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Discussione: Caro pm....

  1. #11
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    In origine postato da Aeroplanino
    Tanto per essere chiaro, mi sono rotto i c.” .
    Dell’Utri è convalescente...



    Questa è stupenda!!! Ma glieli hanno riparati?

    ...dopo aver subito un delicato intervento cardiologico

    aaaaaahhhh, beh speriamo sia guarito ben bene, magari come Previti che da due settimane gioca a calcetto meglio di Romario...

    Auguri!
    ----------------------
    Brutta malattia, l'invidia; e traditrice.

  2. #12
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    In origine postato da mustang
    Dell'Utri, bamboccetti cari, checchè ne dite non è un para-mafioso, e non è nemmeno giudicato per mafia, ma solo per concorso "esterno" con la mafia.
    Spremetevi (tutti insieme, mi raccomando, e chiedete aiuto pure a brunik) e ditemi che roba è.
    Intendo il "concorso esterno".
    E poi non venitemi a raccontare che pure il pm Ingroia è indagabile per "concorso esterno"; intendo esterno alla mafia, ma nel suo caso, interno alla Procura.
    Nota alla sentenza della Cassazione penale - I Sez., del 30 giugno 1994 con la quale è stata dichiarata non configurabile l'ipotesi del concorso esterno nei reati associativi , specie in quelli di stampo mafioso o camorristico. In ragione, infatti, della connotazione particolare del dolo, la partecipazione non può che configurarsi a pieno titolo. Diversamente verranno a porsi eventuali attività di favoreggiamento e di agevolazione rispetto alla figura associativa oppure si realizzeranno reati a struttura distinta e separata rispetto al reato associativo agevolato o favorito.
    Il breve commento alla sentenza in parola si sofferma preliminarmente sulla natura e l'origine storico-giuridica del reato di associazione mafiosa introdotto nel codice penale (art. 416 bis) dalla "Legge Rognoni -La Torre" (L. 13 settembre 1982, n. 646), come autonoma fattispecie delittuosa contraddistinta dal palese disvalore sociale evidenziato dalle organizzazioni criminali mafiose.
    Segue un'interessante e sintetica illustrazione degli elementi del reato associativo, che punisce la semplice adesione al programma criminoso. Secondo quanto formulato dalla giurisprudenza e dalla dottrina, l'adesione consapevole al gruppo costituisce infatti la soglia minima del contributo fornito alla vita dell'istituzione mafiosa.
    Viene poi esaminato il nodo centrale della questione, ovvero quello della configurabilità del concorso eventuale nel reato associativo da parte di soggetti estranei all'associazione, secondo le regole delineate dall'art. 110 c.p. Tale impostazione sostenuta dalla dottrina non ha trovato concorde la giurisprudenza che, da ultimo con la sentenza annotata, ha ribadito la sua posizione.
    A tale riguardo vengono ritenute condivisibili le argomentazioni offerte dalla decisione nella quale si ribadisce che l'elemento psicologico consiste nel dolo specifico cioè nella consapevolezza di ciascun associato di far parte del sodalizio con la volontà di realizzare i fini propri dell'associazione di avvalersi della forza di intimidazione del vincolo associativo nonché della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva allo scopo di commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione, o comunque il controllo, di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri.
    La decisione afferma quindi la non configurabilità dell'ipotesi del concorso esterno nei reati associativi, specie in quelli di stampo mafioso e camorristico, per i reati dianzi esposti.
    L'atteggiamento giurisprudenziale viene ritenuto infine apparentemente "morbido". In realtà esso può risultare più severo laddove si riconduca ogni attività criminosa alla contiguità all'associazione mafiosa.

  3. #13
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    In origine postato da mustang
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    Brutta malattia, l'invidia; e traditrice.
    SORPRESA!

  4. #14
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    Invidia?
    Ossignur Mustang, ti risponderei in milanese.....

    Guarda, davvero, cosa posso dire... Che cosa invidierei a Dell'Utri?
    Non so, forse il fatto di non dover passare due ore questo pomeriggio a tenere una lezione pallosissima sul concetto Extended phenotype, che probabilmente manco sa cosa sia... Sì, due ore questo pomeriggio con lui le scambierei volentieri... Ma per dire invidia mi sembra un po pochino...

    (ah, nemmeno fosse Paperon De Paperoni potrei mai invidiare chi ha 30 anni almeno più di me... ti pare?)

