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Discussione: Caro pm....

  1. #1
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    Predefinito Caro pm....

    ....le scrivo

    Egregio dottor Ingroia - La prego di leggere questa lettera aperta e di rispondermi.
    Scelgo questa forma epistolare perché non si tratta di un rapporto privato tra un imputato e il magistrato della pubblica
    accusa bensì di una questione di giustizia che riguarda tutti i cittadini.
    Da sette anni sono sotto processo per concorso esterno in
    associazione di stampo mafioso, un reato di dubbia definizione. La mia vita personale e di lavoro è cambiata, certo non in meglio.
    Un mostruoso riflettore, capace di abbagliare e di accecare, ha sovvertito ogni cosa che mi riguarda, come uomo, come rappresentante eletto degli italiani e come manager.
    Ho affrontato un lunghissimo processo e sono stato costretto a difendermi da accuse che considero oltraggiose.
    Subisco un
    calvario a mezzo stampa che tutto imbroglia e tutto confonde.
    Ho combattuto e combatto la prospettiva di una rovina personale con le risorse degli affetti che mi circondano e del mio carattere, che è forte sebbene non impermeabile al male di vivere.
    Sconto anche effetti pesanti di questa tormentosa vicenda sulla mia salute.
    E’ capitato ad altri, ma...

    Bene. E’ capitato ad altri.
    A persone che hanno il privilegio di potersi difendere con qualche efficacia e a persone che non hanno nemmeno i più elementari strumenti di autodifesa.
    La mia filosofia di palermitano fatalista mi ha fatto fino ad ora accettare il prezzo della cittadinanza in un paese in cui la giustizia è evidentemente malata, come dimostra l’ultima sentenza della Cassazione sul caso Andreotti e molte altre sentenze.
    Ho fronteggiato un voto della mia Camera di appartenenza sul mio arresto.
    Ho preso atto con dolore del fiorire della calunnia, fiore velenoso. Ho opposto a tutto questo la solidarietà delle persone che mi vogliono bene e la dignità che viene direttamente dalla mia coscienza.
    Ho imparato il mestiere doloroso di imputato, e abbandonato o
    quasi il resto.
    Ora però è successo qualcosa.
    Vengo a sapere che il suo braccio destro investigativo, egregio dottore, è ristretto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere con l’imputazione di concorso esterno in associazione di stampo mafioso, il mio stesso reato presunto.
    Vengo a sapere che il suo superiore, il procuratore capo di Palermo, ha parlato del suo braccio destro come di un traditore della Repubblica, una persona che in altri tempi avrebbe meritato la fucilazione.
    E ovviamente sono pieno di ansia e di vergogna.
    Non per me, ma per un sistema di giustizia in cui a un cittadino incensurato può capitare di essere sottoposto alla tortura di un processo infamante nel corso del quale, per anni, le presunte prove ovvero il niente della chiacchiera vengono raccolte da un “traditore della Repubblica” nell’ufficio attiguo a un sostituto procuratore della Repubblica come lei; da un investigatore che è stato e si è comportato come un suo sodale perfino in fatti privati; da un presunto mafioso, così gravemente bollato dal capo del suo ufficio, che ha l’incarico pubblico di scavare nella vita di un privato cittadino e di cercare di procurargli una condanna che griderebbe vendetta al cielo, se mai fosse pronunciata.

    Io non voglio sottrarmi a un giusto processo, ho fatto di tutto
    per credere che il processo a mio carico fosse non dico giusto, ma appena corretto.
    Ora constato che le regole del gioco, dalla parte dell’accusa, erano nelle mani di qualcuno che moralmente “meriterebbe la
    fucilazione”, qualcuno che vendeva informazioni e atti e chissà cos’altro a questo o a quel clan di amici degli amici.
    Sono costernato, dottor Ingroia, per l’insensibilità della stampa, che non ha ancora colto l’enormità di questo fatto.
    Ma sono ancora più costernato per il fatto che lei non abbia avuto
    la sensibilità di astenersi immediatamente da un processo in cui appare evidente la manipolazione criminale, nella figura del suo investigatore, o chiedere un’immediata sospensione del dibattimento e il proscioglimento dell’imputato.

