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Discussione: Lo sconfitto

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    Predefinito Lo sconfitto

    Signor presidente, onorevoli colleghi, chiedo la parola come deputato, ex presidente della commissione Antimafia.

    1.Dopo l’annullamento da parte della Corte di cassazione della sentenza che condannava il senatore Giulio Andreotti per l’omicidio di Mino Pecorelli, accanto alla legittima soddisfazione per la riconosciuta innocenza dell’uomo politico, si sono manifestate, tanto da parte dell’interessato quanto da parte di altri uomini politici, valutazioni assai critiche sull’operato della commissione parlamentare Antimafia della XI legislatura e nei confronti di chi vi parla, che allora la presiedeva. Ho taciuto sinora perché quando è in discussione l’operato di un organo parlamentare, deve essere il Parlamento la sede nella quale prioritariamente si affrontano i problemi.
    Ho inteso così confermare il costume democratico che impone ai dirigenti parlamentari di affrontare in Parlamento, prima che in altri luoghi, le principali questioni politiche e istituzionali del paese. E’ una questione politica e istituzionale che riguarda non solo il passato, ma il presente e il futuro della nostra democrazia. Se un organo parlamentare e il suo presidente avessero davvero ordito una trama per accusare di gravi illeciti penali un uomo innocente, la democrazia in sé avrebbe ricevuto un colpo gravissimo e quella commissione e quel presidente dovrebbero severamente rispondere dinnanzi al paese e dinnanzi alla vittima. Ma queste accuse sono false e intendo dimostrarlo.

    2.Infatti non esiste alcun rapporto tra la relazione su mafia e politica approvata dalla commissione Antimafia il 6 aprile 1993 e i due processi penali nei quali è stato imputato il senatore Andreotti.

    3.La commissione non si è mai occupata dell’omicidio di Mino Pecorelli. L’unico atto è costituito dalla lettera, ampiamente nota, con la quale informavo la procura della Repubblica di Palermo del contenuto di una telefonata anonima ricevuta nella mattinata
    del 5 aprile 1993 secondo la quale in via Tacito, sede di OP, si sarebbe trovato un tale Patrizio, braccio destro di Mino Pecorelli. La comunicazione non mi apparve banale perché sembrava consentire il ritrovamento dei documenti del giornalista ucciso. Né nella telefonata né nella mia lettera si parlava del senatore Andreotti o si accennava a responsabilità per l’omicidio di Mino Pecorelli.

    4.Ricevuta la telefonata, informai il dottor Michele Coiro, capo della Dda di Roma, e, in questa veste, mio interlocutore principale con la magistratura romana, che indagava sull’omicidio. Al dottor Coiro chiesi se intendeva ricevere una comunicazione scritta. Il magistrato si riservò di valutare la cosa. Mi richiamò alcuni minuti dopo informandomi che non era necessario inviargli una nota scritta ma che forse la notizia poteva interessare anche la procura di Palermo. Di qui la trasmissione dell’informazione a quella procura.

    5.Aggiungo che la comunicazione all’autorità giudiziaria di notizie di suo eventuale interesse è stata regola costante della commissione Antimafia da me presieduta ed era determinata dal dovere di leale collaborazione tra poteri dello Stato.

    6.Sono state fatte illazioni sulle ragioni per le quali quella lettera è agli atti del processo per l’omicidio di Mino Pecorelli. Non poteva accadere diversamente. Il codice di procedura penale vigente all’epoca imponeva infatti al pm di mettere a disposizione del giudice e dell’imputato tutti i documenti in suo possesso. Chi non l’avesse fatto sarebbe incorso in una grave scorrettezza professionale e forse anche in un illecito penale.

    7.Si è sostenuto che la relazione della commissione Antimafia costituì “il punto di partenza” della vicenda giudiziaria nella quale è stato coinvolto il senatore Giulio Andreotti. Anche questa illazione è priva di fondamento. Il nome di Giulio Andreotti come persona collegata a esponenti di Cosa nostra, tramite Salvo Lima era stato fatto all’autorità giudiziaria di Palermo da Leonardo Messina collaboratore della procura di Caltanissetta, allora diretta dal dottor Giovanni Tinebra, il 12 agosto 1992, addirittura mesi prima che la commissione decidesse di avviare i suoi lavori. Infatti la commissione Antimafia si costituì il 30 settembre 1992 e decise di avviare un’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica nella seduta del 29 ottobre, in seguito a richiesta espressamente avanzata nella seduta del 15 ottobre 1992 dai colleghi Ayala (Pri), Buttitta (Psi), Scotti (Dc). La richiesta traeva origine dall’omicidio di Salvo Lima ed era fondata sulla legge istitutiva della commissione, che imponeva, tra l’altro, l’accertamento di tutte le connessioni del fenomeno mafioso.

    8.Né si può dire che la relazione della commissione abbia condizionato la decisione della procura della Repubblica di Palermo. La richiesta di autorizzazione a procedere venne trasmessa al ministero di Grazia e Giustizia il 27 marzo e lo stesso giorno dal Guardasigilli al Senato. La relazione della commissione d’inchiesta venne invece approvata dieci giorni dopo, il 6 aprile 1993.
    9.La relazione fu approvata quasi all’unanimità e non si trattò di un’eccezione perché tutte le deliberazioni vennero assunte a grande maggioranza o all’unanimità. Votarono contro i parlamentari del Msi che ritennero il testo troppo debole e il deputato radicale Marco Taradash che ritenne il testo omissivo.

