina Monroe la prendono alla lettera sbattono la porta. Non che la cosa sorprenda. Gli Stati Uniti la Corte l’avevano voluta nel 1919 ma non vi avevano aderito, mentre nel 1945 l’avevano ingoiata con tali e tante riserve che solo un rospo sarebbe riuscita a digerirla.

    Non voglio essere frainteso comunque. La Corte di giustizia, fortemente voluta agli inizi del Ventesimo secolo, ha contribuito moltissimo allo sviluppo del diritto internazionale. L’errore è stato quello di sovraccaricare di funzioni, aspettative e incombenze questa istituzione dimenticando che il diritto internazionale non è affatto assimilabile a quello nazionale.
    Riposa sul consenso degli Stati.
    Lo ricordava nel caso Lotus Donisio Anzilotti: “Le limitazioni degli Stati non si presumono: devono essere provate”.
    Il diritto non è sovrano: deve convivere con la categoria della politica e guai a lui se pretende di eroderne lo spazio vitale.
    E’ imperativo che la diplomazia continui a muoversi con passo felpato, senza essere irretita da regole formalistiche, di cui potrebbe impadronirsi un giorno qualche procuratore in cerca di notorietà.
    In sintesi, la Corte penale internazionale è un notevole progresso rispetto all’arbitrato poiché prevede che le parti possano, se lo desiderano, vincolarsi preventivamente, ma non è un giudice domestico: non c’è giurisdizione coercitiva. Ecco perché coloro che intendono circoscrivere l’ambito della giurisdizione dei tribunali internazionali non sono loro ostili, ma al contrario contraggono una polizza per la loro sopravvivenza di cui il sottoscrittore è sempre e soltanto la sovranità. Nel diritto internazionale che si profila nel nuovo millennio bisognerà affrontare con una certa crudezza temi che lo choc delle guerre ha rimosso dalla sensibilità occidentale, tanto più che – pare di capire – le sensibilità al riguardo non sono affatto le stesse.

    Stefano Mannoni su il Foglio

    saluti

  5. #25
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    [QUOTE]In origine postato da mustang
    [B]La questione se la Corte internazionale di giustizia possa pronunciare un’opinione consultiva sulla questione della barriera israeliana o meno non è giuridica ma politica.
    E’ pacifico che l’assemblea generale possa chiedere lumi a questo organo.
    Ma il vero interrogativo è un altro: è opportuno averglielo chiesto? etc---------------

    Mustang,

    domande senza risposte perchè qui non si tratta di giustizia:bisognerebbe definirla in rapporto alla situazione concreta che tuttavia sarà letta in termini politici.
    Ne consegue che non ci saranno esiti concreti salvo una dotta disquisizione che sarà interpretata in termini politici,com'è ovvio.
    Una domanda tuttavia l'avrei:quanti paesi sul totale rappresentati all'Assemblea sono sicuramente democratici dove vige lo stato di diritto?
    Sono la maggioranza o sono la minoranza?
    Dovrei avere rispetto di un'Assemblea in cui la maggioranza è composta di Stati dittatoriali o da democrazie popolari dove il popolo non può decidere nulla?

  6. #26
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    dal sito di IDEAZIONE

    " Israele, diritto di difesa
    di Fiamma Nirenstein
    da Ideazione, marzo-aprile 2004

    Dopo una quantità di insistenze e di critiche da parte di tutto il mondo e all’ombra del processo dell’Alta corte di giustizia dell’Aja, Israele, accorciandolo di cento chilometri, ha cambiato l’itinerario del recinto di difesa, che tutti quanti chiamano ormai muro, benché il cemento sia servito a costruire la divisione dai palestinesi soltanto per sette chilometri su seicento in costruzione. Il muro, laddove è tale, è alto non per crudeltà ma per evitare che venga scalato o che armi o materiali dannosi vengano gettati al di là di esso; è brutto, perché il cemento è grigio è oppressivo; ed esiste, perché mille morti sugli autobus e nei caffè di Israele sono troppi per un paese di sei milioni di abitanti, di cui cinque milioni di ebrei contro cui il disegno terrorista suicida è mirato. Recinto si dice in ebraico gader, e muro homa: non è mai capitato che da parte degli israeliani si sia scambiata una parte per l’altra, il gader corre fra campi e foreste, triste come lo sono tutti i fili spinati, angoscioso come tutto ciò che ricorda la morte, ma anche rassicurante perché può salvare qualche vita; la homa passa ad est di Gerusalemme e lungo l’autostrada numero 6, a nord, da dove sono entrati a schiere i terroristi suicidi a piedi, in macchina, sui taxi.

