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Discussione: Rete quattro come...

  1. #21
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    Guido Rossi e Monti, opinioni….

    ....diverse sulla Gasparri

    Roma. Ricordate il professor Guido Rossi tuonare dalle colonne di Repubblica contro la legge Gasparri, “contraria al diritto comunitario!”?
    Ebbene: bocciato. Parola di Mario Monti che, serafico, concede a un perplesso Corriere della Sera che no, non vi sono profili di contrasto con il diritto comunitario.
    Tiriamo un sospiro di sollievo: era ora. Come più modestamente qualcuno si era permesso di suggerire, alle imprese televisive si applica la normativa generale antitrust che esige la dimostrazione, caso per caso, dell’esistenza di un “abuso di posizione dominante”.
    E il famigerato Sic, il sistema integrato delle comunicazioni che tanta indignazione ha suscitato?
    Niente da fare, è andata male: nemmeno quello è contrario di per sé al diritto generale della concorrenza.
    Resta ancora l’ultima trincea di resistenza. L’assegnazione delle frequenze che vede privilegiati dalla legge gli attuali titolari. Esiste una direttiva comunitaria circa le comunicazioni elettroniche che mette al bando qualsiasi favoritismo nella concessione delle licenze.
    Ahimé, sfondata anche questa linea. Monti si limita a dire che occorrerà verificare in concreto il rispetto “di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionali”.
    Ora, è pacifico che il principio comunitario di proporzionalità impone di tenere conto delle risorse imprenditoriali e professionali già maturate e consolidate in un settore. Tradotto in prosa: è giuridicamente plausibile che le imprese già operanti possano essere in qualche modo privilegiate. E qualora vi fossero ancora dubbi sulla pertinenza della questione al diritto della concorrenza, Monti puntualizza che di questa verifica dovrà occuparsi, se del caso, il suo collega delegato alla società dell’informazione, Erkki Liikanen.
    E allora che resta? Con evidente sollievo, Monti si sbarazza della faccenda relegandola nell’ambito del “pluralismo”, principio al quale con il consueto garbo manifesta la sua deferenza.
    In concreto, tutto questo vale a dire che ai girotondini restano solo due avvocati: Giovanni Sartori e Roberto Zaccaria.
    Buona fortuna. Dal solido diritto della concorrenza alle nebulose del pluralismo “interno” ed “esterno”, la polemica è destinata a perdere parecchio mordente. E a lasciare qualche imbarazzo in giro, tra coloro che forse con qualche precipitazione hanno preso per oro colato la filippica del garante nazionale della concorrenza, Giuseppe Tesauro, contro una legge sdoganata dal suo superiore di Bruxelles. In effetti erano stati in molti a riscontrare un certo
    eccesso di veemenza del capo dell’antitrust italiano verso la legge Gasparri, al punto che i suoi argomenti erano stati utilizzati ampiamente come clava polemica dalla stampa più accanita.
    Sarà interessante ora vedere come si svilupperà il dibattito sul pluralismo in sede parlamentare.
    Premesso che il duopolio non è di per sé contrario al sancta sanctorum del diritto comunitario, spetta agli avversari della legge l’onere della prova di dimostrare che sia incompatibile con il pluralismo. Una vera probatio diabolica, poiché questa volta appellarsi alla frammentaria giurisprudenza costituzionale e alla fumosa dottrina giuridica, non è detto che sia sufficiente. Soprattutto agli occhi di quella opinione pubblica la quale, a furor di popolo, stando almeno al Corriere della Sera, non solo non si sente minacciata, ma ha plebiscitato un bel “quieta non movere”. Che Retequattro non vada sul satellite!
    Vox populi, vox dei. Come non inchinarsi a tanto verdetto, constatando che gli scrupoli garantisti vanno oltre il segno: ultra petita, come si dice.
    E’ troppo a questo punto immaginare uno scenario in cui il merito prevalga sulle contrapposizioni partigiane? Forza Italia vuole mettere mano alla par condicio. La mossa tattica è fin troppo evidente e non è detto che sia stata profondamente meditata. Il conflitto di interessi, ci sia consentito rilevarlo, non è esattamente una “leggenda metropolitana”, almeno fino a quando non vedrà la luce la benedetta legge che deve regolarlo. Il buon senso è una risorsa di cui le forze politiche potrebbero fare tesoro in questo contesto, magari con l’aiuto del Quirinale che ha l’autorità e la lungimiranza per capire fin dove sia prudente spingere le barricate di principio.
    Spento l’eco del beau geste del rinvio, la fine mediazione silenziosa, di cui il Colle è maestro, può riprendere vigore a tutto campo. Senza lasciarsi ingessare da stecche dottrinali o da pronunce giurisprudenziali che, proprio perché disseminate negli anni, non sono sempre adeguate allo scopo o ai tempi.

