Originally posted by Cristianu
CHI SONO GLI EUROPEI?
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Alberto Piazza
Dipartimento di Genetica, Biologia e Chimica Medica
Università di Torino
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Oggi sono molte le aree del mondo in cui le diverse popolazioni tendono ad estinguersi per una serie di fattori quali l'aumento del livello culturale generale, una urbanizzazione crescente e l'emigrazione (1) mentre in Europa, i popoli si amalgamano sempre di più con una tendenza che diventa sempre più irreversibile.
Ora, poiché sono proprio le differenze genetiche tra le popolazioni ancora esistenti a rappresentare fonte insostituibile di informazione sulla nostra stessa evoluzione, è evidente che il genetista di popolazioni è spinto a documentare il più possibile le variazioni genomiche ancora esistenti. Fortunatamente grazie all'uso di tecniche per l'analisi biologica molecolare delle variazioni del DNA oggi è possibile definire con sempre maggiore precisione le stesse popolazioni, le loro origini e le relazioni che intercorrono tra loro, anche disponendo di campioni mollo piccoli.
Le popolazioni Europee rivestono un particolare interesse: infatti, la storia europea, l'archeologia e le lingue sono documentate in maniera straordinaria. Inoltre è possibile ottenere facilmente informazioni genetiche dai numerosi resti e frammenti di fossili umani ritrovati sul continente, che aumentano così la possibilità di documentare una ipotetica continuità tra dati antichi e moderni e quindi di ricostruire con maggior precisione il nostro passato.
In una visione complessiva dell'Europa le frequenze geniche di 34 loci genetici classici (non-DNA) e di 95 alleli sono intermedie rispetto a quelle di altri continenti (2). Però, se le si paragona a quelle degli aborigeni di altri continenti, gli Europei sono più omogenei. Le differenze genetiche tra popolazioni, misurate dai valori Fst (3) sono minori in Europa (una media di 0,0142) rispetto ad altre zone del mondo (Africa 0,0520; Asia 0,0668; America 0,0755 ed Australia 0,0393). Se si riassumono le informazioni genetiche tratte da 26 popolazioni europee (Austriaci, Baschi, Belgi, Danesi, Olandesi, Inglesi, Finlandesi, Francesi, Tedeschi, Greci, Ungheresi, Islandesi, Irlandesi, Italiani, Lapponi, Norvegesi, Polacchi, Portoghesi, Russi, Sardi, Scozzesi, Spagnoli, Svedesi, Svizzeri e gli ex Cecoslovacchi e Iugoslavi) si ottiene un albero filogenetico dal cui esame si rilevano due considerazioni: ci sono sette popolazioni che si separano nettamente (Lapponi, Sardi, Greci, Iugoslavi, Baschi, Islandesi e Finlandesi), mentre le altre non costituiscono una struttura ad albero statisticamente significativa. In entrambi i casi l' interpretazione che se ne può dare è unica: le popolazioni europee non si sono evolute seguendo uno schema ad albero.
Un assunzione fondamentale per dare un significativo evolutivo agli alberi filogenetici è infatti, che ognuno dei suoi rami si evolva indipendentemente dagli altri. Ciò può essere vero nel caso di popolazioni distanti tra loro o isolate ma non è realistico nel caso europeo, dove vi sono state migrazioni sia in periodi preistorici che storici.
Tra quelle popolazioni che sono geneticamente più diverse un interesse maggiore rivestono i Lapponi, i Sardi ed i Baschi. Sebbene i Lapponi si siano mescolati molto con gli Scandinavi, tuttavia una parte di loro conserva ancora un fenotipo caratteristico dei popoli siberiani del nord, ed in particolare dei Samoiedi, che parlano una lingua della stessa famiglia non Indo-Europea (Uralica). I polimorfismi genetici di tipo classico dimostrano che i Lapponi costituiscono una popolazione mista nella quale, pur predominando geni di tipo europeo, la presenza di geni comuni ad altri popoli della regione degli Urali può raggiungere percentuali tra il 20 ed il 50% (5).