    10.Si è sostenuto che la relazione della commissione avrebbe costituito un pesante atto d’accusa nei confronti del senatore Andreotti. Anche questa insinuazione è infondata. Nella relazione l’unica frase che riguarda riguarda il senatore Andreotti è la seguente:
    “Risultano certi alla commissione i collegamenti di Salvo Lima con uomini di Cosa nostra. Egli era il massimo esponente in Sicilia della corrente democristiana che fa capo a Giulio Andreotti. Sulla eventuale responsabilità politica del senatore Andreotti, derivante dai suoi rapporti con Salvo Lima, dovrà pronunciarsi il Parlamento”. Sottolineo: a) la relazione parlava di eventuale responsabilità politica; b) questa eventuale responsabilità politica avrebbe riguardato i rapporti di Giulio Andreotti con Salvo Lima; c) la commissione non emetteva alcun giudizio, ma rinviava al giudizio politico del Parlamento, al quale la relazione era diretta. Si è sostenuto che quella relazione aveva affidato ai tribunali la soluzione di problemi politici. Non è vero. La relazione, infatti, aveva affidato al Parlamento e solo al Parlamento il diritto di esprimersi sulla “eventuale” responsabilità politica di Giulio Andreotti.

    11. A prova di improprie relazioni tra la commissione Antimafia e la procura di Palermo si è addotto il fatto che la richiesta di autorizzazione a procedere fosse stata portata a casa del presidente della commissione Antimafia il 27 marzo, da un ufficiale di polizia giudiziaria. Non c’è nulla di misterioso. E’ capitato molte altre volte quando si butrattava di documenti rilevanti per l’attività della commissione, che era necessario esaminare in vista della stesura di relazioni o di documenti della commissione.

    12. E’ stato detto che la commissione non ha mai convocato il senatore Andreotti. Anche qui le cose stanno diversamente. Feci chiedere al senatore Andreotti se intendeva essere ascoltato dalla commissione Antimafia. Egli fece sapere che intendeva parlare solo alla fine del lavoro relativo ai rapporti tra mafia e politica. Prima che il lavoro finisse, giunse al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Andreotti da parte della procura procura di Palermo. Per evitare una sorta di processo pubblico, fatto da 50 parlamentari nei confronti del senatore Andreotti, e che di più interferisse con la decisione del Senato, decidemmo di non procedere a nessuna audizione di parlamentari accusati, indiziati, imputati, fermo restando che la commissione avrebbe ascoltato coloro che lo avrebbero espressamente richiesto. Il senatore Andreotti non lo chiese. Lo chiesero altri, per esempio il senatore Gava, che venne immediatamente ascoltato. Anche questa spiegazione ho fornito in una intervista al Tg1 del 26 ottobre 1999, in replica ad alcune dichiarazioni del senatore Andreotti. Neanche questa intervista ricevette smentite.

