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    Predefinito Carteggio fra Sofri e Bertinotti sul comunismo

    Cambiare il mondo o la cravatta di Lenin?
    di Adriano Sofri



    Caro Fausto Bertinotti,
    non ti sembri indiscreta la mia proposta di discutere alla buona che cosa significhi al giorno d’oggi il nome: comunismo.
    Succede che le parole siano costrette a trascinare una magra esistenza postuma, nell’universale abitudine a credere di sapere che cosa significhino, e a non parlarne più. Vera o no, era un bel caso di umor nero la notizia dell’altro giorno sulla decisione del Cremlino di cambiare la cravatta alla mummia di Lenin. A suo tempo io feci un vasto e sentito uso della parola: comunismo. Tu lo fai ancora, benchè l’idea che il comunismo vada rifondato alluda, accanto a una inclinazione conservatrice, alla constatazione di un affondamento. Oggi la sinistra subisce le sue divisioni, invece di metterle a frutto o tenerle a bada. A volte se ne rallegra, perchè il settarismo ha radici profonde, e perchè la rendita di posizione, grande o piccola, conviene a chi vivacchi contento del suo gruzzolo: magari dicendo di voler cambiare il mondo dalle fondamenta, e tenendo aperto il suo botteghino. Ci vuol altro per fare i conti coi mali del mondo. Altro anche dalla tradizionale devozione - verbale almeno - all’unità eccetera. Ci vuole un’alleanza enorme, poco meno che della specie. I newglobal alludono a volte a questa confederazione universale; e d’altra parte spesso ospitano aggressivi ritorni di faziosità, di settarismo, di narcisismo.

    Ora, fra te e me c’è una influente differenza, perchè io faccio i conti solo con me stesso mentre tu rendi conto a una comunità militante di cui sei responsabile. Ma, dentro questi limiti, possiamo forse discutere costruttivamente. Lo spunto mi è venuto da una tua intervista a Franco Cangini della Nazione, e piuttosto dal titolo - che forse sollecita dolcemente, come succede ai titoli, la tua intenzione: «Bertinotti: “Lo ammetto, il comunismo ha fallito”». Non intendo legarti a un’intervista, tanto più che non ho un fine polemico. Provo a dire molto elementarmente che cosa penso. C’è un comunismo come aspirazione all’uguaglianza fra gli esseri umani, e all’armonia con la natura - più esattamente, al ripristino di una uguaglianza originaria dalla quale la storia non avrebbe fatto che allontanarci. Questa utopica accezione di comunismo è destinata a non realizzarsi mai e a risorgere sempre, con la potenza di un sogno. Di questo comunismo si può parlare, come già si fece dell’anarchismo, come di una infanzia del movimento che mira a rendere il mondo più giusto. Con l’avvertenza che in passato la maturità di quella infanzia, generosa e ingenua, era additata in un socialismo (o comunismo) come scienza, sul modello delle scienze naturali, pretesa foriera di errori madornali nell’interpretazione del mondo, e di disastri micidiali nella sua trasformazione.

