...terrorismo
Il terrorismo visto da…. Md anni ‘70
Milano. A metà settembre del 1977, venti “compagni di Magistratura democratica” scrissero un paio di pagine per motivare la loro partecipazione al Congresso di Bologna, una tre giorni cui presero parte movimenti di estrema sinistra e gruppi extraparlamentari. Tra i venti firmatari ci sono anche Francesco Misiani e Luigi Saraceni. Decisero – da magistrati, da uomini delle istituzioni – di sottoscrivere le seguenti frasi:
“Ancora una volta è di attualità il tema della repressione e dell’assetto dello Stato… si sta producendo un profondo processo di impoverimento di quegli strumenti ideologici che in passato avevano consentito alla classe operaia di bloccare gli attacchi più massicci portatile contro in questi anni. Ad esempio, ieri si individuava con chiarezza il preciso segno di classe nella gestione della strategia della tensione. Oggi, gli episodi di cui quella stessa strategia continua ad alimentarsi, sono attribuiti genericamente all’azione di un oscuro nemico di tutte le classi… trascurando di individuare la matrice politica… un allarmante fenomeno di assuefazione alla criminalità del potere ed alla brutalità degli apparati… [nuove leggi che] introducono nuovi strumenti di repressione facilmente utilizzabili contro il dissenso politico e le lotte sociali… apre la via allo scivoloso terreno delle abdicazioni dei diritti costituzionali, secondo una tendenza ormai generale in tutti i paesi di capitalismo avanzato… le lotte sociali e le proteste politiche, indotte dai sempre crescenti bisogni (manifestazioni dei disoccupati, occupazioni di case, proteste giovanili, ecc.) sono così in questi ultimi mesi divenute le punte di emersione della nuova ‘criminalità’ politica…”.
Oggi, Saraceni e Misiani sono vecchi amici, apprezzati per la loro misura e il loro garantismo. Sono galantuomini.
In questi giorni, sono sulle prime pagine dei giornali per aver assunto la difesa di Chiara Saraceni, figlia di Luigi, presunta brigatista arrestata lo scorso venerdì.
Martedì, dopo aver incontrato la figlia in carcere, Saraceni è riuscito a concedersi un sorriso: “Ora so, finalmente. Con le Brigate rosse non c’entra niente o al massimo, così, di striscio”. C’entra solo marginalmente, ha aggiunto. Di striscio. Marginalmente. Con le Brigate rosse.
I primi giorni del gennaio 1981, per senso di sfida, per il gusto di dare scandalo, in un’intervista all’Europeo, Saraceni ammise la sua “contiguità” con il terrorismo (Chiara aveva dodici anni). La polemica fu durissima. Da tempo, Md veniva accusata di fiancheggiare l’eversione, quantomeno moralmente.
Vennero tirati fuori i documenti trovati in una sede di Potere Operaio, nel 1972.
C’erano i nomi di Misiani e di Saraceni, e un appunto: “Riunione con i magistrati per impostare politicamente i processi sui fascisti”.
Non ci furono conseguenze giudiziarie, perché le parole non sono reati. Sono parole, semmai, di cui Misiani e Saraceni oggi confessano di vergognarsi.
Nella “Toga Rossa”, il libro scritto con Carlo Bonini, Misiani
ricorda la militanza giovanile con Saraceni in Md: “… riuscimmo persino a esaltare il processo popolare in Cina, di cui avevamo
avuto un saggio all’interno di uno stadio dove vennero condannati per acclamazione quattro disgraziati. Avemmo la sfacciataggine di esaltare quel tipo di processo sostenendo che lì si realizzava la partecipazione del popolo all’amministrazione della
giustizia”.
Si riferisce a un libro del 1977, capitolo,“La dittatura del proletariato”.
Nel 1971, al Congresso di Pisa, Md sancisce il suo obiettivo: “La realizzazione di un modello di teoria e prassi giudiziaria volto a
privare la giustizia delle sue caratteristiche di strumento di tutela degli interessi delle classi dominanti per renderla funzionale alle
esigenze di eguaglianza, partecipazione ed emancipazione, sociale ed economica, delle classi lavoratrici”.
Al congresso del 1975, si stabilì che “il nostro compito consiste
nella ricerca di una politica della magistratura e per la magistratura, che sia capace di inserirsi utilmente nella lotta difensiva e offensiva condotta dal movimento democratico…
di elaborare una strategia completa tesa a capovolgere questo meccanismo di pseudo-consenso al potere… non ci
ha mai interessato né ci interesserà mai il problema della efficienza in sé e per sé della macchina della giudiziaria… sarebbe certamente stupido negare che, se in massima parte la nostra giustizia è di classe, perché lo Stato è di classe”.
Nei suoi Diari, Dante Troisi, il babbo dei giudici di Md, così illustrò le idee di Misiani:
“Oggi l’imputato è il guastatore, l’ardito che taglia il reticolato borghese, il volontario che accetta di saltare nel campo minato delle vecchie strutture per liberare la strada ai compagni. E’ il portatore di un messaggio rivoluzionario… E appena mette piede in un’aula di udienza… questo fratello imputato che vive già il privilegio della violenta e feconda rottura con l’ambiente, deve subito avvertire che al banco dei giudici almeno uno dei tre che fanno tribunale è disponibile alla più impegnata adesione… Disponibile cioè a suggerire, a offrire qualsiasi pretesto e occasione per evadere la legge capitalistica e così celebrare l’innocenza sostanziale degli accusati. Bisogna dunque assolvere sempre… assolvere per rendere inoperante la repressione”.
Ora questi due anziani giuristi, uomini miti, si ritrovano affiancati nella difesa di Chiara, trentaquattro anni, che sostanzialmente la pensa come la pensavano (e come le insegnavano) loro almeno fino a vent’anni fa; per l’accusa, Chiara è poi anche passata alle vie di fatto. Le teorie, e l’enunciazione, non sono mai reati. Possono essere, però, mandati linguistici. E’ roba sgradevole, ma bisogna conoscerla.
saluti




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