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Discussione: Una Finestra sul Mondo

  1. #41
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    In Provincia di Ravenna Odg sulle violenze in Darfur

    (13/6/2008 17:05) (Sesto Potere) - Ravenna - 13 giugno 2008 - Il consiglio provinciale ha approvato all’unanimità il seguente ordine del giorno, presentato dal capogruppo Partito Repubblicano Moraldo Fantini, relativo alla violazione dei diritti umani in Darfur:
    “ Premesso che: il conflitto in Darfur è cominciato nel 2003, quando alcune tribù africane si sono ribellate contro il governo arabo di Khartoum, accusandolo di decenni di discriminazioni ed emarginazione; il governo ha risposto con violenza; i capi di milizie sudanesi ed arabe Janjaweed sono accusati di crimini di guerra e contro l’umanità, fra cui persecuzioni, omicidi, torture e stupri; si condanna ogni mira imperialista ritenendo opportuno sostenere con fermezza vere missioni di pace in questa terra, in cui il conflitto civile ha causato circa 200mila morti e due milioni e mezzo di sfollati; purtroppo, anche in questi giorni continuano saccheggi e attacchi ai villaggi da parte dei gruppi armati; addirittura soldati e ribelli stuprano anche bambine, considerate "bottino di guerra"; le forze di sicurezza anche internazionali di pace non riescono ad arginare queste tragedie; il governo del Sudan ha un atteggiamento "morbido" verso i colpevoli di tali orribili crimini. Conseguentemente, il consiglio provinciale condanna fermamente ogni crimine di guerra o contro l’umanità.Invita, quindi, le Autorità italiane, europee e internazionali, competenti in materia, ad attivarsi sia sotto i profili umanitari e della sicurezza, sia per far cessare al più presto anche in Darfur persecuzioni, omicidi, torture e stupri, particolarmente di indifese fanciulle”. Hanno preannunciato il voto favorevole dei propri gruppi i consiglieri Roberto Gualandi, L’Ulivo-Pd e Marta Farolfi AN-Il Popolo della Libertà.

    tratto da http://www.quotidianodelnord.it/inde...120&Rid=167477

    Il consiglio provinciale di Ravenna condanna la violazione dei diritti umani in Tibet

    (13/6/2008 17:08) (Sesto Potere) - Ravenna - 13 giugno 2008 - Unanimità del consiglio provinciale su un ordine del giorno presentato dai gruppi P.R.I. e L’Ulivo-Pd, sull’occupazione del Tibet da parte della Cina. Nel testo dell’o.d.g. si legge, tra l’altro che : “Il consiglio provinciale ritiene che il boicottaggio delle Olimpiadi non sia la soluzione migliore, né il modo adeguato per rispondere al problema, ma che le celebrazioni e l'organizzazione della grande festa di apertura dei Giochi siano incompatibili con la situazione di repressione e tensione in atto”. Il consiglio “condanna fermamente sia l'incomprensibile e gratuita occupazione cinese del Tibet, sia la brutale repressione dei dimostranti tibetani da parte delle forze di sicurezza cinesi; manifesta l’ esigenza di tenere aperto, anche attraverso mediazioni riservate, il dialogo fra le autorità cinesi e il Dalai Lama (massima autorità spirituale buddista e guida del popolo tibetano), finalizzate a conseguire l’obiettivo di salvare la cultura ed i valori di questo popolo religioso. Conseguentemente, chiede a tutte le forze coinvolte di fermare le violenze e di liberare coloro che sono stati ingiustamente arrestati; all’Onu e alla comunità internazionale di premere sulla Cina, affinché cessino le repressioni, venga garantito il rispetto dei diritti umani e siano riconosciute le ragioni di identità e autonomia del popolo tibetano; all'Unione Europea di assumere un'azione congiunta sulla partecipazione all'inaugurazione dei Giochi olimpici, disertando l'evento se non terminano le repressioni, non riprende un dialogo costruttivo col Dalai Lama e non si avvia un processo reale di pacificazione; al mondo sportivo e dell'informazione di impegnarsi concretamente per fare in modo che le Olimpiadi siano una grande occasione di promozione dei diritti umani e di sviluppo del dialogo interculturale e interreligioso”. Hanno espresso parere favorevole sui contenuti dell’o.d.g. il capogruppo Massimo Mazzolani, AN-Il Popolo della Libertà, e il consigliere Matteo Raspanti, Rc-Sinistra europea.

    tratto da http://www.quotidianodelnord.it/inde...120&Rid=167479

  2. #42
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    E' la Russia "il problema"
    Una Ue debole di fronte all'espansionismo di Mosca

    di Italico Santoro

    Sono almeno quattro i motivi di perplessità che abbiamo circa la proposta di moratoria sullo scudo spaziale fatta dal presidente dell'Unione Europea, Nicolas Sarkozy, al suo omologo Dmitri Medvedev nel corso del vertice tra la UE e la Russia, tenuto a Nizza venerdì scorso.