    Alla prova del potere, conquistato in Russia e tentato nel resto dell’Europa alla fine della Prima Guerra, il comunismo si caratterizzò come una tecnica della presa del potere (anche quella «scientifica»: le fasi della crisi sociale, la trasformazione della guerra fra gli Stati in guerra civile, il dualismo di potere, lo sciopero generale e l’insurrezione ecc.), e come una concezione della transizione di sistema che sacrificava la libertà (dilazionandola) all’uguaglianza. Non credo che si possa ancora dare gran credito all'idea che l’abbandono dell’espansione mondiale della rivoluzione e la ritirata verso il socialismo in un Paese solo spieghino la supposta degenerazione del comunismo, come tu sembri ripetere. Comunque, il comunismo al potere, e la sua espansione per via solo raramente rivoluzionaria (soprattutto in Cina) e piuttosto per via statalista e militarista, come nella costellazione di satelliti europeo-centrale e orientale, si è definito, per antitesi al capitalismo, accantonando la questione della libertà civile e personale, e mettendo al centro la conduzione collettivistica. Il comunismo era ormai la proprietà statale dei mezzi di produzione, il primato (morale, per giunta) dell’industria pesante e l’economia pianificata. Già la formula leniniana - di emergenza, certo, nessuno ha ceduto allo spirito dell’emergenza quanto i comunisti al potere - secondo cui il comunismo era il Soviet più l’elettrificazione, mostrava la corda. Che in questa versione non avesse più niente del sogno originario di una società di liberi e uguali, benchè potesse ancora travolgere i cuori di poveri e sfruttati grazie alla potenza di simboli e propaganda, è evidente. Restavano Stalingrado, e Stalin. Anche che il comunismo non avesse più a che fare con la sopravvivenza della denominazione nel Pci, al costo della famosa doppiezza e della protratta dipendenza dall’Urss, è giudizio sul quale ci metteremo facilmente d’accordo, credo. Il nome restava, a buon diritto, come il crocifisso nell’aula di Ofena, in un Paese scristianizzato.
    Quando noi, estremisti della fine degli anni ‘60 e dei ‘70, riparlammo di comunismo, lo facemmo in due modi, ambedue di fiato corto. In un caso, riesumando la tradizione minoritaria ed eretica (eretica almeno perchè sconfitta e perseguitata a morte) del movimento operaio, e immaginando una forma di democrazia consiliare un po’ libresca, un po’ moralista, assai anacronistica. In un altro caso, si scelse il realismo antiutopico della citazione marxiana secondo cui il comunismo «è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». Suona bene, ma, mutato in slogan, è una metafisica provvidenziale, o, piuttosto, una tautologia. Il movimento reale è il movimento reale come una rosa è una rosa, comunque sia, e non abolisce lo stato delle cose, lo modifica, e resta da vedere come. La predilezione per quello slogan mostrava l’incapacità di definire il comunismo, se non attraverso se stesso. La formula sul «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» è una dichiarazione di rinuncia. Lo storicismo più banale dichiarava razionale la realtà, lo slogan sul movimento reale dichiara razionale la sua abolizione... Dopo l’inaridimento della nuova sinistra, e poi il crollo dell’impero sovietico, il comunismo è rimasto, stalinismi e marxismi-leninismi a parte, come una bandiera di fedeltà morale o sentimentale, nella testata del Manifesto, o nel titolo di partiti come il tuo, o nell’orgoglio di persone che non accettano di cedere a un anticomunismo maramaldo o ignorante. Stimabile sentimento, che però accantonava sia l’eventualità che la fede nel comunismo si traducesse in un’esistenza personale comunista, sia la corrispondenza con una peculiare idea di società. Tu oggi dici che «in realtà, il comunismo non è stato mai messo in pratica»: è quello che dicevano quelli come me quando ci riprovarono, sul serio, trentacinque anni fa, più o meno. Ancora un piccolo sforzo - psicologico, essenzialmente - e dirai che «in realtà il comunismo non può essere messo in pratica»: il che non gli toglie affatto dignità, anzi.