    Dal settembre 2000, dopo il rifiuto di Arafat ad accettare le larghissime offerte territoriali del governo israeliano, Israele ha sofferto (come frenetica continuazione della politica di terrorismo lungo tutto il Ventesimo secolo da parte degli arabi palestinesi, egiziani, siriani, libanesi, iracheni) l’equivalente di diecimila morti in proporzione alla popolazione italiana. La società intera, l’economia, l’educazione, i diritti civili più elementari, come la libertà di movimento o di riunione, sono stati tutti quanti lesi. Le Brigate di al Aqsa (legate al Fatah di Arafat) la Jihad islamica, Hamas, con l’aiuto degli Hezbollah, hanno usato i terroristi suicidi per uccidere quanti più ebrei possibile in un disegno che, con consapevolezza, dovremmo definire genocida. Sugli autobus, nei caffè, nelle riunioni religiose, hanno sparato dall’orlo delle strade su veicoli in movimento uccidendo i guidatori e le loro famiglie, hanno sparato, mirando alla testa, a bambini piccoli nei loro letti e nelle carrozzine o nei giardinetti, hanno persino compiuto i loro attentati dentro le cliniche mediche, hanno usato, per portare a buon fine i loro piani, bambini palestinesi come esploratori e cavie, hanno usato ambulanze e altri sistemi medici per portare la morte. Tutto questo ha prodotto una situazione intollerabile, con la sua inverosimile, ripetitiva, straziante serie di foto di ragazzi sulle prime pagine dei quotidiani, e risuona anche come una gigantesca mostra di crudeltà nel vanto e nell’onore che il terrorismo suicida ha portato con sé nella società palestinese, nell’eco che ha in tutto il mondo islamico, dov’è un simbolo e un elemento di continua esaltazione e di emulazione. Ancora dobbiamo piegarci a capirne i significati e a trarne le conseguenze, noi europei.

    In questo contesto di diciannovemila attacchi terroristici subiti dal settembre 2000, e non in altri, nasce la barriera di difesa: a volte difettosa, troppo lunga, a volte furbesca nell’inglobare insediamenti isolati, crudele a tratti, ma sempre comunque indispensabile per salvaguardare la gente dal terrorismo. Israele ha cercato in vari di modi di fermarlo, e in parte ci è riuscita soprattutto con l’operazione “Scudo di difesa”, intrapresa nel marzo 2002 dopo che in un solo mese i terroristi avevano ucciso 120 persone. E’ allora che molte delle città che in base all’accordo di Oslo erano già in mano all’Autorità palestinese furono rioccupate nell’ambito di operazioni antiterroriste. La barriera di difesa venne concepita proprio dalla sinistra israeliana come un mezzo per salvare il popolo di Israele tenendo fuori il terrorismo ed evitare le operazione militari per eliminare o imprigionare i terroristi stessi, per limitare i danni alla popolazione palestinese. La guerra al terrore non è una guerra di eserciti, i terroristi stessi sono civili, sia pure armati; vivono fra la gente, fra donne, vecchi, bambini, e se ne fanno scudo consciamente o meno, e le operazioni militari non riescono sempre ad evitare di colpire chi si trova nel mezzo dello scontro armato. La barriera non può tagliare fuori solo i terroristi, taglia fuori il loro guscio intero, o non serve a niente. Costa miliardi, cambia spesso direzione a seguito delle proteste, procede lentamente. Ma è già completata nelle sue parti più a nord, lungo l’autostrada numero 6, dove i cecchini prendono di mira le auto, e fra Gerusalemme ovest ed est oltre che per alcuni tratti del West Bank. I risultati della costruzione sono già evidenti. Fra l’agosto 2001 e l’agosto 2002 nelle città israeliane di Afula e Hedera, al nord, vicino a Jenin e a Tulkarem 58 persone furono uccise; da allora, con la barriera, Israele ha avuto solo tre vittime.