    Marcello Dell’Utri

    su il Foglio

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    "Sono un eroe. Ora attraverso questo brutto momento. Dopo mi daranno una medaglia".

    Al cantar l'uccello ...

    B.

  3. #3
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    Smettetela coministi, Dell'Utri ha ragione!
    Perchè perdere tempo in atti formali, tribunali, giudizi...
    QQuello che conta è l'amicizia, ed una bella pacca sulla spalla, quindi il Marcello fa bene a scrivere al PM, lui che può, una bella lettera pubblica... caro amico, ti scrivo per dirti che sbagli, quindi lascia perdere e facciamoci una malvasia...

    Direi che esprime molto bene un certo tipo di cultura, molto nota dalle parti da cui il Dell'Utri stesso arriva... Ma forse sbaglio, perchè se immaginiamo il capo del Marcello, vediamo che in contesti diversi e senza lupare sul tavolo anche il nano pone la sua amicizia personale con i suoi compagni di merende, da Putin a Giorgetto, davanti a trattati ed istituti internazionali... quindi non so, Dell'Utri imita il capo-partito o il capo-cosca?

    In Italia mai una volta che una cosa appaia chiara!

  4. #4
    Super Troll
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    LOTTE DI CLAN
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  5. #5
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    Dell'Utri, bamboccetti cari, checchè ne dite non è un para-mafioso, e non è nemmeno giudicato per mafia, ma solo per concorso "esterno" con la mafia.
    Spremetevi (tutti insieme, mi raccomando, e chiedete aiuto pure a brunik) e ditemi che roba è.
    Intendo il "concorso esterno".
    E poi non venitemi a raccontare che pure il pm Ingroia è indagabile per "concorso esterno"; intendo esterno alla mafia, ma nel suo caso, interno alla Procura.

  6. #6
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    Dell'Utri ha detto di essere mafioso... mica l'ho detto io! Poi si è corretto, come il caffè. Mica serve una sentenza!

  7. #7
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    Palermo. Per Piero Grasso, procuratore di Palermo, l’inchiesta sulle talpe sta diventando una camminata sui carboni ardenti.
    E non solo per i contraccolpi che già cominciano a coinvolgere l’intero ufficio: la lettera di Marcello Dell’Utri al pm Antonio Ingroia non è roba che si possa liquidare con una battuta.
    Ma anche perchè sotto ogni pietra si nasconde una ragnatela e all’interno di ogni ragnatela si ritrovano fili che portano ad altre amicizie.
    Tutte apparentemente insospettabili e perciò stesso meritevoli della massima attenzione, della massima cautela.

    Cominciamo da Giuseppe Ciuro, il maresciallo della Dia che lavorava a tempo pieno sia per Ingroia, pubblico ministero del processo a Dell’Utri, sia per Michele Aiello, un boss della Sanità che con la sua clinica di Bagheria fatturava miliardi a palate. Rinchiuso dal 5 novembre nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, Ciuro è stato interrogato a lungo sul “mister x” che continuava a informare Michele Aiello anche quando le altre talpe erano già nel mirino di Grasso. In quale ufficio si nascondeva? Il maresciallo ha subito ammesso il proprio tradimento e si è pure mostrato dispiaciuto per i riflessi negativi che il suo comportamento potrà avere sul suo amico Ingroia (li chiamavano: “il puro e il Ciuro”) e sul processo al deputato di Forza Italia.
    Ma, incalzato sul “talpone”, ha tirato in ballo il radiologo Aldo Carcione – socio occulto di Aiello – e ha aggiunto: “Siete troppo intelligenti per non avere capito… Carcione è amico di un magistrato della Procura…”. “Chi é?”, chiede il gip, Giacomo Montalbano. “Guido Lo Forte… i due erano fraternissimi amici”.
    E’ andato dritto sul superlativo il maresciallo.
    Ma né Grasso, né i magistrati titolari dell’inchiesta si sono lasciati incantare: primo, perché Lo Forte ha immediatamente smentito: “Non vedo Carcione dal 1966”.
    Secondo, perché l’ex braccio destro di Gian Carlo Caselli ufficialmente non poteva sapere nulla dell’inchiesta su Aiello e sulle talpe, in quanto Grasso aveva informato, all’ultimo momento, solo Ingroia.
    Terzo, perché lo stesso Carcione ammette un suo vecchio rapporto di amicizia con Lo Forte – nell’intercettazione parla di “emerito professore agg…” - ma nega di avere mai ricevuto dalla procura notizie da smistare al suo socio. “Semmai - ha spiegato - ho avuto il torto di millantare fonti che in realtà non avevo. Ma l’ho fatto per tenere buono Aiello, ossessionato dalle inchieste che vedeva montare su di lui, in particolare da quando era finito sotto inchiesta il suo amico Cuffaro, il presidente della Regione per intenderci...”.
    Finora, comunque, siamo alle mascariate.
    Certamente fastidiose, ma irrilevanti da un punto di vista penale. Lo dimostra il fatto che il procuratore di Caltanissetta, Francesco Messineo, competente per qualsiasi sospetto vada a sfiorare i magistrati di Palermo, ha lasciato l’inchiesta nelle mani di Pietro Grasso. Il quale però continua cercare la supertalpa con l’ansia di chi ha avuto già le sue brutte sorprese.