    Se oggi il comunismo è un’aspirazione o una nostalgia o una bandiera di coerenza, ma non un’idea di società nè un processo che vi conduca, la questione vera si sposta sulla struttura logica (e psicologica e morale) di cui l’opposizione fra comunismo e capitalismo era espressione. Il comunismo rivoluzionario era infatti il rovesciamento del capitalismo. A sua volta, per così dire, il capitalismo (e la sua forma politica ideale, la democrazia liberale) ha bisogno del comunismo per esistere come un sistema organico e preferibile. L’esaurimento del comunismo può mettere in mostra la degradazione del capitalismo da «sistema» all’enorme guazzabuglio cui è approdata una storia del genere umano sospinta dal caso, dalla violenza, dall’inerzia e dall’imprevedibilità. Enorme guazzabuglio che la potenza degli interessi parziali e la miopia delle scelte e abitudini culturali hanno condotto alle soglie della rovina universale. Si è riluttanti ad ammettere un paesaggio così disordinato e ignobile, e a rinunciare a un’aspirazione all’antagonismo e all’alterità. A differenza dal comunismo, il capitalismo non è fallito se non nel senso di essersi annullato, diventando tutto. Così, non importa che l’altro mondo possibile, quando non significhi un mondo migliore, o meno peggiore, ma un mondo rifatto dalle fondamenta, quando cioè conservi una tensione alla palingenesi, prenda o no il nome di comunismo: quello che conta è la durata o la reviviscenza di una metafisica antagonista e dicotomica. Nel «movimento dei movimenti» coabitano ambedue le spinte. Tu, che vi hai visto - con sincerità e generosità, del resto: non ho alcuna ragione per dubitarne - la fausta occasione per rigenerare un pensiero e una condotta politica ereditata e asfittica, una trasfusione di sangue, una specie, lasciami dire così, di colpo di fortuna in extremis - o oltre - per uscire dal deserto, ti impegni tuttavia a fomentarne la tensione antagonista. Ma antagonismo a che cosa? Al capitalismo? E dunque continuando a riconoscervi una razionalità (sia pure iniqua) di sistema? E in nome di quale sistema alternativo? Ricavo da quello che dici che la categoria che definisce il mondo cui opporsi dalle fondamenta sia diventato il liberismo. Ma occorre una gran forzatura a mettere sullo stesso piano il liberismo, e a maggior ragione il liberalismo (come fai nell’intervista citata), e il comunismo: nella teoria, e soprattutto nella pratica, dal momento che per regalare al capitalismo contemporaneo una fedeltà coerente e rigorosa al liberismo bisogna essere ben prodighi. È un’illusione deformante che il liberismo costituisca il nemico sistematico da battere, secondo un’aggiornata dicotomia liberismo-antiliberismo (protezionismo è parola che non si userebbe volentieri). Ma il liberismo è spesso un’ideologia, corvéable à merci. Già oggi si vende male. «La differenza - dici - è che io ammetto la sconfitta del comunismo storico, mentre loro negano quella del liberalismo». Ma con il «comunismo storico» è l’idea di rivoluzione, dell’altro mondo, del mondo nuovo, che è fallita: mentre l’eventualità di un grado maggiore di libertà e di giustizia ha a che fare con la modificazione del guazzabuglio vigente. Vuol dire di volta in volta correre ai ripari, soccorrere, correggere, riformare, anche secondo un disegno di conversione radicale di modi di pensiero e di esistenza materiale. Anzi, senza una simile conversione è spacciato il pianeta, non qualche suo continente, nè qualche sua classe. Ma a condizione di rinunciare alla palingenesi rivoluzionaria, perchè almeno questo è provato, che l’inerzia delle cose accumulate lungo i millenni tiene ostaggi il pianeta e la società in un equilibrio assurdo ma così delicato che a maneggiarlo bruscamente si rischia il disastro. Il giudizio discriminante, oggi, riguarda l'intollerabile iniquità del mondo, e la suicida corsa alla sua distruzione. Bisogna separare la diagnosi e la prognosi radicale dalla terapia duttile, la malattia mortale dalla medicina dolce - una contraddizione in termini, in apparenza almeno. Ma il vincolo fra diagnosi radicale e metodi rivoluzionari destina alla rovina. Fa riuscire l’operazione - ammesso che riesca - e crepare il paziente.

    Lasciami proporre un’ultima osservazione sulla ragione profonda del tuo, e non solo tuo, attaccamento alla logica dell’alterità: è un desiderio di assolutezza. Mi rifaccio a una appassionata lettera personale che avesti la gentilezza di scrivermi all'indomani della guerra in Iraq. Mi spiegavi come il passaggio dall’imperialismo all’impero avesse comportato il passaggio dalla solidarietà con le lotte antimperialiste alle pratiche della nonviolenza e della disobbedienza. La coppia guerra-terrorismo, dicevi, «non lascia più alla violenza alcuna possibilità di essere liberatrice». È vero, ma era già vero. Ci siamo arrivati, per strade diverse, in date diverse, quando ci siamo arrivati. Soprattutto, la Rivelazione deve lasciarci ammettere che non ci sono così limpidamente «loro», quelli della coppia guerra-terrorismo, e «noi», quelli della nonviolenza e della pace. L’antagonismo fra guerra e pace offre una solida frontiera: ma poi bisogna metter fine alle guerre, soccorrere i pericolanti, far rispettare il diritto la libertà e la dignità, avere una polizia, un codice e un tribunale. E non barattare ancora una volta, a tempi scaduti, l’amore per la libertà con il ripudio dell’ingiustizia: che fu il destino dei comunismi storici, con l’effetto di decapitare con un colpo solo libertà e giustizia.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





