Glez, Journal du Jeudi, Burkina Faso


Glez, Journal du Jeudi, Burkina Faso


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La Corea del Nord ci riprova minacciando i test atomici/Finora le strade diplomatiche sembrano scontrarsi con l'ambiguità della Cina
Una nazione "sigillata" continua a provocare
Ci siamo più volte occupati della grave situazione nordcoreana, denunciando l'arretratezza sociale ed economica di un Paese oppresso sotto il tallone dispotico di una feroce dittatura comunista, dotato di un temibilissimo arsenale bellico che più volte ha minacciato la vicina Corea del Sud e il Giappone (espressione entrambe di democrazia e di libero mercato, quindi di pace, libertà e sviluppo). La linea politica della Corea del Nord, in ossequio ad un'ideologia fallimentare che instrada l'uomo sulla via della schiavitù, condanna quel popolo a vivere in pieno medioevo, al cospetto di vicini all'avanguardia nello sviluppo scientifico e tecnologico, dall'elevato tenore di vita.
La notizia dei test
La nostra attenzione, nonché la nostra preoccupazione per la situazione internazionale, si spostano oggi drammaticamente in Estremo Oriente, in seguito alla notizia che Pyongyang, "costretta dall'ostilità americana", si appresta a svolgere test atomici, che fanno seguito a quelli missilistici di due mesi fa.
Forte è il sospetto che una tale notizia venga diffusa ad arte proprio a seguito dell'annuncio che il nuovo Primo Ministro giapponese Shinzo Abe condurrà due visite diplomatiche a Pechino e a Seul.
La Corea del Nord sembra così voler condizionare gli incontri tra i suoi vicini ed in particolare contrastare, sbandierando il vessillo minaccioso dell'atomica, la linea dura sostenuta in sede Onu dal Giappone. Un linea che trova il giusto appoggio statunitense.
Il Giappone aveva sostenuto presso le Nazioni Unite la necessità di procedere con sanzioni che fungessero da preludio ad un intervento militare contro Pyongyang, da parte di una forza multinazionale. La volontà nipponica, che trova nel nuovo premier uno suoi interpreti più convinti, è quella di risolvere una volta per tutte la gravissima questione nordcoreana, che ogni ora che passa assume contorni sempre più drammatici.
A questa linea si erano opposti proprio la Corea del Sud e la Cina: la possibilità di sanzioni era stata, quindi, scartata.
Successivamente, nel febbraio dello scorso anno, la Corea del Nord aveva annunciato al mondo di essere in possesso di armamenti nucleari. Subito era stata intrapresa una trattativa internazionale, ospitata da Pechino, volta a disinnescare la minaccia. Una trattativa che è, e rimane, in stallo da mesi.
La situazione era sembrata precipitare a Luglio quando si erano svolti test missilistici, prologo dell'annuncio odierno. Da allora l'attenzione e la preoccupazione per le mosse del Governo nordcoreano era rimasta alta. La via diplomatica, perorata da Seul, che teme (ovviamente) una guerra totale dalle conseguenze inimmaginabili, era stata frustrata da questo atteggiamento ostile, ed anche a Pechino si era avvertito qualche imbarazzo.
Oggi la situazione sembra ancora una volta precipitare.
Stato canaglia
La Corea del Nord è giustamente considerata uno "Stato canaglia" dagli Stati Uniti. Del resto, alle assicurazioni circa il ridimensionamento del proprio arsenale militare, Pyongyang ha quasi sempre fatto seguire nuovi test e nuove minacce, nel perseguimento di una strategia folle che come uno sbocco sembra avere appunto la guerra totale e nucleare (cosa, per altro, già minacciata nel 2003 quando si prospettava un attacco preventivo da parte degli Usa).
La via diplomatica sembra non bastare per risolvere una crisi che può essere micidiale per il destino di un elevatissimo numero di vite umane (sappiamo tutti che la zona in questione è tra le più popolose della Terra).
La soluzione può essere trovata solo tenendo conto di quello che è il regime comunista della Corea del Nord: un sistema ermeticamente chiuso. La penetrazione informativa, la conoscenza sembra essere l'unica arma in grado di cambiare le cose. Ma il regime proibisce tutto, giungendo a controllare anche le menti della popolazione, come sostiene Geri Morellini nel suo libro "Dossier Corea. Viaggio nel regime più isolato del Mondo". Vivere in Corea del Nord vuol dire vivere nell'incubo, convinti, tuttavia, che non esista altro luogo migliore dell'incubo nel quale si è costretti a vivere.