    Primo motivo. Correttezza politica avrebbe voluto che le proposte da rivolgere alla Russia venissero concordate in precedenza con i nostri alleati (e diretti interessati), e cioè gli Stati Uniti,; e poi formulate ai russi, che sono, per riprendere un'espressione di Marina Sereni, soltanto i nostri vicini. Tanto più che l'amministrazione Bush è stata accusata di "unilateralismo". Sono gli europei, adesso, che hanno deciso di percorrere questa strada? Non sarebbe stato opportuno aspettare l'insediamento di Barack Obama prima di assumere iniziative politiche non concordate, neppure anticipate agli interlocutori americani, e pertanto "unilaterali"?

    Secondo motivo. A quanto pare, la proposta di Sarkozy non è stata discussa con gli altri paesi europei, o almeno con quelli interessati al progetto di scudo spaziale: Polonia, e Repubblica Ceca,. Il presidente di quest'ultima – che tra l'altro dal primo gennaio sarà anche presidente della UE – ha dichiarato addirittura di averla appresa dalla stampa. E poi ci si lamenta se nei paesi dell'Europa orientale cresce lo scetticismo nei confronti dell'Unione!

    Fenomeno inevitabile, se per la loro sopravvivenza come nazioni indipendenti quei paesi sono costretti a guardare esclusivamente oltrealtantico, visto che gli stati dell'Europa occidentale non sono disposti a farsi carico delle loro esigenze di autonomia dal potente vicino. L'iniziativa di Sarkozy, insomma, si è rivelata un bel contributo alla disunione dell'Europa: del quale, francamente, si sarebbe fatto volentieri a meno.

    Terzo motivo. I missili Iskander che i russi minacciano di installare nell'enclave di Kaliningrad non sono commensurabili con gli intercettori americani. Questi ultimi, senza testata atomica, hanno per obiettivo quello di impedire a missili ostili – e in particolare a quelli iraniani di ultima generazione, con una gittata in grado di raggiungere l'Europa – di colpire i loro bersagli. Vengono installati, quindi, a difesa dei paesi europei, per renderli autonomi dalla minaccia (e dal ricatto) dell' Iran,; non a tutela degli Stati Uniti. Per di più l'amministrazione Bush – prendendo atto dei problemi avanzati dai russi – aveva proposto a questi ultimi (ricevendone, a quanto pare, l'assenso) di inviare loro ispettori per compiere tutte le verifiche necessarie. I missili Iskander, a testata nucleare rappresentano invece – è proprio il caso di dirlo – "un provocazione", la rottura di equilibri strategici consolidati da tempo: che richiederebbero una risposta ferma e dura da parte occidentale. E invece, come ha detto Lech Walesa , la proposta di Sarkozy "ha tutta l'aria dell'ennesima vittoria russa".

    Quarto motivo. Rispolverando un'antica volontà di potenza, senza peraltro averne i mezzi, la Russia è diventata "il" problema dell'Europa. Ed è interesse dei paesi dell'UE contenerne le mire espansionistiche, cercando di coinvolgere gli americani in questo sforzo. Non è il contrario. Anzi, il nuovo presidente degli Stati Uniti – il primo presidente "globale", come si è detto – di fronte all'inaffidabilità e all'inconsistenza degli europei potrebbe accordare priorità ad altri scacchieri; e Bush rivelarsi l'ultimo presidente "occidentale" degli Stati Uniti. Lo tengano bene a mente quanti oggi, nel vecchio continente, profittando della transizione americana, ballano una danza allegra e improvvisata sul ponte del Titanic.

    Per concludere. Temiamo che ancora una volta, come avviene da un secolo a questa parte, l'Europa continui a pasticciare. Non vorremmo che, come accade appunto da un secolo a questa parte, debbano arrivare gli americani per rimettere ordine. Sempre, naturalmente, che questa volta ne abbiano voglia.

    Roma, 17 novembre 2008

    tratto da http://www.pri.it/new/

  3. #43
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    Condivido pienamente(come sempre o quasi mi accade quando parla di politica estera),quello che scrive Santoro.
    Ad ogni modo,quello che ha detto Santoro sullo scudo a Medvedev lascia il tempo che trova.Non è certo lui che decide se come e quando si deve procedere.
    Peraltro,gli stessi cechi e polacchi gli hanno risposto come meritava.La Repubblica Ceca poi,erediterà dalla Francia tra qualche settimana la Presidenza della UE quindi...
    Più in generale piuttosto, sono uscite come queste estemporanee, non concordate oltre che inutili, che non solo non favoriscono a medio e lungo termine la coesione e l'integrazione europea,ma contribuiscono al contrario alla sua disunione.
    A meno che-e questo è un vizietto che non riescono a scrollarsi di dosso-i francesi pensino che l'Europa "c'est moi".No,l'Europa non è solo la Francia.E' molto di più.
    omar proietti

  4. #44
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    Testata: Informazione Corretta
    Data: 26 novembre 2008
    Pagina: 1
    Autore: Emanuela Prister
    Titolo: «Condannati a Dallas finanziatori di Hamas»



    Dallas Texas November 24, 2008 un giorno terso, un po' freddo soprattutto per noi 'Southeners" che il freddo male lo tolleriamo, non per niente scegliamo di vivere a Dallas dove l'estate e' rovente. Verso le 5 del pomeriggio arriva la notizia inaspettata, perche' oramai da giorni ci stiamo preparando al Giorno del Ringraziamento e al terrorismo internazionale e locale preferiamo di non pensarci almeno per un po': una giuria a Dallas ha dichiarato i cinque imputati Shukri Abu-Baker, Ghassan Elashi, Mohamed El-Mezain, Mufid Abdulqader and Abdelrahman Odeh colpevoli di aver raccolto e versato ben 12 milioni di Dollari dal 1995 in poi (cioe' da quando gli Stati Uniti dichiararono Hamas una organizzazione terroristica) ad Hamas tramite un' organizzazione "caritatevole" di Zakat islamica "La Holyland Foundation for Relief e Development", fondata in California ma con uffici a Richardson Texas, la mia citta'. La giuria li ha trovati colpevoli su tutti i 108 capi di accusa, tra cui non solo quello di terrorismo, ma anche quelli di evasione delle tasse e riciclaggio del denaro sporco, nonche' associazione a delinquere.

