Signor presidente, onorevoli colleghi, chiedo la parola come deputato, ex presidente della commissione Antimafia.
1.Dopo l’annullamento da parte della Corte di cassazione della sentenza che condannava il senatore Giulio Andreotti per l’omicidio di Mino Pecorelli, accanto alla legittima soddisfazione per la riconosciuta innocenza dell’uomo politico, si sono manifestate, tanto da parte dell’interessato quanto da parte di altri uomini politici, valutazioni assai critiche sull’operato della commissione parlamentare Antimafia della XI legislatura e nei confronti di chi vi parla, che allora la presiedeva. Ho taciuto sinora perché quando è in discussione l’operato di un organo parlamentare, deve essere il Parlamento la sede nella quale prioritariamente si affrontano i problemi.
Ho inteso così confermare il costume democratico che impone ai dirigenti parlamentari di affrontare in Parlamento, prima che in altri luoghi, le principali questioni politiche e istituzionali del paese. E’ una questione politica e istituzionale che riguarda non solo il passato, ma il presente e il futuro della nostra democrazia. Se un organo parlamentare e il suo presidente avessero davvero ordito una trama per accusare di gravi illeciti penali un uomo innocente, la democrazia in sé avrebbe ricevuto un colpo gravissimo e quella commissione e quel presidente dovrebbero severamente rispondere dinnanzi al paese e dinnanzi alla vittima. Ma queste accuse sono false e intendo dimostrarlo.
2.Infatti non esiste alcun rapporto tra la relazione su mafia e politica approvata dalla commissione Antimafia il 6 aprile 1993 e i due processi penali nei quali è stato imputato il senatore Andreotti.
3.La commissione non si è mai occupata dell’omicidio di Mino Pecorelli. L’unico atto è costituito dalla lettera, ampiamente nota, con la quale informavo la procura della Repubblica di Palermo del contenuto di una telefonata anonima ricevuta nella mattinata
del 5 aprile 1993 secondo la quale in via Tacito, sede di OP, si sarebbe trovato un tale Patrizio, braccio destro di Mino Pecorelli. La comunicazione non mi apparve banale perché sembrava consentire il ritrovamento dei documenti del giornalista ucciso. Né nella telefonata né nella mia lettera si parlava del senatore Andreotti o si accennava a responsabilità per l’omicidio di Mino Pecorelli.
4.Ricevuta la telefonata, informai il dottor Michele Coiro, capo della Dda di Roma, e, in questa veste, mio interlocutore principale con la magistratura romana, che indagava sull’omicidio. Al dottor Coiro chiesi se intendeva ricevere una comunicazione scritta. Il magistrato si riservò di valutare la cosa. Mi richiamò alcuni minuti dopo informandomi che non era necessario inviargli una nota scritta ma che forse la notizia poteva interessare anche la procura di Palermo. Di qui la trasmissione dell’informazione a quella procura.
5.Aggiungo che la comunicazione all’autorità giudiziaria di notizie di suo eventuale interesse è stata regola costante della commissione Antimafia da me presieduta ed era determinata dal dovere di leale collaborazione tra poteri dello Stato.
6.Sono state fatte illazioni sulle ragioni per le quali quella lettera è agli atti del processo per l’omicidio di Mino Pecorelli. Non poteva accadere diversamente. Il codice di procedura penale vigente all’epoca imponeva infatti al pm di mettere a disposizione del giudice e dell’imputato tutti i documenti in suo possesso. Chi non l’avesse fatto sarebbe incorso in una grave scorrettezza professionale e forse anche in un illecito penale.
7.Si è sostenuto che la relazione della commissione Antimafia costituì “il punto di partenza” della vicenda giudiziaria nella quale è stato coinvolto il senatore Giulio Andreotti. Anche questa illazione è priva di fondamento. Il nome di Giulio Andreotti come persona collegata a esponenti di Cosa nostra, tramite Salvo Lima era stato fatto all’autorità giudiziaria di Palermo da Leonardo Messina collaboratore della procura di Caltanissetta, allora diretta dal dottor Giovanni Tinebra, il 12 agosto 1992, addirittura mesi prima che la commissione decidesse di avviare i suoi lavori. Infatti la commissione Antimafia si costituì il 30 settembre 1992 e decise di avviare un’inchiesta sui rapporti tra mafia e politica nella seduta del 29 ottobre, in seguito a richiesta espressamente avanzata nella seduta del 15 ottobre 1992 dai colleghi Ayala (Pri), Buttitta (Psi), Scotti (Dc). La richiesta traeva origine dall’omicidio di Salvo Lima ed era fondata sulla legge istitutiva della commissione, che imponeva, tra l’altro, l’accertamento di tutte le connessioni del fenomeno mafioso.