Ma perché una diffusione dell'informazione avvenga in modo efficace bisogna creare i presupposti, il che vuol dire mettere in difficoltà il regime di Kim Jong Il aprendo uno spiraglio in questa fitta nebbia che avvolge la Corea del Nord.
Fidarsi della Cina?
Una soluzione in tal senso sembra essere quella di far "pressioni" sulla Cina perché muti il proprio atteggiamento verso Pyongyang. Fin tanto che la Cina (che ne è l'unico interlocutore) manterrà, infatti, una linea politica che è poco definire ambigua con il regime nordcoreano, assisteremo da parte di questo a folli dimostrazioni di forza e a continue minacce. Solo applicando delle sanzioni si potrà ridimensionare la minaccia nordcoreana ed intavolare una trattativa che sia credibile.
Tuttavia siamo convinti che le reticenze della Cina saranno tantissime, o comunque difficili da superare. Oltretutto, come fidarsi, in questa vicenda, di chi viola continuamente i diritti umani? Ragione per cui, bisogna essere comunque pronti all'eventualità che il tentativo di battere la via diplomatica dovesse per l'ennesima volta naufragare.
Nessuna via d'uscita
Un'ultima considerazione a supporto delle argomentazioni che ci spingono a sostenere un intervento a breve, per risolvere la questione nordcoreana: quanto può sopravvivere una nazione sigillata, tenuta in isolamento costante dal resto del mondo? Ebbene, non vi è dubbio che il regime di Pyongyang prima o poi cadrà nell'oblio, come ha vissuto da cinquant'anni a questa parte e come continua a vivere. A mio avviso non possiamo però stare in paziente attesa, sopportando minacce e crisi continue, in vista (non si sa fra quanto) di un crollo, che dovrebbe poi avvenire senza traumi. Ma come dice il saggio: tanto più il nemico è disperato e morente tanto più la sua lotta sarà strenua e feroce, fino alla fine. E se nell'attesa del crollo, dovesse cambiare il leader e ad ereditare il potere sarà un personaggio con meno scrupoli di Kim Jong Il? Come aspettarsi, oggi, un dittatore nordcoreano illuminato che apra il suo Paese al mondo?
Insomma, la Corea del Nord non ha via d'uscita: bisogna "stringerla alla corde" con una linea diplomatica dura e senza cedimenti, né ambiguità, che riesca a stanarla dal vicolo cieco dove è finita. Per essere credibile, però un'azione diplomatica non può prescindere dal prospettare, e se del caso, applicare qualche forma di "sanzioni".
Bisogna agire, prima che il crine di cavallo che tiene questa spada di Damocle si spezzi.
Giovanni Postorino
Roma, 2 ottobre 2006
tratto dal sito del Partito Repubblicano
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FAME, MIGRAZIONI, SICCITA': ECCO IL MONDO NEL 2100
LONDRA - Siccità, guerre per l'acqua e milioni di persone costrette ad emigrare a causa di carestie e epidemie: è questo lo scenario apocalittico del mondo alla fine di questo secolo, dipinto in un rapporto sui cambiamenti climatici dell'autorevole Hadley Centre for Climate Prediction and Research. Secondo lo studio - presentato alla conferenza sul clima tenutasi in occasione del congresso annuale del partito conservatore a Bournebouth - al quale hanno lavorato i più eminenti climatologi britannici, entro il 2100 la metà della superficie della Terra sarà stretta nella morsa della siccità, mettendo in pericolo l'esistenza di milioni di persone, con gravi ripercussioni socio-economiche su tutto il pianeta.
E' la prima volta che la minaccia della siccità - provocata dall'effetto serra - viene misurata in maniera oggettiva utilizzando il supercomputer dell'Hadley Centre basato su modelli climatici. Lo studio - condotto da Eleanor Burke e da due altri colleghi del centro e che verrà pubblicato alla fine del mese sulla rivista scientifica The Journal of Hydrometeorology - fa una previsione su come un indice di siccità chiamato Palmer Drought Severity Index (PDSI) aumenterà nei prossimi decenni, in relazione alla diminuzione delle piogge e all'aumento delle temperature globali causato dall'effetto serra.
Dai risultati emerge che una siccità moderata, che attualmente colpisce il 25% della superficie del pianeta, colpirà il 50% di essa entro il 2100, mentre un livello di siccità grave, ora riscontrabile soltanto sull'8% della superficie della Terra, sarà presente invece sul 40% di essa. La siccità estrema, salirà invece dal 3 al 30%. E secondo gli scienziati, per quanto disastrose, tali previsioni sarebbero addirittura ottimistiche.
