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Discussione: Una Finestra sul Mondo

  1. #11
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    Predefinito tratto da YAHOO NOtzia 22 marzo 2004

    Salvador: vince candidato destra

    (ANSA)-SAN SALVADOR,22 MAR-Elias Antonio Saca, candidato di destra (Alleanza repubblicana nazionalista), da 15 anni al potere, ha vinto le presidenziali in Salvador
    Con l'83,15% dei voti scrutinati ha ottenuto il 57,37% dei suffragi. Il suo diretto rivale Schafik Handal, in corsa per il Fronte Farabundo Marti per la liberazione nazionale (Fmnl), l'ex guerriglia di sinistra, ha ottenuto il 36,05%.

  2. #12
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    Predefinito tratto da YAHOO Notizie 29 marzo 2004

    Turchia: Partito Del Premier Erdogan Vince Elezioni Locali
    Di (Civ/Zn/Adnkronos)

    INSTANBUL - , 29 mar. - (Adnkronos/Dpa) - Il partito della Giustizia e lo Sviluppo (Akp) del premier turco Recep Tayyip Erdogan ha ottenuto una chiara vittoria alle elezioni locali di ieri, secondo i primi dati diffusi oggi, che riguardano lo spoglio di piu' della meta' dei voti. Il partito islamico moderato al governo ha ottenuto il 42,4% dei voti in tutto il paese, mentre il Partito repubblicano del popolo (Chp) e' arrivato al 17,9%. Ankara e Istanbul continueranno ad essere amministrate dall'Akp, mentre Smirne, terza citta' della Turchia, rimane al Chp.

  3. #13
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Il tiranno coreano e un paese verso il collasso

    Sicuramente non sapremo mai la dinamica dell'accaduto, non sapremo mai a quanto ammontino le vittime, non sapremo mai se vi sono dei responsabili: la tragedia ferroviaria in Nord-Corea dei giorni scorsi ha i contorni quanto mai indecifrabili e misteriosi. Nelle prime ore dopo l'incidente si parlava di migliaia di vittime in seguito alla collisione tra due treni presso una località, Ryonchon, a venti chilometri dal confine con la Cina, che secondo i primi commentatori sarebbe stata quasi del tutto rasa al suolo, come in seguito ad un violento bombardamento. La notizia di questa immane sciagura ci giungeva dalle agenzie di stampa degli altri coreani, quelli del Sud, e veniva confermata da un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri di Pechino, mentre nessuna notizia giungeva dall'agenzia di stampa ufficiale di Pyongyang, la Kcna.

    Ovviamente, non possiamo non esprimere il nostro cordoglio per le vittime e i loro familiari.

    Il feroce regime di Kim Jong Il, verificate le dimensioni della tragedia, pur appellandosi ai Paesi vicini, ha fatto sapere che non accetterebbe aiuti umanitari che non provengano via mare, sicuramente per il timore delle ripercussioni interne che un'apertura dei confini, anche solo in seguito a questo stato d'emergenza, potrebbe causare sulla stabilità del proprio sistema.

    Il Paese nordcoreano, a causa di un tremendo regime comunista, al potere da oltre cinquant'anni, si trova ad essere sempre di più sull'orlo del baratro, mentre proprio altri Stati asiatici (pensiamo alla Cina) compiono passi importanti nel processo di modernizzazione. In Nord-Corea non è minimamente pensabile, ad oggi, uno stesso processo: si vive, invece, una drammatica crisi agricola, vengono negate le fondamentali libertà dell'uomo, nonché i diritti civili e politici, l'arsenale militare e la minaccia delle armi nucleari sono utilizzati come strumento politico nelle relazioni internazionali, tanto da farla ascrivere nella lista degli "Stati canaglia". Un'indagine condotta dall'UNICEF su bambini al di sotto dei sette anni, ha rivelato che il 16% soffriva di malnutrizione grave e il 62% era affetto da arresto della crescita manifestatasi attraverso una statura inferiore alla media per età. Negli ultimi anni, poi, il tasso di mortalità è aumentato, e secondo alcuni dati, ammessi anche dalle autorità nordcoreane, si sarebbero verificati almeno 220.000 decessi in più di quanto ci si aspettava.

    Se la Corea del Nord fosse libera e democratica e non drammaticamente arretrata, forse la sciagura ferroviaria si sarebbe potuta evitare, forse si sarebbero potuti limitare i danni e le vittime, o comunque saremmo in grado di indagare nel tentativo di individuare i responsabili della collisione, processarli e punirli secondo giustizia.