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    Il comunismo. Non solo nostalgia
    di Fausto Bertinotti


    Caro Sofri,
    ti sono sinceramente grato per la sollecitazione offerta dalla tua impegnativa lettera. Essa mi induce ad un confronto e ad una riflessione su questioni di fondo e di definizione della politica. Mi indica l'esigenza, con la quale concordo pienamente, di uscire dalla politica politicante che segna tanta parte del nostro tempo, di evitare il pragmatismo o la riduzione dei grandi pensieri nei sentieri solitari dei percorsi individuali.

    Chiedere conto del perché un partito si definisce comunista - anche se questa domanda viene avanzata per sostenere la necessità di abbandonare questa definizione - sottolinea comunque la volontà di fare una discussione impegnativa sulla società in cui viviamo.

    Eludere la domanda significherebbe accettare quell’impoverimento della politica al quale ha così tanto contribuito chi ha abbandonato l’idea della trasformazione sociale accettando la miseria dell’esistente. Né basta, a mio parere, per rispondere alle tue importanti domande, la sottolineatura che noi non parliamo di comunismo ma di «rifondazione comunista». E la parola «rifondazione» dice della impossibilità stessa di una continuità e della necessità di ricostruire dalle fondamenta. Ma, anche perciò, non basta. Noi che ci definiamo comunisti abbiamo il dovere di dire in che direzione intendiamo muoverci e quale sia il senso della nostra ricerca. Le risposte possono essere incomplete, ma devono essere date. Vale per noi in questo momento della storia il verso di Montale: «Non domandarci la formula che il mondo possa aprirti/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo/ codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

    Vorrei però fare una premessa. Quello a cui assistiamo in questi anni é un cambiamento del mondo, della sua organizzazione sociale e politica, dei rapporti sociali ed economici talmente forte che nessuna grande cultura del ‘900 può resistere senza una ridefinizione. Pensiamo alla parola «riformismo». Essa ha assunto un significato così vasto, potrei dire multiuso, da potere essere rivendicato da destra e da sinistra e da potere assumere i significati più diversi. Oggi, per fare un esempio, si parla di «riforma delle pensioni», sia per dire che vanno tagliate, sia che vanno difese o migliorate. Lo stesso vale per i suoi significati generali.

    Eppure il riformismo é stata un’idea precisa del movimento operaio del ‘900. I riformisti per un lungo periodo hanno avuto lo stesso obiettivo dei rivoluzionari, il socialismo, ma pensavano di perseguirlo in altri modi e con una gradualità. Anche quando abbandonano l’idea socialista mantengono l’idea di eguaglianza e sottolineano il riferimento alla classe operaia quale soggetto principale della trasformazione sociale. Ancora Brandt - ricordiamolo - diceva che la socialdemocrazia non é l’officina di riparazione del capitalismo.

    Oggi questa idea di riformismo é travolta, cooptata nel pensiero unico, sussunta e fagocitata dall’idea di modernizzazione. E tutto questo é stato possibile anche perché é mancata una ricerca e una elaborazione che qualificasse diversamente il riformismo, lo ridefinisse come progetto politico non omologabile alla modernizzazione.

    Ecco, su un diverso ordine di problemi, un compito simile a quello cui avrebbero dovuto assolvere i riformisti tocca a noi, a chi pensa che il termine comunista abbia e possa avere un uso nella politica del nostro tempo.

    In questo quadro, la richiesta di fare i conti con il nostro passato, col passato di comunisti, non solo é legittima, ma scaturisce proprio dall’esigenza di ridefinirci comunisti nell’oggi e quindi nasce da un’analisi critica della società contemporanea. Se il comunismo fosse un cane morto, se fosse inscindibilmente legato ad un’epoca storica passata, se fosse figlio dello sviluppo industriale e non del capitalismo, se fosse consegnato nel ciclo fordista, non avremmo motivo di esaminare così spietatamente, lucidamente quello che c’é dietro di noi. O meglio lo faremmo, ma solo per un interesse tutto storico. Se invece nella società che ci circonda rintracciamo, come rintracciamo, problemi e bisogni che hanno a che fare con quelli proposti dalla nascita del comunismo, allora fare i conti con la nostra storia diventa necessario per sapere che cosa é vivo e che cosa é morto, per poter di nuovo porre - se non risolvere - il problema della società futura. L’Angelus novus non é solo una metafora della modernità, ma del proletariato. Esso guarda le macerie e si rivolge al futuro. In quella torsione del corpo sta il suo messaggio e il suo avvenire.