Lo studio non ha tenuto infatti conto del potenziale impatto sulla siccità dovuto all'effetto del riscaldamento gobale sul ciclo dell'acqua, che potrebbe modificarsi in maniera irreversibile. In un'altra ricerca dell'ufficio meteorologico britannico, che analizza anche i cambiamenti del ciclo dell'acqua, i livelli di siccità previsti per il futuro sono infatti persino più alti. I risultati della ricerca hanno provocato reazioni sgomente da parte delle associazioni umanitarie e degli esperti di sviluppo internazionale, che temono che i Paesi poveri saranno quelli che pagheranno il prezzo più alto della mancanza d'acqua. "Non c'é aspetto della vita nei Paesi in via di sviluppo che non verrà colpito da queste previsioni: la capacità di produrre cibo, la capacità di avere misure igieniche adeguate, la disponibilità di acqua.
Per centinaia di milioni di persone, per le quali arrivare alla fine del giorno già oggi è difficile, questa sarà la spinta oltre il precipizio", ha detto Andrew Simms della New Economics Foundation, uno dei massimi esperti britannici sugli effetti dei cambiamenti climatici sul Paesi in via di sviluppo. "E' terrificante. Si tratta di una condanna a morte per milioni di persone. Porterà a migrazioni mai viste, a livelli che i paesi poveri non riusciranno ad affrontare", ha dichiarato Andrew Pendleton dell'associazione umanitaria Christian Aid.
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06.10.2006 Così risorge Kabul, liberata dai talebani
uno dei successi della guerra al terrorismo
Titolo: «Kabul risorge e dimantica i talebani»
Dal GIORNALE del 6 ottobre 2006:
Accovacciati sopra un'impalcatura traballante, gli operai lucidano con uno spazzolino da denti i merletti di marmo bianco della tomba di Babour Shah. Attraverso la delicata dentellatura, opera di scultori mogol, passa la luce del sole al tramonto, che brilla lontano sui resti dei tetti di zinco dell'antico palazzo reale Darulaman, accende qualche riflesso sui vetri delle case, situate più in basso, nei quartieri occidentali di Kabul, e delinea sul cielo di un blu profondo le creste color terra delle montagne circostanti. Grandi restauri Iniziati nel 2002, i lavori di restauro dei giardini di Babour, devastati dai combattimenti fra le fazioni rivali di mujaheddin, che hanno sconvolto la capitale afghana fra il 1992 e il 1996, sono quasi giunti al termine. L'elegante tomba di marmo del principe mogol, morto ad Agra dopo aver conquistato l'India nel 1526 e sepolto, secondo le sue volontà, nell'amata città di Kabul, porta ancora le tracce di pallottole e di graffiti. Ma gli alti muri di cinta in pisé (misto di argilla battuta con sassi e paglia, ndt), che scendono lungo il versante della montagna, sono stati ricostruiti. Molti alberi da frutta sono stati ripiantati. Fra poco, l'acqua scorrerà di nuovo a cascata lungo i canali che scendono a gradoni verso la parte più bassa del giardino, e le rose, tanto care agli afghani, stanno già rifiorendo nei cespugli. «Oh splendida città di Kabul, nel tuo abito di montagne scoscese - scriveva nel XVII secolo il poeta persiano Saib i-Tibrizi -. Nessuno può narrare la bellezza delle lune sopra i tuoi tetti, né le centinaia di mirabili soli nascosti dietro le tue mura». Vent'anni di guerre Ma anche se le creste aguzze si innalzano ancora nel mezzo della capitale afghana, inerpicata a oltre 1.700 metri di altezza fra le maestose montagne dell'Indu Kush, i muri e i tetti di Kabul hanno patito la guerra, che ha sconvolto l'Afghanistan per circa vent'anni, e alla quale la città ha pagato un pesante tributo. Quartiere generale delle truppe sovietiche durante il protettorato instaurato da Mosca sull'Afghanistan fra il 1979 e il 1989, Kabul è rimasta tuttavia quasi intatta alla caduta del regime comunista di Najibullah, nel 1992. Ma la guerra arriva in città il giorno stesso. I mujaheddin di Ahmed Shah Massoud scendono dai loro feudi del Panshir e si impadroniscono del centro della città, a nord del fiume Kabul. Il rivale e nemico di sempre, Gulbuddin Hekmatyar, si posiziona sulle alture a sud e bombarda il centro della città con i suoi cannoni e le batterie di katiuscia. Per più di tre anni, le fazioni afghane si disputano le vie del centro e le alture che ne consentono il controllo, devastando monumenti e case. Gli abitanti che non possono fuggire, si rifugiano fra le rovine, senza acqua né elettricità. Il regime islamico Ma nemmeno la fine dei combattimenti, nel 1996, porta alla liberazione. I talebani, che entrano senza