    La popolazione palestinese soffre della separazione: anche se il gader è pieno di cancelli e ogni espropriazione è stata compensata con denaro, e molti ulivi sono stati trapiantati da una parte all’altra, pure per chi lavora o ha famiglia e proprietà dall’altra parte della barriera la vita è diventata molto difficile. Occorrono nuovi permessi, le attese si moltiplicano, la gente viene separata dal suo ambiente, dagli amici, e a volte da parte della famiglia. Ma le proteste circostanziate e le richieste internazionali specie degli Usa, sono state prese in considerazione tanto che si è rivisto profondamente il percorso, escludendo alcuni insediamenti e rinunciando a costruire anelli intorno ai villaggi palestinesi sul confine. Ma la necessità di una separazione profonda dal terrorismo è evidente: nessuno Stato del mondo rinuncerebbe a proteggere i propri cittadini con un confine chiuso in una situazione analoga, e infatti ne esistono di lunghi e invalicabili per motivi molto meno cogenti, per esempio quello fra Usa e Messico.

    Tuttavia, la recente risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu dell’8 gennaio ha chiesto alla Corte internazionale dell’Aja di giudicare Israele come fosse un criminale di guerra: niente di nuovo, l’Onu ha dedicato un terzo delle sue risoluzioni a condannare Israele, e di fatto ha indicato alla Corte una strada prefissata, sostenendo che con la barriera Israele costruisce su “territori palestinesi occupati”. Per questo Israele ha deciso di non accettare la giurisdizione della Corte e di non presentarsi all’Aja: la definizione è puramente politica e non fattuale, in quanto le risoluzioni 242 e 338 che definiscono la situazione israelo-palestinese parlano non di territori occupati (se così fosse la quarta convenzione di Ginevra proibirebbe la costruzione della barriera), ma invece “disputati”, ovvero di territori ex-giordani su cui le due parti si dovranno mettere d’accordo sulla base di colloqui politici e non – come spera Arafat – di condanne internazionali. L’Onu è già comunque impegnata nella realizzazione di questi colloqui tramite la Road map.

    In realtà, Israele, se non in aula, combatterà una sua battaglia d’opinione intorno al processo, e intanto prepara la carcassa di un autobus sventrato da portare all’Aja; spiegherà alla stampa e alla Tv, mentre rifiuta di sedere all’Aja, che il recinto non ha intenzione di essere un gesto politico di annessione come sostengono i palestinesi, che, anzi, esso è facilmente rimovibile, mentre i morti non ritornano, essi vengono seppelliti per sempre.

    Ciò che più colpisce in questo processo, in cui ancora una volta Israele aggredito diventa l’imputato di fronte a 15 giudici di tutto il mondo, è la falsariga concettuale e morale adottata dai palestinesi e in fondo già accettata dall’Onu: non si perde occasione, da parte della propaganda araba, di definire Israele uno Stato “razzista, di apartheid”. Ora, Israele, con tutti i difetti che gli si possono imputare, è la culla dell’integrazione fra mille etnie, il presidente della Repubblica è iracheno, il primo ministro russo, gli arabi palestinesi siedono in parlamento e nelle commissioni, i drusi e i beduini servono nell’esercito, le varie etnie, e specie gli arabi, sono rappresentati con rispetto e con grande partecipazione specialmente nelle scuole, nell’arte, nei film, nei mezzi di comunicazione di massa. Israele non criminalizza e non isola, certo, si difende dato che è pesantemente attaccato. Già nel ’77 l’Onu definì con una risoluzione “razzista” il sionismo, poi, nel ’91, la risoluzione fu abolita, e ora si torna a quella strategia di distruzione morale.