    Onorevoli colleghi, che le cose stessero in questi termini era largamente noto. Chiunque avrebbe potuto informarsi leggendo gli atti della commissione. Taccio degli insulti, delle insinuazioni e delle volgarità. Noi tutti abbiamo il dovere di esercitare le nostre responsabilità per il presente e per il futuro del paese. Ma dobbiamo farlo sfuggendo a un troppo facile mea culpa. Conosco, per aver militato nel partito comunista, i presupposti e le conseguenze della cosiddetta autocritica, che sovente ha rappresentato l’adesione o ipocrita o necessitata al pensiero dominante. Ipocrisia e viltà fanno purtroppo par-te della vita e anche della vita politica. Ma dobbiamo combattere il rischio di affrontare questa vicenda facendo prevalere l’ipocrisia o la viltà o le convenienze miserabili. La sentenza di assoluzione definitiva ha fatto uscire da un incubo Giulio Andreotti e ha rasserenato buona parte del nostro paese. Ma chi oggi rivede alla luce di un atto giudiziario scelte squisitamente politiche, rischia di celebrare ancora una volta il rito suicida della subalternità della politica alla giustizia. Siamo chiamati tutti a un atto di coraggio e di indipendenza. La storia della Repubblica non è una storia criminale, come alcune distorte applicazioni della cosiddetta cosiddetta tesi del doppio Stato hanno fatto intendere. Nella vita politica troppo spesso non si sono volute individuare le responsabilità politiche e si è così delegato ogni giudizio alla magistratura. Anche per questa ragione nei primi anni Novanta in Italia si manifestarono orientamenti acriticamente giustizialisti. Nel febbraio 1993 uno stimato commentatore politico scrisse: “Questi partiti devono retrocedere e alzare le mani. Devono farlo subito. E devono farlo senza le furbizie… che accompagnano i rantoli della loro agonia. Perché questo sì sarebbe un golpe contro la democrazia: cercare di resistere contro la volontà popolare.”. Nell’agosto successivo un parlamentare sostenne: “C’è in giro uno sfrenato giustizialismo, ma
    il giudice non deve celebrare vendette; anche nei momenti più difficili deve puramente e semplicemente amministrare giustizia… L’unica ricetta che si può consigliare alla magistratura… è sottrarsi all’esaltazione dei mezzi d’informazione.”. Il commentatore politico era Marcello Pera.
    Il parlamentare era chi vi parla.
    Ho proposto queste due citazioni perché vorrei mettere in guardia dagli stereotipi costruiti dalla polemica politica. E perché conosco la statura e lo spirito liberale del presidente del Senato. La storia della Repubblica è stata attraversata da molte tragedie. tragedie.
    Nessun paese occidentale, moderno e democratico ha avuto tante stragi terroristiche e mafiose, tanti uomini politici, imprenditori, magistrati, poliziotti, uccisi perché si sforzavano di fare lealmente il proprio lavoro. E l’Italia e il suo mondo politico non sempre sono stati tutti dalla parte giusta. Una parte d’ Italia e del suo mondo politico è stata con Michele Sindona, il banchiere di Cosa nostra, e ha cercato di evitare, a spese della collettività, che egli rispondesse dei suoi crimini. Un’altra parte d’Italia e del suo mondo politico stava con Giorgio Ambrosoli, Paolo Baffi, Mario Sarcinelli. Una parte d’Italia stava con Vito Ciancimino e un’altra parte stava con Pier Santi Mattarella. Non siamo stati tutti uguali nella storia della Repubblica e le divisioni sono spesso passate dentro i partiti politici, per corruzione o per convenienza, per arroganza o per subalternità.
    La fine della classe dirigente della prima Repubblica non è stata determinata da fattori giudiziari. L’intervento giudiziario ha concorso, certamente, e non sempre in modo proprio. Ma le cause della crisi furono squisitamente politiche.
    Dobbiamo riconoscere che le corruzioni c’erano. Dobbiamo riconoscere che i rapporti tra mafiosi e alcuni uomini politici c’erano. Dobbiamo riconoscere che l’intervento della magistratura in queste degenerazioni era doveroso in base alla nostra Costituzione. Dobbiamo anche riconoscere che la magistratura ha in non pochi casi agito nei confronti delle persone sbagliate e con effetti tragici, tanto per abusi individuali quanto per la fragilità di un sistema politico che non ebbe la forza di assumersi le proprie responsabilità, neanche dopo i discorsi che tenne in questa Aula Bettino Craxi, il 3 luglio 1992 e il 29 aprile 1993. Ma il carattere fondamentale dell’intervento giudiziario non fu l’abuso. Fu il richiamo al rispetto delle regole da parte di un ceto politico, butrattava rocratico, imprenditoriale che aveva deciso di vivere secondo altri codici, trascinando nel disastro anche persone in buona fede: molti di noi hanno ancora nella memoria la lettera atroce di un deputato che si suicidò. Dobbiamo riconoscere la responsabilità di chi organizzava i cortei che assediavano i tribunali schernendo gli imputati, che assediarono addirittura questa Camera dei deputati con invettive contro il cosiddetto Parlamento degli inquisiti, che assediarono l’hotel Raphael in una sera che non fece onore alla democrazia.
    Riconoscere tutto questo è un atto di coraggio civile e politico. E’ sbagliato riscrivere la storia di ieri sulla base delle convenienze dell’ oggi e non è degno accusare oggi per coprire i silenzi di ieri. Il sistema politico italiano crollò perché la fine dell’Unione Sovietica mise fine al bipolarismo internazionale. La fine del bipolarismo svuotò il patto politico anticomunista che aveva legato per circa mezzo secolo i tradizionali partiti di governo. Parallelamente esplose il risentimento di una parte rilevante della società italiana, gli imprenditori innanzitutto, contro il sistema delle corruzioni e delle connivenze con il malaffare. Se ne fece interprete prima di altri e più di altri la Conferenza episcopale italiana, con la pastorale “Educare alla legalità” dell’ottobre 1991.
    Se ne fece interprete Giovanni Paolo II, con vari interventi contro la corruzione e contro la mafia, in particolare a Castellamare di Stabia nel marzo 1992 e ad Agrigento il 9 maggio 1993. Il crollo di quel sistema avvenne per l’esaurimento delle sue funzioni nazionali e internazionali e fu accelerato dalle dimensioni dell’illegalità. Essendo privo di possibilità di alternanza e non avendo preparato tempestivamente la successione a se stesso, quel sistema politico franò rovinosamente trascinando nella propria rovina non tutti i colpevoli e non pochi innocenti. Queste furono le circostanze. La teoria secondo la quale la crisi di quel sistema, i processi al senatore Andreotti e ad altre autorità politiche siano stati frutto di complotti addirittura transitati attraverso istituzioni parlamentari è una menzogna consolatoria, che pregiudica la verità e fa scivolare nella smemoratezza. Ma la verità è come il flusso dell’acqua. Prima o dopo viene fuori e più è stata compressa, maggiore è la sua forza dirompente. Meglio per l’Italia se la sua classe dirigente dimostrerà ora il coraggio della verità.
    Ci sono state inerzie, calcoli, avidità. L’idea del complotto è una interpretazione che impedisce di affrontare i nodi duri della nostra storia recente, la corruzione del mondo politico, i rapporti di alcuni suoi esponenti con la malavita organizzata, la degenerazione del costume politico. Questa interpretazione è una palla al piede; ci impedisce di costruire il futuro e di salvare il presente. E’ una teoria che consente di costruire nemici, di armare vendette, di usare il potere politico con spirito vendicativo non con spirito costruttivo. Ci rende tutti prigionieri delle nostre storie personali e collettive e causa tra noi una contrapposizione puramente ideologica. Il Novecento, in Europa, è pieno di complotti inesistenti, denunciati al solo scopo di sbarazzarsi più velocemente dei propri avversari politici. Io credo signor presidente che su questi punti ciascuna forza politica potrà pronunciarsi, se lo ritiene, nella sua responsabilità. Dobbiamo guidare l’Italia fuori del corridoio in cui l’ha schiacciata la nostra incapacità di far maturare il bipolarismo e di superare lo scontro tra politica e giustizia. Ciò che dà dignità alla politica è la flessibilità nelle analisi e la fermezza nei valori. Ciò che le conferisce autorevolezza è decidere quale sia la cosa giusta e impegnarsi a farla. Il costo dell’inerzia è sempre superiore al prezzo dell’azione. Qui abbiamo valori diversi, ma abbiamo le stesse responsabilità di fronte al futuro del paese. Dobbiamo muoverci nell’esercizio di queste responsabilità. Per questo signor presidente le chiedo di valutare l’opportunità di individuare il modo e i tempi nei quali si possa aprire in quest’Aula un dibattito onesto sul modo di uscire dallo scontro. Non si tratta dell’ennesima commissione d’inchiesta da usare contro l’attuale opposizione. Questo è un metodo sbagliato e se la maggioranza volesse perseguire questa strada, noi la lasceremo sola. Noi comunque, se e quando torneremo al governo, non useremo questi metodi. Io chiedo un dibattito onesto su questi temi, non una resa dei conti e so che l’Italia potrà esserci grata se sapremo fare ciò che è necessario. Ho sentito la responsabilità, il dovere e il diritto di difendere un organo del Parlamento che ho presieduto, i parlamentari e le parlamentari che assieme a me ne fecero parte, i funzionari e i dipendenti di questa Camera che vi lavorarono, gli ufficiali di polizia giudiziaria che cooperarono. Nessuno di loro, ve lo assicuro sul mio onore, lavorò “nell’incubatore infettivo del virus giustizialista”.
    Tutti abbiamo servito il nostro paese con lealtà.

