...più riforme
Il duello milanese di domenica tra Umberto Bossi e Gianfranco Fini è l’ultimo episodio della difficile situazione della Casa delle libertà. Da mesi non passa giorno che la maggioranza non viva la sua pena.
L’insuccesso elettorale nelle elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia ha segnato il punto di svolta.
Da allora (ma è una malattia che viene da lontano) non c’è settimana in cui non si apra qualche caso politico da parte di uno degli alleati del partito del presidente del Consiglio, in un gioco di mosse e contromosse che, se continuerà secondo lo stesso schema, è destinato a lacerare definitivamente l’immagine vincente della Casa delle libertà.
Il paradosso di questa vicenda è duplice:
da una parte la Lega Nord, l’Udc e Alleanza nazionale (che in termini di consenso elettorale valgono insieme meno della metà della coalizione) cercano costantemente occasioni di protagonismo individuale, dall’altra Forza Italia appare regolarmente in stand-by, quasi ai limiti dell’afasia. L’interpretazione corrente, secondo la quale gli alleati di Forza Italia cercano costantemente occasioni per smarcarsi dal gioco di coalizione in cerca di visibilità e consenso elettorale futuro, è vera, ma rende ragione solo in parte di questi comportamenti.
In realtà, infatti, protagonismo individuale degli alleati e atteggiamento mediatorio di Forza Italia sono due facce della stessa medaglia. E il risultato netto della combinazione di questi fattori è esattamente l’opposto di quello desiderato: la coalizione appare sempre meno coesa e il premier sempre più sotto assedio “interno”, tanto da indurlo a sfoghi amari e sconsolati.
Che il presidente del Consiglio si adoperi in un’opera di mediazione e sintesi delle richieste dei propri partner di governo è fatto necessario e obbligato dal sistema politico-istituzionale italiano. Noi abbiamo solo un presidente del Consiglio, non un premier. E anche se lo abbiamo votato “quasi” direttamente, attraverso l’artificio del nome nel simbolo elettorale, egli non dispone di quei poteri – formali o informali che siano –che gli consentono di guidare con le sue decisioni la maggioranza.
Egli non ha alcuna arma per difendersi.
In realtà una ce ne sarebbe, ma fino ad oggi non è stata utilizzata. Forza Italia, sin dall’inizio della legislatura, ha ritenuto che il miglior sostegno al proprio leader fosse seguirlo anche nell’opera di mediazione. Una scelta ispirata dalla volontà di lasciare a Silvio Berlusconi tutto lo spazio di iniziativa e azione possibile, in cui il suo partito non aggiungesse ostacoli o difficoltà ulteriori.
Ma, in politica come nel gioco degli scacchi o nella boxe, è fondamentale occupare il centro del terreno di gioco, essere i protagonisti dell’azione rispetto alla quale tutti sono costretti a confrontarsi. E’ una regola che conoscono bene Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Marco Follini, con il risultato che oggi la maggioranza appare farsi l’opposizione da sé. Questa dinamica può essere spezzata solo da Forza Italia.
L’asse Bossi-Tremonti oggetto principale del “fuoco amico” è stato, ed è, una delle camicie di forza del governo e della maggioranza, che ha, tra l’altro, recato danno anche ai due protagonisti (colpevolizzati anche oltre il dovuto) e ha fatto disperdere lo spirito originario su cui è nato il programma della coalizione. In vista delle elezioni del 2001, infatti, la Casa delle libertà ha avuto il merito di predisporre, attraverso il lavoro di “Officina”, il primo compiuto programma di legislatura nella storia repubblicana.
Quel programma, che si fondava su un’assunzione di crescita economica tra il 2 e il 3 per cento è stato messo in crisi dall’11 settembre e dall’evoluzione dell’economia internazionale, su cui governo e maggioranza poco potevano fare.
Allora i partner della coalizione, invece di rivedere il programma programma alla luce della mutata realtà, hanno scelto la via breve: Tremonti si è eretto a geloso e unico custode dell’economia (con le sue geniali invenzioni, ma anche con le sue una tantum effimere e gli amari condoni) e ha badato a consolidare quanto aveva contribuito a portare in dote, cioè l’alleanza con la Lega, ma su un terreno via via sempre più conservatore, protezionista, antieuropeo, antiliberale; gli altri hanno preferito lasciargli poco coraggiosamente la gatta da pelare della mancata crescita.
Per responsabilità di tutti è nato il cosiddetto asse, e di contraltare quello che un giornale definisce il “subgoverno”, cioè una forma di sottoalleanza tattica tra An e Udc, in verità non molto migliore del primo, quasi mai più liberale o più innovatore. L’effetto è stato, da un lato, quello di perdere di vista gli obiettivi strategici condivisi e, dall’altro, di minare alla radice lo spirito di “Officina”. Oggi quello spirito andrebbe rimesso in campo, anche alla luce delle esperienze e degli errori commessi. E solo Forza Italia, di sponda con Palazzo Chigi, è in grado di farlo.
Altro che smembrare il ministero dell’Economia come soluzione di tutti i mali!
Ma qualcosa sta cambiando. Sulla riforma delle pensioni Silvio Berlusconi ha messo la faccia. Con il suo messaggio televisivo ha avviato un’importante campagna di comunicazione che ha aperto il confronto su un tema difficile, che desta ricordi amari di un decennio fa. Ed anche qui Forza Italia può sostenere l’iniziativa del governo se, sapientemente, sa tenere il punto sugli obiettivi della riforma e, contemporaneamente, cogliere le aperture che vengono da Margherita, Cisl e Uil E’ la sfida sulle riforme che attende il nuovo gruppo dirigente di Forza Italia.
Non si tratta di aggiungere una voce alla babele di voci che si levano dalla maggioranza.
Non si tratta di rendere più stretto lo spazio di manovra del premier.
Forza Italia deve riconquistare il centro della scena con le sue proposte, rimarcare i tratti liberali del programma di governo, avanzare proposte che peraltro non mancano nel suo miglior Dna (dalla bioetica, alle biotecnologie, dalla politica estera alla politica economica, al controllo dei prezzi, alla giustizia…). Così da presentarsi programmaticamente “carica” e all’offensiva al tagliando di gennaio, magari chiedendo un rinnovo nell’azione del governo in stile Aznar.
Ora sembra che Forza Italia si sia data una scadenza di riflessione a più voci, dopo a chiusura del semestre europeo. Un’iniziativa opportuna se porterà al rilancio dell’azione
del partito di Silvio Berlusconi.
Solo se Forza Italia riprenderà in mano la guida della Casa delle libertà e saprà dettare l’agenda dell’azione politica di governo e di
maggioranza – come ha fatto durante il ciclo elettorale che dal 1999 al 2001 ha portato prima alla costruzione della Casa delle libertà e poi al successo nelle elezioni politiche maggioranza e governo ritroveranno guida sicura e unità d’intenti.
Forza Italia non è solo il partito del presidente del Consiglio, è anche il primo partito italiano e deve risposte ai suoi elettori.
Vista la situazione, deve mettere in campo un convincente
“secondo tempo” del suo programma di riforme e di governo.
Solo così sarà possibile affrontare il ciclo elettorale che porterà alle elezioni politiche del 2006 con una qualche ragionevole speranza di successo.
Renato Brunetta
deputato europeo di Forza Italia
saluti




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