8.Né si può dire che la relazione della commissione abbia condizionato la decisione della procura della Repubblica di Palermo. La richiesta di autorizzazione a procedere venne trasmessa al ministero di Grazia e Giustizia il 27 marzo e lo stesso giorno dal Guardasigilli al Senato. La relazione della commissione d’inchiesta venne invece approvata dieci giorni dopo, il 6 aprile 1993.
9.La relazione fu approvata quasi all’unanimità e non si trattò di un’eccezione perché tutte le deliberazioni vennero assunte a grande maggioranza o all’unanimità. Votarono contro i parlamentari del Msi che ritennero il testo troppo debole e il deputato radicale Marco Taradash che ritenne il testo omissivo.
10.Si è sostenuto che la relazione della commissione avrebbe costituito un pesante atto d’accusa nei confronti del senatore Andreotti. Anche questa insinuazione è infondata. Nella relazione l’unica frase che riguarda riguarda il senatore Andreotti è la seguente:
“Risultano certi alla commissione i collegamenti di Salvo Lima con uomini di Cosa nostra. Egli era il massimo esponente in Sicilia della corrente democristiana che fa capo a Giulio Andreotti. Sulla eventuale responsabilità politica del senatore Andreotti, derivante dai suoi rapporti con Salvo Lima, dovrà pronunciarsi il Parlamento”. Sottolineo: a) la relazione parlava di eventuale responsabilità politica; b) questa eventuale responsabilità politica avrebbe riguardato i rapporti di Giulio Andreotti con Salvo Lima; c) la commissione non emetteva alcun giudizio, ma rinviava al giudizio politico del Parlamento, al quale la relazione era diretta. Si è sostenuto che quella relazione aveva affidato ai tribunali la soluzione di problemi politici. Non è vero. La relazione, infatti, aveva affidato al Parlamento e solo al Parlamento il diritto di esprimersi sulla “eventuale” responsabilità politica di Giulio Andreotti.
11. A prova di improprie relazioni tra la commissione Antimafia e la procura di Palermo si è addotto il fatto che la richiesta di autorizzazione a procedere fosse stata portata a casa del presidente della commissione Antimafia il 27 marzo, da un ufficiale di polizia giudiziaria. Non c’è nulla di misterioso. E’ capitato molte altre volte quando si butrattava di documenti rilevanti per l’attività della commissione, che era necessario esaminare in vista della stesura di relazioni o di documenti della commissione.
12. E’ stato detto che la commissione non ha mai convocato il senatore Andreotti. Anche qui le cose stanno diversamente. Feci chiedere al senatore Andreotti se intendeva essere ascoltato dalla commissione Antimafia. Egli fece sapere che intendeva parlare solo alla fine del lavoro relativo ai rapporti tra mafia e politica. Prima che il lavoro finisse, giunse al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Andreotti da parte della procura procura di Palermo. Per evitare una sorta di processo pubblico, fatto da 50 parlamentari nei confronti del senatore Andreotti, e che di più interferisse con la decisione del Senato, decidemmo di non procedere a nessuna audizione di parlamentari accusati, indiziati, imputati, fermo restando che la commissione avrebbe ascoltato coloro che lo avrebbero espressamente richiesto. Il senatore Andreotti non lo chiese. Lo chiesero altri, per esempio il senatore Gava, che venne immediatamente ascoltato. Anche questa spiegazione ho fornito in una intervista al Tg1 del 26 ottobre 1999, in replica ad alcune dichiarazioni del senatore Andreotti. Neanche questa intervista ricevette smentite.