    Ciao!

  5. #15
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    In origine postato da Aeroplanino
    Invidia?
    Ossignur Mustang, ti risponderei in milanese.....

    Guarda, davvero, cosa posso dire... Che cosa invidierei a Dell'Utri?
    Non so, forse il fatto di non dover passare due ore questo pomeriggio a tenere una lezione pallosissima sul concetto Extended phenotype, che probabilmente manco sa cosa sia... Sì, due ore questo pomeriggio con lui le scambierei volentieri... Ma per dire invidia mi sembra un po pochino...

    (ah, nemmeno fosse Paperon De Paperoni potrei mai invidiare chi ha 30 anni almeno più di me... ti pare?)

    Ciao!
    -----------------------
    Beh, rimanendo nello scherzo, lui quei tren'anni in più di te gli ha già fatti. Tu pui solo sperare.
    Ocio, che l'invidia accorcia la vita

  6. #16
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    In origine postato da mustang
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    Beh, rimanendo nello scherzo, lui quei tren'anni in più di te gli ha già fatti. Tu pui solo sperare.
    Ocio, che l'invidia accorcia la vita
    E la verità allunga la condanna...

    Al processo Dell Utri le intercettazioni telefoniche del premier:
    «Craxi va accontentato»
    di Monica Centofante

    Sono le intercettazioni telefoniche le vere protagoniste delle ultime udienze del processo palermitano che vede il senatore Dell'Utri imputato di concorso in associazione mafiosa. Nell'aula bunker di Piazza Filangeri a Milano, dove il 31 marzo e il 1° aprile scorsi la Corte presieduta da Leonardo Guarnotta si è trasferita per venire incontro alle esigenze di diversi testi eccellenti, i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Domenico Gozzo hanno chiesto spiegazioni in merito a compromettenti colloqui risalenti il primo al 1986, i secondi al 27 agosto del 1983.



