Fuochi fatui



Graziano Dalla Torre





Contro lo sfruttamento del lavoro, l'inefficienza e gli sprechi nelle aziende di pubblica utilità sempre più stritolate nella morsa delle privatizzazioni atte a migliorare soltanto le finanze delle imprese e dei gruppi capitalisti




Il panorama politico e sociale della colonia Italia offre in questi ultimi giorni del 2003 alcuni interessanti spunti di discussione, come in particolare il noto caso Parmalat e le vertenze dei lavoratori dei trasporti pubblici e dell'Alitalia.
Sul crack della azienda alimentare parmense Parmalat si è ovviamente scritto e detto molto; le dimensioni di questa azienda multinazionale che dovrebbe essere l'ottavo gruppo mondiale nel settore alimentare non permettono che passi sotto silenzio l'incredibile vicenda che ha visto una società da tutti ritenuta florida ed altamente produttiva scoprire un retroscena di giganteschi e spudorati maneggi contabili e di bilancio e di operazioni finanziarie piratesche. Attraverso contabilità truccate, consociate fittizie con sede in alcuni dei famigerati territori privi di legislazione fiscale, e non per ultimo complicità e spalleggiamenti nell'ambiente bancario, è stato possibile volatilizzare letteralmente milioni e milioni di euro in totale spregio oltre che delle leggi (non siamo certo tra i più titolati per esortare al rispetto della legge, almeno in via del tutto teorica) ma anche delle migliaia di azionisti grandi e sovente piccoli che, magari nella posizione di dipendente o ex dipendente, avevano creduto nell'azienda affidando ad essa i loro risparmi.
La vicenda riecheggia peraltro quanto già sentito in merito all'analogo crack della Cirio, altra rispettabile (per dimensioni ed importanza) azienda agro-alimentare.
Fondata nel 1961 dai fratelli Tanzi la Parmalat ha rappresentato, nell'immaginario collettivo di una certa opinione pubblica italiana, uno degli esempi classici del tanto strombazzato «miracolo italiano» (il primo miracolo, mentre il secondo dovrebbe essere realizzato a breve dal governo Berlusconi ...). Indubbiamente l'Emilia e specialmente alcune aree tra le quali la pianura parmense, hanno ospitato e ospitano una concentrazione elevatissima di aziende agro-alimentari, spesso di alta qualità. Nel corso dei decenni questo indotto ha garantito una più che buona capacità di occupazione con un conseguente aumento della qualità della vita complessiva che, aldilà della propaganda sull'«Emilia felix», si può definire oggettivamente notevole. Ma come spesso avviene l'espansione di una azienda dalla dimensione locale a quella internazionale ha provocato l'irruzione dei grandi capitali finanziari e la proiezione in una dimensione del tutto nuova dove la potenza di una società non è più data dalla produzione effettiva bensì dai maneggi più o meno occulti delle banche e delle società finanziarie. Non a caso anche la Parmalat ha costituito una sua consociata fantasma, la "Bonlat", con sede nelle Cayman Islands, una colonia britannica che costituisce uno dei più grandi centri finanziari mondiali cosiddetti «off-shore». Ancor prima una vicenda analoga, ma di ben maggiore portata, ha visto come protagonista la società americana "Enron".
In tutti i casi una metafora del capitalismo, storie di uomini spesso stritolati da ingranaggi che non riescono più a controllare ma anche, ben più drammaticamente, storie di altri uomini, infinitamente più numerosi, che nei quattro angoli della Terra trascinano le loro fatiche quotidiane, le loro sofferenze, ostaggi e marionette di un mostro anonimo alieno dagli uomini, eppure formato esso stesso da uomini.
E poi questa improvvisa fiammata, che quasi di colpo si sprigiona per provocare non poche ustioni e scottature. Ci riferiamo alle agitazioni degli autoferrotranvieri (un tempo si chiamavano così) che nel caso specifico a Milano hanno trasformato uno dei soliti scioperi periodici di qualche ora in una prova di forza che inevitabilmente ha sconvolto la vita della città di Milano (e in misura un poco minore, qualche giorno dopo, anche di altre).