    I palestinesi hanno trovato giustamente orecchie aperte e disponibilità al cambiamento quando hanno posto il problema del gader. Ma non hanno dato alcun segno di apprezzare i cambiamenti: il loro scopo è politico, e non in senso ristretto, non solo per esigere che si costruisca la divisione lungo la Linea Verde – richiesta pia – che piace molto a tutto l’Occidente, ma che non trova riscontro nella politica di Arafat quando ha rifiutato uno Stato che di fatto l’aveva come confine; lo scopo è politico quanto lo fu quello della conferenza dell’Onu contro il razzismo che nell’estate 2002, a Durban, si trasformò in una conferenza razzista contro Israele, e basò il suo successo sull’invenzione del totale stravolgimento semantico di parole come terrorismo, razzismo, apartheid, violenza, colonialismo, atrocità. Lo scopo del processo dell’Aja è la delegittimazione di Israele in base a una delle accuse più atroci in tempo di religione dei diritti umani, ovvero quella di razzismo: delegittimare l’anima stessa, il senso, l’origine dello Stato degli ebrei è lo scopo della denuncia del muro, che ogni mente sana, fatti eventuali cambiamenti e debite correzioni, vede come indispensabile in tempi di attacco terroristico indiscriminato. Infatti, implica la rinuncia all’autodifesa.

    La Corte certamente non accetterà la richiesta di Israele e di diversi altri Stati, fra cui gli Usa e anche la Germania, di lasciare perdere la vicenda, e di nuovo inanellerà un altro capitolo il cui risultato saranno altri ritratti di Sharon con la svastica a braccetto con Bush, di ebrei nasuti con il sacco dei dollari e i missili americani a fianco, altre descrizioni di quella tragedia palestinese che tutti desideriamo vedere conclusa con una soluzione di due Stati per due popoli, e non con la famelica ondata di antisemitismo che il mondo arabo si sforzerà, anche in questa circostanza, di sollevare su Israele.

    27 aprile 2004
    "

    Shalom!!!

  7. #27
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    da www.israele.net