    saluti

  2. #22
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    Madrid. In Spagna, sia nelle televisioni pubbliche sia in quelle private, la cosiddetta par condicio non esiste. Una misura legislativa adottata recentemente dall’esecutivo popolare del premier di centrodestra José María Aznar, al potere con maggioranza assoluta dal 2000, per castigare partiti minori? Macché, la legge che aggancia la proporzionalità della “publicidad electoral” ai risultati conseguiti a scala nazionale nelle ultime legislative è quella in vigore da diciotto anni, la Ley Organica del Regímen Electoral General 5/85.
    Venne approvata quando governava, con il 48,11 per cento e 202 deputati alle Cortes sui 350 totali, il líder máximo del socialismo spagnolo, l’ex premier Felipe González, l’allievo prediletto di Willy Brandt e di Olaf Palme. Tutti gli altri partiti votarono a favore. E nessuno ha mai accusato González, “imparcondiciamente corretto”, di essere stato per questo un liberticida.
    Gli articoli della 5/85 che regolano l’uso dei “medios de titolaridad pública para la campaña electoral” sono gli articoli che vanno dal 60 al 67. Dopo la proibizione di poter acquistare spazi pubblicitari e la obbligatorietà, per tutti i partiti o coalizioni, del diritto a spazi di propaganda gratuita, l’articolo 61 precisa subito:
    “La distribuzione degli spazi viene calcolata sui numeri totali di voti ottenuti nelle elezioni precedenti”.
    Quali? Le ultime legislative. Per tutti i due rami del Parlamento? No, si considerano solo i risultati conseguiti al Congreso de los Diputados.
    Comunque, tutte le formazioni politiche che si presentino alle elezioni legislative (ben cinquantase nelle ultime del 2000), hanno la possibilità di illustrare i loro programmi agli elettori.
    L’articolo 64 dettaglia i tempi della pubblicità autogestita: “Dieci minuti per i partiti che non hanno partecipato o non hanno ottenuto rappresentanti nelle precedenti elezioni. Quindici minuti per i partiti che, avendo ottenuto seggi, non hanno ottenuto il cinque per cento dei voti validi in tutto il territorio nazionale. Trenta minuti alle formazioni che hanno ottenuto, sempre nelle legislative anteriori, scanni in Parlamento e tra il cinque e il venti per cento del totale dei suffragi. Quarantacinque ai partiti che hanno conseguito scanni e più del venti per cento”.
    Poi, la certosina 5/85 aggiunge: “Il diritto a spazi di emissione gratuita precedentemente enumerati corrisponde a quei partiti che presentino candidati in più del 75 per cento delle circoscrizioni (che sono 52, ndr )”. E per i partiti regionali, che nella Piel de Toro sono la bellezza di nove sui dodici totali? No problem. Precisa il terzo comma dell’articolo 64: “I partiti, associazioni, federazioni o coalizioni che non compiano i requisiti precedenti hanno tuttavia il diritto a quindici minuti di emissione nei media nazionali se hanno conseguito nelle politiche precedenti il venti per cento dei voti emessi nella loro ‘comunidad autonoma’”. Insomma: persino l’ultimo classificato alle ultime elecciónes, il Frente Popular Gallego ( 2.252 voti, lo 0,01 per cento dell’elettorato del 2000) ha potuto esporre idee e programmi in tv. Ma con tempi “proporzionalmente corretti”, ossia molto più brevi di quelli dei popolari, che hanno preso 10.321.178 suffragi e il 44, 52 per cento.
    La stessa normativa delle reti pubbliche nazionali (due) vale anche per la 2/ 88, legge che regolamenta spot e programmi autogestiti nelle tv private (due in chiaro più una pay-tv).
    Idem per la marea di tv private locali e anche per le pubbliche regionali.
    L’unico organismo di controllo è la Junta Electoral Central, dipendente dal ministero degli Interni. E, ieri mattina, portavoci ufficiali sia dei popolari che dei socialisti confermavano al Foglio “che nessuno dei due grandi partiti spagnoli ha in mente riforme nel sistema di ripartizione degli spazi elettorali”.
    L’unica polemica, dell’ottobre scorso, viene dalla Rosa e la dice lunga sulla poca o nulla fortuna della par condicio in Spagna.
    Il suo leader José Luis Rodríguez Zapatero vuole riformare la ley electoral solo per rendere obbligatori i dibattiti elettorali faccia a faccia in televisione, a cui Aznar risponde picche dal 1996. Per tutti i partiti?
    Niente affatto: solo per chi ha ottenuto nelle precedenti legislative almeno il dieci per cento dei voti. Ossia, solo per la Rosa e il Gabbiano popolare.

    Gian Antonio Orighi

    saluti

  3. #23
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    In origine postato da mustang
    Guido Rossi e Monti, opinioni….