    La catena della raccomandazione al Sismi
    La prima, come si ricorderà, gli è venuta dallo stesso Ingroia. Che, messo al corrente del doppio gioco nel quale si esercitava il suo investigatore di fiducia, ha “doverosamente” comunicato di avere nella vecchia casa del padre una squadra di operai inviati lì, tramite Ciuro, proprio dal presunto boss di Bagheria.
    Nulla di grave, tutto pagato profumatamente, nessuna regalia, solo un po’ di imbarazzo.
    Tanto che Grasso lo ha invitato a continuare nei lavori di ristrutturazione, per non insospettire gli indagati.
    La seconda sorpresa è venuta da Carcione, il quale ha parlato non solo della sua amicizia con Lo Forte, ma anche con Anna Palma, altro procuratore aggiunto. Il radiologo lavora da anni gomito a gomito con Adelfio Elio Cardinale, direttore dell’Istituto di radiologia e marito della Palma. Nient’altro che una coincidenza, va da sé. Ma per esserne certi al cento per cento i magistrati incaricati delle indagini avrebbero deciso di verificare che tra la clinica di Bagheria e il primario di radiologia non c’è mai stata “alcuna cointeressenza”.
    La terza sorpresa riparte da Ingroia. Ciuro, dopo avere raccolto per nove anni prove e documenti su Dell’Utri, ha cercato pochi mesi fa una buona raccomandazione per lasciare la divisa della Dia e passare al Sismi, l’intelligence militare.
    Da un punto di vista pratico non sarebbe cambiato nulla: il Sismi lo avrebbe mantenuto a Palermo, addirittura nello stesso ufficio di Ingroia. Ma il maresciallo avrebbe avuto diritto alla cosiddetta
    “indennità di cravatta”, un aumento di stipendio di quasi mille euro al mese.
    Il senatore Massimo Brutti, vice presidente del comitato di controllo sui servizi segreti, ammette di avere ricevuto la segnalazione e di averla portata a buon fine.
    Ma chi aveva garantito sulla “irreprensibile condotta” del maresciallo oggi accusato, come Dell’Utri, di concorso esterno in associazione mafiosa?
    Grasso, a costo di un’altra brutta sorpresa, ha voluto sapere pure questo. E Ciuro ha dettato a verbale una dichiarazione: “Il dottore Ingroia ne ha parlato con il dottore Caselli e questi, forse, con il senatore Brutti... Io ho telefonato sia a Caselli che a Brutti per ringraziarli. Altro dire non so”.

    concorsosternoinassociazionemafiosa

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Il pm non risponde alla lettera di....

    ...Dell’Utri,“con lui parlo solo in aula”