    " In cinque mesi, zero attentati

    A giudicare dal sorriso, Danny Attar è un uomo soddisfatto. La campagna che il capo del Consiglio regionale della regione Gilboa (nord Israele) aveva contribuito a lanciare, tre anni fa, per chiedere la costruzione di una barriera tra Israele e Cisgiordania sta dando frutti insperati. Attar snocciola le cifre mentre guida lungo la barriera anti-terrorismo che corre ai margini della Cisgiordania settentrionale: “Avevamo seicento attacchi terroristi all’anno, da queste parti. Negli ultimi cinque mesi, zero. Decine di migliaia di palestinesi clandestini venivano a lavorare illegalmente qui ogni anno. Negli ultimi cinque mesi, zero. E intanto, pensa un po’, sono diminuiti anche i furti”.
    L’armamentario polemico dell’anno scorso – accuse al governo di negligenza criminale per non aver costruito abbastanza rapidamente la barriera – è stato sostituito dalle nuove statistiche, e qualche sorriso. Benché via via più ottimisti, sia Attar che Yitzhak Meron, sindaco di Afula, non possono certo spingersi fino ad affermare che l’economia delle loro zone sia in piena ripresa. Ma entrambi attribuiscono ai duecento chilometri di barriera di rete e cemento il migliore stato d’animo fra la loro gente, il rinnovato senso di sicurezza e una certa ripresa economica. Nella nuova atmosfera, per dirla con le parole di Attar, “anche i fiori diventano più belli”.
    Secondo Attar, il Consiglio regionale Gilboa sta registrando una crescita esponenziale del mercato immobiliare. “In alcuni luoghi, come Ramat Zvi – dice – non era stata venduta una sola casa per tutti i primi tre anni di ‘intifada’. Ora, in cinque mesi, ne sono state acquistate cinquanta. Sono cose che non hanno solo un valore percentuale”.
    Non sono che i primi segni visibili della ripresa economica, aggiunge mentre guida una delegazione di stranieri per un tour nel cantiere di quello che sarà un nuovo valico di passaggio tra Israele e Jenin, che il ministero della difesa conta di completare entro settembre. Attar è convinto che, una volta operativo, il nuovo terminal darà nuova vita a tutta la zona.
    Jenin è una città di circa trentamila abitanti con alle spalle le colline di Samaria (Cisgiordania settentrionale) e stesa davanti a lei la valle israeliana di Jezreel. Fino a tutta l’estate 2003 c’erano solo fertili campi a separare questa zona dai venticinque e più attentatori suicidi partiti da Jenin dall’ottobre 2000 in poi.
    Ad Afula, città israeliana di quarantamila abitanti, non va altrettanto bene che ai suoi vicini rurali. Fino a poco fa, spiega il sindaco Meron, l’atmosfera era tetra. ”L’economia della città è stagnante, ma perlomeno stabile. La gente sta ancora cercando di superare le ferite, ma se non altro ora non hanno paura di saltare in aria in ogni momento”. Afula ha subito una mezza dozzina di attentati suicidi nell’arco di trenta mesi di violenze, con quindici morti e centinaia di feriti e mutilati. A un certo punto la stazione centrale degli autobus si era trasformata in una zona off limits, senza più passaggio di pedoni. L’ultimo attentatore ha colpito il 19 marzo 2003, nella via pedonale Ammakim. Alcune settimane dopo veniva completata la barriera fra Afula e Jenin, e da allora Afula non ha più subito un attentato.
    Se ad Afula gli affari vanno ancora a rilento, intanto i furti sono scesi ai livelli più bassi da un decennio a questa parte. Un portavoce della polizia dice che il furto di veicoli privati e agricoli è crollato “principalmente perché non hanno più modo di portare la roba rubata nelle città palestinesi”.
    “Con il calo del terrorismo, dei furti e dei clandestini, e con le Forze di Difesa israeliane che non devono più spingersi dentro Jenin ogni giorno, possiamo iniziare a rimettere insieme i pezzi”, dice Attar.
    Il test del ministero della difesa sarà il Terminal Crossing Jalame da 30 milioni di shekel (ca. 5,4 m di euro), afferma un ufficiale durante una visita sul posto. Si tratta di un vasto complesso che dovrebbe essere pronto per il prossimo settembre: più un valico di frontiera che un check-point. Per la fine dell’estate dovrebbe dare lavoro a quattrocento abitanti della regione Gilboa. Con la sua apertura, a settembre, permetterà di far passare 2.800 palestinesi ogni ora attraverso i necessari controlli di sicurezza. Le sue strutture “connesse”, che permettono il passaggio di beni da camion palestinesi a camion israeliani, potranno gestire fino a quattrocento camion al giorno.
    Se tutto va bene, conclude Attar, investitori e donatori aiuteranno a creare una zona industriale di più di 600 ettari che darà lavoro a diecimila palestinesi e a circa 2.500 israeliani. “Questo sì che potrebbe cambiare l’atmosfera in questa regione”. Ma ciò che conta, per Attar, è che “la barriera sta facendo il suo lavoro, salvando vite umane. E per questo sono contento”.

    (Matthew Gutman su Jerusalem Post, 2.06.04)
    "


    Shalom

  8. #28
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    da www.israele.net