    Nel 1994 o 1995 mia sorella mi indico' un giorno degli uffici a Richardson a pochi passi dal Richland College, vicino a una moschea con una bellissima cupola di rame, e mi disse che quella era la Holy Land Foundation, una facciata per Hamas. Che la cosa fosse di dominio pubblico e la gente non reagisse mi stupi' non poco. Eppure in molti sapevamo. Aspettavamo che il governo facesse qualcosa. A Natale la Holy Land Foundation acquistava un cartellone pubblicitario sulla stradale I-75 che attraversa Dallas da Nord a Sud e chiedeva donazioni a nome dei bambini della Terra Santa, facendo un' aperto collegamento tra i bambini palestinesi e la nascita del bambin Gesu' a Betlemme. Una collegamento odioso quando si pensa all' uso e abuso indiscriminato che Hamas fa sui bambini palestinesi attraverso l' indottrinamento, il lavaggio del cervello e la cultura della morte che viene insegnata tramite figure come Farfour il Topolino versione Palestinese che dalla Al Aqsa TV, la TV di Hamas, incita bambini piccolissimi al "martirio" e cioe' all' azione terroristica e suicida e insegna l' uso delle armi pesanti come gli AK47. Chissa' quanti inconsapevolmente hanno donato pensando a quei bei faccini di bimbo un po' tristi e sciupati stampati sui cartelloni, non sapendo che i soldi non arrivavano a quei bimbi, ma ad Hamas, un' organizzazione terrorista la cui missione e' la distruzione di Israele, e il cui documento organizzativo e' pieno di invocazioni affinche' tutti i musulmani prendano le armi contro gli ebrei affinche' siano tutti uccisi. Hamas dichiara nella sua carta organizzativa, che e' disponibile online a tutti coloro che abbiano occhi per vedere e un cervello per intendere, che non ammette tregue, che non accettera' mai un processo di pace, che il giorno del giudizio arrivera' solo tramite la lotta armata contro gli ebrei. Ma non solo questo, coloro che vogliano leggere questa Carta costituitiva di Hamas con propri occhi potranno apprendere come indotrinare i figli, il ruolo delle madri, come si devono comportare i musulmani verso i non musulmani, etc. etc.

    Nel Dicembre del 2001, all' indomani degli attacchi terroristici contro le Torri Gemelle a New York City, contro il Pentagono e gli Stati Uniti tutti, il Presidente annuncio' che l' FBI aveva fatto un raid contro gli uffici a Richardon della Holy Land Foundation e che avrebbero portato i responsabili davanti alla giustizia. Scoprimmo che da tempo l' FBI con l'aiuto di altre organizzazioni governative stava accumulando prove contro la Holy Land Foundation, ma che solo al momento in cui il Presidente George W. Bush aveva dichiarato guerra al terrorismo e ai finanziatori e sostenitori del terrorismo, ovunque si trovassero, c'era stato il via libera all'incriminazione di Hamas.

    Questo Giovedi' nel celebrare la Giornata del Ringraziamento quanti di noi vorranno anche ringraziare il Presidente George W. Bush per averci mantenuti sicuri dal terrorismo per gli ultimi 7 anni, per aver portato terroristi davanti alla Giustizia, per non aver equivocato sul bene e sul male? Da parte mia, come cittadina, un sonoro Grazie e che D-o benedica il Presidente, il Capo del Dipartimento di Giustizia Michael Mukasey, gli uomini e donne dell' Federal Bureau of Investigation che per anni hanno lavorato su questo caso lontano dai riflettori, gli uomini e donne che vestono la divisa, e gli Stati Uniti D'America.

    http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
    omar proietti

  5. #45
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    Due editoriali. "Ebrei sempre nel mirino", di Fiamma Nirenstein, sul GIORNALE a pag.7, e " Se non indigna la caccia agli ebrei ", di Angelo Panebianco in prima pagina sul CORRIERE della SERA di oggi, 30/11/2008.

