Decreto salva calcio, un miliardo di euro da restituire
di Massimo Solani

Il giorno dopo lo stop europeo arrivato da Bruxelles al decreto salva calcio, la parola d’ordine è basso profilo e l’imperativo minimizzare, gettare acqua sul fuoco e sopire ogni polemica. Non importa che la stragrande maggioranza delle squadre italiane rischi adesso di trovarsi immersa sino al collo nei debiti (stime non ufficiali parlano di circa un miliardo di euro da restituire allo Stato); non importa nemmeno che molti addetti ai lavori paventino il rischio di fallimenti societari a catena. L’interesse di tutti, dal governo ai presidenti, è far meno rumore possibile e restare alla finestra in attesa di novità.

L’invito a «non fasciarsi la testa», in primis, arriva proprio da Mario Pescante convinto che in fondo «a tutto c’è una soluzione». «Adesso il paragone c’entra poco - ha dichiarato ieri il sottosegretario con delega allo Sport nel corso di una intervista radiofonica - ma con la Comunità europea abbiamo avuto problemi più delicati, quote latte e così via. Poi una quadratura si è trovata: pessimista rispetto a chi preannuncia il disastro totale no, fino a questo punto non lo sono. Però sicuramente dovremo rimboccarci le maniche».

Del resto, la questione rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang politico per un governo che, dal decreto spalma debiti all’anti Tar che ha permesso “il mostro” della serie B a 24 squadre, ha interferito in maniera pesante sull’andamento dei campionati di calcio dietro ad un presidente del Consiglio (nonché presidente del Milan) che ha più volte gridato ai quattro venti il proprio impegno. «Adesso mi tocca salvare il calcio», disse infatti in estate Silvio Berlusconi, e se questi sono i risultati...

L’imbarazzo nella maggioranza del resto, se appena celato era nella parole di Mario Pescante, traspare ben più evidente da quelle di Ignazio La Russa, uno dei tanti politici che in estate salì sulle barricate per dirimere la questione della serie B. Per stessa ammissione del coordinatore di AN, infatti, lo stop impresso dal commissario europeo Monti al decreto salva calcio «è un bel problema», e se la bocciatura di Bruxelles diverrà definitiva «si dovranno valutare delle soluzioni, insieme al mondo sportivo, per evitare penalizzazioni, che tuttavia forse il calcio italiano un po' meriterebbe». Del resto, ha ammesso La Russa, con lo spalma debiti il governo «ha scelto una via difficile» consapevole che le osservazioni del commissario Monti ««non sono del tutto sbagliate. Certo - ha proseguito La Russa - qualche dubbio c’era anche quando il decreto fu varato». Parole che ovviamente fanno infuriare l’opposizione che ai tempi dell’approvazione del decreto sottolineò più volte come le norme contenute in esso non potessero assolutamente essere in linea con quanto previsto dall’antitrust di Bruxelles. Una sottovalutazione cui adesso, ha commentato Pierluigi Bersani dei Ds, l’esecutivo dovrà porre rimedio in fretta. «Il governo, che agì con presunzione e nonostante la forte opposizione del centrosinistra che già in Parlamento lo considerò incompatibile con le regole comunitarie - ha spiegato il responsabile economico della Quercia - ora riconsideri la natura del provvedimento e trovi soluzioni coerenti con le normative Ue in tema di concorrenza».

Chi certamente non potrà ignorare gli sviluppi di una vicenda che secondo quando trapelato ieri da Bruxelles potrebbe concludersi nella prossima primavera, sono ovviamente i rappresentanti delle società di calcio. Qualora al termine dell’inchiesta che verrà ufficialmente aperta il 12 novembre il verdetto dell’Antitrust bocciasse, come appare inevitabile, il decreto italiano, le società si troverebbero costrette a restituire alle autorità nazionali gli aiuti illecitamente ricevuti. Un giro di soldi che secondo stime approssimative ammonterebbe, soltanto per le squadre di serie A, a circa un miliardo di euro. Facile prevedere quindi che, se come previsto dalle norme europee, la restituzione dovesse avvenire in maniera immediata (salvo dilazioni concesse dalla commissione), i bilanci della stragrande maggioranza delle società si troverebbero a quel punto ad un passo dal fallimento. Le reazioni, di fronte ad una tale prospettiva, propendono tutte per una imbarazzata cautela, con difese di diritto di una normativa che ha ovviamente fatto comodo un po’ a tutto l’ambiente. E se il presidente del Parma Stefano Tanzi ostenta tranquillità e evita di entrare nel merito della decisione di Mario Monti («Staremo a vedere cosa succederà, al momento noi siamo sereni»), più netta è la bocciatura che arriva dal presidente del Brescia, Gino Corioni. «Era un decreto che non costava nulla allo Stato - ha spiegato - e non comportava elargizioni di denaro alle società. Pertanto non capisco il perché della bocciatura». Ben diversa invece la posizione del presidente della Sampdoria, che assieme alla Juventus è l’unica società a non aver usufruito dello spalma debiti, secondo cui il decreto varato in febbraio dal governo è «una forzatura delle normative contabili. E sono preoccupato, perché se l’atteggiamento da parte della Commissione Ue resterà questo - ha spiegato Riccardo Garrone - adesso dipenderà dalle capacità dei singoli presidenti». Fuori dal coro, come spesso succede, anche la voce dell’allenatore del Perugia Serse Cosmi secondo cui il salva calcio è un «provvedimento da paese incivile». «Non sono felice, sono strafelice: è una soddisfazione a livello personale. Rispetto le opinioni degli altri, ma per il bene del calcio - ha aggiunto - è bene che sia venuta fuori una situazione del genere».