In origine postato da sosunturzos
...premetto che non capisco in cosa consista l'utilità o l'inutilità dei botti di Capodanno. No comment.
In Sardegna non mi risulta che vi sia mai stata una tradizione di "botti" (non so Cagliari: vi ho vissuto troppo poco e questa città con il suo hinterland è, da sempre, il portone spalancato delle mode straniere e dell'inquinamento culturale che poi si diffondono anche all'interno), tuttavia il modo rumoroso di fare festa è ben radicato nei Sardi, i quali non tralasciano occasione per sparare a salve con il fucile (una volta anche quando uscivano in gruppo per andare a caccia), per lanciare in aria "fuettes" e, ovviamente, per organizzare spettacoli pirotecnici.
Non v'è bisogno di andare al mare per assistere a un buon spettacolo pirotecnico. Fin da quando ero bambino un appuntamento da non mancare era la festa della Madonna della Neve al mio paese. Dall'alto della collina su cui si erge la basilica e da cui degradano le case del villaggio, questi giochi di luce multicolori, accompagnati da scoppi, scoppiettii, mitraglie, ecc. illuminavano e adornavano il cielo buio della notte del 4 agosto.
Forse l'ho già detto, ma in Sicilia, dove esiste un vero culto per i fuochi artificiali, ho assistito ad uno spettacolo indimenticabile per la festa di Sant'Agata, che cade nel mese di febbraio. Sempre in Sicilia, ho visto fuochi organizzati per un matrimonio e diretti, dall'albergo dove venivano fatti i festeggiamenti, verso il mare aperto.
Quest'anno ad Alghero hanno deciso di farci una sorpresa per la sera del giorno di Natale, organizzando un piccolo ma bellissimo spettacolo pirotecnico sul mare del porto, mentre un'orchestra da camera suonava brani tratti dalla "Musica per i reali fuochi d'artificio" di Georg Friedrik Haendel.
Comunque volevo dire che mentre i fuochi d'artificio sono l'espressione "elitaria", pubblica, della gioia di una comunità in festa, i "botti" (salvo degenerazioni) rappresentano la partecipazione "privata" alla festa stessa. Io non trovo che siano da condannare, è un momento di sfogo, di liberazione dell'animo umano, compresso dai giorni tristi di un anno non sempre felice.
Le mie notti di Capodanno, molto più di adesso, ovunque sia stato, sono state accompagnate da almeno mezz'ora di "botti", graditissimi perché segnano lo scorrere della vita con l'abbandono delle scorie e la speranza di un nuovo anno di luce.
il parere sulla contaminazione culturale e linguistica di una delle più grandi menti che la sardegna abbia mai prodotto:
"Dialetti come quello di Bitti (ancor oggi ma meno che nel passato recente fortemente conservatore delle forme latine) definito dal Wagner una volta il palladio d'arcaicità, sono testimonianza di una latinizzazione non già, come ritenuto da taluni, anticipata, ma fortemente ritardata. Il latino, dove è penetrato prima (come è accaduto nella parte meridionale dell’Isola), ha anche avuto la sua maggiore evoluzione, sia in conseguenza del maggior uso interno, sia in conseguenza dei più stretti contatti successivi con le lingue romanze della penisola iberica e di quella italiana. Gloriarsi come erano soliti fare i bittesi e i letterati sardi in genere, della maggiore vicinanza dei dialetti sardi al latino, significa gloriarsi dell’immobilità e della bassa accumulazione culturale; il che può anche essere vanto legittimo, ma in una sincronia che assuma a proprio valore appunto la conservazione e l’immobilità".
E in su pròpiu libru sighit a nai: "Oltretutto il bilancio finale deve registrare una maggiore arrendevolezza e una maggiore vulnerabilità attuale delle culture (segnatamente quella barbaricina) che all'interno della Sardegna avevano nel passato difeso la propria identità con la fuga e con la chiusura, rispetto a quelle (segnatamente le urbane di Cagliari e Sassari) che avevano difeso la propria identità accettando le rese inevitabili e i mutamenti graduali compatibili con le proprie strutture. Il dialetto di Cagliari resiste meglio del dialetto di Bitti all'assalto dell'italiano".
Michelangelo Pira, La rivolta dell'oggetto, Giuffrè, Milano, 1978; pp. 111 e 134.




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