Onorevoli colleghi, che le cose stessero in questi termini era largamente noto. Chiunque avrebbe potuto informarsi leggendo gli atti della commissione. Taccio degli insulti, delle insinuazioni e delle volgarità. Noi tutti abbiamo il dovere di esercitare le nostre responsabilità per il presente e per il futuro del paese. Ma dobbiamo farlo sfuggendo a un troppo facile mea culpa. Conosco, per aver militato nel partito comunista, i presupposti e le conseguenze della cosiddetta autocritica, che sovente ha rappresentato l’adesione o ipocrita o necessitata al pensiero dominante. Ipocrisia e viltà fanno purtroppo par-te della vita e anche della vita politica. Ma dobbiamo combattere il rischio di affrontare questa vicenda facendo prevalere l’ipocrisia o la viltà o le convenienze miserabili. La sentenza di assoluzione definitiva ha fatto uscire da un incubo Giulio Andreotti e ha rasserenato buona parte del nostro paese. Ma chi oggi rivede alla luce di un atto giudiziario scelte squisitamente politiche, rischia di celebrare ancora una volta il rito suicida della subalternità della politica alla giustizia. Siamo chiamati tutti a un atto di coraggio e di indipendenza. La storia della Repubblica non è una storia criminale, come alcune distorte applicazioni della cosiddetta cosiddetta tesi del doppio Stato hanno fatto intendere. Nella vita politica troppo spesso non si sono volute individuare le responsabilità politiche e si è così delegato ogni giudizio alla magistratura. Anche per questa ragione nei primi anni Novanta in Italia si manifestarono orientamenti acriticamente giustizialisti. Nel febbraio 1993 uno stimato commentatore politico scrisse: “Questi partiti devono retrocedere e alzare le mani. Devono farlo subito. E devono farlo senza le furbizie… che accompagnano i rantoli della loro agonia. Perché questo sì sarebbe un golpe contro la democrazia: cercare di resistere contro la volontà popolare.”. Nell’agosto successivo un parlamentare sostenne: “C’è in giro uno sfrenato giustizialismo, ma
il giudice non deve celebrare vendette; anche nei momenti più difficili deve puramente e semplicemente amministrare giustizia… L’unica ricetta che si può consigliare alla magistratura… è sottrarsi all’esaltazione dei mezzi d’informazione.”. Il commentatore politico era Marcello Pera.
Il parlamentare era chi vi parla.
Ho proposto queste due citazioni perché vorrei mettere in guardia dagli stereotipi costruiti dalla polemica politica. E perché conosco la statura e lo spirito liberale del presidente del Senato. La storia della Repubblica è stata attraversata da molte tragedie. tragedie.
Nessun paese occidentale, moderno e democratico ha avuto tante stragi terroristiche e mafiose, tanti uomini politici, imprenditori, magistrati, poliziotti, uccisi perché si sforzavano di fare lealmente il proprio lavoro. E l’Italia e il suo mondo politico non sempre sono stati tutti dalla parte giusta. Una parte d’ Italia e del suo mondo politico è stata con Michele Sindona, il banchiere di Cosa nostra, e ha cercato di evitare, a spese della collettività, che egli rispondesse dei suoi crimini. Un’altra parte d’Italia e del suo mondo politico stava con Giorgio Ambrosoli, Paolo Baffi, Mario Sarcinelli. Una parte d’Italia stava con Vito Ciancimino e un’altra parte stava con Pier Santi Mattarella. Non siamo stati tutti uguali nella storia della Repubblica e le divisioni sono spesso passate dentro i partiti politici, per corruzione o per convenienza, per arroganza o per subalternità.
La fine della classe dirigente della prima Repubblica non è stata determinata da fattori giudiziari. L’intervento giudiziario ha concorso, certamente, e non sempre in modo proprio. Ma le cause della crisi furono squisitamente politiche.
Dobbiamo riconoscere che le corruzioni c’erano. Dobbiamo riconoscere che i rapporti tra mafiosi e alcuni uomini politici c’erano. Dobbiamo riconoscere che l’intervento della magistratura in queste degenerazioni era doveroso in base alla nostra Costituzione. Dobbiamo anche riconoscere che la magistratura ha in non pochi casi agito nei confronti delle persone sbagliate e con effetti tragici, tanto per abusi individuali quanto per la fragilità di un sistema politico che non ebbe la forza di assumersi le proprie responsabilità, neanche dopo i discorsi che tenne in questa Aula Bettino Craxi, il 3 luglio 1992 e il 29 aprile 1993. Ma il carattere fondamentale dell’intervento giudiziario non fu l’abuso. Fu il richiamo al rispetto delle regole da parte di un ceto politico, butrattava rocratico, imprenditoriale che aveva deciso di vivere secondo altri codici, trascinando nel disastro anche persone in buona fede: molti di noi hanno ancora nella memoria la lettera atroce di un deputato che si suicidò. Dobbiamo riconoscere la responsabilità di chi organizzava i cortei che assediavano i tribunali schernendo gli imputati, che assediarono addirittura questa Camera dei deputati con invettive contro il cosiddetto Parlamento degli inquisiti, che assediarono l’hotel Raphael in una sera che non fece onore alla democrazia.