    “Evviva, si è messo a fare come Previti… Allora può darsi che almeno un processo lo vinciamo…”.
    La procura di Palermo affronta con ironia, ma anche con una leggera insofferenza, la lettera aperta che il senatore Marcello Dell’Utri, imputato di concorso in associazione mafiosa, ha indirizzato, attraverso il Foglio di ieri, al pm Antonio Ingroia. Dell’Utri, prendendo spunto dall’inchiesta giudiziaria sulle talpe, che ha coinvolto il più stretto collaboratore del magistrato, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, aveva sottolineato l’anomalia di essere processato per mafia in base alle prove raccolte da un indagato di mafia.
    E alla fine aveva provocatoriamente invitato il pm ad astenersi.
    O a chiedere il proscioglimento dell’imputato.
    Ingroia non replica direttamente.
    E gelido detta all’Ansa poche parole di commento: “Delle vicende processuali, con l’imputato, parlo solo in aula…”.
    L’altro magistrato che sostiene l’accusa, il pm Domenico Gozzo, non aggiunge altro: “Si potrebbero dire tante cose, ma se non dice niente il collega, al quale la lettera è destinata, figurarsi se lo faccio io”.
    Altri magistrati accostano Dell’Utri e Previti, perché “anche l’ex ministro della Difesa attaccava i pubblici ministeri, anziché contestare le accuse che gli si muovevano. Cosa che finora Dell’Utri aveva evitato. Buon per noi: avete visto come è finita, a Previti?”.

    Marcello Dell’Utri, però, non indietreggia: “Sì, è vero – dice – c’è chi mi ha sconsigliato dallo scrivere questa lettera. I miei avvocati, ad esempio, non erano d’accordo: li ho sentiti abbastanza freddi, ma loro pensano che tutto ciò che non passi da loro non vada bene. Accetto il rischio: io devo alzare la voce. Tanto per essere chiaro, mi sono rotto i c.” .
    Dell’Utri è convalescente, dopo aver subito un delicato intervento cardiologico: “La mia – afferma – è una situazione kafkiana che mi sta rovinando la vita e la salute. E’ tutto sottoposto a una regia… Certo, non cambia nulla, se si dovesse astenere Ingroia. Però voglio rilevare l’anomalia: per me si è scomodato tutto il mondo dell’informazione, mentre, oggi, a parte due quotidiani locali, nessuno ha parlato di questo mio invito al pm. Silenzio stampa”. Lo paragonano a Previti? Lui risponde con un’altra similitudine: “Il pm senza macchia e senza paura mi accusa di aver assunto un presunto mafioso, e poi ospita nella sua stanza – e fa lavorare nel processo contro di me – un altro presunto mafioso…?”.
    Sì, ma questo cosa toglie al valore delle prove trovate?
    “Nulla, forse. Però, per dirla con il Poeta: come Ingroia non può rispondere di Ciuro, ‘che colpa ho, io, della vita rea’ di Vittorio Mangano? E poi, al pm che dice di voler parlare con me solo in aula, ricordo le conferenze stampa, i libri, le interviste, gli articoli in cui, ben lungi dal parlare di giustizia, parlava di me”.
    Enzo Fragalà, avvocato e deputato nazionale di An, pone invece l’accento su “un fatto oltremodo inquietante”, e cioè le “raccomandazioni indecenti, avallate per il tramite del senatore diessino Massimo Brutti”, per consentire al presunto mafioso Ciuro di essere assunto al Sismi.
    Fragalà ritiene “il limite massimo di otto anni di permanenza in Dda” sia quanto mai opportuno, “anche per garantire impermeabilità, imparzialità e, ce lo consenta il pm del processo Dell’Utri, anche un po’ di umiltà…”.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito Solo in aula? Giornali, libri e tv: ecco...

    ....l’antologia delle sue esternazioni

    Milano. “Delle vicende processuali voglio parlare con l’imputato solo in un’aula di giustizia”, ha detto martedì il pm palermitano, Antonino Ingroia.
    Rispondeva a Marcello Dell’Utri, che gli aveva scritto una lettera, pubblicata sul Foglio, per sottoporgli un paradosso: come può processarmi per concorso esterno in associazione mafiosa se il suo braccio destro investigativo, fondamentale per costruire l’accusa nei miei confronti, è ora in carcere per il medesimo reato contestato a me?
    E aggiungeva: non è il caso che lei si astenga, o che lei mi prosciolga?
    Ma l’affascinante quesito non ha affascinato Ingroia, il quale ha ribadito un suo costume: se ha qualcosa da dire, la dice in aula.