    Questa convinzione nasce in noi in seguito ad alcune generalissime considerazioni sul sistema democratico e sul confronto di questo con la tirannide e gli Stati totalitari.

    Nel suo ultimo libro "La democrazia degli altri", Amartya Sen, premio Nobel per l'economia nel 1998, sostiene che la democrazia va concepita non solo come forma di governo basata sulla scelta (il voto) elettorale, ma anche in termini di discussione pubblica, cioè come "governo attraverso la discussione", ed in questa prospettiva se ne possono rintracciare le radici in ogni cultura e non solo in quella occidentale. Il sistema democratico è fondamentale, aggiunge l'illustre economista, perché solo le società libere e democratiche, dove le opinioni circolano insieme alle informazioni, e queste ultime vengono da più fonti, sono meno esposte al rischio del verificarsi di crisi e catastrofi. Ma così non è in Corea del Nord, ed assistiamo ad un'ulteriore prova, qualora ne sentissimo il bisogno, del completo fallimento dei sistemi tirannici di tipo staliniano.

    Come sosteneva Einaudi, nei sistemi liberi e democratici la discussione e l'azione procedono attraverso "il metodo dei tentativi e degli errori", emblema della netta superiorità dei sistemi di libertà su quelli tirannici. Un Tiranno, come il nordcoreano Kim Jong Il ed il di lui defunto padre, è in possesso di una "verità" da imporre al popolo e procede dritto per la sua via; una via che sta conducendo la Corea del Nord al completo disastro.

    Un'altra considerazione da aggiungere è che in uno Stato dittatoriale, proprio come quello di Pyongyang, vi è la completa deresponsabilizzazione politica, in quanto la classe dirigente non risponde del proprio operato nei confronti dei cittadini. Il sistema democratico, invece, non è semplicemente governo di una maggioranza (la quale del resto potrebbe governare tirannicamente, ovvero scegliere per una tirannide) bensì "giudizio dei governati sui governanti", come sostenuto da Popper.

    Purtroppo negli Stati dittatoriali, come appunto la Corea del Nord, la presunzione gnoseologica è alla base dell'organizzazione del sistema politico-sociale, continuando così ad essere causa di arretratezza, di povertà e di morte.

    La responsabilità per la sciagura dei giorni scorsi, e del suo progressivo aggravarsi, a questo punto non può non essere attribuita in particolar modo alle fatiscenti condizioni di un Paese e di un sistema sociale che è degno frutto di un delirio ideologico bocciato dalla Storia.

    Giovanni Postorino
    consigliere nazionale Pri
    membro Fgr - Roma
    [mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/PENNYLANE.mid[/mid]

  4. #14
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    India, Gandhi rinuncia all'incarico/Fra i motivi del dietrofront le sue origini italiane

    Se il Financial Times invita Sonia a lasciar perdere

    di Mauro Mita

    Un'alleanza eterogenea di populisti, commercianti, businessmen e comunisti ha ribaltato in India il risultato elettorale, convincendo Sonia Gandhi, l'italiana che fu moglie e nuora di due primi ministri (Rajiv e Indira Gandhi) a rinunciare all'incarico di primo ministro di quella che è chiamata la più grande democrazia del mondo. In questo ripensamento ha contribuito in modo decisivo l'atteggiamento dei due partiti comunisti, il Partito comunista d''India (Cpi) e il Partito comunista d'India – marxista (Cpi – m), che con i loro 63 seggi alla Lok Sabha, la Camera bassa indiana, composta di 543 membri, permettevano al Partito del Congresso, forte di 220 deputati, di ottenere la maggioranza parlamentare.