combattere nella capitale afghana, con i loro turbanti neri e i loro vessilli bianchi, condotti da mullah semianalfabeti e da un islam primitivo e immaginifico, sono dei contadini pashtun che non hanno mai visto una città in vita loro. Sotto il loro giogo, Kabul piomba in un triste dopoguerra. Messi al bando fotografi e musicisti. Chiuse le scuole femminili. Mentre la polizia religiosa della Repressione del Vizio e Promozione della Virtù controlla le barbe troppo corte e le donne che non indossano il burqa. La campagna aerea dell'esercito statunitense, che disperde gli studenti di religione e riapre le porte della città ai mujaheddin del Panshir all'inizio dell'inverno 2001, ha restituito la vita alla città martire. Se mai poteva esserci anche un solo successo nella campagna lanciata dagli Stati Uniti al cuore del mondo musulmano dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, ebbene, questo successo è rappresentato dalla rinascita di Kabul. Tornano gli esuli La presenza dei contingenti stranieri dell'Isaf, la Forza internazionale delegata a garantire la sicurezza nella città, viene vissuta da quattro anni come un sollievo da parte di una popolazione straziata da anni e anni di guerra. Centinaia di migliaia di profughi afghani hanno potuto rientrare dal Pakistan, e la popolazione di Kabul è passata da circa 700mila abitanti a tre o quattro milioni. Malgrado gli attentati che colpiscono sporadicamente la città, e la ricomparsa dei talebani che si sollevano nelle province del sud e dell'est, la città - per lungo tempo miserabile e rassegnata - ha ripreso fiato. Intorno ai giardini di Babour, nelle vie che scendono verso il fiume Kabul, le stigmate dei combattimenti devastatori si stanno attenuando. Le rovine delle case, le cui pareti squarciate tornano nella terra afghana color polvere come blocchi di ghiaccio fuso al cioccolato, vengono a poco a poco rimpiazzate da piccoli chioschi, che riaprono uno dopo l'altro. Venditori di paccottiglia pakistana multicolore, stagnini e fabbri, riparatori di moto giapponesi e venditori ambulanti di frutta e verdura con bancarelle grondanti di cocomeri e frutti. Lungo il Jadi Maiwand - la grande arteria commerciale, che in altri tempi correva attraverso i viali coperti di Chor Bazar e che i combattimenti fra mujaheddin avevano trasformato in una seconda Stalingrado - sono sorti qua e là degli edifici moderni, con i vetri colorati alla moda pakistana. La circolazione è anarchica e vivace. Taxi gialli, vecchie Moskovich sovietiche o Toyota Corolla, enormi 4x4 bianche delle Nazioni Unite o convogli delle società di Sicurezza americane dagli spessi vetri colorati, si incrociano a suon di clacson, ignorando i segnali dei poliziotti afghani in guanti bianchi, che tentano di mettere un po' d'ordine in questo caos viaggiante. Il telefonino spopola Il telefono portatile, che ha fatto la sua comparsa a Kabul, è diventato l'ultimo oggetto alla moda. Le due società, la Afghan Wireless e la Roshan, hanno riempito la città di manifesti pubblicitari che raffigurano bambini sorridenti, giovani donne dalle splendide dentature e mujaheddin barbuti, tutti con il portatile incollato all'orecchio. Nelle strade, distinti signori con berretti di astrakan, o vestiti in shawar, la barba folta e il piglio serio sotto il turbante o il pakol, camminano a due a due tenendosi per il mignolo secondo la moda afghana, il portatile nell'altra mano. Nel bazar si incrocia ancora qualche burqa. Ma nelle vie del centro, la maggior parte delle donne afghane hanno rimpiazzato il burqa con un semplice scialle. Gli elegantoni passeggiano sotto ombrellini parasole. Le ragazzine e le liceali che escono da scuola o dal Liceo Malalaï con i libri sotto al braccio, indossano solo un velo bianco sopra la divisa nera. Il Liceo Istiqlal, l'istituto creato dalla Francia nel 1923 e i cui edifici, dallo stile moderno un po' obsoleto, erano stati inaugurati da Georges Pompidou nel 1968, è stato rinnovato. Le aule sono al completo e il cortile è pieno di bambini che corrono spensierati. Nuovi ricchi e tanti poveri Il contrasto fra la miseria quasi medievale dei portatori d'acqua o degli Hazaras, agganciati come bestie da soma ai loro carretti a mano, e la prosperità dei nuovi ricchi - signori della guerra trasformati in uomini d'affari immobiliari, baroni della droga o ricchi uomini d'affari di ritorno dall'esilio in Occidente - non poteva essere più impressionante. «Certo, una parte del denaro investito a Kabul è indubbiamente di origine non proprio