    La possibilità che il comunismo sia più di una bandiera o di una nostalgia sta quindi proprio nell’analisi della società in cui viviamo. Nella tua lettera c’é un’affermazione che mi convince pienamente. Tu dici che siamo in una fase dello sviluppo che ci ha condotto «vicino alle soglie della rovina universale». È vero, siamo proprio di fronte ad una crisi di civiltà. Basterebbe avere a mente la terribile tenaglia nella quale oggi il pianeta é stretto per saperlo. La guerra preventiva è entrata nel nostro tempo e lo sconvolge fino a plasmarlo. È una guerra infinita e indefinita che l’impero promuove e alimenta per ricostituirsi quando è manifesta la sua incapacità di governare il mondo col consenso. È la guerra della globalizzazione della crisi. La guerra favorisce l’estensione del terrorismo che porta alla guerra che a sua volta genera nuovo terrorismo. Siamo di fronte ad una crisi che ha caratteristiche terribili e devastanti per l’umanità. Da cosa é generata questa crisi? A mio parere proprio dalla natura di questa modernizzazione. Essa non si é rivelata, come qualcuno ha voluto credere, come l’avvento del regno della libertà dopo la caduta del muro, né il luogo della crescita e del progresso. Questa globalizzazione ha provocato un fatto inedito nella storia dell’umanità. La separazione dell’innovazione dal progresso sociale e civile, della tecnologia dal miglioramento delle condizioni di vita, della scienza dalle possibilità di avanzamento per l’umanità e per la natura.

    Tu chiami tutto questo «guazzabuglio» e alludi a qualcosa di confuso, di irrazionale nel quale il capitalismo ha estinto se stesso, ad un caos che domina le nostre esistenze e ci avvicina alla rovina del pianeta. Ma questo é il punto. È davvero così? Possiamo parlare davvero di caos o in tutto questo c’é una ratio, una necessità indotta dai rapporti sociali? Insomma c’é un ordine che produce questa crisi di civiltà? C’è una logica in questa follia? A mio parere sì e basta guardare ai passaggi di questa ultima fase della nostra storia per rendersene conto.

    Quando finisce il ciclo fordista e keinesiano e crolla l’intero sistema dei Paesi dell’est si sviluppa un mutamento di fondo che possiamo definire una rivoluzione capitalistica restauratrice. In essa il dominio della scienza e della tecnica é assoluto. A questo tutti sono sottoposti in una catena e in una consequenzialità che arriva alla manipolazione del gene. In nome di questo dominio avanza e si afferma l’idea di poter abbattere ogni barriera culturale, nazionale, religiosa e di fare del lavoro la variabile dipendente dell’intero sistema. In questa modernizzazione la nozione di sfruttamento si dilata oltre i confini del ‘900, alle persone e alla natura. Sfruttamento allargato, che coinvolge soggetti sociali, individui, ambiente, che va al di là di ogni limite mai immaginato. Esso si raggiunge prima attuando una vera e propria operazione egemonica, poi imponendo l’ordine della guerra. Prima promettendo progresso, benessere, nuova libertà, cioè un mondo finalmente migliore per tutti dopo la caduta del muro e il dispiegarsi dell’innovazione. Poi, di fronte all’impossibilità di raggiungere questi obiettivi, c'è una rapida e violenta conversione: la guerra come unico modo per imporre a tutto il pianeta una modernizzazione violenta, squilibrante, distruttiva ma, nell’apparenza che prendono i processi dominanti, senza alternativa.

    Lo sviluppo non si realizza, i progetti saltano per aria da molti punti, compreso uno imprevedibile. Una gran parte delle popolazioni del Pianeta rifiuta di essere inclusa nell’ordine globale, non accetta i modelli che si vuole imporre, rifiuta la nuova civilizzazione.