    Già all'annuncio dei risultati delle elezioni il 13 maggio, alcuni osservatori avevano espresso il timore che l'India potesse essere risospinta nell'instabilità politica della metà degli anni '90, con un parlamento sottoposto al ricatto dell'estrema sinistra. Che già si era pronunciata soltanto per un sostegno esterno alla coalizione. "Restando all'esterno, i comunisti saranno liberi di criticare tutto ciò che fa il Congresso. Ciò eroderà in permanenza la fiducia nel governo", scriveva l'analista Prem Shanka Jha. La Borsa di Bombay, la più importante del Paese, che arrivava a perdere nel "lunedì nero" dell'India il 15 per cento, era il segno eloquente dei rischi avvertiti da più parti. Il mercato, che si è ripreso con una avanzata storica dell'8,5 per cento all'annuncio che il nuovo primo ministro sarà Mammohan Singh, un sik di settantuno anni, turbante e barba di ordinanza, noto e apprezzato negli ambienti economici per aver dato il via, nel 1991, alla stagione delle riforme, è la controprova di quanto si aspettano borse e investitori

    Il commento a caldo sul risultato elettorale del "Finacial Times" di Londra, che invitava Sonia a lasciar perdere e a nominare al suo posto l'ex ministro delle Finanze, ha fatto subito capire qual era l'orientamento della finanza internazionale.

    Altro dato del dietrofront di Sonia Gandhi è stata la martellante campagna contro le sue origini italiane condotta dal Partito del popolo indiano (Bjp), sconfitto nelle elezioni. "Milioni di persone pensano che sarebbe una vergogna per la nazione vedere uno straniero diventare primo ministro. Si metterebbe a repentaglio la sicurezza nazionale", sottolineava il portavoce del Bjp, Prakash Javdekar. Lo stesso partito dava intanto istruzioni ai suoi quadri di organizzare manifestazioni di protesta in ogni capitale degli Stati dell'Unione indiana. "Mille anni di potere straniero, 57 anni di potere indiano, volete tornare indietro?", gridavano martedì a Bangalore migliaia di nazionalisti indu. E' in questo clima che è maturata la sofferta decisione di Sonia Gandhi. "Devo umilmente rinunciare. Non ho mai voluto diventare primo ministro, non è mai stato nelle mie intenzioni", ha detto ai deputati del suo partito. "Mi appello a voi affinché possiate capire la forza della mia convinzione. Non esiste alcuna minaccia contro di me. Voglio dare all'India un governo laico che sia forte e stabile".

    Si dice che in questa rinunzia abbiano avuto parte anche i due figli, Priyanka e Rahul, anche lui deputato del Congresso. La stampa indiana, inneggiando alla sua decisione, spiega il rifiuto della vincitrice delle elezioni con l'obiettivo di preservare la continuità della dinastia Nehru – Gandhi, sottolineando che in passato la famiglia Gandhi è stata duramente colpita da due assassinii politici, quello di Indira, nel 1984, e quello del marito, nel 1991. Né le dimissioni in blocco dei componenti del Partito del Congresso, né la loro plateale marcia, fino a casa sua, per chiederle di tornare indietro sui suoi passi, le hanno fatto cambiare idea. Per l'autorevole quotidiano "Hindu", si è trattato di uno "stupefacente sacrificio politico", mentre l'"Hindustan Times" scrive che si tratta di una "grazia sorprendente".

  5. #15
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    Predefinito tratto da LE MONDE DIPLOMATIQUE 2 ottobre 2004

    Via libera alla continuazione delle riforme sociali

    Vittoria bolivariana in Venezuela

    Respingendo l'arbitrato degli osservatori internazionali, l'opposizione venezuelana rifiuta di riconoscere l'indiscutibile vittoria del presidente Hugo Chávez (più del 59% dei voti) al momento del referendum di revoca del 15 agosto. Questi settori radicali tentano di rilanciare la protesta. Ma a chi potranno far credere che la loro azione sia «democratica»?