chiara», ammette Sami Hassan, un uomo d'affari afghano rientrato dalla California nel 2002. «Ciò nondimeno, si inserisce nell'economia locale. E sicuramente questo denaro arriva in modo più diretto alla popolazione che non molti progetti sponsorizzati dalle Ong occidentali», dice. Nelle serate organizzate da questi emigrati rientrati al loro Paese dopo un esilio di oltre vent'anni, le conversazioni passano dalla lingua dari al tedesco, all'inglese o al francese. I segni più evidenti di questa prosperità ritrovata sono gli immobili dalle facciate di vetro, che spiccano nel centro della città, in mezzo alle case divenute color terra per la polvere. Il Kabul City Center, che sorge vicino al parco di Sah-i-Nau con la sua facciata di vetro scuro color pistacchio, stona un po' con gli edifici più vecchi che circondano questo parco dai grandi alberi malinconici. Ma i perditempo vengono qui per ammirare le boutique con le luci al neon, copia afghana di un mall americano. Afghani provenienti dalla campagna, con lo scialle ripiegato sulla spalla, in testa il pakol tajiko o il grande turbante pashtun, guardano con un certo stupore le prime scale mobili della città. O lo strano distributore di banconote, installato da poco da una delle nuove banche afghane. «Mi piace, perché è tutto in ordine», dice Raihane, un giovane studente di medicina di Kabul. In questo Paese dalle montagne aride e dal clima rude, dove regnano la polvere e i muri di pisé color terra, queste nuove costruzioni rappresentano il futuro. «C'è seria preoccupazione per il mantenimento dell'immagine di Kabul», dice una giovane afghana, laureata in Architettura in Germania, che da due o tre anni sta elaborando un programma di protezione della città. Sorridente, fumando una sigaretta, in jeans sotto la lunga camicia afghana, ci mostra sulle cartine colorate del suo ufficio i quartieri storici di Kabul. «Abbiamo selezionato un certo numero di luoghi che devono essere protetti. Nessuna costruzione che superi due piani. Ma sono un po' pessimista. Tutto procede così in fretta e nella più totale anarchia». «La città è cambiata» Nei giardini dell'Atmosphère, un ristorante francese divenuto luogo di incontro della piccola comunità di espatriati occidentali a Kabul, Marc Victor istruisce la sua squadra di camerieri. Sono tutti giovani reclutati da una Ong afghana, che si occupa del loro reinserimento. Al suono della musica lounge, questi giovani imparano a cucinare e a servire vino francese, anche se la legge afghana autorizza l'uso di alcol soltanto agli stranieri. «Sono a Kabul ormai da più di tre anni - spiega Marc Victor -. La città ha fatto un notevole cambiamento durante questo periodo. Il commercio è in ripresa, il denaro circola, questo è indubbiamente positivo, anche se resta ancora molto da fare». Il venerdì, gli afghani vanno con le famiglie a fare pic-nic a Paghman, una valle che si inerpica verso le montagne a ovest della città, e che era l'antica residenza estiva dei re afghani. Sulle sponde di un lago artificiale, i bambini si divertono nel piccolo parco giochi allestito sulla riva, un'oasi di verde fra le colline color terra. In questo preciso punto, dieci anni fa, una batteria di katiuscia era puntata sulla città.
Le Figaro/Volpe (traduzione di Rosanna Cataldo).
omar proietti


Dalle intenzioni provocatorie la Corea del Nord è passata ai fatti/E il solito coro retorico tipico del regime ha salutato questo esperimento destabilizzante
Pyongyang e il ruolo ambiguo svolto dalla Cina
Dalle parole provocatorie che avevamo interpretato come inaccettabili minacce alla vigilia dello storico incontro tra il governo giapponese e quello cinese, si è passati in queste ore ai fatti. La Corea del Nord ha compiuto un esperimento nucleare confermato dalla registrazione di un evento sismico di magnitudo 3,58 della scala Richter. L'esperimento è stato salutato con il solito coro retorico, tipico del regime nordcoreano: "Evento storico che ha portato felicità all'esercito e alla popolazione" riporta, a commento del fatto, la Korean Central News Agency, agenzia ufficiale del governo di Pyongyang.
Intanto, mentre procede il viaggio diplomatico di Abe, premier giapponese, in queste ore in Corea del Sud, si sono attivate le procedure per un'immediata convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ed il Ministro degli esteri nipponico ha paventato la possibilità di un'applicazione dell'articolo 7 dello Carta dell'Onu che dia il via libera ad un intervento militare contro la Corea del Nord.