    Luciano Violante, capogruppo dei Ds
    pronunciato alla Camera il 5.11.2003

    cosa c'è di più "democratico e corretto" della "diretta"?

    su il Foglio

    saluti

  2. #2
    Veneta sempre itagliana mai
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    Predefinito Re: Lo sconfitto

    In origine postato da mustang


    cosa c'è di più "democratico e corretto" della "diretta"?


    saluti

    Il voto palese, mustang

  3. #3
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    Predefinito Il viscerale

    Signor Presidente, onorevoli colleghi, non questo Parlamento, non i parlamentari di questo Parlamento, ma lei, onorevole Violante, era chiamato oggi a un atto di verità.
    E lei, purtroppo, non ha pronunciato oggi in quest’Aula un discorso di verità, ma – se me lo permette – lei ha pronunciato un discorso ipocrita, un discorso falso, un discorso indegno.

    Onorevole Violante, come nella storia i nodi politici, prima o poi, vengono al pettine, così anche nella vita delle persone gli errori, prima o poi, si pagano. C’è una giustizia superiore, in cui possono credere laici e credenti, che ci chiama personalmente a rendere conto dei nostri comportamenti, dei nostri atti e delle nostre responsabilità.
    Deve essere chiaro, onorevole Violante, che lei non è una vittima. Le vittime sono altre: le vittime sono quegli uomini, politici e non, che hanno subìto accuse gravissime, perfino surreali, che sono stati accusati ingiustamente, che hanno subìto la gogna e perfino la tortura, che hanno sofferto, insieme alle loro famiglie, pene fisiche e pene morali ingiustificate.
    Le vittime, onorevole Violante, si chiamano Andreotti, si chiamano Mannino, si chiamano Musotto… le vittime si chiamano Carnevale, si chiamano Dell’Utri. Mi fa piacere che lei abbia riacquistato il sorriso, onorevole Violante. Lei, dunque, onorevole Violante, non è una vittima; lei, semmai, è il carnefice.

    Ma sia ben chiaro: noi sappiamo e vogliamo distinguere tra quelle che sono le sue responsabilità ed eventuali responsabilità del suo partito, della sinistra in generale, in quell’aberrazione tutta italiana che è l’uso politico della giustizia contro gli avversari politici. Dopo il suo discorso di oggi, onorevole Violante, la necessità di istituire al più presto una commissione di inchiesta sull’uso politico della magistratura si fa ancora più necessaria.
    All’origine di tutto c’è un dato politico e storico. Dopo la caduta del muro di Berlino – lei lo ha ricordato – e dopo la crisi e la fine del comunismo, il suo partito, onorevole D’Alema e onorevole Fassino, avrebbe dovuto e avrebbe potuto ancora fare i conti con la propria storia e diventare, finalmente, un forte partito democratico, riformista e occidentale, capace di presentarsi come un credibile partito di governo.
    Purtroppo, anche quell’occasione fu sprecata, come tante altre in passato.
    E’ avvenuto che i partiti democratici, i vincitori della storia, i difensori della libertà sono stati posti sul banco degli accusati, mentre voi, gli sconfitti della storia, avete ottenuto un lasciapassare giudiziario e avete così potuto conquistare il potere non attraverso il consenso, ma attraverso la scorciatoia giudiziaria eliminando tutti i vostri avversari politici. Certo, le classi politiche della cosiddetta prima Repubblica non sarebbero scomparse così facilmente, non sarebbero state spazzate via così facilmente se non vi fosse stata una crisi precedente nel rapporto tra cittadini e sistema politico italiano.
    Tuttavia, il dato di fondo è che la storia come lei ha detto, onorevole D’Alema, non si può scrivere con le inchieste giudiziarie. La storia non la possono scrivere i magistrati. Il rinnovamento vero di un paese, l’unico rinnovamento possibile di un paese, può passare soltanto attraverso le vie della politica, della legalità e della democrazia.
    Solo in sede politica, infatti, sarebbe stato possibile esprimere un giudizio severo, rigoroso, anche impietoso, sulle responsabilità di un intero sistema politico nel non aver combattuto, come sarebbe stato forse necessario, l’intreccio tra Stato, politica e criminalità organizzata.
    Ma chi come lei, onorevole Violante, ha infettato, ha avvelenato il sistema dei partiti e ha introdotto, come ha detto giustamente il presidente Del Turco, il virus giustizialista nella politica italiana, non ha alcun titolo, non ha alcun diritto di affrontare questo problema né di impartire lezioni di democrazia.