    Quando Craxi, appena divenuto presidente del Consiglio, telefonò a Berlusconi per lamentarsi di un articolo de Il Giornale che gli dava del «guappo» e che aveva riportato una foto di Spadolini con riferimento alla prima riunione del direttorio dei ministri istituita invece da lui. Un'occasione nella quale il Cavaliere aveva risposto con fermezza. «Adesso basta - è la sua voce nel nastro registrato - a questi gli taglio i fondi. Vado al Giornale e batto i pugni sul tavolo. E se Indro fa le bizze lo prendo a calci in culo». Poi un'ulteriore chiamata dello stesso Berlusconi al condirettore Biazzi Vergani. «Dobbiamo tenercelo buono - dice riferendosi al neo Presidente del Consiglio - Craxi fra poco ci farà avere le concessioni per le tv», oltre ad un altro favore che non può essere riferito telefonicamente. Entrando nel merito dei contenuti di alcuni articoli, si accerta poi sui motivi che spingono il quotidiano ad insistere sulla storia della P2 quando è ormai risaputo che si tratterebbe soltanto di «un complotto di Repubblica» e aggiunge: «Per ora a Montanelli non dire che ti ho chiamato». A poco più tardi risale infine la telefonata del Vergani, effettuata per informare l'interlocutore delle misure prese per chiudere il caso. Colloqui, questi, che potrebbero essere allegati agli atti del processo. E se ciò non era nell’intenzione dei pubblici ministeri, spiega Saverio Lodato dalle pagine dell’’Unità, avendo la difesa insistito molto su quest’assoluta «impermeabilità» dei giornali e delle televisioni berlusconiane a pressioni o interferenze di qualsiasi natura, la precisazione è stata ritenuta d’obbligo?. Sono, infatti, diversi i testimoni della difesa chiamati a deporre per dimostrare che i vertici di Fininvest e Mediaset non avrebbero mai esercitato pressioni sul lavoro dei giornalisti e sul loro modo di trattare gli argomenti di mafia. Tra questi Emilio Fede, Paolo Liguori e Vittorio Feltri, rispettivamente direttore del Tg4, ex direttore di Studio Aperto e direttore di Libero. «Non ho mai ricevuto inviti ad essere morbido» ha esordito Fede, «giornalista da cinquant'anni» che alle stragi di Falcone e Borsellino, solo per citare un esempio, ha dedicato «ore e ore di televisione». «Quegli eventi meritavano questo e altro», ha detto Fede e dopo essersi dichiarato «totalmente garantista» ha tenuto a precisare che di rapporti «professionali» ne avrebbe avuti molti di più con i giudici di Mani Pulite e con i pubblici ministeri di Palermo che non con l’amico Dell’Utri. Dal quale, ha ritenuto opportuno aggiungere, non avrebbe «mai ricevuto interferenze per il suo processo». Sul tema collaboratori di giustizia il direttore del Tg4 non ha dimostrato idee molto chiare, diversamente dal Liguori, che ha tenuto a precisare di essere uno dei pochi in Italia ad aver compiuto «un’opera meritoria contro l’uso dei pentiti. Credo anche di aver avuto ragione e la sentenza d’assoluzione del senatore Andreotti è una prova». Oggi finalmente «si è fatta una legislazione diversa», anche se c’è ancora questo «capo d’accusa del consenso esterno che si presta ad interpretazioni politiche». E «che questa cosa dei pentiti fosse sbagliata» Feltri se ne sarebbe accorto invece ai tempi in cui era inviato del Corriere della Sera. «Mi sono formato l’idea - ha detto - dopo avere seguito il processo Tortora». In quanto a Dell'Utri ha riferito d’alcune circostanze alquanto antipatiche, una delle quali risalirebbe al periodo in cui dirigeva il Borghese. «Gli avevo chiesto pubblicità per il settimanale - ha raccontato - mi disse che ci saremmo incontrati dopo l’estate, lo sto ancora aspettando». E lo stesso Dell'Utri, insieme a Confalonieri e - ancora - a Berlusconi, sarebbe protagonista di un'altra intercettazione telefonica, quella del 1986. Una prova presentata