    È evidente allora che sotto quel caos o quel guazzabuglio, dietro quel disordine c’è in realtà un ordine. È l’ordine dell’impresa e del mercato. Non siamo, come tu dici, fuori dal capitalismo che ha ammazzato se stesso, ma al contrario di fronte ad un nuovo paradigma capitalistico. Non siamo di fronte alla scomparsa, ma ad una iperestensione del capitalismo. Non siamo di fronte ad una evaporazione del potere politico che governa questi processi, ma alla costruzione di un nuovo ordine mondiale. Non siamo di fronte ad una nuova scienza. La mucca pazza non é il frutto del caos, ma di uno sfruttamento che arriva alla natura, la modifica e la può distruggere. Esso é così assolutizzato che persino alcune certezze del movimento operaio vengono messe in discussione, in alcuni casi spazzate via come quella del progresso legato allo sviluppo delle forze produttive.

    Quello che tu chiami caos insomma, é il prodotto di una instabilità e precarietà determinata dalla contraddizione che questo stesso sviluppo produce e che non é in grado di governare appunto se non attraverso il disordine e la guerra, con le conseguenze di crisi di civiltà che abbiamo sotto gli occhi.
    In questo quadro il liberismo non é la categoria astratta che ci consente una alterità, che - come tu dici - ci da la realtà a cui opporci di opporci. Esso é, come la guerra, la cultura politica e la politica sottesa alla natura profonda di questa globalizzazione capitalistica, cioè quella più funzionale ad essa, incurante delle tesi che l’hanno ispirata.

    A questo quadro già in sè drammatico aggiungo un elemento. Di fronte a questo caos o a questa crisi di civiltà, la catastrofe é fra le cose possibili. È possibile cioè che l’umanità non sia in grado di opporsi a questo processo che porterebbe ad un esito catastrofico. E non vedo, non immagino alcuna possibilità catartica, alcuna possibilità cioè di una soluzione salvifica e liberatrice, che nasca meccanicamente da un possibile crollo di civiltà. Sarebbe, al contrario, l’avverarsi dell’altra profezia di Marx, quella secondo la quale la mancata costruzione di un’altra società darebbe luogo alla rovina di entrambe le classi in lotta. Semmai si potrebbe pensare che è proprio nel nostro tempo, il tempo della globalizzazione, che cova l’alternativa tra il socialismo e la barbarie.

    E qui che nasce per noi la questione del comunismo o del comunismo oggi. Il problema é grande, così grande che tu stesso lo riassumi in un interrogativo di civiltà che ti fa chiamare in causa il movimento newglobal, la sua aspirazione all’alterità e al nuovo mondo possibile. Chiediamoci: perché il movimento new global é così cresciuto? Perché ha intuito quel che anche tu pensi, cioè che deve formarsi una nuova alleanza, l’alleanza della specie. Solo che per il movimento questa per potersi affermare non può essere indistinta , ma deve fondarsi sulla critica e sulla contestazione di massa a questo modello sociale e di sviluppo. Deve cioè opporsi a questa modernizzazione capitalistica, deve costruire l’antagonismo a quello che tu vedi come un guazzabuglio e che per me, come per il movimento, é la globalizzazione. Questo movimento ha un progetto. Questo movimento ha già in atto una contesa con questa modernizzazione capitalistica, di questa contesa esso vive.

    È vero esso non parte dalla contestazione del modo di produzione capitalistico per arrivare a vederne le contraddizioni che genera sulla società e sulla natura. Il movimento fa un processo inverso. Parte da queste contraddizioni ma arriva a disvelarne le cause di fondo. Il progetto di nuovo comunismo può rinascere da qui. E può discutere a partire da qui quel che può accettare e ciò che deve rifiutare del ‘900. E la politica, la politica di chi vuole il cambiamento, non può che cominciare da qui. Dalla individuazione della assolutizzazione del profitto come causa principale della devastazione. Dalla necessità di una trascendimento della società capitalistica al fine di evitare la barbarie.
    Per noi parlare di comunismo significa parlare di idee, culture, processi e soggetti assai diversi da quelli che hanno caratterizzato il ‘900. In questo secolo grande e terribile l’idea di comunismo è stata legata ad una sorta di ineluttabilità, ad una attesa messianica. Su questa attesa e su queste certezze si è fondata la strategia, si è puntato alla conquista del potere e alla costruzione delle società postrivoluzionarie attraverso l’assolutizzazione dello Stato. Il proletariato si «è fatto» partito organizzando il potere. Il comunismo reale è stato tutto ciò, ma il movimento operaio è stato anche molto altro.