    " Grazie alla barriera, calati del 90% gli attentati
    Il confronto fra il numero di attentati realizzati all’interno di Israele dopo la costruzione della barriera difensiva partendo da basi terroristiche poste nella Cisgiordania settentrionale e il numero di attentati realizzati dagli stessi gruppi terroristici prima della costrizione della barriera rivela un calo di circa il 90% della capacità di quei gruppi terroristici di realizzare attenti dentro Israele.
    Negli undici mesi trascorsi dalla costruzione del primo segmento di barriera tra Salem ed Elkana all’inizio del mese di agosto 2003, fino alla fine di giugno 2004, i gruppi terroristici che fanno base in Samaria (Cisgiordania settentrionale) sono riusciti a realizzare solo tre attentati mortali all’interno di Israele. Tutti e tre questi attentati sono stati realizzati nella prima metà del 2003, causando 26 morti e 76 feriti o mutilati. (In due casi, i terroristi erano penetrati in Israele dalla Cisgiordania settentrionale attraverso punti in cui la barriera non era ancora completata; nel terzo caso, una donna terrorista era entrata attraverso il passaggio di Barta'a, utilizzando un passaporto giordano).
    Per contro, durante i 34 mesi precedenti, dallo scoppio delle violenze palestinesi nel settembre 2000 fino all’inizio della costruzione della barriera difensiva verso la fine di luglio 2003, i gruppi terroristici con base in Samaria avevano realizzato 73 attacchi mortali (attentati suicidi, sparatorie, auto-bomba) all’interno di Israele, provocando 293 morti e 1950 feriti o mutilati.
    Di questi 73 attentati, 32 (per un totale di 45 morti e 723 feriti o mutilati) erano stati realizzati dopo l’inizio dell’Operazione Scudo Difensivo (31 marzo 2003) con la quale le Forze di Difesa israeliane erano state rischierate in tutta la Cisgiordania per la prima volta dopo i ritiri del 1994-1999.
    Il confronto fra i dati sopra citati mostra dunque un calo di poco più del 90% nel numero di attentati nella parte di Israele protetta dalla barriera: da una media di 26 attentati all’anno prima della barriera, a una media di tre attentati all’anno dopo la barriera. A questo calo, corrisponde una diminuzione di più del 70% nel numero di israeliani uccisi negli attentati: da una media di 103 all’anno prima della barriera a una media di 28 dopo la costruzione della barriera. Analogamente, il numero di feriti e mutilati è diminuito di più dell’85%: da una media di 688 all’anno prima della barriera a una media di 83 dopo.
    Se da un lato il numero di attentati riusciti è calato vistosamente, resta invece alto, anche dopo la costruzione della barriera, il numero di tentativi di attentato, fortunatamente sventati in varie fasi della loro preparazione. Durante gli ultimi undici mesi, le forze di sicurezza israeliane hanno sventato decine di attentati da parte di gruppi terroristici dalla Samaria (Cisgiordania settentrionale) già in fase avanzata di preparazione. L’arresto di terroristi, capi ed esecutori, ha portato fra l’altro alla scoperta di 24 bombe e cinture esplosive.
    In conclusione, uno dei principali fattori che hanno contribuito alla drastica diminuzione di attentati realizzati in Israele da parte di gruppi terroristici con base nella Cisgiordania settentrionale è l’effetto prodotto dalla barriera difensiva sulle capacità operative di questi gruppi, un fattore che va ad aggiungersi a varie altre misure di prevenzione anti-terrorismo messe in atto dalle forze armate israeliane in Cisgiordania, in particolare dopo l’avvio dell’Operazione Scudo Difensivo.
    Il successo della barriera anti-terrorismo tra Israele e Cisgiordania settentrionale ha tuttavia comportato il trasferimento di basi terroristiche in Giudea (Cisgiordania meridionale). Nei mesi scorsi, la Giudea – non ancora separata da Israele da una barriera continua – è diventata la principale base di partenza di gruppi terroristici, compresi quelli che prima operavano nel nord. In più della metà dei tentativi di attentato sventati in tempo dall’inizio della costruzione della barriera, i terroristi stavano cercando di penetrare in Israele attraverso la Giudea, di solito passando per Ramallah o Gerusalemme. Ma le loro difficoltà operative sono molto aumentate, e finora tutti i tentativi di gruppi terroristici di Samaria di penetrare in Israele attraverso la Giudea dopo la costruzione della barriera a nord sono stati sventati dalle forze di sicurezza israeliane. Un caso recente è quello di lunedì 5 luglio, quando sono state scoperte in tempo due cinture esplosive che terroristi di Hamas cercavano di trasportare, nascoste in una cartella scolastica, da Nablus a Elkana, dove per ora termina la barriera anti-terrorismo.