    IL GIORNALE-Fiamma Nirenstein-" Ebrei nel mirino ":

    Fra i 26 stranieri innocenti trucidati a Mumbai, otto, anche se i numeri sono ancora tutti da verificare, sono ebrei. Se fossero israeliani o meno non importava niente ai terroristi che avevano messo la casa dei Chabad «Nariman House» fra gli obiettivi. I macellai avevano due scopi generici: uccidere gli occidentali, specialmente americani e inglesi, i nemici imperialisti dell’islam; uccidere i cittadini dell’India, Paese traditore asservito all’imperialismo. E poi, un obiettivo specifico, uno solo: uccidere gli ebrei. Fra dieci obiettivi di massa come la stazione, due ospedali, svariati centri cittadini, i grandi hotel Oberoi e Taj ce n’era uno, invece, apparentemente insignificante, la casa ebraica dei Chabad, un centro guidato da un rabbino ventisettenne con una moglie di 26 anni e un bambino di 2. Una casa dei Chabad è un punto di raccolta per pecorelle smarrite, diremmo noi, un luogo in cui persone molto religiose, in questo caso appunto i Chabad, cercano di raccogliere ragazzi in viaggio, che spesso sono israeliani, che si perdono dentro il fascino troppo profumato dell’India; là si dorme, si mangia kosher, si canta insieme, si viene richiesti di stare tranquilli (niente musica rock, niente sesso) e di unirsi a qualche preghiera. A Pasqua e a Kippur, per le grandi feste, questo è un rifugio per ebrei di ogni età e provenienza.
    La scena della baby sitter che fugge con un bambino in braccio mentre i genitori ebrei vengono trucidati, è talmente iconografica, talmente classica che ognuno di noi ha in mente troppi film e libri in cui si compie un simile pogrom, in molte epoche diverse. Oggi, dopo il 1945, nonostante tanto scrivere e chiacchierare su questo, gli ebrei si sono abituati di nuovo ad essere cacciati in tutto il mondo, ad essere presi di sorpresa. Dove sei un obiettivo anche se sei un bambino soltanto perché sei ebreo e ti insegue la citazione coranica: «Se l’ebreo si nasconderà dietro un cespuglio o una pietra - dice più o meno, senza che troviamo la voglia di andarlo a ricercare sulla carta fondativa di Hamas -, essi lo indicheranno al buon musulmano e gli diranno: “Uccidilo”». La minaccia insegue gli ebrei quasi ovunque viaggino, gli toglie la libertà di movimento, crea in Israele lunghe liste di Paesi non visitabili e carica il paese di una responsabilità inaffrontabile che riguarda ogni sinagoga e ogni scuola ebraica, rende impossibile far fronte a quella che è la più repellente minaccia globale poiché è la più efficacemente sperimentata dalla storia. Intendiamo dire con questo che finora vi è una responsabilità generica nella lotta al terrorismo, che invece va preso finalmente sul serio. E poi c’è la responsabilità specifica, quella del mondo attaccato dal terrorismo, di combattere coralmente in difesa del popolo ebraico condannato a morte dalla Jihad a ogni latitudine. Come nella Seconda guerra mondiale gli alleati salvando parte degli ebrei alla fine salvarono la democrazia, così oggi porsi il problema di come affrontare questo terribile e delicato capitolo può salvare la vita dell’intero Occidente.


    CORRIERE della SERA- Angelo Panebianco - " Se non indigna la caccia agli ebrei ":