    Lei, oggi, onorevole Violante, poteva soltanto avere il coraggio di dire una parola di verità e non ha avuto questo coraggio. Lei, oggi, poteva decidere di non nascondersi dietro giustificazioni, dietro spiegazioni che sono, francamente, ridicole. Quando ricostruisce le circostanze dell’avvio delle accuse contro il presidente Andreotti, lei, onorevole Violante, è al di sotto della sua fama e rischia di avvicinare la sua figura di uomo politico, certamente discussa ma anche orgogliosa, a quella di un volgare mentitore…
    Lei, onorevole Violante, è il primo a sapere che suona falsa e ridicola la ricostruzione che lei fornisce della telefonata anonima, che lei avrebbe ricevuto da una persona che aveva, se non ricordo male, un accento piemontese e dell’informazione datane allora al procuratore di Roma, che per la verità non era il dottor Coiro, come lei ha affermato, e della successiva comunicazione formale al dottor Scarpinato.
    Lei sa, onorevole Violante, che nessuno né in quest’aula né nel paese può credere a questo racconto?
    E chi può dare torto al presidente Andreotti, il quale non ha esitato a denunciare le sue impronte digitali e a individuare proprio in lei l’origine delle trame orchestrate contro Andreotti e contro la Democrazia cristiana?

    Ma questa, onorevole Violante, non è una novità per noi. Già nel 1999, un esponente storico del Partito comunista italiano, che io ho avuto (ed ho) l’onore di conoscere, l’onorevole Macaluso, scriveva in un libro intitolato “Mafia senza identità” che il processo Andreotti si apre nella commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante, il quale interroga i pentiti per scrivere il capitolo della relazione intitolato: mafia e politica.
    In quella sede si presenta – scrive Macaluso – il quadro di riferimento, su cui sarà immediatamente dopo dato l’avvio all’iniziativa giudiziaria.
    Non siamo soltanto noi a dire queste cose, lo ripeto, ma esponenti storici del Partito comunista italiano.
    Gerardo Chiaromonte, ad esempio, confidò all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, prima di lasciare la presidenza della commissione Antimafia per motivi di salute: sto subendo pressioni dall’interno del mio partito, affinché io convochi e ascolti in commissione questi pentiti di mafia, ma, finché sarò io a presiedere questa commissione, nessuno di questi mafiosi metterà piede in Parlamento.
    Lei ha fatto in modo che questi pentiti, questi mafiosi, mettessero piede in Parlamento e infangassero l’onore delle persone e dei partiti politici.
    Ho voluto ricordare queste voci nobili e autorevoli della sinistra italiana per mostrare come la linea, le finalità e i metodi seguiti
    dall’onorevole Violante non sono identificabili con la storia, con i programmi e con la politica della sinistra e dell’opposizione in generale.

    Ed è da qui che si può forse ripartire per aprire una fase politica
    nuova nel nostro paese, a patto che lei, onorevole Violante, non rivendichi ciò che non si può rivendicare e riconosca apertamente
    e onestamente le ferite aperte nella nostra storia nazionale e a patto che il suo partito - mi rivolgo anche agli onorevoli D’Alema e Fassino – dimostri di avere il coraggio, l’intelligenza e la forza – come è avvenuto in altre fasi e momenti della sua storia – di riconoscere apertamente questi errori e di imboccare finalmente una strada nuova, utile non soltanto alla sinistra, ma agli interessi generali del nostro paese, per costruire un paese che sia finalmente normale.

    Sandro Bondi, coordinatore di FI pronunciato alla Camera il 5.11.2003

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Il "panzone"

    Onorevole Violante, l’ho ascoltata.
    Ci conosciamo da tempo.
    Abbiamo vissuto sulle stesse posizioni, sebbene con stili diversi, stagioni drammatiche della democrazia italiana.
    E altre ne abbiamo vissute su posizioni radicalmente contrapposte. L’ho dunque ascoltata in diretta con molta partecipazione e attenzione nel suo discorso forse più importante, a dieci anni dal maledetto 1993.
    Le riconosco abilità nella scelta del luogo in cui parlare dell’assoluzione di Giulio Andreotti e dei toni retorici con cui parlarne.
    Lei ha saputo modulare in modo professionalmente impeccabile un registro vittimistico, un richiamo all’orgoglio personale e della sua parte politica, appelli unitari, concessioni all’avversario, sapienti rifiuti della pratica dell’autocritica come omaggio al pensiero dominante, qualche attacco ben congegnato ad ex giustizialisti oggi suoi avversari, pillole di pensiero politico unitario fatte apposta per suscitare solidarietà nel campo opposto al suo. Non la prenda per un’affermazione immodesta, ma quel suo discorso avrei potuto provare a scriverglielo, con effetti non troppo dissimili dal testo che lei ha recitato a Montecitorio.