    (Da: www.mfa.gov.il, 5.07.04)
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  9. #29
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    da www.israele.net

    " Sharon soddisfatto per la decisione della Corte israeliana
    Il primo ministro israeliano Ariel Sharon non intende appoggiare proposte di legge volte ad aggirare la decisione della Corte Suprema relativa alla barriera di sicurezza. Sharon ha anzi detto di essere soddisfatto del pronunciamento della Corte, che riconosce in linea di principio la necessità di costruire la barriera anti-terrorismo.
    La scorsa settimana la Corte Suprema israeliana ha dichiarato che alcune parti del tracciato della barriera tra Israele e Cisgiordania, nella sezione a nord-ovest di Gerusalemme, non sono legali e devono essere modificati tenendo maggiormente conto delle esigenze umanitarie della popolazione palestinese della zona.
    Domenica, nel corso della riunione settimanale del governo israeliano, il primo ministro Sharon ha sottolineato che la decisione della Corte Suprema ha due aspetti, uno di principio e uno pratico. “Desidero esprimere grande soddisfazione per l’aspetto di principio della decisione della Corte – ha affermato Sharon – che stabilisce che la barriera viene costruita per ragioni meramente di sicurezza, e non per scopi politici, e respinge l’accusa secondo cui la barriera rappresenterebbe una forma di annessione di territorio contraria al diritto internazionale”.
    La Corte Suprema, aggiunge Sharon, ha sentenziato che non è illegale procedere alla confisca di terreni allo scopo di costruire la barriera anti-terrorismo, e che non è illegale nemmeno che in alcuni casi la barriera separi i residenti dai loro terreni, quando strettamente necessario.
    Sharon ha sottolineato che non intende appoggiare proposte di legge volte ad aggirare la decisione della Corte Suprema, spiegando che “non è così che si comporta un governo rispettoso della legge”.
    Sharon ha detto inoltre che la decisione della Corte rappresenta “un’importante risposta legale alle calunnie prodotte contro Israele di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia”, e ha espresso fiducia che la decisione dell’Alta Corte israeliana possa contribuire a correggere l’opinione della Corte dell’Aia, attesa entro la fine di questa settimana.
    “Mi rendo conto che alcuni soggetti nella Difesa ritengono che la Corte Suprema si sia spinta troppo lontano su questa o quella parte del tracciato della barriera – ha detto infine Sharon – Ciò nondimeno dobbiamo attenerci alla decisione della Corte”.
    Sharon ha dato disposizione al procuratore generale Meni Mazuz e all’ufficio del procuratore di stato di individuare un nuovo tracciato della barriera anti-terrorismo che ottemperi ai criteri delineati dalla Corte. Nel frattempo, i lavori sugli altri tratti della barriera non interessati dalla sentenza continueranno come previsto.

    (Ma’ariv, 4.07.04)
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    Shalom

  10. #30
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    da www.israele.net

    " Corte dell’Aja contro la barriera anti-terrroismo
    Per la Corte Internazionale, 90% di attentati in meno non è un valido ''obiettivo di sicurezza''.



    La Corte Internazionale dell’Aja si pronuncia venerdì pomeriggio contro la barriera anti-terrorismo israeliana. E’ quanto emerge da un documento ottenuto in anteprima esclusiva da Ha’aretz.
    Secondo il documento, la Corte – chiamata dall’Assemblea Generale dell’Onu a esprimere un parere non vincolante sugli aspetti legali della struttura – ritiene che il tracciato della barriera violi il diritto internazionale e dunque che la struttura anti-terrorismo israeliana debba essere smantellata. La Corte si dichiara “non convinta” che il tracciato della barriera (grazie alla quale sono diminuiti del 90% gli attentati riusciti in Israele) sia “necessario per conseguire gli obiettivi di sicurezza” di Israele.
    Dei quindici giudici della Corte, solo quello statunitense (Thomas Buerghenthal) avrebbe votato contro.

    Il consigliere legale del governo israeliano Alan Baker ha detto che Israele sta facendo uno sforzo diplomatico per convincere vari paesi, compresi quelli europei e alcuni paesi arabi, a non lasciarsi trascinare nell’ennesimo tentativo da parte dei palestinesi di deviare l’attenzione di tutti sulla barriera (che è solo una conseguenza temporanea dell’ondata terroristica degli ultimi quattro anni), per sottrarsi ancora una volta al loro dovere di agire seriamente contro il terrorismo e per le riforme interne dell’Autorità Palestinese. “I paesi che hanno a cuore il buon funzionamento delle Nazioni Unite – ha detto Baker – dovrebbero dire: quello che è troppo, è troppo; c'è un processo diplomatico in corso, basta con questi giochetti”.

