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    Predefinito Nuovi dirigenti crescono....

    ....a sinistra

    Al direttore - La preminente attenzione politica rivolta in questi giorni agli interessi dei ceti medi è solo in parte giustificata.
    La crescita del lavoro autonomo è minore di quanto comunemente si afferma.
    Liberi professionisti, imprenditori e popolo delle partite Iva sono aumentati negli ultimi cinque anni, ma in misura limitata.
    Più intenso è stato il processo di disarticolazione del lavoro subordinato, con l’espansione dei cosiddetti lavori atipici.
    Il rapporto di lavoro tradizionale, a tempo pieno e indeterminato, resta di gran lunga preponderante.
    Non ha riscontro nella realtà, infine, la diffusa convinzione del declino del lavoro dipendente, e di quello operaio in particolare. Il lavoro dipendente costituisce il 72 per cento dell’occupazione complessiva e il lavoro operaio, nella sua accezione più larga, rappresenta tuttora il 47 per cento degli occupati dipendenti.
    E’ evidente che i processi di disarticolazione del lavoro dipendente moltiplicano e diversificano i trattamenti economici e normativi e, quindi, aumentano le diseguaglianze fra coloro che vivono del proprio lavoro. A sua volta, il mercato del lavoro sempre più flessibile – in assenza di adeguati incentivi al reinserimento nel lavoro degli ultraquarantenni – amplia i divari, rispetto alla sicurezza per il futuro, tra i lavoratori atipici più o meno precari, i lavori tradizionali più o meno garantiti e quelli supertutelati del settore pubblico.
    L’impoverimento dei gruppi impiegatizi e anche dirigenziali (spesso inclusi ambiguamente nella categoria del ceto medio) di cui tanto si parla, insieme alla persistente sottoremunerazione del lavoro operaio, non è altro che uno degli aspetti più vistosi delle diseguaglianze crescenti che conseguono al cambiamento dei modelli produttivi.

    Il problema, allora, è quello di verificare se e come sia possibile, in questa nuova situazione, contrastare le diseguaglianze ingiuste e intollerabili. E’ un problema importante per la destra, che deve reinterpretare le esigenze di forze progressive come i piccoli e medi imprenditori o quelle professionali emergenti, ma che deve anche ripensare la redistribuzione della ricchezza di fronte ai fenomeni di esclusione sociale. E’ un problema altrettanto importante per la sinistra, se vuole dare risposte non demagogiche agli “acrobati di fine mese”, e cioè a quell’ampia area sociale della povertà, della disoccupazione, della precarietà del lavoro che vive con senso di frustrazione l’incertezza del domani.
    Una cosa è tuttavia chiara. Non ci si può illudere che le diseguaglianze possano essere consistentemente ridotte con politiche tendenti ad assicurare a tutti pari opportunità.
    Qui sovviene la lezione di Ermanno Gorrieri. Obiettivo realistico delle politiche redistributive non può essere quello di restringere l’intero ventaglio delle diseguaglianze, di superare le distanze fra i ceti e le persone. Del resto, osserva sempre Gorrieri, non sono poche le diseguaglianze che sono eque, nel senso di dare a ciascuno ciò che si merita, e funzionali allo sviluppo economico e all’efficienza dell’organizzazione della società.
    L’equità sociale può essere perseguita solo con obiettivi ragionevoli: ad esempio, con l’aiutare i cittadini ad autopromuoversi e, in ogni caso, con il garantire a tutti il raggiungimento di un traguardo, costituito non tanto da un minimo vitale (verso cui convergono diverse proposte dell’Ulivo), ma da una soglia minimale di benessere (welfare significa benessere), ovvero da un’adeguata ed esigibile partecipazione ai molteplici beni che sono patrimonio di una comunità nazionale.
    In questo quadro, un riformismo serio non deve avere il timore di rivalutare parole come competizione sociale e meritocrazia. Berlusconi non si contrasta con l’ideologia del garantismo, del livellamento, della mediocrità.
    A tale ideologia va contrapposta, in ogni campo, una cultura che premi, con incentivi morali e materiali, la capacità creativa, l’attitudine a rischiare, la professionalità, la disponibilità a svolgere attività gravose e non gratificanti.
    Ecco perché va combattuta la pseudo-meritocrazia corporativa che, grazie a un uso distorto del potere contrattuale, pretende e ottiene – soprattutto nel settore pubblico – vantaggi retributivi da ripartire in modo uniforme, a prescindere dalle condizioni di lavoro e dal grado di impegno dei singoli.
    Churchill diceva che la verità, in politica, è sovente una bugia vestita con lo smoking. Sarebbe oltremodo apprezzabile se le forze politiche italiane affrontassero la questione sociale smentendo il grande statista inglese.