    Sandro Bondi, subito attaccato in modo grottesco dai suoi compagni di partito, e naturalmente bollato come ex comunista in un mondo politico in cui tutti, dico tutti, sono ex comunisti (solo che alcuni se ne vergognano e usano comicamente la loro stessa condizione come un’accusa da rivolgere agli altri), le ha opposto la sua pancia, non il cervello, che Bondi ha ben nutrito e che in genere sa far funzionare.
    Bondi non è stato minimamente furbo, non ce l’ha fatta, e per ragioni che comprendo perfettamente.
    Così nell’establishment parlamentare è risultato lui, fra mille ipocrisie di vario conio dei suoi stessi alleati, l’isolato.
    E lei se l’è cavata, in apparenza.
    Ma Bondi ha detto la verità, lei no, onorevole Violante, lei ha mentito.
    E cerco di spiegarle il perché.
    Non gioco con le date, con i dettagli, con il concetto di complotto. Non mi interessano qui le telefonate anonime da lei curiosamente ricevute e propalate, i commerci con magistrati defunti oggi rivendicati, le strane lettere a Palermo, le chiamate in correità dei componenti della commissione Antimafia da lei presieduta all’epoca del “processo alla Dc”.
    Non mi interessano neanche i generici e gridati innocentismi su Andreotti, che sul piano politico ne ha fatte più di Carlo in Francia e può ben essere criticato per le sue amicizie, per il suo cinismo, per la corrente democristiana di Sicilia di cui fu a lungo responsabile.
    Qui la questione che conta è un’altra.
    Lei ha finalmente accettato di parlare di “giustizialismo”, e ha riconosciuto che ci sono stati guasti drammatici per la democrazia italiana nei dieci anni che ci dividono dall’inizio della campagna di delegittimazione a mezzo giudiziario della prima Repubblica.
    Poi ha detto che nella battaglia tra legalità e illegalismo lei stava dalla parte giusta e i suoi avversari stavano dalla parte sbagliata.
    Lei ha confuso abilmente le cose. Io le avrei risposto che nella battaglia tra illegalismo e giustizia nessuno è innocente nel grande imbroglio finale della Repubblica dei paeriti, ma nella battaglia tra la democrazia e la sovranità democratica di questo paese e il tentativo di svellere l’una e l’altra da parte del suo schieramento politico, con l’aiuto militante del partito togato, lei stava dalla parte sbagliata e i suoi avversari, nel cui novero mi onoro di iscrivermi da molti anni e senza tentennamenti o salti della quaglia, stavano dalla parte giusta.
    Per parafrasare le sue piroette sul giudizio meramente politico dell’Antimafia a proposito di Andreotti e Pecorelli, di Andreotti e la mafia, dirò che lei porta tutta intera, e non da solo, la responsabilità politica di aver degradato una vecchia democrazia a una caserma in cui tipacci di vario genere, in anni di intimidazione e di bassa macelleria del diritto, hanno fatto politica con il tintinnio delle manette e delle monetine.

    E’ troppo facile e anche impudico, gentile onorevole, citare la lettera del deputato socialista Sergio Moroni sulla decimazione dei parlamentari che finanziavano la politica illegalmente:
    Moroni è morto suicida per lo smarrimento, e lei è stato politicamente vivo, è andato al governo con il suo partito, e ha presieduto per cinque anni la Camera in virtù di quello sconcio, che fece le sue vittime in ogni senso, anche letterale.
    Lei dice oggi che fu la politica a non saper raccogliere la sfida e ad arrendersi al giustizialismo.
    Ma, senza una sua franca ammissione di essere stato tra i capi di quel partito politico che ha aderito al giustizialismo, che lo ha promosso in ogni sua forma, che ha sempre incoraggiato magistrati incauti o negligenti o dolosamente faziosi, il suo discorso è solo retorica abile, con uno sfondo di menzogna che ne distrugge il fondamento civile e politico.
    Se quell’ammissione lei non la può fare, e deve ribellarsi all’acquiescente autocritica “come resa al pensiero dominante”, è perché con le grandi assoluzioni, e con le vicende politiche e intellettuali di questo paese, la verità è emersa.

    La verità è il nuovo pensiero dominante.
    E arrendersi alla verità è un atto di coraggio che pochi italiani hanno saputo compiere.
    Lei è arrivato al culmine del sofisma, citando il Craxi parlamentare del 3 luglio del 1992 e del 29 aprile del 1993. Una citazione di un cinismo abominevole da parte di chi non alzò la mano di fronte a Craxi per dire: “sono innocente”, e non la alzò perché non poteva farlo.
    Ma alzò il dito ammonitore che provocò le monetine del 30 aprile, lo sfregio della democrazia italiana, e l’ondata golpista e giustizialista che ci avrebbe portato alla Repubblica dei Francesco Saverio Borrelli e dei Giancarlo Caselli se al tempo noi non l’avessimo fermata.
    La reazione viscerale di Sandro Bondi è tutta qui: la solita frittata rovesciata, e la menzogna al potere in un partito e in una cultura che è capace di separarsi da tutto, ma purtroppo non da quella sua dolce compagna, la manipolazione.
    Impeccabile, altamente professionale, ma manipolazione.
    Se leggerà il libro del segretario del suo partito Piero Fassino, vedrà che a distanza di vent’anni la verità viene a galla.
    Come è venuta a galla dieci anni dopo nel caso della persecuzione politica contro Giulio Andreotti e la Dc del pentapartito, da lei coordinata e diretta.
    Non ne aspetteremo altri dieci.

    l'Elefantino

    saluti

  5. #5
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    Predefinito

    La cosa più bella che ha detto ieri il Compagno Bondi è che Dell'Utri e una vittima di Violante. Questa sola battuta basta ad illustrare l'alto e alato discorso del (per nostra fortuna) transfuga.