    Oggi noi parliamo di processo aperto e indefinito. Un processo nel quale vediamo i problemi irrisolti, ma non pretendiamo di dare una risposta ora, non pretendiamo di costruire organicamente e scientificamente una strategia per sempre e inequivocabilmente vincente. Parliamo di processualità, non di una ineluttabilità. Siamo consapevoli del fatto che non è detto che ciò proponiamo diventi «storia». Ci serve un ritorno a Marx, al Marx più radicale nella critica alla politica e nell’idea di cambiamento e di liberazione della persona. E affidiamo la risposta ai processi, se ci si intende, alla lotta di classe, più che alle definizioni. Eccetto che su un punto, sul quale invece sentiamo di dover cominciare a rispondere da subito, quello del soggetto rivoluzionario. Il ‘900 ha visto nel proletariato il centro dell’ingresso delle masse nella politica. Oggi occorre un ridefinizione. Nel movimento c’è un annuncio di questa soggettività, ma é appunto un annuncio, soltanto l’indicazione di una pista di ricerca. Il profilo del nuovo proletariato non ci viene semplicemente dalla sua collocazione sociologica nel processo produttivo, che pure vede una radicale mutazione nella composizione e nel modo di essere del mondo del lavoro, ma nella costruzione dell’antagonismo, all’interno di un processo che tende a formare una nuova soggettività critica e una nuova critica dell’economia.

    E il movimento dei movimenti assume pienamente la processualità della costruzione. Esso da più importanza alla critica all’esistente rispetto alla definizione del modello finale. È anche questo un fatto nuovo. Questo atteggiamento consente la liberazione da quel compromesso che nel ‘900 il movimento operaio aveva pattuito con lo sviluppo, con la scienza e con la tecnica. Consente una radicalità più libera anche se più a rischio perché meno indirizzata. Consente, infine, di oltrepassare davvero senza remore, senza nostalgie e senza finzioni il ‘900 dicendo ciò che in esso é vivo e ciò che é morto e quali problemi irrisolti ci consegna.

    Il secolo appena passato é stato sul versante della trasformazione della società capitalistica essenzialmente tre cose: il socialismo reale, i movimenti di massa e le teorie e la cultura del movimento operaio. Il primo é morto. Le altre due, se pure duramente provate dalla sconfitta non solo sono vive ma, oggi, sono interrogate dal movimento dei movimenti. So bene che esse sono vissute sovente interconnesse nella risultante della storia delle masse. E so pure che i tragici errori, e persino i crimini, accumulati nella nostra storia non sono da esse facilmente espungibili senza determinare vuoti drammatici nell’immaginazione di un futuro liberato e senza che si ponga al comunismo un gigantesco problema irrisolto, quello della transizione. I movimenti di massa e la cultura del movimento operaio non sono però un abbaglio e tanto meno un errore della storia che si può cancellare con facilità. Ma la rinnovata critica all’economia capitalista della globalizzazione e alla sua organizzazione sociale e politica per prospettare il loro trascendimento chiede l'incontro del movimento con l’uscita da sinistra dal ‘900. Ed ecco, caro Sofri che siamo arrivati al punto: l’eguaglianza e l’aspirazione ad essa mai dismessa da milioni di donne e di uomini. Questo alla fine è il nodo da affrontare. Questo é il problema che la politica deve risolvere se non si vuole rivelare servile al potere costituito e - quel che é peggio - ad una organizzazione della società che si propone come eterna e eternamente in grado di organizzare lo sfruttamento e l’alienazione mentre può scavare la fossa all’intera umanità. Non saprei come chiamare questo compito se non comunismo. Spero di essere riuscito a dirti perché, secondo me, esso non risponda solo ad un dover essere e non rappresenti solo un utopia, ma possa costituire il fondamento di un lavoro politico.

    Grazie.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

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