    ....diverse sulla Gasparri

    Roma. Ricordate il professor Guido Rossi tuonare dalle colonne di Repubblica contro la legge Gasparri, “contraria al diritto comunitario!”?
    Ebbene: bocciato. Parola di Mario Monti che, serafico, concede a un perplesso Corriere della Sera che no, non vi sono profili di contrasto con il diritto comunitario.
    Tiriamo un sospiro di sollievo: era ora. Come più modestamente qualcuno si era permesso di suggerire, alle imprese televisive si applica la normativa generale antitrust che esige la dimostrazione, caso per caso, dell’esistenza di un “abuso di posizione dominante”.
    E il famigerato Sic, il sistema integrato delle comunicazioni che tanta indignazione ha suscitato?
    Niente da fare, è andata male: nemmeno quello è contrario di per sé al diritto generale della concorrenza.
    Resta ancora l’ultima trincea di resistenza. L’assegnazione delle frequenze che vede privilegiati dalla legge gli attuali titolari. Esiste una direttiva comunitaria circa le comunicazioni elettroniche che mette al bando qualsiasi favoritismo nella concessione delle licenze.
    Ahimé, sfondata anche questa linea. Monti si limita a dire che occorrerà verificare in concreto il rispetto “di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionali”.
    Ora, è pacifico che il principio comunitario di proporzionalità impone di tenere conto delle risorse imprenditoriali e professionali già maturate e consolidate in un settore. Tradotto in prosa: è giuridicamente plausibile che le imprese già operanti possano essere in qualche modo privilegiate. E qualora vi fossero ancora dubbi sulla pertinenza della questione al diritto della concorrenza, Monti puntualizza che di questa verifica dovrà occuparsi, se del caso, il suo collega delegato alla società dell’informazione, Erkki Liikanen.
    E allora che resta? Con evidente sollievo, Monti si sbarazza della faccenda relegandola nell’ambito del “pluralismo”, principio al quale con il consueto garbo manifesta la sua deferenza.
    In concreto, tutto questo vale a dire che ai girotondini restano solo due avvocati: Giovanni Sartori e Roberto Zaccaria.
    Buona fortuna. Dal solido diritto della concorrenza alle nebulose del pluralismo “interno” ed “esterno”, la polemica è destinata a perdere parecchio mordente. E a lasciare qualche imbarazzo in giro, tra coloro che forse con qualche precipitazione hanno preso per oro colato la filippica del garante nazionale della concorrenza, Giuseppe Tesauro, contro una legge sdoganata dal suo superiore di Bruxelles. In effetti erano stati in molti a riscontrare un certo
    eccesso di veemenza del capo dell’antitrust italiano verso la legge Gasparri, al punto che i suoi argomenti erano stati utilizzati ampiamente come clava polemica dalla stampa più accanita.
    Sarà interessante ora vedere come si svilupperà il dibattito sul pluralismo in sede parlamentare.
    Premesso che il duopolio non è di per sé contrario al sancta sanctorum del diritto comunitario, spetta agli avversari della legge l’onere della prova di dimostrare che sia incompatibile con il pluralismo. Una vera probatio diabolica, poiché questa volta appellarsi alla frammentaria giurisprudenza costituzionale e alla fumosa dottrina giuridica, non è detto che sia sufficiente. Soprattutto agli occhi di quella opinione pubblica la quale, a furor di popolo, stando almeno al Corriere della Sera, non solo non si sente minacciata, ma ha plebiscitato un bel “quieta non movere”. Che Retequattro non vada sul satellite!
    Vox populi, vox dei. Come non inchinarsi a tanto verdetto, constatando che gli scrupoli garantisti vanno oltre il segno: ultra petita, come si dice.
    E’ troppo a questo punto immaginare uno scenario in cui il merito prevalga sulle contrapposizioni partigiane? Forza Italia vuole mettere mano alla par condicio. La mossa tattica è fin troppo evidente e non è detto che sia stata profondamente meditata. Il conflitto di interessi, ci sia consentito rilevarlo, non è esattamente una “leggenda metropolitana”, almeno fino a quando non vedrà la luce la benedetta legge che deve regolarlo. Il buon senso è una risorsa di cui le forze politiche potrebbero fare tesoro in questo contesto, magari con l’aiuto del Quirinale che ha l’autorità e la lungimiranza per capire fin dove sia prudente spingere le barricate di principio.
    Spento l’eco del beau geste del rinvio, la fine mediazione silenziosa, di cui il Colle è maestro, può riprendere vigore a tutto campo. Senza lasciarsi ingessare da stecche dottrinali o da pronunce giurisprudenziali che, proprio perché disseminate negli anni, non sono sempre adeguate allo scopo o ai tempi.

    saluti
    E' già stata smentita ANCHE quest'ultima (ma non ultima, sicuramente) panzana...

  4. #24
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    In origine postato da MrBojangles
    E' già stata smentita ANCHE quest'ultima (ma non ultima, sicuramente) panzana...
    -----------------
    Dimostralo, bamboccetto.

 

 
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