    Il Ferrara, poi, che difende tutta la "banda puffi e bassotti" non necessita neppure di un commento.

  6. #6
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    Predefinito Re: Re: Lo sconfitto

    In origine postato da pensiero
    Il voto palese, mustang
    ---------------------------
    D'accordo, pensiero

    saluti

  7. #7
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    Roma. Di polemica politica manco a parlarne. Solo un inciso - “Anche Violante ha cercato di incastrarmi” - calato in un discorso sulla banda della Magliana. Ma era difficile ieri al Senato non cogliere la pesantezza delle accuse lanciate da Giulio Andreotti contro il capogruppo dei Ds. Violante, mercoledì a Montecitorio, aveva escluso qualsiasi collegamento tra i lavori della Commissione antimafia nei primi mesi del ’93 e i processi incardinati nello stesso anno dalle procure di Palermo e Perugia. Andreotti, ieri, ha definito quel lungo intervento una “excusatio non petita” ed ha risposto punto per punto.
    Ma senza richiami ideologici e senza accenni al clima avvelenato di quegli anni.
    Solo fatti e circostanze.
    E la sottolineatura di un “omissis” rivelatore: nella sua lettera al Corriere di sabato scorso, il capogruppo dei Ds ha evitato di citare una frase.
    Andreotti se n’è accorto e attorno a quella frase ha costruito la sua controreplica.

    L’anonimo. Violante ha detto di avere ricevuto, quando era presidente dell’Antimafia, la telefonata di un anonimo che prometteva rivelazioni sull’omicidio Pecorelli.
    Di essersi consigliato con il procuratore aggiunto di Roma Michele Coiro, e di avere lo stesso giorno informato con una lettera il pm palermitano Roberto Scarpinato.
    Andreotti non ci sta. Ironizza sul fatto che Violante si nasconda dietro Coiro – “è morto perciò non è possibile chiederglielo” – e incalza dicendo che la smentita sta nella stessa lettera scritta da Violante: “In quella lettera Scarpinato viene informato in una qualità che non aveva, e cioè "quale titolare delle indagini". Ma non esisteva nè procedimento nè un'ingagine riguardante Pecorelli.
    E Violante, che lo sa, pochi giorni fa sul Corriere ha riprodotto la lettera a Scarpinato omettendo le parole "ho appreso che è titolare di indagini relative all'omicidio Pecorelli".
    Ripeto le date: il 5 aprile telefonata anonima e lettera di Violante a Scarpinato; il 6 aprile il procuratore Caselli e il suo vice Lo Forte interrogano, in Florida, il pentito Tommaso Buscetta che parla dell'omicidio Pecorelli e che, per la pèrima volta, fa riferimento alla mia persona".

    Buscetta & C.
    Andreotti ricorda che tornati in Italia, Caselli e Lo Forte trasmettono le dichiarazioni di Buscetta alla procura di Roma, la sola competente, appunto, a indagare su Pecorelli. Ma il pentito, interrogato dai magistrati della capitale – ricorda l’ex presidente del Consiglio – già smentisce se stesso: “Con Bontade, non si parlò di Andreotti ma si fece riferimento ai Salvo. Non ho mai detto espressamente che l’omicidio fu fatto su richiesta di Andreotti. Feci solo una deduzione”. L’altro pentito a cui il senatore fa riferimento è Francesco Marino Mannoia. “Molti quesiti, dice, restano ancora ancora dentro di me.
    Cito per tutti il preambolo dell’interrogatorio negli Stati Uniti del pentito Mannoia. Si è preteso dall’Italia e per iscritto che nessuna competenza avrebbero potuto avere contro di lui le dichiarazioni che stava per rendere. Mi sono domandato più volte se possa esistere la libertà internazionale di calunnia”.

    Il caso Pellegriti.
    A sostegno delle sue convinzioni sulla inaffidabilità dei pentiti, difesi invece da Violante, Andreotti ricorda la testimonianza di Giuseppe Ayala, pubblico ministero al maxiprocesso e ora senatore dei Ds, a proposito del caso di Giuseppe Pellegriti, un detenuto che, fingendosi pentito voleva incastrare Salvo Lima. Ma quando Falcone e Ayala lo interrogano si accorgono che i riferimenti temporali sono sballati. Tanto che Giovanni Falcone parlò pubblicamente delle calunnie utilizzate spesso per depistare i magistrati.

    La convocazione.
    Andreotti smentisce Violante anche sulla sua mancata convocazione all’Antimafia nei giorni in cui il presidente interrogava un pentito dopo l’altro (Buscetta, Mutolo, Messina) per accertare rapporti tra mafia e politica. “Dopo che ebbi espresso al vicepresidente Cabras la mia preferenza a essere ascoltato alla fine dei lavori, ricorda, non sono mai stato chiamato. Apprendo ieri che avrei dovuto chiederlo.
    Come? In carta semplice o bollata?”. Il macigno. A conclusione del suo “sofferto intervento”, Andreotti ha ringraziato i senatori che in questi dieci anni non gli “hanno fatto pesare il macigno infamante di queste accuse. Iddio ve ne renda merito”.