dall'accusa a dimostrazione che i tre avrebbero nutrito sospetti nei confronti del boss-stalliere Vittorio Mangano. Ha 46 anni - dice Confalonieri nel colloquio a tre - e fa ancora queste cose. Le faceva già dieci anni fa. Adesso ci arriverà un’altra lettera con la croce nera?. Quella precedente, la prima, era giunta nel 1974 e conteneva minacce di rapimento del figlio di Berlusconi: «Ricordo che era scritta con lettere ritagliate da un giornale e si concludeva con una croce nera. Berlusconi portò la famiglia prima in Svizzera e poi in Spagna». Ma il presidente di Mediaset ha dichiarato di non ricordare che il riferimento della telefonata, effettuata all'indomani di un attentato alla villa di via Rovani, una delle residenze milanesi di Berlusconi, fosse a Mangano. «Non parlavamo di lui - ha risposto - ma non ne ricordo più il contenuto». Ha invece rammentato dell'arrivo dello stalliere a Villa San Martino ad Arcore, dove «Berlusconi andò ad abitare a Pasqua del 1974». «Arrivò pochi mesi dopo - ha spiegato - in quanto la villa aveva anche una stalla dove c'erano dei cavalli, uno dei quali, si diceva, aveva fatto la pubblicità di Vidal». Il motivo per cui il fattore assunto provenisse dalla Sicilia è presto detto: «Di questa vicenda se n’occupò Marcello che era siciliano. Fosse stato di Bergamo avrebbe assunto un bergamasco». E la permanenza ad Arcore durò poco poiché Mangano, già allora noto pregiudicato, venne poco dopo arrestato per truffa e condannato a 10 mesi e 15 giorni di reclusione. In seguito alla sua liberazione, appena tre settimane più tardi, egli fece ritorno alla villa di Berlusconi, ma vi rimase poco tempo prima di trasferirsi. Se fosse stato licenziato o «se fu lui stesso ad andarsene per non mettere tutti in imbarazzo», «non ricordo», ha continuato Confalonieri, interrogato anche sulla famosa cena di Sant'Ambrogio, avvenuta proprio in quel periodo nella villa San Martino, alla quale fece seguito il fallito sequestro del principe Luigi D'Angerio. Atto del quale il Mangano sarebbe stato corresponsabile. «Ricordo che c'era anche la sorella Marina Doria e altri imprenditori - ha detto il teste -. Mangano però non c'era. Lo dico con certezza. E dico di più in modo tassativo: Mangano non si è mai seduto a tavola con Silvio Berlusconi». Quando l'esame è stato dirottato sull'acquisizione delle frequenze televisive in Sicilia da parte della Fininvest il teste ha negato che il gruppo avesse pagato il pizzo. «Ma a Palermo praticamente tutti pagano il pizzo», è stato il commento dell'avvocato di parte civile Ennio Tinaglia il quale ha citato i collaboratori per sentirsi rispondere: «Ah, se lo dicono loro». Ad avallarlo il vicepresidente del Milan Adriano Galliani, anch'egli teste della difesa, anch'egli sicuro che il pizzo non veniva pagato. «In Sicilia - ha ricordato Galliani - acquisivamo piccole televisioni locali perché a noi interessavano solo le frequenze. Acquisivamo televisioni che non avessero giornalisti e strutture troppo grosse» e tra queste Tvr Sicilia. In quest'ambito, ha continuato, Marcello Dell'Utri «era incaricato della raccolta di pubblicità e quindi per l'acquisizione dei canali in Sicilia non mi sono mai avvalso della sua collaborazione». Alla domanda su Antonio Inzaranto, il parente di Buscetta titolare di un ripetitore venduto a Fininvest il teste ha però dovuto ammettere che «questo signore divenne direttore dell'emittente. Lo facevamo in tutta Italia di lasciare il vecchio proprietario a dirigere l’emittente». «Il signor Inzaranto - ha poi aggiunto - aveva un tecnico bravissimo. Lui andava in giro a cercare i terreni da comperare o affittare sui quali installare le antenne. Svolgeva queste mansioni per noi in tutta la regione. Era diventato il responsabile regionale del coordinamento delle emittenti».