    Paul-Emile Dupret

    Domenica 15 agosto all'alba, il giorno del referendum organizzato dall'opposizione per chiedere la destituzione del presidente Hugo Chávez - come previsto dalla costituzione bolivariana nel corso della seconda metà del mandato presidenziale - il centro di Caracas è calmo e migliaia di luci dei quartieri popolari brillano all'orizzonte.
    Alle tre del mattino, come suggerito dai dirigenti della campagna in favore del capo dello stato, uno squillo di tromba, la Diana, risuona sulle colline che ospitano le bidonville. Petardi esplodono da tutte le parti, provocando un incredibile frastuono, al quale si mescolano gli slogan «Uh! Ah! Chávez no se va!» (1), i latrati dei cani e gli altri rumori dei «barrios».
    L'offensiva finale della «Battaglia di Santa Inés» (2) è cominciata.
    Poche ore dopo un'enorme ondata di elettori scende dalle colline per sostenere «il processo popolare». Molti votano per la prima volta: in appena un anno i registri elettorali hanno incorporato più di due milioni di nuovi elettori. La partecipazione elettorale, senza precedenti, ha prodotto file lunghissime, obbligando alcune persone a fare code anche di 13 ore per poter votare.
    Nonostante ciò, la giornata assume l'aria di una festa democratica.
    Una festa rovinata solo da due raffiche di mitra sparate sulla folla nel quartiere popolare di Petare, che uccidono una persona e ne feriscono una decina. Per Alirio Uribe, avvocato colombiano testimone diretto della scena, i killer avevano intenzione di dissuadere la gente di questi quartieri, favorevoli a Chávez, dall'andare a votare: «Qualcuno è andato via, ma la maggior parte ha deciso di votare comunque».
    Nei quartieri ricchi della capitale, come Altamira, dove si vive a porte chiuse, la gente si lamenta della lentezza delle procedure elettorali e chiede la soppressione del controllo delle impronte digitali - destinato a impedire i brogli.
    Per il rettore del Consiglio nazionale elettorale (Cne), Jorge Rodriguez, queste file sono dovute all'alta percentuale di votanti, intorno al 75%, e al fatto che i dirigenti dell'opposizione hanno rifiutato in più di un'occasione di voler aumentare il numero dei seggi elettorali.
    «In media il numero di elettori iscritti è di 1.000 persone nei seggi dei quartieri più ricchi e di 8.000 nei quartieri popolari». Per fare in modo che tutti potessero votare, i seggi sono dovuti rimanere aperti fino a mezzanotte. Finalmente, alle 4 del mattino del 16 agosto, annunciato dal presidente del Cne Francisco Carrasquero, arriva il risultato: dopo uno spoglio del 94,49% dei voti, il «no» alla destituzione del presidente ottiene il 58,25% dei voti, mentre al «sì» va solo il 41,74%. A quanto pare il presidente, invece di scontare l'impopolarità dovuta all'esercizio del potere, ha ottenuto un risultato migliore rispetto alle elezioni che lo avevano portato al potere il 6 dicembre 1998 (il 57% dei voti).
    Con questo risultato, Chávez ha ottenuto il suo ottavo successo elettorale in cinque anni, alla fine di una giornata definita dagli osservatori internazionali esemplare dal punto di vista della partecipazione e del rispetto delle regole democratiche. «Più di dieci milioni di persone hanno votato e c'è stata una netta superiorità in favore del governo del presidente Chávez», ha dichiarato il 16 agosto l'ex presidente americano Jimmy Carter, che accompagnava il segretario generale dell'Organizzazione degli stati americani (Osa) César Gaviria.
    Come ha sottolineato Chávez, si tratta di «una vittoria di tutti coloro che, in America latina, costruiscono delle alternative al neoliberismo». L'elaborazione da parte di un'Assemblea costituente eletta (il 25 luglio 1999) e l'adozione attraverso referendum (il 15 dicembre successivo) della nuova costituzione «bolivariana» ha permesso la partecipazione alla vita politica di milioni di persone dei quartieri poveri. In questo modo la popolazione nel suo insieme ha cominciato gradualmente a beneficiare delle ricchezze del paese, in particolare delle ricchezze petrolifere, in passato riservate a una ridotta minoranza benestante. Molto prima dell'attuale esplosione dei prezzi del petrolio, importanti progetti sociali sono stati adottati con risultati spettacolari, in particolare le «missioni» di sanità pubblica (Barrio Adentro) e di istruzione, l'accesso alla proprietà della terra, la protezione delle piccole imprese di pesca, lo sviluppo di attività economiche, la commercializzazione a prezzo ridotto degli alimenti di base e così via.