L'insediamento umano nell'isola della Sardegna è iniziato almeno 10.000 anni fa (6). La popolazione locale ha raggiunto un numero considerevole (200.000 o più) 3000 anni fa, prima che altri colonizzatori stranieri, i Cartaginesi, arrivassero nel sud dell'isola. Quando i Greci colonizzarono il Mediterraneo occidentale non vi fu alcun insediamento greco in Sardegna. Anche l'occupazione Romana ebbe conseguenze dal punto di vista genetico di scarso rilievo; essa però modificò la lingua che in origine era di tipo non Indo-europeo. Alcune somiglianze genetiche con discendenti più diretti di popoli paleolitici dell'Europa come ad esempio i Baschi o i Caucasici (7), indicherebbero che i primi abitanti della Sardegna potrebbero essere stati Paleolitici(6). L'arrivo degli agricoltori neolitici dal Medio Oriente ed i contributi genetici dei Fenici e dei Cartaginesi potrebbero aiutarci a capire perché i Sardi abbiano innanzitutto una somiglianza genetica con i libanesi e solo in misura minore (anche se di poco) somiglino geneticamente agli Italiani che hanno contribuito alla colonizzazione dell'isola dai tempi dell'impero romano.
I Baschi, che vivono nel sud-ovest della Francia e nel nord-ovest della Spagna, sono probabilmente i discendenti più diretti dei primi abitanti europei del periodo post-Neanderthaliano. Non si conosce alcun'altra lingua che possa essere collegata alla loro tra quelle Europee, se si eccettuano le lingue della famiglia Nord-Caucasica (8). Si pensa inoltre che la lingua Caucasica abbia caratteri linguistici comuni alle antiche famiglie linguistiche NaDene (in America) e Sino-tibetana dell'Asia orientale (9). In questo caso questo gruppo di lingue potrebbe essere una protolingua molto antica diffusasi ad oriente nell'Asia settentrionale e ad occidente in Europa durante il Paliolitico e cioé circa 40.000 anni fa. C'è una evidente somiglianza genetica tra le popolazioni che abitano oggi le regioni che hanno nomi baschi ed esse si differenziano notevolmente dalle popolazioni del resto dell'Europa occidentale. In queste stesse zone si ritrova anche la maggiore concentrazione di arte paleolitica del Paleolitico superiore Molto probabilmente l'unicità genetica e linguistica dei Baschi è stata determinata dall'isolamento tra l'Europa occidentale e quella orientale durante l'ultima glaciazione che ha avuto il suo picco massimo 18.000 anni fa e che potrebbe aver limitato fortemente gli scambi genetici e culturali tra le due parti d'Europa (10).
In aree geografiche come l'Europa, dove la rete dì scambi genetici e culturali è stata molto intensa, l'impiego di alberi filogenetici evolutivi sembra essere di poco aiuto mentre si rende necessario l'uso di altre tecniche di analisi. Un approccio utile si è dimostrato, per esempio, l'uso della tecnica statistica classica dell'analisi dei principali componenti, e cioé la mappa dei valori delle coordinate principali mediante l'interpolazione dei dati delle frequenze geniche originali sull'intera superficie geografica. Con questo metodo è possibile presentare un quadro genetico dell'Europa composto da una quantità di "paesaggi genetici", ognuno dei quali raffigura particolare scenario storico (11). I paesaggi che ci offrono più informazioni possono essere raffigurati da sfumature di diverso colore e la loro composizione determinata dall'elaboratore elettronico, può venire rappresentata da una figura in tricromia: si ottiene così che una sola immagine riassuma tre paesaggi. Nella figura viene presentata una versione aggiornata di questa mappa sintetica. La componente predominante (il verde) è un gradiente che ha origine in Medio Oriente e si dirige verso nord-ovest. Secondo quanto confermato da altri studiosi (12), questo gradiente ` ila avuto origine da una migrazione di contadini neolitici dal Medio Oriente iniziata circa 10.000 anni or sono e spostatasi ad ovest, lungo le coste del Mediterraneo ed a nord-ovest, attraverso i Balcani e l'Europa Centrale, verso la Francia, l'Inghilterra e la Scandinavia. Il gradiente è il risultato di mescolanze continue e parziali degli agricoltori in espansione con i cacciatori-raccoglitori paleolitici, in un processo durato circa 4000 anni secondo le ipotesi originariamente formulate da Ammerman e Cavalli-Sforza (13).