Alla ferma condanna statunitense e britannica si è aggiunta anche quella dell'India, della Ue e, cosa fondamentale, della Cina.
In queste ore, quindi, anche il governo cinese ha reagito ai test nucleari definendoli un atto inaccettabile e chiedendo espressamente alla Corea del Nord di "tenere fede ai suoi impegni per una penisola coreana denuclearizzata, di mettere fine a tutte le iniziative che potrebbero deteriorare la situazione e di riprendere il cammino verso i negoziati a sei nazioni". A parole la Cina ha reagito duramente ai test nordcoreani e tale linea, insolita da parte del governo di Pechino, non può che essere salutata positivamente quale unico deterrente diplomatico contro il governo di Pyongyang.
Gli Stati Uniti non possono auspicare altro che questa soluzione. In passato hanno agito colpendo il leader stalinista Kim Jong Il da un punto di vista finanziario, bloccando un conto corrente grazie al quale il dittatore coreano riciclava denaro e soddisfaceva i propri "lussuosi" desideri, mentre la sua popolazione muore di stenti e vive in gran parte segregata in campi di concentramento.
Ma, stretta finanziaria a parte, la Casa Bianca difficilmente può prospettare a breve un intervento armato contro Pyongyang. Bush ha, giustamente, inserito la Corea del Nord tra i cosiddetti "stati canaglia", ma cosa si possa fare per impedire che questo stato abbia l'atomica o continui nei suoi test militari rimane ancora un problema di difficile soluzione, e ciò proprio in virtù dell'incognita cinese.
Gli Stati Uniti, infatti, concretamente possono poco. Ad oggi, imbarcarsi in una missione militare dagli scenari incerti e dagli effetti disastrosi, considerando che Pyongyang ha l'atomica e non ne fa mistero né avrebbe alcuna remora ad usarla, potrebbe essere un errore fatale per il destino di milioni di vite umane. Inoltre, incerti sarebbero gli scenari che si aprirebbero: verosimilmente, un fronte di guerra totale con il saldarsi dei regimi islamici fondamentalisti e dei gruppi terroristici con il regime di Pyongyang. La situazione internazionale assumerebbe contorni drammatici e insostenibili anche a seguito del fallimento di qualche giorno fa dei negoziati con Teheran in merito al problema del nucleare iraniano che ha portato a prospettare concretamente l'ipotesi di sanzioni contro lo Stato degli Ayatollah.
È, quindi, proprio l'impotenza della comunità internazionale a consentire a Kim Jong Il di alzare sempre più la posta e di inasprire sempre più le proprie minacce. Si rimane ancora in una situazione di impasse di difficile soluzione, in attesa di un'evoluzione dei fatti non si sa verso quale orizzonte.
Considerato che la Russia, sempre più impelagata nei suoi problemi interni e nei rapporti difficili con le Repubbliche nate dalla frammentazione dello Stato sovietico, difficilmente potrà giocare un ruolo di primo piano in uno scacchiere dal quale si è, del resto, tenuta lontano, se si eccettuano i ripetuti inviti alla ricomposizione delle tensioni per via diplomatica, l'unica risposta seria passa allora per Pechino.
La Cina è la protettrice del governo dispotico di Kim Jong Il e riteniamo, come abbiamo più volte sostenuto, che basterebbe superare l'ambiguità di Pechino perché il regime comunista assoluto della Corea del Nord cada miseramente, come miseramente ha vissuto. La Corea si è isolata ermeticamente dal resto della comunità internazionale, ed è dalla Cina che riceve il proprio sostentamento in fatto di energia, petrolio, alimenti, aiuti di ogni genere. Nel momento in cui la Cina dovesse chiudere i propri rapporti diplomatici e commerciali, il governo stalinista di Kim Jong Il non resisterebbe a lungo. E Pechino questo lo sa benissimo.
Bisogna, a questo punto capire quanto la Cina abbia realmente intenzione di disinnescare il pericolo nordcoreano. La Corea del Nord è semplicemente, ne siamo convinti, una pedina importantissima nella partita che si sta giocando sul futuro dell'Asia, sia da un punto di vista politico che economico, e sui rapporti con gli Stati Uniti.
La Cina, quindi, verosimilmente, continuerà nel suo atteggiamento ambiguo, ed alle dure parole di condanna non farà seguito alcuna azione concreta. Del resto, nella nota diramata da Pechino si legge anche un invito a tutte la parti a dare dimostrazione di calma per riprendere le trattative diplomatiche. Il che sembra avere tutto il sapore di una conferma.