    Sul piano internazionale il governo bolivariano ha condotto una politica di controllo dell'offerta petrolifera, svolgendo un ruolo attivo nell'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). Si è opposto alla creazione di una Zona di libero scambio delle Americhe (Alea), favorendo al contrario l'integrazione dei paesi latinoamericani.
    A questo scopo il Venezuela è entrato di recente nel Mercato comune del Sud (Mercosur) (3) e ha preso diverse iniziative come la creazione di un'impresa energetica sudamericana, la Petrosur, e la firma con l'Argentina del progetto di creazione di una televisione continentale.
    La vittoria di Chávez ha probabilmente permesso al paese di evitare una nuova ondata di violenze. È noto, infatti, che in caso di vittoria del «sì», i settori più radicali dell'opposizione avevano elaborato dei piani di occupazione immediata di diverse istituzioni strategiche del paese, in particolare della sede dell'impresa petrolifera Pdvsa, di diversi edifici ufficiali e ospedali della capitale. Tra gli esponenti più attivi dell'opposizione va ricordato il governatore dello stato di Miranda, Enrique Mendoza, uno dei numerosi candidati alla presidenza.
    Il giorno del colpo di stato dell'11 aprile 2002 era stato lui a inviare le forze di polizia a occupare la televisione pubblica.
    Nel suo stato Mendoza ha stabilito un regime di terrore, facendo ricorso tanto alla polizia quanto a killer prezzolati. Secondo il difensore civico di questo stato, nel corso del suo mandato più di 30 persone sono state uccise su commissione, mentre non si contano le detenzioni arbitrarie. È sempre nel dipartimento di Miranda che, l'8 maggio 2004, sono stati catturati 150 paramilitari colombiani reclutati per creare un clima di destabilizzazione in favore dell'opposizione (4).
    Una volta sventato questo pericolo, il governo potrà operare per la riforma della giustizia e per la lotta contro l'impunità. Questo impegno in favore dei diritti dell'uomo è stato pubblicamente riconosciuto dall'ex presidente Carter. Intervistato da un giornalista, il 14 agosto, l'ex presidente ha detto: «In Venezuela i diritti dell'uomo sono rispettati conformemente agli standard internazionali e vi è una piena libertà di stampa».
    Per l'opposizione venezuelana e per i media nazionali e internazionali che la hanno appoggiata, presentando Chávez come un «autocrate», un «tiranno», un «dittatore» o un «dirigente che parla, ma che non fa nulla», il fallimento del referendum rappresenta un colpo durissimo.
    I continui attacchi erano fondati sulla convinzione - accuratamente costruita dai media - che l'opposizione avesse dietro di sé almeno il 70% della popolazione, una maggioranza tale da rendere il governo illegittimo.
    Queste tesi sono state duramente smentite dai fatti e adesso l'opposizione si scaglia contro «il presidente populista» che «ha comprato» i voti dei poveri «dilapidando» la manna petrolifera in favore dei programmi sociali! Ma durante la serrata del dicembre 2002-gennaio 2003, che aveva paralizzato la Pdvsa e destabilizzato l'economia del paese, nessuno aveva fatto discorso del genere. Eppure questo sciopero insurrezionale, provocando una riduzione del 9% del Pil, ha comportato l'interruzione - per mancanza di fondi - di tutti i programmi sociali. Del resto era proprio questo il suo obiettivo.
    La vittoria del 15 agosto rimarrà «la vittoria del popolo». In vista del referendum il governo e i settori popolari avevano deciso di sottrarre agli apparati sclerotici dei partiti la responsabilità della campagna elettorale. Un appello è stato lanciato per organizzare dei comitati di base, chiamati pattuglie; ciò ha permesso di mobilitare più di 900.000 volontari e di creare una fitta rete estesa a tutto il paese. Riguardo i contenuti della campagna referendaria, il presidente Chávez e il comando della campagna elettorale, diretto dallo storico Samuel Moncada, hanno abilmente proposto dei riferimenti ad avvenimenti noti alla popolazione, come la battaglia di Santa Inés.