Il paesaggio genetico europeo, secondo per importanza, e dipinto in blu nella figura. Si tratta di un gradiente che parte da nord e va verso sud: può associarsi alla latitudine e quindi alla temperatura, ma anche ad una divisione dell'Europa in due aree linguistiche, quella Indo-Europea e quella Uralica. Popolazioni di lingua uralica dalla provenienza sconosciuta potrebbero forse essersi spinte ad ovest, lungo la costa Artica. Oggi, i Samoiedi, che parlano una lingua uralica, non sono lontani dall'Oceano Artico ad est degli Urali. Popolazioni di lingua uralica situate ad ovest degli Urali sono rimaste nelle zone artiche pur mescolandosi in gran parte con popolazioni di lingua Indo-Europea provenienti dalla Russia del nord e presumibilmente più numerose. Sebbene la lingua originaria sia sopravvissuta, i tipi genetici originari di queste popolazioni di lingua uralica della Finlandia occidentale si sono di fatto in gran parte diluiti.
Il terzo paesaggio genetico d'Europa (in rosso nella figura) sembra suggerire un'altra espansione in un'area geologica dove i dati archeologici situano l'inizio della cultura "Kurgan", circa 6300 anni fa ad opera di pastori nomadi delle steppe Euroasiatiche. Gimbutas (14) ha avanzato l'ipotesi che la diffusione di questa cultura possa essere associata alle migrazioni dei primi uomini di lingua Indo-Europea. Tale ipotesi risulta tuttavia in contrasto con quella di Renfrew (15) secondo la quale le lingue Indo Europee arrivarono dall'Anatolia con l'espansione degli agricoltori nel Neolitico (gradiente verde). Tali ipotesi alternative non sono però semplici da dimostrare. Sokal ed i suoi collaboratori (16) hanno cercato di esaminare le relazioni tra la diffusione linguistica e quella genetica così come postulate da Renfrew e Gimbutas, ma non hanno avuto successo in entrambi i casi. Essi hanno calcolato una correlazione parziale tra le frequenze dei singoli geni e possibili rotte di espansione, tenendo le distanzee geografiche costanti. L'analisi dei dati mediante mappe sintetiche ha fornito conclusioni diverse: il terzo paesaggio genetico (in rosso) mostra una concordanza statisticamente significativa con l'esistenza di una popolazione di lingua Proto-Indo-Europea situata nella regione tradizionalmente associata ai Kurgan. Vale la pena di considerare a questo punto che questo risultato non è in se stesso incompatibile con l'idea di un'origine dei proto-indo-europei in Anatolia. Entrambe le ipotesi potrebbero essere giuste: infatti la migrazione Kurgan potrebbe essersi verificata in seguito alla espansione dell'agricoltura nelle steppe.
Espansione di popoli significa diffusione della loro cultura e della loro lingua: ci si potrebbe aspettare una correlazione tra modelli genetici e linguistici nei casi in cui la trasmissione della lingua implichi una effettva migrazione di individui: in effetti Barbujani e Sokal (17) hanno riscontrato una correlazione tra le discontinuità genetiche e quelle linguistiche in Europa. Nella magggior parte dei casi (22 su 33) ci sono anche delle barriere di tipo fisico (ad esempio montagne o mari) che possono determinare confini sia di tipo genetico che linguistico. Nei casi rimanenti è un problema ancora aperto sabilire se i confini linguistici abbiano causato o aumentato la rilevanza di quelli genetici, oppure se entrambi siano la conseguenza di confini politici, culturali e sociali che potrebbero aver funzionato come barriere fisiche.
Grazie ad uno studio approfondito della genelica delle popolazioni Europee è possibile comprendere gran parte della storia e della preistoria d' Europa e ciò può contribuire enormemente ad aumentare le informazioni sulla linguistica, sulla storia e sull'archeologia Europee. Soprattutto una sintesi di queste prospettive gioverebbe molto ad un approfondimento delle conoscenze. Le tecniche della genetica moderna ci portano ormai ad un livello d'analisi tanto sofisticato quanto senza precedenti. L'Europa si trova in una posizone unica per prpmuovere l'analisi molecolare delle variazioni umane a causa della ricchezza e del valore delle sue risorse umane e scientifiche.
Ci auguriamo che questa opportunità venga colta con entusiasmo dai ricercatori Europei e non.
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Figura
Gradienti genetici. Inizialmente i tre componenti principali della variabilità genetica europea sono stati rappresentati dai colori verde, blu e rosso. Questa loro sintesi al computer offre un quadro tricromico.
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Bibliografia
http://www.iigb.na.cnr.it/forme/forme9/7/chisono.html