Giovanni Postorino
tratto dal sito del Partito Repubblicano
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10.2006 Verso una "Norimberga di Al Qaeda"
Bush firma la legge che porterà davanti ai tribunali i terroristi islamisti
Testata: La Stampa
Data: 18 ottobre 2006
Pagina: 13
Autore: Maurizio Molinari
Titolo: «Ora Bush legalizza Guantanamo»
Da La STAMPA del 18 ottobre 2006:
«Firmo in memoria delle vittime dell'11 settembre». Pronunciando queste parole nella East Room della Casa Bianca il presidente americano, George W. Bush, ha promulgato il «Military Commissions Act», la nuova legge del Congresso che consente alla Cia di mantenere le prigioni e interrogare i terroristi detenuti ponendo le basi legali per la celebrazione dei processi ai leader di Al Qaeda.
«Grazie a questa legge i responsabili dell'assassinio di circa 3000 innocenti saranno portarti di fronte alla giustizia» ha detto il presidente, facendo trapelare l'intenzione di iniziare la «Norimberga di Al Qaeda» in tempi stretti, prima di lasciare la Casa Bianca a fine 2008.
Sono due i perni della legge. Primo: riguardo agli interrogatori da parte della Cia prevede la protezione dei detenuti da abusi gravi come «violenze carnali, torture, trattamenti crudeli e inumani», ma nega loro il diritto all'assistenza legale e consente al presidente Usa di «interpretare il significato e l'applicazione» delle convenzioni internazionali, a partire da quella di Ginevra, per autorizzare metodi di interrogatorio più aggressivi se necessario. Secondo: sui processi prevede che siano «giusti, legali e necessari», ma priva gli imputati del diritto di appellarsi alle norme dell'Habeas Corpus per contestare la propria detenzione come «illegittima».
La legge è stata voluta dalla Casa Bianca e approvata dal Congresso a maggioranza repubblicana per far fronte alle obiezioni sollevate dalla Corte Suprema sulla legalità delle corti militari speciali che dovranno processare 14 leader di Al Qaeda e oltre 400 detenuti di Guantanamo.
La reazione dell'Unione americana per le libertà civili (Aclu) è critica.
Mentre Bush firmava, fuori della Casa Bianca alcuni gruppi religiosi manifestavano e 15 di loro sono stati arrestati quando hanno rifiutato di allontanarsi.
Per far fronte alle critiche è possibile che il presidente pubblichi nei prossimi giorni un «ordine esecutivo» per spiegare nei dettagli l'applicazione della legge.
Ma al momento il «Military Commission Act» serve alla Casa Bianca per riportare l'attenzione del grande pubblico sulla lotta al terrorismo e tentare di far riguadagnare terreno ai repubblicani, dati perdenti dai sondaggi in vista del voto del 7 novembre sul rinnovo parziale del Congresso.
A esprimere invece un'opinione in sintonia con la nuova legge è stato l'ex presidente democratico Bill Clinton, che in un'intervista alla radio Npr si è detto favorevole a consentire all'inquilino della Casa Bianca di decidere in casi specifici il ricorso alla tortura. «Supponiamo - ha detto Clinton - che sia stato catturato il vice di Osama bin Laden, che è al corrente di un attacco che avverrà entro tre giorni in Europa o negli Usa. Ora, si tratta dello scenario nel quale il presidente può avere bisogno del diritto di avvalersi della tortura per salvare delle vite innocenti».
Subito dopo gli attentati dell'11 settembre fu il giurista liberal di Harvard, Alan Dershowitz, il primo a ipotizzare simili situazioni estreme, proponendo l'istituzione di «ordini di tortura» presidenziali.
