....le scrivo
Egregio dottor Ingroia - La prego di leggere questa lettera aperta e di rispondermi.
Scelgo questa forma epistolare perché non si tratta di un rapporto privato tra un imputato e il magistrato della pubblica
accusa bensì di una questione di giustizia che riguarda tutti i cittadini.
Da sette anni sono sotto processo per concorso esterno in
associazione di stampo mafioso, un reato di dubbia definizione. La mia vita personale e di lavoro è cambiata, certo non in meglio.
Un mostruoso riflettore, capace di abbagliare e di accecare, ha sovvertito ogni cosa che mi riguarda, come uomo, come rappresentante eletto degli italiani e come manager.
Ho affrontato un lunghissimo processo e sono stato costretto a difendermi da accuse che considero oltraggiose.
Subisco un
calvario a mezzo stampa che tutto imbroglia e tutto confonde.
Ho combattuto e combatto la prospettiva di una rovina personale con le risorse degli affetti che mi circondano e del mio carattere, che è forte sebbene non impermeabile al male di vivere.
Sconto anche effetti pesanti di questa tormentosa vicenda sulla mia salute.
E’ capitato ad altri, ma...
Bene. E’ capitato ad altri.
A persone che hanno il privilegio di potersi difendere con qualche efficacia e a persone che non hanno nemmeno i più elementari strumenti di autodifesa.
La mia filosofia di palermitano fatalista mi ha fatto fino ad ora accettare il prezzo della cittadinanza in un paese in cui la giustizia è evidentemente malata, come dimostra l’ultima sentenza della Cassazione sul caso Andreotti e molte altre sentenze.
Ho fronteggiato un voto della mia Camera di appartenenza sul mio arresto.
Ho preso atto con dolore del fiorire della calunnia, fiore velenoso. Ho opposto a tutto questo la solidarietà delle persone che mi vogliono bene e la dignità che viene direttamente dalla mia coscienza.
Ho imparato il mestiere doloroso di imputato, e abbandonato o
quasi il resto.
Ora però è successo qualcosa.
Vengo a sapere che il suo braccio destro investigativo, egregio dottore, è ristretto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere con l’imputazione di concorso esterno in associazione di stampo mafioso, il mio stesso reato presunto.
Vengo a sapere che il suo superiore, il procuratore capo di Palermo, ha parlato del suo braccio destro come di un traditore della Repubblica, una persona che in altri tempi avrebbe meritato la fucilazione.
E ovviamente sono pieno di ansia e di vergogna.
Non per me, ma per un sistema di giustizia in cui a un cittadino incensurato può capitare di essere sottoposto alla tortura di un processo infamante nel corso del quale, per anni, le presunte prove ovvero il niente della chiacchiera vengono raccolte da un “traditore della Repubblica” nell’ufficio attiguo a un sostituto procuratore della Repubblica come lei; da un investigatore che è stato e si è comportato come un suo sodale perfino in fatti privati; da un presunto mafioso, così gravemente bollato dal capo del suo ufficio, che ha l’incarico pubblico di scavare nella vita di un privato cittadino e di cercare di procurargli una condanna che griderebbe vendetta al cielo, se mai fosse pronunciata.
Io non voglio sottrarmi a un giusto processo, ho fatto di tutto
per credere che il processo a mio carico fosse non dico giusto, ma appena corretto.
Ora constato che le regole del gioco, dalla parte dell’accusa, erano nelle mani di qualcuno che moralmente “meriterebbe la
fucilazione”, qualcuno che vendeva informazioni e atti e chissà cos’altro a questo o a quel clan di amici degli amici.
Sono costernato, dottor Ingroia, per l’insensibilità della stampa, che non ha ancora colto l’enormità di questo fatto.
Ma sono ancora più costernato per il fatto che lei non abbia avuto
la sensibilità di astenersi immediatamente da un processo in cui appare evidente la manipolazione criminale, nella figura del suo investigatore, o chiedere un’immediata sospensione del dibattimento e il proscioglimento dell’imputato.
Marcello Dell’Utri
su il Foglio
saluti




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