Crediamo che debba essere espresso il nostro punto di vista sulla vicenda aldilà delle prese di posizione spesso dettate da emozioni passeggere. Nell'economia globale di un rapporto contrattuale tra le parti, è naturale che gli equilibri di forza sono derivati dall'effettivo potere che le singoli parti sono in grado di dispiegare autonomamente. In altre parole, una categoria di lavoratori può contare contrattualmente se le proprie mansioni ed il proprio lavoro possiedono un valore intrinseco, non necessariamente economico bensì simbolico. Lo sciopero che colpisce, come è logico che sia, il datore di lavoro costituirà dunque un rapporto dialettico tra il datore di lavoro o il capitalista che dir si voglia ed il lavoratore; vi possono essere scioperi anche di lunghissima durata (pensiamo all'epopea dei minatori britannici durante il regno della Thatcher) che passano quasi sotto silenzio in quanto il danno da essi provocato si ripercuote sì sull'imprenditore, costringendolo spesso alle concessioni richieste, ma non può essere minimamente avvertito dalla popolazione, se non in tempi lunghi e comunque senza alcuna caratterizzazione drammatica (pensiamo al caso di uno sciopero dell'industria automobilistica che, se sufficientemente lungo, potrà interessare di fatto soltanto chi avesse deciso in quel periodo di acquistare un'automobile). Ma se a scioperare sono gli addetti ai trasporti pubblici (ferrovie, linee aeree, trasporti urbani) o magari i gestori dei distributori di carburante (che pure sono in gran parte lavoratori autonomi), l'effetto sarà immediato e, se l'interruzione dei servizi diviene sufficientemente lunga, devastante.
Dal punto di vista meramente contrattualistico quindi una categoria considerata indispensabile dovrebbe poter godere di prerogative superiori ad altre non così essenziali. Ma sta di fatto che simili rapporti di forza vengono a crearsi quasi esclusivamente nel caso di lavoratori pubblici o semi pubblici (indipendentemente dal rapporto di lavoro che può essere, e sempre più spesso è, privatistico) impiegati nei servizi essenziali: oltre ai trasporti raccolta di rifiuti, erogazione di energia elettrica e gas, ospedalieri, servizi cimiteriali... Non a caso sono questi i settori ove vige una più o meno accettata autoregolamentazione dello sciopero; e sappiamo bene come, per contro, il trattamento economico di tali categorie sia spesso affatto insoddisfacente. Ma non va sottaciuto che tante altre categorie, oltre ad essere penalizzate da salari mediamente inferiori scontano anche una situazione di precarietà e di sfruttamento in larga misura maggiore. Ci si viene dunque a trovare nel classico vicolo cieco, dove il lavoratore sottoocccupato e/o supersfruttato viene a trovarsi nella situazione di dover scontare gravissimi disagi che non può a sua volta scaricare sui propri sfruttatori. Occorrerebbe quindi che, in una prospettiva di lotta rivoluzionaria che ovviamente non c'è (né ci aspettiamo, sinceramente, che possa scaturire dalle hostess dell'Alitalia) la rivendicazione vada a scaricarsi sui reali destinatari, ovvero il padronato ed i consigli di amministrazione delle aziende. I servizi pubblici in genere hanno visto aumenti esponenziali delle tariffe senza che il Governo voglia intervenire, aumenti che, va da sé, colpiscono di fatto esclusivamente i ceti popolari. Auspichiamo che le giuste rivendicazioni dei lavoratori vadano a sposare le giuste rivendicazioni degli utenti lavoratori; le aziende spesso inefficienti e responsabili della dilapidazione del denaro pubblico vanno punite e colpite nell'unico modo possibile: congelando gli introiti derivanti dal prezzo dei biglietti e delle bollette, con la collaborazione attiva dei dipendenti delle aziende stesse. Sciopero congiunto quindi, almeno nel caso dei trasporti pubblici, di lavoratori e utenti-lavoratori, con autoriduzione di biglietti e pedaggi e con autoriduzione delle bollette senza che vengano attivati, per quanto possibile, gli atti esecutivi. Contro lo sfruttamento del lavoro, l'inefficienza e gli sprechi nelle aziende di pubblica utilità sempre più stritolate nella morsa delle privatizzazioni atte a migliorare soltanto le finanze delle imprese e dei gruppi capitalisti.


Graziano Dalla Torre