Riconoscere tutto questo è un atto di coraggio civile e politico. E’ sbagliato riscrivere la storia di ieri sulla base delle convenienze dell’ oggi e non è degno accusare oggi per coprire i silenzi di ieri. Il sistema politico italiano crollò perché la fine dell’Unione Sovietica mise fine al bipolarismo internazionale. La fine del bipolarismo svuotò il patto politico anticomunista che aveva legato per circa mezzo secolo i tradizionali partiti di governo. Parallelamente esplose il risentimento di una parte rilevante della società italiana, gli imprenditori innanzitutto, contro il sistema delle corruzioni e delle connivenze con il malaffare. Se ne fece interprete prima di altri e più di altri la Conferenza episcopale italiana, con la pastorale “Educare alla legalità” dell’ottobre 1991.
Se ne fece interprete Giovanni Paolo II, con vari interventi contro la corruzione e contro la mafia, in particolare a Castellamare di Stabia nel marzo 1992 e ad Agrigento il 9 maggio 1993. Il crollo di quel sistema avvenne per l’esaurimento delle sue funzioni nazionali e internazionali e fu accelerato dalle dimensioni dell’illegalità. Essendo privo di possibilità di alternanza e non avendo preparato tempestivamente la successione a se stesso, quel sistema politico franò rovinosamente trascinando nella propria rovina non tutti i colpevoli e non pochi innocenti. Queste furono le circostanze. La teoria secondo la quale la crisi di quel sistema, i processi al senatore Andreotti e ad altre autorità politiche siano stati frutto di complotti addirittura transitati attraverso istituzioni parlamentari è una menzogna consolatoria, che pregiudica la verità e fa scivolare nella smemoratezza. Ma la verità è come il flusso dell’acqua. Prima o dopo viene fuori e più è stata compressa, maggiore è la sua forza dirompente. Meglio per l’Italia se la sua classe dirigente dimostrerà ora il coraggio della verità.
Ci sono state inerzie, calcoli, avidità. L’idea del complotto è una interpretazione che impedisce di affrontare i nodi duri della nostra storia recente, la corruzione del mondo politico, i rapporti di alcuni suoi esponenti con la malavita organizzata, la degenerazione del costume politico. Questa interpretazione è una palla al piede; ci impedisce di costruire il futuro e di salvare il presente. E’ una teoria che consente di costruire nemici, di armare vendette, di usare il potere politico con spirito vendicativo non con spirito costruttivo. Ci rende tutti prigionieri delle nostre storie personali e collettive e causa tra noi una contrapposizione puramente ideologica. Il Novecento, in Europa, è pieno di complotti inesistenti, denunciati al solo scopo di sbarazzarsi più velocemente dei propri avversari politici. Io credo signor presidente che su questi punti ciascuna forza politica potrà pronunciarsi, se lo ritiene, nella sua responsabilità. Dobbiamo guidare l’Italia fuori del corridoio in cui l’ha schiacciata la nostra incapacità di far maturare il bipolarismo e di superare lo scontro tra politica e giustizia. Ciò che dà dignità alla politica è la flessibilità nelle analisi e la fermezza nei valori. Ciò che le conferisce autorevolezza è decidere quale sia la cosa giusta e impegnarsi a farla. Il costo dell’inerzia è sempre superiore al prezzo dell’azione. Qui abbiamo valori diversi, ma abbiamo le stesse responsabilità di fronte al futuro del paese. Dobbiamo muoverci nell’esercizio di queste responsabilità. Per questo signor presidente le chiedo di valutare l’opportunità di individuare il modo e i tempi nei quali si possa aprire in quest’Aula un dibattito onesto sul modo di uscire dallo scontro. Non si tratta dell’ennesima commissione d’inchiesta da usare contro l’attuale opposizione. Questo è un metodo sbagliato e se la maggioranza volesse perseguire questa strada, noi la lasceremo sola. Noi comunque, se e quando torneremo al governo, non useremo questi metodi. Io chiedo un dibattito onesto su questi temi, non una resa dei conti e so che l’Italia potrà esserci grata se sapremo fare ciò che è necessario. Ho sentito la responsabilità, il dovere e il diritto di difendere un organo del Parlamento che ho presieduto, i parlamentari e le parlamentari che assieme a me ne fecero parte, i funzionari e i dipendenti di questa Camera che vi lavorarono, gli ufficiali di polizia giudiziaria che cooperarono. Nessuno di loro, ve lo assicuro sul mio onore, lavorò “nell’incubatore infettivo del virus giustizialista”.
Tutti abbiamo servito il nostro paese con lealtà.
Luciano Violante, capogruppo dei Ds
pronunciato alla Camera il 5.11.2003
cosa c'è di più "democratico e corretto" della "diretta"?
su il Foglio
saluti




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