    Articolo pubblicato su ANTIMAFIADuemila Numero di maggio 2003 in edicola dal 7 maggio 2003

  7. #17
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    In origine postato da MrBojangles
    E la verità allunga la condanna...

    Al processo Dell Utri le intercettazioni telefoniche del premier:
    «Craxi va accontentato»
    di Monica Centofante

    Sono le intercettazioni telefoniche le vere protagoniste delle ultime udienze del processo palermitano che vede il senatore Dell'Utri imputato di concorso in associazione mafiosa. Nell'aula bunker di Piazza Filangeri a Milano, dove il 31 marzo e il 1° aprile scorsi la Corte presieduta da Leonardo Guarnotta si è trasferita per venire incontro alle esigenze di diversi testi eccellenti, i pubblici ministeri Antonio Ingroia e Domenico Gozzo hanno chiesto spiegazioni in merito a compromettenti colloqui risalenti il primo al 1986, i secondi al 27 agosto del 1983.



    Quando Craxi, appena divenuto presidente del Consiglio, telefonò a Berlusconi per lamentarsi di un articolo de Il Giornale che gli dava del «guappo» e che aveva riportato una foto di Spadolini con riferimento alla prima riunione del direttorio dei ministri istituita invece da lui. Un'occasione nella quale il Cavaliere aveva risposto con fermezza. «Adesso basta - è la sua voce nel nastro registrato - a questi gli taglio i fondi. Vado al Giornale e batto i pugni sul tavolo. E se Indro fa le bizze lo prendo a calci in culo». Poi un'ulteriore chiamata dello stesso Berlusconi al condirettore Biazzi Vergani. «Dobbiamo tenercelo buono - dice riferendosi al neo Presidente del Consiglio - Craxi fra poco ci farà avere le concessioni per le tv», oltre ad un altro favore che non può essere riferito telefonicamente. Entrando nel merito dei contenuti di alcuni articoli, si accerta poi sui motivi che spingono il quotidiano ad insistere sulla storia della P2 quando è ormai risaputo che si tratterebbe soltanto di «un complotto di Repubblica» e aggiunge: «Per ora a Montanelli non dire che ti ho chiamato». A poco più tardi risale infine la telefonata del Vergani, effettuata per informare l'interlocutore delle misure prese per chiudere il caso. Colloqui, questi, che potrebbero essere allegati agli atti del processo. E se ciò non era nell’intenzione dei pubblici ministeri, spiega Saverio Lodato dalle pagine dell’’Unità, avendo la difesa insistito molto su quest’assoluta «impermeabilità» dei giornali e delle televisioni berlusconiane a pressioni o interferenze di qualsiasi natura, la precisazione è stata ritenuta d’obbligo?. Sono, infatti, diversi i testimoni della difesa chiamati a deporre per dimostrare che i vertici di Fininvest e Mediaset non avrebbero mai esercitato pressioni sul lavoro dei giornalisti e sul loro modo di trattare gli argomenti di mafia. Tra questi Emilio Fede, Paolo Liguori e Vittorio Feltri, rispettivamente direttore del Tg4, ex direttore di Studio Aperto e direttore di Libero. «Non ho mai ricevuto inviti ad essere morbido» ha esordito Fede, «giornalista da cinquant'anni» che alle stragi di Falcone e Borsellino, solo per citare un esempio, ha dedicato «ore e ore di televisione». «Quegli eventi meritavano questo e altro», ha detto Fede e dopo essersi dichiarato «totalmente garantista» ha tenuto a precisare che di rapporti «professionali» ne avrebbe avuti molti di più con i giudici di Mani Pulite e con i pubblici ministeri di Palermo che non con l’amico Dell’Utri. Dal quale, ha ritenuto opportuno aggiungere, non avrebbe «mai ricevuto interferenze per il suo processo». Sul tema collaboratori di giustizia il direttore del Tg4 non ha dimostrato idee molto chiare, diversamente dal Liguori, che ha tenuto a precisare di essere uno dei pochi in Italia ad aver compiuto «un’opera meritoria contro l’uso dei pentiti. Credo anche di aver avuto ragione e la sentenza d’assoluzione del senatore Andreotti è una prova». Oggi finalmente «si è fatta una legislazione diversa», anche se c’è ancora questo «capo d’accusa del consenso esterno che si presta ad interpretazioni politiche». E «che questa cosa dei pentiti fosse sbagliata» Feltri se ne sarebbe accorto invece ai tempi in cui era inviato del Corriere della Sera. «Mi sono formato l’idea - ha detto - dopo avere seguito il processo Tortora». In