    Mentre sono ancora frammentarie e confuse le notizie sui protagonisti, così come gli indizi sui mandanti, dell'attacco jihadista a Mumbai, gli analisti già ricominciano a dividersi, seguendo un canovaccio che è sempre lo stesso quando si tratta di terrorismo islamico. La divisione è fra chi ritiene che ogni singolo episodio terroristico, quale che sia la sua gravità, sia interamente spiegato dall'esistenza di conflitti locali (si tratti, di volta in volta, del Kashmir, della Palestina, del conflitto fra casa regnante ed estremisti in Arabia Saudita, dell'Afghanistan, dell'Iraq, eccetera) senza bisogno di prendere troppo sul serio le rivendicazioni dei jihadisti sul carattere «globale » della loro guerra contro apostati e infedeli, e chi invece ritiene che i conflitti locali siano fonti di alimentazione del jihad globale.
    Non è una disputa accademica. Perché l'interpretazione che si adotta suggerisce linee di azione differenti. Se vale la prima interpretazione si tratterà, per l'Occidente, di agire pragmaticamente caso per caso, accettando il fatto di trovarsi per lo più di fronte a forme di irredentismo (Kashmir, Palestina), che usano strumentalmente la coperta dell'estremismo islamico, o di guerre civili che hanno per posta il potere all'interno di questo o quello Stato musulmano. Se vale la seconda interpretazione si tratterà di non perdere di vista il quadro di insieme e, per esso, il fatto che nel mondo islamico è da tempo in corso una lotta nella quale tanti gruppi estremisti (collegati tramite il web e le reti di solidarietà e finanziamento presenti in tutte le comunità islamiche, anche quelle europee) cercano di spostare a vantaggio delle proprie idee gli equilibri di potere all'interno della umma, della comunità musulmana nel suo insieme. In uno scontro di civiltà che usa la religione per distinguere musulmani buoni e cattivi e per identificare i nemici: i cristiani, gli ebrei, gli indù, eccetera.
    Se si evitano le scelte ideologiche preconcette occorre riconoscere che tutte e due le interpretazioni contengono elementi di verità. Lo dimostra il caso di Mumbai. Hanno ragione quegli analisti che inquadrano la vicenda all'interno del conflitto indo-pakistano e delle sue connessioni con la guerra in Afghanistan. È plausibile che i burattinai stiano all'interno delle forze armate pakistane e che vogliano impedire la normalizzazione, sponsorizzata dagli Stati Uniti, dei rapporti fra Pakistan e India, sperando in una reazione indù antimusulmana: più sale la tensione, più essi possono segnare punti a proprio vantaggio all'interno del Pakistan nonché a favore dei propri alleati-clienti nella galassia talebana in Afghanistan. Ma ciò non spiega tutto. Fra gli ospiti degli hotel aggrediti erano gli americani e gli inglesi i più presi di mira. È dipeso solo dal ruolo degli angloamericani in Afghanistan? O non era anche un modo per lanciare agli islamisti sparsi per il mondo il messaggio secondo cui l'azione in corso era comunque parte di una più ampia lotta in cui il Grande Satana resta il nemico più importante? E, soprattutto, come si spiega l'attacco (anch'esso pianificato) al Centro ebraico, l'assassinio di un rabbino e di altri otto ebrei?
    Cosa c'entrano gli ebrei con il conflitto indo-pakistano?
    Assolutamente nulla. Ma c'entrano moltissimo con l'ideologia jihadista e con il fanatismo antisemita che la caratterizza. Il richiamo più immediato è al caso di Daniel Pearl, il giornalista ebreo-americano rapito e sgozzato in Pakistan nel 2002. Il fatto che egli fosse ebreo ebbe una parte decisiva nel suo assassinio. L'attacco al Centro ebraico è la dimostrazione del fatto che il terrorismo islamico ha due facce, trae alimento da due radici: i conflitti regionali ma anche un'ideologia jihadista che ha per posta la riorganizzazione della umma, la comunità dei credenti, in chiave antioccidentale e della quale è un tassello essenziale la «guerra ai sionisti».
    Per questa ragione, pur dovendo modulare le risposte a seconda delle condizioni locali, non conviene perdere di vista il quadro di insieme. Le battaglie «locali» (soprattutto quando si colpiscono anche ebrei e americani) ottengono una eco immediata in tutti i luoghi del mondo ove l'estremismo islamico alligna e favoriscono un proselitismo i cui effetti si manifesteranno in seguito, con altre azioni terroristiche, in altre parti del globo.
    Per quanto riguarda noi europei di singolare nei nostri atteggiamenti verso il terrorismo islamico c'è l'indifferenza che spesso mostriamo per un aspetto della sua ideologia che dovrebbe, a rigore, apparirci ripugnante: l'antisemitismo. È una vecchia storia. La stessa Europa che ricorda l'Olocausto e si commuove davanti al film
    Schindler's List non prova particolare sdegno per l'antisemitismo diffuso nel mondo arabo, e musulmano in genere, di cui la «caccia all'ebreo» da parte dei jihadisti (anche a Mumbai) è una diretta conseguenza. Non casualmente, qui da noi trovò fertile terreno, dopo l'11 settembre, la favola secondo cui il jihadismo sarebbe colpa di Israele, un frutto delle persecuzioni israeliane nei confronti dei palestinesi. E vanno anche ricordati i sondaggi che registrano l'ostilità di tanti europei per Israele. Al fondo, sembra esserci una strategia inconsapevole e politicamente suicida. C'è l'idea che solo se neghiamo l'evidenza, ossia i veri caratteri dell'ideologia jihadista, solo se spieghiamo le sue manifestazioni violente come il frutto esclusivo di circostanze specifiche in luoghi lontani da noi, possiamo sperare di essere lasciati in pace.
    omar proietti

  6. #46
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    Una volta tanto ci imbattiamo(evento rarissimo nell'informazione in Italia) in una abbastanza lucida e realistica analisi della politica americana.

    Si chiude l'era Bush, quella di Obama si aprirà nel segno della continuità.
    l'analisi di Christian Rocca


    Dalla prima pagina dell'inserto del FOGLIO del 4 dicembre 2008, riporto alcuni passaggi dell'articolo di Christian Rocca "Gli ultimi giorni di George W.":