    Al contrario l'opposizione è sembrata prepararsi più a uno scenario di destabilizzazione che a una competizione elettorale. Una settimana prima delle elezioni, sfidando apertamente la legge, il governatore Mendoza dichiarava che avrebbe proclamato i risultati del referendum il 15 agosto alle 15, cioè prima dell'autorità elettorale e sulla base di uno spoglio privato condotto dalla Sumate, un'associazione finanziata dall'agenzia americana National Endowment for Democracy (Ned) (5). Inoltre i dirigenti dell'opposizione hanno dichiarato che avrebbero accettato solo i risultati proclamati dall'Osa e dal Centro Carter e non quelli del Cne (6).
    Verso le 13 del 15 agosto, mentre tutti gli annunci anticipati dei risultati erano vietati alla radio o in televisione, alcune e-mail inviate ai corrispondenti della stampa estera annunciavano la «vittoria irreversibile» dell'opposizione spingendo alcuni giornali più imprudenti come The Indipendent ad annunciare la sconfitta di Chávez. Tuttavia a partire dalle 23 le cinque reti televisive private, tutte contrarie al capo di stato, hanno cominciato a trasmettere cartoni animati o documentari, segno che per l'opposizione qualcosa non andava per il verso giusto. Lo stesso era successo il 13 aprile 2002, quando il popolo aveva occupato Caracas e circondato il palazzo di Miraflores per chiedere il ritorno del presidente sequestrato. Pochi minuti dopo che il Cne aveva annunciato la vittoria schiacciante dei «no», un dirigente del partito socialdemocratico Azione democratica (Ad) ha dichiarato di non accettare il risultato ufficiale e chiedeva di attendere quello del Centro Carter e dell'Osa.
    Quando dieci ore dopo questi due organismi hanno dichiarato che, fatte tutte le verifiche, i risultati annunciati si rivelavano attendibili, l'opposizione ha continuato a parlare di «brogli di massa» e a non accettare il risultato. Sconfessata dai presidenti Nestor Kirschner (Argentina), Luis Inacio «Lula» da Silva (Brasile), Fidel Castro (Cuba), così come dal filostatunitense Alvaro Uribe Veléz (Colombia) e dalla Commissione europea, che si sono tutti congratulati con Chávez, l'opposizione è stata comunque sostenuta in un primo tempo dagli Stati uniti. Washington ha rifiutato di accettare il risultato, pedissequamente seguita da Parigi, che si è limitata a «prendere atto» delle dichiarazioni di Carter e Gaviria.
    Ma alla fine anche il dipartimento di stato americano ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco e il 17 agosto ha riconosciuto la vittoria del presidente venezuelano, chiedendo però un controllo ulteriore dei risultati. Caracas non si è opposta e Carter ha annunciato che il controllo sarebbe stato fatto «su un campione di 150 liste elettorali in presenza dei rappresentanti del governo, dell'opposizione e di osservatori internazionali» (7). Tuttavia Mendoza ha rifiutato in anticipo il risultato di questo nuovo conteggio, affermando che il suo esito non avrebbe potuto vincolare giuridicamente l'opposizione.
    Nel frattempo Chávez, forte del suo verdetto, ha annunciato: «Il processo è irreversibile, il Venezuela ha cambiato per sempre». Intervistato dalla giornalista Tatiana Rojas, della nuova rete televisiva Vive, che gli chiedeva se questa vittoria permetterà alla rivoluzione di passare a una fase di autocritica del «processo», il presidente ha detto di ritenerla indispensabile e di fare affidamento proprio sulle televisioni comunitarie per dare vita a questa critica. Chávez ha inoltre proposto che i «battaglioni di campagna» si trasformino in «battaglioni sociali» per sostenere le varie «missioni», orientarle e chiedere una trasformazione dello stato.
    Queste nuove strutture e questa fiducia data ai militanti di base dovrebbe contribuire al rafforzamento della democrazia partecipativa, poiché questi militanti sanno bene che, come durante il sabotaggio petrolifero o il colpo di stato, sono stati loro a salvare il governo.