    E’ un regola, per lui, con qualche eccezione.
    Fu eccezionale, per esempio, un’intervista rilasciata per l’edizione del 2 dicembre 2002 dell’Unità. “Dietro quelle stragi non c’è solo la mafia”, era il titolo. Il giornalista, Saverio Lodato, gli chiese:
    “Lei, insieme ad altri suoi colleghi, è titolare delle inchieste sui cosiddetti ‘sistemi criminali’, sugli eventuali mandanti esterni del delitto Lima, sulla mancata perquisizione da parte dei carabinieri del covo di Totò Riina. Hanno un filo comune. Quale?”. Risposta:
    “Ci sono buchi neri nella storia tumultuosa degli eventi che si sono verificati fra il 1992 e il 1993, storia che inizia con l’omicidio dell’onorevole Salvo Lima e si sviluppa sino alle stragi, prima di Capaci e via D’Amelio e poi a Roma, Firenze, Milano… c’è un legame fra tutti quegli eventi che riguardano le tre inchieste citate?
    E’ l’ipotesi alla base di quelle inchieste… è noto, ad esempio, che non è mai stata del tutto convincente l’ipotesi che la strategia criminale, iniziata con il delitto Lima, sia soltanto di matrice mafiosa”.

    Si può, insomma, parlare di vicende processuali anche fuori dall’aula di giustizia.

    Qualche mese prima, Ingroia si era eccezionalmente concesso anche alle telecamere di Terra, trasmissione di Canale 5, per dire che “Cosa Nostra non può fare a meno di un rapporto con la società esterna e quindi anche con il mondo della politica”, e che “Cosa Nostra ha adottato negli ultimi anni una strategia più morbida diciamo, rinunciando appunto alle stragi, agli attacchi diretti allo Stato, e questa strategia più morbida significa anche meno contrapposizione, più ricerca di contrattazione per una tregua, la mafia da una parte lo Stato dall’altra, e in questa tregua possono passare anche patti inconfessabili”. E infine che “è grave che anche però da parte della politica ci si adegui ai cicli della mafia”.

    Sono considerazioni che nascono, ci si può immaginare, dalle esperienze processuali, o almeno investigative, del pm Ingroia.
    E infatti le ha ripetute in almeno tre, quattro interventi su Micromega, in almeno una decina di interviste negli ultimi tre anni, in convegni pubblici, in presentazioni di libri.
    A proposito di libri, nel 2001 fu pubblicato: “L’eredità scomoda – Da Falcone ad Andreotti, sette anni a Palermo”, edizioni Feltrinelli.
    Si trattava di un dialogo fra Ingroia e Gian Carlo Caselli su tutte le grandi inchieste palermitane dal 1993 in poi.
    E nel 1996, fu indimenticabile una sua intervista a Liberazione, dal titolo: “Ora troviamo le menti”. Commentava l’arresto di Giovanni Brusca. Quanto alle menti, l’unica cosa certa è che risiedessero dalle parti di Roma.

    Ma Ingroia non fa eccezione soltanto per dedicarsi ai massimi sistemi dei terzi livelli.
    Qualche volta gli è toccato anche di ribattere proprio a Dell’Utri, e proprio per mezzo della stampa. Il 24 settembre 2001, disse all’Ansa: “Non è vero che l’impostazione accusatoria del processo si fondava sulle dichiarazioni di Giovanni Brusca e lo dimostra il fatto che il gup ha rinviato a giudizio Dell’Utri quando ancora le dichiarazioni del boss dovevano essere fatte… Gli elementi contro di lui sono ben altri”. E comunque Brusca aveva “confermato l’appartenenza di Vittorio Mangano a Cosa nostra con ruolo di vertice nel periodo in cui manteneva rapporti con Dell’Utri… Ha dichiarato in aula di avere inviato nel ’94 tramite Vittorio Mangano un messaggio a Silvio Berlusconi, ricevendo la risposta…”.

    Ci sono le vicende processuali, c’è l’imputato, ma qualche volta non c’è l’aula.

    concorsoesternoinassociazionemafiosa

    saluti

  10. #10
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    Predefinito

    Tanto per essere chiaro, mi sono rotto i c.” .
    Dell’Utri è convalescente...



    Questa è stupenda!!! Ma glieli hanno riparati?

    ...dopo aver subito un delicato intervento cardiologico

    aaaaaahhhh, beh speriamo sia guarito ben bene, magari come Previti che da due settimane gioca a calcetto meglio di Romario...

    Auguri!

 

 
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