    George W. Bush non s’è pentito dell’Iraq e non ha detto di aver sbagliato a cacciare Saddam dal trono di Baghdad (se lo sono inventati alcuni giornali italiani, manipolando un’intervista alla Abc dove il presidente americano diceva altro, cioè che si rammaricava che le prove della Cia e di molti governi stranieri sulle armi di distruzione di massa di Saddam si fossero rivelate sbagliate). Semmai in questi suoi ultimi e malinconici giorni alla Casa Bianca, Bush ha ribadito che vorrà essere ricordato come il presidente che ha liberato cinquanta milioni di iracheni e afghani, che ha opposto al radicalismo islamico una strategia democratica e costituzionale e che non ha venduto la sua anima al diavolo per ottenere obiettivi politici. La sinistra americana, per dire, lo ha accusato di non voler ammettere i suoi errori e di voler scaricare le colpe sui suoi predecessori.
    Il suo livello di popolarità è rasoterra e lui sembra uno che non vede l’ora che il 20 gennaio a mezzogiorno, con il passaggio delle consegne a Barack Obama, finalmente tutto ciò finisca: “E’ stata un’esperienza favolosa – ha detto il 43esimo presidente degli Stati Uniti – ma le luci della ribalta non mi mancheranno molto”. Basta guardarlo in tv, leggere tra le sue rughe, soffermarsi sulle espressioni del volto per capire che sogna di tornare nel suo ranch di Crawford e di lasciare il comando al quarantaquattresimo presidente.
    Però non è finita finché non è finita, e poi avrà di che impegnarsi con il suo Freedom Institute per la libertà nel mondo, ma ora Bush sta impiegando questi quarantasette giorni che lo separano dal ritorno a casa quasi senza farsi vedere o notare. Collabora attivamente con Barack Obama alla transizione, al contrario dei clintoniani che nel 2000 tolsero le “W” dalle tastiere dei computer della Casa Bianca, e riceve quotidianamente l’apprezzamento del presidente eletto per la totale cooperazione con il suo team.
    In agenda non ha più grandi progetti, dopo l’accordo formale con il governo iracheno per il rientro – a missione questa volta davvero conclusa – delle truppe americane alla fine del 2011. Da almeno sei mesi, Bush ha rinunciato all’impegno di trovare un accordo di pace tra israeliani e palestinesi, vista la divisione in casa araba. La crisi finanziaria, dopo l’iniziale impegno per ottenere i fondi speciali dal Congresso, è delegata al segretario al Tesoro, Hank Paulson, così come il dossier sulla strage di Mumbai è in mano a Condoleezza Rice. Entrambi sono in stretto rapporto con la squadra del nuovo presidente e con Obama stesso. Bush non ha più impegni all’estero, dopo quello di qualche settimana fa in Perù.
    In questi ultimi giorni, Bush sta prendendo quelle tipiche, per un presidente in uscita, decisioni dell’ultim’ora (“midnight regulations”), per esempio sull’ambiente, che ovviamente non piacciono ai suoi avversari, in questo caso perché favorirebbero le industrie petrolifere e agricole. I suoi avversari si aspettano una serie di “pardon”, di grazie presidenziali, che potrebbero come temono i militanti antibushiani, graziare preventivamente i funzionari federali che hanno autorizzato e attuato le procedure “intensificate” di interrogatorio dei terroristi. In realtà la criticatissima architettura giuridica antiterrorismo creata in questi anni dalla Casa Bianca è servita proprio a far svolgere le attività di prevenzione e spionaggio degli agenti americani all’interno delle regole e della legalità. Difficile, in ogni caso, che le polemiche possano essere rumorose come quelle dell’ultimo giorno di Bill Clinton alla Casa Bianca, quando il presidente uscente graziò il fratello e un suo finanziatore condannato e latitante all’estero.
    Allo studio, dicono i giornali, c’è anche un progetto per allargare “il diritto all’obiezione di coscienza” in modo da consentire a dottori, infermieri e farmacisti di rifiutare la partecipazione a procedure che reputano eticamente sensibili, non soltanto l’aborto, ma anche l’inseminazione artificiale e la pillola contraccettiva del giorno dopo. La legge prevede già l’obiezione di coscienza per l’aborto, ma la nuova regolamentazione della Casa Bianca amplia lo spettro fino a consentire agli operatori sanitari il rifiuto di fornire informazioni e consigli alle pazienti che potrebbero voler abortire.
    Bush, infine, sta provando a sottolineare il suo straordinario impegno contro l’Aids, uno dei pochi casi in cui è riuscito a ottenere, e a mantenere, un sostegno bipartisan. A dicembre la Casa Bianca ha previsto una serie di eventi sull’Aids, per mostrare non soltanto ai contemporanei, ma anche agli storici, gli obiettivi raggiunti nell’era Bush: due milioni di pazienti curati, dieci milioni sotto trattamento, in meno di cinque anni. Bush ha cominciato lunedì, con un discorso alla Casa Bianca, spiegando che “questa è una delle iniziative più importanti della mia Amministrazione”, poi partecipando a un forum a Washington dove il pastore Rick Warren ha detto che “nessun uomo nella storia, nessun leader mondiale ha fatto più per la salute globale del presidente George W. Bush”. Il presidente eletto Obama, allo stesso forum, ha fatto le sue congratulazioni a Bush “per aver elaborato un piano contro l’Aids in Africa e per averlo sostenuto con finanziamenti volti a salvare vite umane e la diffusione della malattia”.
    Obama riceve in eredità da Bush la questione iracheno-afghana e la crisi finanziaria, questioni da far tremare i polsi anche a un politico sicuro di sé come il giovane prossimo presidente. Ma Obama, da Bush, ottiene anche una situazione già impostata verso la risoluzione e soprattutto le chiavi e gli uomini per affrontarla. Obama, infatti, ha confermato il segretario alla Difesa di Bush, Bob Gates, e ha nominato al Tesoro Tim Geithner, uno dei triumviri a cui Bush aveva affidato la gestione della crisi di Wall Street.