quanto a Dell'Utri ha riferito d’alcune circostanze alquanto antipatiche, una delle quali risalirebbe al periodo in cui dirigeva il Borghese. «Gli avevo chiesto pubblicità per il settimanale - ha raccontato - mi disse che ci saremmo incontrati dopo l’estate, lo sto ancora aspettando». E lo stesso Dell'Utri, insieme a Confalonieri e - ancora - a Berlusconi, sarebbe protagonista di un'altra intercettazione telefonica, quella del 1986. Una prova presentata dall'accusa a dimostrazione che i tre avrebbero nutrito sospetti nei confronti del boss-stalliere Vittorio Mangano. Ha 46 anni - dice Confalonieri nel colloquio a tre - e fa ancora queste cose. Le faceva già dieci anni fa. Adesso ci arriverà un’altra lettera con la croce nera?. Quella precedente, la prima, era giunta nel 1974 e conteneva minacce di rapimento del figlio di Berlusconi: «Ricordo che era scritta con lettere ritagliate da un giornale e si concludeva con una croce nera. Berlusconi portò la famiglia prima in Svizzera e poi in Spagna». Ma il presidente di Mediaset ha dichiarato di non ricordare che il riferimento della telefonata, effettuata all'indomani di un attentato alla villa di via Rovani, una delle residenze milanesi di Berlusconi, fosse a Mangano. «Non parlavamo di lui - ha risposto - ma non ne ricordo più il contenuto». Ha invece rammentato dell'arrivo dello stalliere a Villa San Martino ad Arcore, dove «Berlusconi andò ad abitare a Pasqua del 1974». «Arrivò pochi mesi dopo - ha spiegato - in quanto la villa aveva anche una stalla dove c'erano dei cavalli, uno dei quali, si diceva, aveva fatto la pubblicità di Vidal». Il motivo per cui il fattore assunto provenisse dalla Sicilia è presto detto: «Di questa vicenda se n’occupò Marcello che era siciliano. Fosse stato di Bergamo avrebbe assunto un bergamasco». E la permanenza ad Arcore durò poco poiché Mangano, già allora noto pregiudicato, venne poco dopo arrestato per truffa e condannato a 10 mesi e 15 giorni di reclusione. In seguito alla sua liberazione, appena tre settimane più tardi, egli fece ritorno alla villa di Berlusconi, ma vi rimase poco tempo prima di trasferirsi. Se fosse stato licenziato o «se fu lui stesso ad andarsene per non mettere tutti in imbarazzo», «non ricordo», ha continuato Confalonieri, interrogato anche sulla famosa cena di Sant'Ambrogio, avvenuta proprio in quel periodo nella villa San Martino, alla quale fece seguito il fallito sequestro del principe Luigi D'Angerio. Atto del quale il Mangano sarebbe stato corresponsabile. «Ricordo che c'era anche la sorella Marina Doria e altri imprenditori - ha detto il teste -. Mangano però non c'era. Lo dico con certezza. E dico di più in modo tassativo: Mangano non si è mai seduto a tavola con Silvio Berlusconi». Quando l'esame è stato dirottato sull'acquisizione delle frequenze televisive in Sicilia da parte della Fininvest il teste ha negato che il gruppo avesse pagato il pizzo. «Ma a Palermo praticamente tutti pagano il pizzo», è stato il commento dell'avvocato di parte civile Ennio Tinaglia il quale ha citato i collaboratori per sentirsi rispondere: «Ah, se lo dicono loro». Ad avallarlo il vicepresidente del Milan Adriano Galliani, anch'egli teste della difesa, anch'egli sicuro che il pizzo non veniva pagato. «In Sicilia - ha ricordato Galliani - acquisivamo piccole televisioni locali perché a noi interessavano solo le frequenze. Acquisivamo televisioni che non avessero giornalisti e strutture troppo grosse» e tra queste Tvr Sicilia. In quest'ambito, ha continuato, Marcello Dell'Utri «era incaricato della raccolta di pubblicità e quindi per l'acquisizione dei canali in Sicilia non mi sono mai avvalso della sua collaborazione». Alla domanda su Antonio Inzaranto, il parente di Buscetta titolare di un ripetitore venduto a Fininvest il teste ha però dovuto ammettere che «questo signore divenne direttore dell'emittente. Lo facevamo in tutta Italia di lasciare il vecchio proprietario a dirigere l’emittente». «Il signor Inzaranto - ha poi aggiunto - aveva un tecnico bravissimo. Lui andava in giro a cercare i terreni da comperare o affittare sui quali installare le antenne. Svolgeva queste mansioni per noi in tutta la regione. Era diventato il responsabile regionale del coordinamento delle emittenti».