omar proietti


Il ministro della Giustizia americano prova a spiegare la guerra al terrorismo a un'Europa che forse non vuole capire
Testata: Il Foglio
Data: 27 ottobre 2006
Pagina: 2
Autore: la redazione
Titolo: «Interrogare il nemico»
Dal FOGLIO del 27 ottobre 2006:
Berlino. Il ministro della Giustizia americano, Alberto Gonzales, è impegnato in un tour europeo per spiegare agli alleati del Vecchio continente il Military Commissions Act, firmato settimana scorsa dal presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. Il nuovo pacchetto di leggi – frutto di un’intensa e a tratti aspra negoziazione tra l’Amministrazione e il Congresso – regolamenta le procedure di detenzione e i processi degli “enemy combatant”, nonché gli strumenti di intelligence a disposizione per combattere la guerra al terrorismo. L’Europa, com’è noto, è critica nei confronti dei metodi utilizzati dagli Stati Uniti nel trattamento dei prigionieri. Dalla nostra parte dell’Atlantico si alzano ogni giorno voci che chiedono la chiusura immediata di Guantanamo. Ieri il Guardian riportava in prima pagina la notizia – ricavata da un report segreto d’intelligence finito nelle mani del quotidiano liberal inglese – che la Cia avrebbe fatto pressioni sulla Germania per mettere a tacere le proteste europee sulla situazione dei diritti umani nel nord Africa (in Marocco, in particolare) all’interno del “programma dei voli clandestini della tortura” messo in piedi dai servizi americani. Ospite del German Marshall Fund, Gonzales ha presentato obiettivi e metodi della legge e non ha perso l’occasione per dire: “Nonostante le continue richieste di chiudere Guantanamo, gli Stati Uniti hanno ricevuto ben poco aiuto dai nostri alleati europei riguardo al destino di questi detenuti”: Washington ha più volte chiesto alle cancellerie europee un aiuto nel rimandare i detenuti del supercarcere di Cuba nei loro paesi d’origine, facendo pressioni per il rispetto dei diritti umani, ma non ci sono stati molti contributi. Il punto di partenza, secondo il ministro della Giustizia, è molto semplice: “Al Qaida è chiaramente in uno stato di conflitto armato con gli Stati Uniti e i suoi alleati” e “i membri di al Qaida non sono semplicemente criminali comuni”. E’ la guerra, cari colleghi europei, e non è la guerra tradizionale regolamentata in passato, quella “tra stati nazione” o quella “civile interna a un unico stato”. E’ la guerra al terrorismo, a un nemico difficile da individuare e processare, e come tale ha bisogno di regole differenti. Il che non significa – ha specificato bene Gonzales – che “poiché gli Stati Uniti pensano che uno stato di guerra esista, non debba trovare spazio la ‘rule of law’”. L’America non ha alcun interesse a fare “il secondino del mondo” né a “rinchiudere individui che non minacciano i nostri cittadini”. Lo stesso messaggio era stato lanciato anche da John Bellinger, consigliere giuridico del dipartimento di stato, a Roma, in occasione del quinto anniversario dell’11 settembre: “Il ministro della Difesa inglese, John Reid, ha esortato la comunità internazionale a valutare se la Convenzione di Ginevra sia appropriate per gestire il conflitto con terroristi internazionali capaci di operare su scala globale. ‘Se non lo faremo’, dice, ‘rischiamo di continuare a combattere un conflitto del Ventunesimo secolo con regole del Ventesimo secolo’. In modo analogo, ritengo che dobbiamo ragionare sui modi per applicare i trattati sui diritti umani e la giustizia senza nuocere alla capacità di proteggere le nostre società”. La definizione dell’articolo 3 di Ginevra Gonzales ha spiegato punto per punto in che cosa consiste il Military Commissions Act, ricordando che le attività d’intelligence e di interrogatorio che tanto scandalizzano gli europei hanno permesso di sventare attentati che avrebbero coinvolto gli europei stessi. In particolare, ha sottolineato: “Le procedure delle commissioni militari, come di tutti i tribunali per i crimini di guerra internazionali, sono adattate alle circostanze del tempo di guerra, ma contengono tutte le protezioni che noi, nella comunità internazionale, consideriamo fondamentali”. Così Gonzales è partito con un elenco dettagliato delle garanzie a tutela dei presunti terroristi: il processo è presieduto da un giudice militare indipendente, la cui imparzialità è protetta dalla legge; l’accusato sarà considerato innocente finché non è provata la sua colpa oltre ogni ragionevole dubbio; l’accusato ha il diritto di esaminare e di rispondere a ogni prova presentata dall’accusa; la comunità internazionale potrà osservare prove e processi, che saranno aperti e pubblici; e sarà bandita ogni prova raccolta attraverso la tortura. In seguito, l’Act garantisce la possibilità di appellarsi sia a una corte militare sia a una civile. Gonzales ha infine affrontato il capitolo riguardante l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra.Prima che fosse approvata la legge, Bush aveva chiesto chiaramente al Congresso di definire la dicitura “oltraggio alla dignità umana” che compare nella Convenzione, definendola “troppo vaga”. Soprattutto, voleva tutelare gli agenti segreti, che – preoccupati – stavano stipulando assicurazioni private a raffica. “Il Military Commissions Act – ha spiegato Gonzales – rafforza l’impegno degli Stati Uniti nei confronti di Ginevra, fornendo chiarezza al significato dei termini usati”. Il pacchetto di legge definisce nove “gravi violazioni” dell’articolo 3, che includono omicidi, torture – “che sono già illegali nella legislazione americana”, ha precisato Gonzales – abusi sessuali ed esperimenti umani.
omar proietti