    Bob Gates e il generale David Petraeus continueranno il percorso cominciato un anno e mezzo fa con il cambio di strategia politica e militare a Baghdad, a cui Obama si era opposto. Soltanto grazie alla decisione di Bush, Obama potrà davvero spostare le truppe dall’Iraq all’Afghanistan, dove però servirà un’altra strategia coraggiosa e innovativa per ottenere lo stesso risultato iracheno.
    Bush, inoltre, consegna a Obama un dipartimento del Tesoro con gran parte dei soldi ottenuti dal Congresso ancora non spesi e una strategia di salvataggio che, per quanto discutibile, è stata condivisa fin dal primo giorno, punto per punto, dal suo successore.
    L’atteggiamento remissivo di Bush e l’attivismo irrituale di Obama hanno creato una situazione che è senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti: malgrado Obama si curi di ripetere che c’è un solo presidente per volta, e che fino al 20 gennaio questo presidente è Bush, per la prima volta sembra che l’America sia guidata da due presidenti. Da quando è stato eletto, Obama ha fatto sei conferenze stampa – parlando dietro al sigillo ufficiale del “Presidente eletto” – per non dire delle interviste televisive. Nel 2000 Bush aveva fatto soltanto una conferenza stampa, anche se a causa dei riconteggi in Florida la sua elezione è stata decretata a metà dicembre. Ma anche Bill Clinton, per dire di uno che amava incontrare i giornalisti, ne ha fatte soltanto tre tra il giorno dell’elezione e quello del giuramento. Bush senior e Ronald Reagan ne fecero soltanto una a testa.
    La collaborazione tra il presidente uscente e quello entrante è anch’essa senza precedenti e conferma la sensazione della coabitazione presidenziale. Quando, nel 1932, ai tempi della Grande depressione, Franklin Delano Roosevelt ha preso il posto di Herbert Hoover, i due non hanno praticamente fatto nulla insieme. E ogni volta che Hoover cercava di coinvolgere Roosevelt, il presidente eletto rifiutava gli inviti perché non voleva avere niente a che fare con chi, secondo lui, aveva contribuito a creare il disastro economico.
    Le ragioni di questa ottima collaborazione tra Bush e Obama sono certamente dettate dalla gravità della crisi finanziaria, dalle emergenze terroristiche e dal ciclo informativo in tempo reale, e probabilmente anche da una comprensibile stanchezza di Bush, ma non ci sarebbe stata senza la precisa decisione del quarantatreesimo presidente di consentire al suo successore di entrare alla Casa Bianca con un bagaglio di esperienza e di preparazione tale da non trovarsi in difficoltà una volta seduto dietro la scrivania dello studio ovale.
    Obama sta rispondendo a questa ampia collaborazione bushiana con una squadra di politica estera ed economica che non pare destinata a cancellare gli anni di George W., malgrado la retorica usata durante la campagna elettorale. L’editorialista del New York Times, David Brooks, ha scritto esplicitamente che le prime mosse segnalano la volontà obamiana di “continuità”, più che di “cambiamento”. Oggi l’Obama in attesa di diventare presidente si trova sulle stesse posizioni di Bush su parecchi punti dell’agenda politica.
    Con questa sua ampia e sincera collaborazione, Bush forse cerca un riconoscimento, ma in realtà non ha bisogno di forzare la mano con il suo successore perché su molte questioni che gli stanno a cuore e che reputa fondamentali per il paese e per la sua eredità sa che ora può contare su Obama. Il presidente eletto, per esempio, adesso è favorevole ai trattati di libero scambio e al programma federale di sorveglianza contro il terrorismo. Obama è sulla stessa linea di Bush sull'Iraq e sulla strategia di Petraeus. Il presidente eletto, inoltre, ha cominciato a prendere posizioni centriste e non fanatiche sul nucleare, sul carbone, sulle armi, sulla pena di morte. Infine, Obama sa benissimo che la crisi finanziaria non è stata causata da Bush, ma ha radici più lontane.
    Dopo aver fatto una campagna elettorale all’insegna dell’abbassamento delle tasse per il 95 per cento degli americani, strappando ai repubblicani l’argomento fiscale che negli anni precedenti è stato centrale per le vittorie di Bush, Obama subito dopo il voto ha fatto capire che in tempi di crisi non cancellerà i tagli fiscali di Bush a quel due per cento di super ricchi, al contrario di quanto aveva detto in campagna elettorale e riconoscendo, di fatto, che la politica fiscale di Bush per uscire dalla recessione del 2001 e dal trauma globale dell’11 settembre è stata saggia.
    Secondo lo storico conservatore Victor Davis Hanson, la presidenza Obama mostrerà come gli errori commessi da Bush siano legati sostanzialmente a una mancanza di capacità oratoria, se non a un’arrogante indifferenza al giudizio dell’opinione pubblica. Ci sono state, dice Hanson, le sbruffonate da film western nei primi anni della guerra al terrorismo e l’inefficace risposta federale all’uragano Katrina, ma la gran parte delle politiche bushiane non sarà ripudiata da Obama, come il programma federale che fornisce le medicine gratuite agli anziani, la legge sull’istruzione creata insieme con Ted Kennedy, il soccorso anti Aids in Africa, la rimozione di due regimi dittatoriali e il sostegno a due governi rappresentativi al loro posto. E, ancora, difficilmente Obama smantellerà la struttura giuridica, investigativa e burocratica creata da Bush per fermare un altro attentato come quello dell’11 settembre, così come appare certo che continuerà la politica estera a favore dell’India e il pragmatismo nel gestire i rapporti con la Russia e la Cina.
    Gli storici avranno tempo per valutare sul serio l’era Bush, ma sono le prime cronache dell’avvio della stagione obamiana a rassicurare il prossimo pensionato del Texas.
    omar proietti