  6. #16
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    Predefinito tratto da WIRGILIO News 3 ottobre 2004

    TURCHIA/ EX MINISTRO CEM PROPONE FUSIONE FORZE CENTRO-SINISTRA

    03/10/2004 - 16:45
    Ma non saranno alterati gli equilibri in Parlamento

    Istanbul, 3 ott. (Ap) - L'ex ministro degli Esteri turco, Ismail Cem, ha detto oggi di essere disposto a fondere il suo piccolo partito (il Partito Nuova Turchia) con il Partito repubblicano del popolo, la principale formazione di opposizione, con l'obiettivo di procedere verso la riunificazone delle forze di di centro-sinistra.

    Cem, che è favorevole all'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, uscì nel 2002 dal Partito demcoratico di sinistra dell'ex premier Bulent Ecevit, e insieme ad altri parlamentari formò il Partito Nuova Turchia, che alle elezioni politiche del novembre 2002 ha raccolto appena l'1 per cento dei voti.

    Oggi Cem ha incontrato il leader del Partito repubblicano del popolo
    , Deniz Baykal, e domani vedrà i suoi compagni di partito per cercare di portare avanti il suo disegno. Una eventuale fusione delle due forze non cambierà gli equilibri nel Parlamento turco, dal momento che il partito di Cem non ha alcun seggio, e il Partito Giustizia e Sviluppo del premier Recep Tayyp Erdogan gode di una consistente maggioranza.

    copyright @ 2004 APCOM

  7. #17
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    Predefinito Elezioni in Afghanistan e Australia

    La straordinaria partecipazione al voto in Afghanistan registrata anche-cosa che ha la sua importanza-nelle campagne e nelle zone più distanti ,dimostra-ma non ce n'era davvero bisogno-la bontà dell'azione intrapresa dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale Unione Europea(una volta tanto concorde)compresa,nel portare avanti un processo di transizione politica che,attraverso le forme di democrazia possibili in quel contesto,porti alla stabilità politica e all'affidabilità nei rapporti con l'Occidente, un Paese che, sino a pochissimo tempo fa,era al tempo stesso oppresso da una feroce dittatura e santuario del terrorismo legato ad Al Quaeda.
    Un processo inoltre che ha e che avrà ancora di più nel prossimo futuro,benefiche ripercussioni nell'intera regione.Positiva in questo quadro,la sia pur scontata affermazione del Presidente ad interim Hamid Karzai.

    In Australia,vincono i conservatori del premier John Howard,stretto alleato del Presidente Bush nella lotta al terrorismo(l'Australia è il quarto Paese per numero di uomini impegnato in Iraq).Sconfitti i laburisti i quali,pur sostenendo senza riserve la necessità di contrastare il terrorismo,avevano esplicitamente ventilato in campagna elettorale,l'intenzione( nel caso di una loro vittoria),di ritirare entro l'anno le truppe dall'Iraq.
    omar proietti

  8. #18
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    Predefinito Kiev, di Davide Giacalone

    Quel che succede a Kiev ci riguarda, molto da vicino. L'Ucraina è un Paese di confine, un cuscino grande come la Francia, a dividere l'Unione Europea dalla Russia. Le elezioni presidenziali hanno visto fronteggiarsi il filo russo Yanukovich ed il liberale filo occidentale Yuschenko, il primo sostiene ...
    .... (continua)


    http://it.groups.yahoo.com/group/Rep...i/message/1507

  9. #19
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Le illusioni dell’89

    Fragile ed instabile la speranza democratica nell’Europa dell’Est

    Dopo il caso ucraino, ecco quello rumeno: anche a Bucarest l’opposizione ha accusato il governo di brogli elettorali e ha chiesto l’annullamento del voto. Così come è stato difficile - e lo è ancora - passare da un’economia di piano ad una di mercato, altrettanto difficile è nelle società dell’Est approdare ad una pura soluzione democratica ed accettarne le regole.

    Al di là della stretta contingenza ucraina, dove il rischio di scontri e le pressioni di Mosca turbano gravemente la soluzione di una vicenda tanto controversa, si incomincia a delineare il problema della stabilità dell’Est europeo e dei riflessi che potrà dare sulle strategie del continente.

    Ad esempio può l’Unione Europea estendersi a Paesi così fragili istituzionalmente, come la Romania e l’Ucraina ?

    E se la Russia non riuscisse a resistere ai suoi impulsi in difesa di vecchi privilegi, è possibile che i rapporti fra Russia ed occidente ritornino tesi?

    Lo scenario internazionale, quale si è evoluto anche solo negli ultimi due anni, dovrebbe offrire dei validi argini entro i quali contenere le più smodate fibrillazioni. Il fatto stesso che la protesta in Ucraina si sia finora svolta pacificamente e la ragionevolezza dimostrata da entrambe le parti in contesa nonostante la tensione, dimostrano un notevole senso di responsabilità. Ma l’assenza di una soluzione in tempi rapidi potrebbe far precipitare questo precario vuoto di potere. E purtroppo si intravede, con il caso rumeno, anche un aspetto più grave ed allarmante. Il sistema democratico quale si presenta in questi Paesi, non viene considerato affidabile, o per lo meno tale da consentire una deriva di protesta che può minarlo nelle radici. Senza contare casi tragici ed irrisolti, come appare quello ceceno. C’è nel complesso un’eredità dittatoriale, di partito unico e di gestione del potere in mani esclusive, che è difficile da smaltire. E c’è una vecchia Russia che si torce su se stessa ogni volta che viene messa di fronte alla sua perdita di dominio su una parte del mondo che considerava di sua competenza. Non vorremmo doverci presto rendere conto che le speranze accarezzate con la rivoluzione liberale del 1989, siano già esposte al rischio di un fallimento, con una nuova e più drammatica frattura, fra Est ed Ovest.

    Roma 1 dicembre 2004

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