    Articolo pubblicato su ANTIMAFIADuemila Numero di maggio 2003 in edicola dal 7 maggio 2003
    --------------------------
    Interessanti ma da verificare; comunque è palese che imputati condannati con queste "prove" verranno dichiarati innocenti in Appello o in Cassazione, come è già accaduto troppe volte.
    Il "giusto processo", quello approvato dal Parlamento ulivista con voto favorevole dell'allora opposizione, ha bisogno di tutt'altro.

  8. #18
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    In origine postato da mustang
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    Interessanti ma da verificare; comunque è palese che imputati condannati con queste "prove" verranno dichiarati innocenti in Appello o in Cassazione, come è già accaduto troppe volte.
    Il "giusto processo", quello approvato dal Parlamento ulivista con voto favorevole dell'allora opposizione, ha bisogno di tutt'altro.
    Una condanna penale, ha bisogno d'altro.
    A me sono sufficienti le dichiarazioni "autografe" (non c'è niente da verificare nelle DEPOSIZIONI o le DICHIARAZIONI; son parole LORO) dei suddetti per emettere la MIA condanna morale.

    Tu, invece, hai dato loro il voto; e tanto ti distingue.

  9. #19
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    Palermo. E se il maresciallo Ciuro si pentisse? “Fino a questo momento è solo una probabilità”, puntualizza il cancelliere che di pentimenti ne ha visti a palate.
    Ma il baluginio dell’ipotesi attraversa già, come un rasoio, i corridoi del palazzo di giustizia.
    Perché l’ex investigatore della Dia, dal 1994 agli ordini del pm Antonio Ingroia, di segreti ne conosce tanti.
    Alcuni – si sa – li passava sottobanco a Michele Aiello, l’imprenditore di Bagheria diventato in pochi anni un boss della Sanità: raccontava a lui, con un telefonino riservato, quali indagini maturavano in procura sul presidente della Regione, Totò Cuffaro, e sui finanziamenti alle cliniche private.
    Altri li ha tenuti per sé e non è certo un caso che abbia cominciato a smozzicarli dopo avere incaricato della propria difesa due avvocati – Fabrizio Biondo e Monica Genovese – che, tra i propri clienti, vantano già non pochi collaboratori di giustizia.
    Ma la scelta dell’avvocato può dire poco o niente. Anzi. E’ probabile che il maresciallo si avvalga ben presto di un altro studio legale.
    Il dettaglio che più di ogni altro autorizza l’ipotesi di pentimento sta piuttosto nelle risposte fornite da Pippo Ciuro quando i magistrati gli hanno chiesto notizie su una supertalpa ancora tutta da scoprire e su un vecchio rapporto di amicizia tra il radiologo Aldo Carcione, parente e socio occulto di Aiello, e il procuratore aggiunto Guido Lo Forte, pubblico ministero del processo Andreotti e, fino al 1999, braccio destro di Gian Carlo Caselli.
    “Fraternissimi amici”, ha risposto il maresciallo.
    E per documentare la sua affermazione (Lo Forte invece sostiene di non avere più visto Carcione dal 1966) ha citato un episodio. Non “de relato”, ma vissuto personalmente. “Moltissimi anni fa – ha raccontato – ero a Milano con Lo Forte a fare un interrogatorio.
    Ho visto Carcione e l’ho chiamato al telefonino. Era lì per un convegno.
    Si è avvicinato e si sono salutati con Lo Forte… Si sono ripassati la vita di quando erano piccoli”.
    La smentita del procuratore aggiunto è sdegnata. “Non ho il benché minimo ricordo, di quell’incontro.
    Tutta questa storia non mi riguarda, è una cosa ridicola”.
    Ma il maresciallo gioca di spizzico e, nel breve spazio di due domande e due risposte, cala una carta semicoperta sulla quale mezza procura sta ancora riflettendo.
    Prima domanda: che lei sappia, Carcione è andato da Lo Forte? “Non lo so, penso di sì. Ho riscontri indiretti”.
    Seconda domanda: lei ha mai chiesto, del presunto rapporto tra il magistrato e Carcione, all’assistente di Lo Forte, Margherita Pellerano, con la quale lei era in ottimi rapporti?
    “No. Cioè non lo escludo. Ma neanche posso dire un no fermo”. E se non è un “no fermo”, che cosa è?

    Significa che potrebbe sciogliersi in un sì? Mistero.
    I dietrologi, che in un palazzo di giustizia come quello di Palermo non mancano mai, leggono dietro la carta semiscoperta di Ciuro un messaggio a tutti quelli che potrebbero aiutarlo e non lo aiutano.
    Questo non significa – è chiaro – che tra lui e certi magistrati esistano chissà quali inconfessabili complicità. Gli stessi dietrologi ricordano però che Ciuro ha preso parte attivamente, negli ultimi dodici mesi, alla contrapposizione tra i vecchi pm di formazione caselliana (quelli dei processi politici, per intenderci) e lo staff del nuovo procuratore Pietro Grasso.
    Si era schierato a tal punto, il maresciallo, che nelle telefonate con il boss chiamava “Pignata” il vice di Grasso, Giuseppe Pignatone, e “Assopigliatutto” un altro sostituto, Michele Prestipino.
    Mentre Ingroia era “il professore” e Lo Forte diventava addirittura “l’emerito professore agg…”.
    Come mai assume toni così aspri (“fraternissimi amici”) e ambigui (“neanche posso dire un no fermo”) quando i magistrati gli chiedono di un rapporto, quello con Carcione, che potrebbe gettare un’ombra antipatica non solo su Lo Forte, ma su tutti “i puri e i duri” che ancora combattono Grasso in nome dell’intransigenza?
    Ciuro per nove anni è stato il braccio operativo di Ingroia (li chiamavano: “il puro e il Ciuro”). Ha partecipato alle indagini sull’ex ministro Calogero Mannino e ha raccolto quasi tutti i documenti e le testimonianze del processo contro Marcello Dell’Utri.
    Sa tutto dei pentiti: come si appalesano, come campano, come se la cavano. Se veramente ha deciso di cantare, saprà anche con quali note e con quali accordi va scritta la musica che piace ai magistrati. A cominciare dall’ouverture.
    Per verificarlo basta aspettare qualche giorno.

    saluti

  10. #20
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    Quello che ha "combinato" dopo 6 anni Ciuro NON può modificare i testi delle intercettazioni e delle deposizioni.

    Fine.

 

 
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