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    La politica estera di Barack Obama
    manterrà la presenza americana in Iraq, cercherà la vittoria in Afghanistan, userà "il bastone e la carota" con l'Iran

    Da pagina 15 de La STAMPA dell'8 dicembre 2008 riportiamo l'articolo di Maurizio Molinari “Lasceremo truppe in Iraq”:

    «Faremo un ritiro responsabile e dopo manterremo in Iraq una forza grande abbastanza per i nuovi compiti». Barack Obama coglie l’occasione dell’intervista a «Meet the Press» sugli schermi della Nbc per alzare il velo sulle scelte che farà in politica estera e l’orientamento è quello del «pragmatismo», come lui stesso lo definisce nella conferenza stampa convocata a Chicago nell’anniversario dell’attacco a Pear Harbour per presentare Eric Shinseki come nuovo ministro dei Veterani.
    Il «ritiro» di cui parla Obama non è la fine totale della presenza militare. «Fra i miei primi atti ci sarà la riunione del team sulla sicurezza nazionale per redigere il piano di un ritiro responsabile». Per «responsabile» il nuovo presidente intende: «Veloce al punto da mantenere la stabilità in Iraq, garantire la sicurezza delle truppe, consentire agli iracheni di assumere più responsabilità, assicurarsi che non vi sarà un risorgere del terrorismo». Non c’è dunque più traccia del piano per il ritiro di «32 brigate in 16 mesi» anche perché «l’amministrazione Bush ha firmato un accordo con il governo iracheno creando la cornice per il ritorno delle truppe» entro la fine del 2011.
    Il progetto del ritiro «responsabile» è il primo risultato dell’inserimento nella nuova amministrazione di Hillary Clinton e Bob Gates, rispettivamente Segretario di Stato e ministro della Difesa. Quando l’intervistatore Tom Brokaw gli chiede se la «forza residuale che lasceremo sarà di 35 o 50 mila uomini», Obama risponde: «Manterremo le forze necessarie per assicurare la sicurezza delle ambasciate, per scovare i rimanenti gruppi terroristi in cooperazione con il governo iracheno e per mantenere l’integrità dell’Iraq». Pur ammettendo di aver bisogno di tempo per «valutare il numero di truppe che questi scopi limitati richiederanno», Obama fa dunque intendere che lascerà sul campo un contingente di truppe Usa. D’altra parte è questo che l’accordo «Sofa» fra Washington e Baghdad consente, sul modello di quanto sottoscritto dagli Usa con numerosi Paesi europei e asiatici dopo la Seconda Guerra Mondiale.
    Ma ciò che Obama tiene più a spiegare agli americani è la determinazione a portare la guerra in Afghanistan in cima all’agenda di governo. Sul fronte politico questo significa perseguire un approccio regionale «con Iran, Pakistan, Afghanistan e India» mentre su quello militare preannuncia un maggiore impegno di truppe e mezzi: «Fino a quando Al Qaeda e i taleban minacceranno direttamente gli Stati Uniti noi agiremo, il fronte centrale della guerra al terrorismo è lungo il confine fra Afghanistan e Pakistan, è qui che è iniziata ed è qui che finirà, questa è la nostra priorità». Da qui un messaggio alla Nato e a Islamabad: «Serve più efficacia nel coordinamento con gli alleati, abbiamo bisogno del Pakistan per risolvere l’Afghanistan».
    Riguardo all’Iran è in arrivo l’approccio «bastone e carota»: «Abbiamo bisogno di diplomazia diretta per far capire a Teheran che l’atomica è inaccettabile e che il sostegno a gruppi terroristi come Hamas ed Hezbollah che minacciano Israele è contrario a qualsiasi cosa in cui crediamo, in termini di carote possiamo garantire, assieme a Cina, India e Russia, molti incentivi economici di cui hanno bisogno». Ciò significa prevedere un forte raccordo con Mosca, ma anche qui Obama alterna aperture e moniti: «Vogliamo cooperare ma loro non devono minacciare i Paesi confinanti come la Georgia».
    Sulle novità che assieme a Michelle porterà alla Casa Bianca, anticipa: "La apriremo a scolaresche e artisti, inviteremo musicisti jazz e classici, inventori e poeti» e inoltre «prometto di non accendermi mai una sigaretta all’interno».

    http://www.informazionecorretta.com:...z=120&id=26878
    omar proietti

  8. #48
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    Citazione Originariamente Scritto da Lincoln Visualizza Messaggio
    ... Obama risponde: «Manterremo le forze necessarie per assicurare la sicurezza delle ambasciate, per scovare i rimanenti gruppi terroristi in cooperazione con il governo iracheno e per mantenere l’integrità dell’Iraq» ...
    Come direbbe Proietti: "A me, me piace".

  9. #49
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    Citazione Originariamente Scritto da nuvolarossa Visualizza Messaggio
    Come direbbe Proietti: "A me, me piace".
    Ma piacerà agli improvvisati fan obamisti "de noantri"?
    omar proietti

  10. #50
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    Citazione Originariamente Scritto da Lincoln Visualizza Messaggio
    Ma piacerà agli improvvisati fan obamisti "de noantri"?
    Ma sai ... questi "fans" obamisti "de noantri" ... sono amanti del gioco dello "scavalcamento a sinistra" ... per cui di idoli ne fabbricano uno nuovo alla settimana ...
    Adesso hanno da pensare a come coniugare con la politica di sinistra ... il vincitore dell'Isola dei Famosi ...

 

 
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