    Lo scorso febbraio Israele, gli Stati Uniti e molti paesi europei si erano rifiutati di partecipare ai tre giorni di audizioni della Corte dell’Aja ritenendo che la questione non fosse di sua competenza, che il caso fosse di natura politica e non giuridica e che l’eventuale pronunciamento della Corte avrebbe negativamente interferito con il processo di pace in Medio Oriente. Israele aveva comunque inoltrato una memoria scritta.
    Finora la Corte Internazionale dell’Aja non si era mai occupata di alcun aspetto del conflitto israelo-arabo-palestinese.

    “La nostra opinione – ha detto il vice direttore generale del ministero degli esteri israeliano Gideon Meir – è che la barriera favorisce la pace giacché spunta le armi dei terroristi nemici della pace. Tutta questa faccenda è nata storta. Se queste sono davvero le parole della Corte, ciò significa che hanno messo la vittima del terrorismo sul banco degli imputati. Vale la pena notare che, stando a questa bozza, tutto il problema del terrorismo non compare affatto: l’unica vera ragione della barriera non viene nemmeno menzionata”. Israele, ha poi aggiunto Meir, non intende dare grande importanza all'opinione della Corte dell'Aja per non fare il gioco di quelle forze palestinesi che vogliono agitare la questione della barriera per mettere in ombra tutte le altre: dalla lotta contro il terrorismo, alle necessarie riforme nell’Autorità Palestinese, al piano di disimpegno unilaterale di Israele da striscia di Gaza e parte della Cisgiordania settentrionale.

    Il ministro della giustizia israeliano Yosef Lapid (Shinui) ha dichiarato venerdì che Israele non si considera in alcun modo vincolato dal parere della Corte dell’Aja: “Israele si atterrà alle decisioni della propria Alta Corte di Giustizia”, ha detto Lapid. A fine giugno una sentenza dell'Alta Corte israeliana ha riconosciuto il carattere difensivo e non politico della barriera di protezione dal terrorismo, ingiungendo tuttavia al governo di trovare un adeguato equilibrio fra le esigenze umanitarie dei palestinesi e le necessità di sicurezza dei civili israeliani.

    Secondo David Rivkin, ex consigliere legale dei presidenti americani Ronald Reagan e George Bush, le misure difensive prese da qualunque paese impegnato nella lotta contro il terrorismo al di fuori dei propri confini potrebbero essere messe in seria difficoltà dalla prevista opinione negativa della Corte Internazionale dell’Aja sulla barriera anti-terrorismo tra Israele e Cisgiordania.
    Affermare che la barriera è illegale, spiega Rivkin, “rappresenterebbe un’ulteriore erosione di quelle tradizionali regole del diritto che consentono a uno stato impegnato in un conflitto di adottare ragionevoli misure per proteggere la propria sicurezza”. Tale erosione avrebbe conseguenze anche al di là del conflitto arabo-israeliano. Non sarebbe solo “uno schiaffo a Israele”, vittima della peggiore ondata di terrorismo, “ma anche a ogni paese civile che si trova a fare i conti con minacce così complesse”.
    Secondo Rivkin, la posizione più corretta sotto il profilo del diritto internazionale è quella che ha espresso alla fine del mese scorso l’Alta Corte di Giustizia israeliana, la quale ha dichiarato che il governo ha il diritto di costruire la barriera difensiva per proteggere i cittadini purché faccia anche tutto il possibile per non danneggiare indebitamente la popolazione palestinese. La legge internazionale, spiega Rivkin, prevede il diritto fondamentale da parte di una potenza occupante di adottare necessarie, ragionevoli misure per proteggere la vita dei propri civili, ivi compresa la costruzione di muri e fossati. La perdita di mille civili uccisi in attentati terroristici dal settembre 2000 costituisce una evidente necessità di questo tipo. La costruzione di uno strumento di difesa passiva come una barriera, conclude l'esperto, permette di salvare vite umane sia israeliane che palestinesi.


    (Da: Jerusalem Post, Ma'ariv, Ha'aretz, 9.07.04)
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    Shalom

 

 
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