Ossessione?
No; questa è la comoda (comodissima) giustificazione (un alibi morale; FALSO, tra l'altro) per coloro che NON vogliono parlarne.
Un bell'articolo...
OSSESSIONE E RIBELLIONE
Il Cavaliere, in apparenza, sembra una pudibonda colombina goldoniana, ma chissà quali tumulti gli stanno macerando il cuore.
Nulla sa di quella legge, fa sapere in tutti i possibili modi. Erano altri a impegnarsi sulle sudate carte.
Quando se ne parlava – quel Gasparri era assai insistente – usciva dalla porta, dalla finestra, si aggrappava al soffitto, si rintanava sul balcone. E poi si tappava gli orecchi e si copriva gli occhi con una benda nera. Adesso non leggerà, come ha detto, le osservazioni dei «tecnici» del Quirinale. Vola alto, con eleganza. Il concetto di rispetto istituzionale è per lui sconosciuto e così le buone maniere. Non sa perdere, tralasciamo lo stile. Pare che ora non si voglia render conto di quel che è accaduto.
Dopo che i blitz per le altre cose sue erano riusciti bene, il falso in bilancio, le rogatorie, la legge Cirami, il lodo Schifani, non aveva dubbi. Firmerà, firmerà. Dal Quirinale non era arrivato alcun segno. Silenzio. E questo rappresentava per lui la prova che tutto stava filando liscio. Non aveva dato importanza, sembra di capire, alle polemiche nate durante la stesura delle altre leggi. I va e vieni dal Quirinale, i consigli del presidente, gli aggiustamenti, non erano piaciuti a molti perché la concertazione, l’atteggiamento dialogante - un assenso in pectore – rendevano pressoché impossibile un no finale.
Ma a proposito della legge Gasparri, il Cavaliere le aveva ben nette le prove di qual era il pensiero del presidente e tutto sapeva sulle conseguenze nefaste (per gli altri) della legge, sulle ripercussioni economiche, sul mercato della pubblicità.
Il suo mestiere. Solo che l’arroganza, la sicurezza del padrone del vapore hanno impedito l’uso di ogni prudenza. I suoi consiglieri non sono evidentemente in grado di consigliare o è inutile che lo facciano.
Ciampi è stato chiaro fin dall’inizio. Il 23 luglio 2002, in un messaggio solenne alle Camere, l’unico finora fatto, il presidente si era espresso chiedendo, a proposito dell’informazione, una legge di sistema, pluralismo, garanzie. La legge Gasparri sull’emittenza radiotelevisiva è stata presentata dalla Camera il 25 settembre 2002, due mesi dopo il messaggio.
Il 24 febbraio 2003, cinque mesi dopo l’avvio della legge Gasparri, Ciampi ha ripetuto le stesse ragionevoli richieste in nome di un’informazione dignitosa e della possibilità di una libera espressione del pensiero per tutti i cittadini, richiesta che, evidentemente, non erano state tenute in alcun conto dalla legge. Successivamente, in diverse occasioni, il presidente della Repubblica aveva parlato di pluralismo e non a caso.
Il dialoghetto di Strasburgo davanti ai microfoni accesi, quello che comincia «Io sono una persona dolce, riflessiva, estroversa», ha rivelato la pena del Cavaliere, forse la paura. (Del comunismo?) Mentre sta parlando delle sue reti tv che lo dileggerebbero, una giornalista del Tg3 gli fa notare «Lei ha detto mie». E il Cavaliere, come morso da una zecca: «È una realtà, che vuole? espropriarmi?»
Perché di tutto quanto si sta discutendo in queste settimane e mesi e anni in modo aspro - l’informazione, la giustizia – il problema nodale è soltanto lui, il Cavaliere, plurimiliardario padrone di reti televisive, di case editrici di libri e di periodici in gran quantità, di giornali di famiglia, banche, assicurazioni, negozi vari e contemporaneamente presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica, funzione che gli offre un’infinità di privilegi, trasforma l’imprenditore che dovrebbe essere un controllato dalla legge in un controllore e gli offre infinite possibilità di vantaggi. Non accade in alcun paese occidentale che il capo dell’esecutivo possa disporre di tutti o quasi gli strumenti di informazione di massa e sia in grado, in questo modo, di condizionare il popolo elettore. Senza una legge che regoli una materia così delicata.
Quest’estate un giornalista di Repubblica, schifato dal gran parlare che di Berlusconi fanno i suoi amici e le sue amiche, ogni volta che li incontra, scrisse un articolo. Non c’è una sola sera, confidò, in cui gli amici non s’abbandonino a una, per lui, incomprensibile deriva nutrita di sdegni, di accenti amari e di collera nei confronti di Berlusconi. Un’ossessione, una fissazione. Ma il bravo giornalista annoiato che amerebbe discorrere di altri argomenti più nobili, capaci di elevare la mente o di rallegrare l’animo, non si fa la domanda più elementare. Perché questo avviene?
È vero che il parlare del Cavaliere è diventato un’ossessione anche per molti che avevano in dispetto la politica. La materia non manca. La guida del semestre dell’Unione europea, finalmente al termine, ha provocato in milioni di italiani e di europei imbarazzo e vergogna. Con nessun costrutto. Ma ha lasciato inimmaginabili argomenti di malinconica conversazione sul livello politico e culturale di una classe dirigente.
Le persone avvertono l’anomalia della situazione italiana e la sua gravità. Per questo il discorrere del Cavaliere che venderà cara la pelle prima di darsi per vinto è diventato ripetitivo. Il conflitto d’interessi senza regola è il padre di ogni illegalità. La legge Gasparri è la figlia naturale.
Quando vinse le elezioni nel 2001, Berlusconi promise che il primo Consiglio dei ministri sarebbe stato dedicato a questo problema. Allungò i termini, parlò di cento giorni. Poi tutto tacque. La legge n. 1206, Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi, discussa dalla Camera e appena approdata al Senato, dovrebbe essere messa in calendario dopo le vacanze di Natale. È una mediocre legge priva di coraggio che non risolve nulla. È inutile davvero che la maggioranza auspichi - i politici auspicano sempre – un ampio consenso al di là delle proprie file, se la tutela impudica del patrimonio del Cavaliere resta il dogma portante di un intoccabile monopolio soprattutto dell’informazione televisiva.
Corrado Stajano




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