    saluti

  8. #8
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    Se telefonando alla Camera qualcuno risponde è ovvio sentirsi dire: “Chi parla?”.
    06.67061. Telefonando al centralino di Montecitorio, ieri, non c’è stato verso di farsi passare Luciano Violante. Per tutta la metà mattina è stato impossibile per un normale anonimo conferire al telefono con il capogruppo dei Democratici di sinistra.
    L’ultima prova, alle 13.40, con questa telefonata al centralino.
    Operatrice: “Camera dei deputati”. Anonimo: “Segreteria del presidente Violante per favore”.
    (segue attesa di tre minuti circa) Operatrice: “E’ ancora occupato, metto in linea?”.
    Anonimo: “Certamente”
    Segreteria Violante: “Pronto?”
    Anonimo: “Buongiorno, devo parlare col presidente Violante. E’ urgente”.
    Segreteria Violante: “Con chi parlo?”.
    Anonimo: “Io non glielo posso dire, si rende conto?”.
    Segreteria Violante: “Ma se lei non me lo può dire io non glielo posso passare”.
    Anonimo: “Sicuramente lei è una bella donna. Lo arguisco dalla voce”.
    Segreteria Violante: “…”.
    Anonimo: “… allora mi saluti il presidente”.
    Segreteria Violante: “Chi lo saluta?”
    Anonimo: “Un anonimo”.

    Nessuno anonimo può dunque parlare al telefono con Violante a meno che, un anonimo, possa dirsi confidenziale al punto di ritrovarsi all’interno della ristretta cerchia degli intimi. Anonimo intimo appunto.
    Come quello evocato nel 1993.

    saluti

  9. #9
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    In origine postato da mustang
    Se telefonando alla Camera qualcuno risponde è ovvio sentirsi dire: “Chi parla?”.
    06.67061. Telefonando al centralino di Montecitorio, ieri, non c’è stato verso di farsi passare Luciano Violante. Per tutta la metà mattina è stato impossibile per un normale anonimo conferire al telefono con il capogruppo dei Democratici di sinistra.
    L’ultima prova, alle 13.40, con questa telefonata al centralino.
    Operatrice: “Camera dei deputati”. Anonimo: “Segreteria del presidente Violante per favore”.
    (segue attesa di tre minuti circa) Operatrice: “E’ ancora occupato, metto in linea?”.
    Anonimo: “Certamente”
    Segreteria Violante: “Pronto?”
    Anonimo: “Buongiorno, devo parlare col presidente Violante. E’ urgente”.
    Segreteria Violante: “Con chi parlo?”.
    Anonimo: “Io non glielo posso dire, si rende conto?”.
    Segreteria Violante: “Ma se lei non me lo può dire io non glielo posso passare”.
    Anonimo: “Sicuramente lei è una bella donna. Lo arguisco dalla voce”.
    Segreteria Violante: “…”.
    Anonimo: “… allora mi saluti il presidente”.
    Segreteria Violante: “Chi lo saluta?”
    Anonimo: “Un anonimo”.

    Nessuno anonimo può dunque parlare al telefono con Violante a meno che, un anonimo, possa dirsi confidenziale al punto di ritrovarsi all’interno della ristretta cerchia degli intimi. Anonimo intimo appunto.
    Come quello evocato nel 1993.

    saluti
    Molto divertente; fossi il tuo capo ci farei un programma.
    TV, ovviamente; di governare neanche se ne parla.

  10. #10
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    Predefinito Altro "omissis"

    ....di Violante

    Nel suo lungo discorso alla Camera sul caso Andreotti, Luciano Violante ha puntato soprattutto a due scopi: da un lato smentire che l’azione della commissione antimafia sotto la sua guida avesse una responsabilità diretta nelle accuse al senatore a vita; e dall’altro dare retrospettivamente una visione corale dell’operato dell’antimafia, in modo da ridimensionare il più possibile l’opera personale di Violante medesimo.
    Questa abile tattica è incorsa, però, in qualche incidente di percorso, causato dalla memoria troppo selettiva di chi l’ha ideata.
    Sulla famosa lettera alla procura di Palermo in cui, prendendo spunto da un’informazione anonima, si metteva in qualche modo in relazione l’omicidio Pecorelli con la mafia, e quindi con Andreotti, si è “omesso” di ricordare che, quando fu inviata, a Palermo non era aperto alcun procedimento sull’assassinio di Pecorelli.
    Insomma Violante ha metaforicamente “aperto un fascicolo”, non si è limitato ad apportarvi informazioni (peraltro tutt’altro che garantite poiché anonime).

    Anche sull’altro versante, quello, per così dire, della “chiamata di correo” fatta a tutti coloro, individui e istituzioni che avevano espresso appoggio all’attività della commissione antimafia, c’è un vistoso omissis, che riguarda nientemeno che il Sommo Pontefice. Se n’è accorto l’Avvenire, che denuncia le “amnesie” di Violante. L’ex presidente della Camera, infatti, ha citato un documento della conferenza episcopale del ’91 e i pronunciamenti del Papa contro la mafia (ma non certo contro Andreotti, cui ha anzi testimoniato sempre solidarietà).
    Ha però “dimenticato” la lettera di Giovanni Paolo II ai vescovi italiani, in cui si prendevano le distanze da un esame di coscienza troppo generico, poiché “non può essere trascurato il pericolo che questo esame di coscienza possa diventare l’occasione per una dannosa manipolazione dell’opinione pubblica”.
    Per concludere con l’ammonimento profetico “che una società ben ordinata non può mettere le decisioni sulla sua sorte futura nelle mani della sola autorità giudiziaria”.

    saluti

 

 
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