    Michele Magno, della direzione Ds, al Foglio.

    avete letto bene, Magno, della direzione Ds.
    Ex operaio, se ricordo bene, probabilmente l'unico vero uomo di sinistra oggi nell'ex partito degli ex comunisti.
    E probabilmente l'unico a non darsi arie di intellettuale.
    Una speranza per per il governo, avere molti "Bugno" all'opposizione, e una speranza per tutti.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Al direttore – Non è il battesimo di una nuova corrente sindacale. E’ forse qualcosa di più.
    E’ l’apertura di un confronto pubblico sulle prospettive del sindacalismo confederale italiano.
    Ne saranno protagonisti domani, nel teatro romano dell’Eliseo, alcune centinaia di dirigenti della Cgil che si riconoscono nella sua antica tradizione riformista.
    Per Antonio Panzeri e gli altri promotori dell’iniziativa il sindacato è un’organizzazione che non si limita mai all’azione di protesta, di denuncia, di propaganda, ma costruisce soluzioni, elabora proposte, crea processi reali di solidarietà.
    Fuori da questo orizzonte, il sindacato rischia di smarrire la sua ragion d’essere.
    Cofferati ha lasciato la Cgil in una posizione critica, sia per gli strappi compiuti nel tessuto unitario, sia per gli effetti di politicizzazione che ne sono derivati, nel tentativo di condizionare il gruppo dirigente dei Ds e di offrire un punto di riferimento alternativo ai movimenti della società civile.
    Questo progetto è fallito.
    Epifani ne ha preso atto? Non sembra. Sembra invece ancora prevalere l’idea di una radicalizzazione, di uno scontro frontale col governo, secondo la quale è possibile attuare solo una linea di resistenza.
    Eppure un gruppo dirigente responsabile dovrebbe capire quando un ciclo politico si è concluso e si rende necessaria una correzione strategica. Ciò non significa l’assunzione di scelte moderate, accomodanti, subalterne. Significa che gli obiettivi del sindacato devono essere sempre declinati in termini negoziali e rivendicativi.
    Un sindacato politicizzato, ideologizzato, che antepone la purezza dei principi alla verifica della realtà, finisce per perdere la sua forza e lascia scoperta la sua funzione di rappresentanza sociale. E finisce col coltivare l’illusione dell’autosufficienza, mettendo in sordina il problema dell’unità.
    Anche ieri Epifani ha ventilato l’ipotesi di un altro sciopero generale della sola Cgil sulle pensioni.
    Ma questa è una strada che non porta da nessuna parte.
    E che rischia di spezzare l’esile filo unitario riannodato nei mesi passati.
    Sarebbe importante se, nella discussione di domani, emergesse con chiarezza la necessità di una svolta radicale nelle relazioni unitarie. Anche attraverso l’impegno solenne della Cgil a non compiere atti unilaterali, si tratti di una vertenza o di un accordo, senza una preventiva verifica degli eventuali contrasti in una sede unitaria di mediazione.
    Ma ciò che appare urgente, da parte non solo della Cgil ma dell’intero movimento sindacale, è la riapertura di una discussione sul rapporto tra politica e condizione sociale. Questo rapporto entra in crisi quando i termini fondamentali dello scambio alla base del modello fordista di lavoro – subordinazione contro sicurezza – sono travolti senza che siano stati ridefiniti i termini di un nuovo scambio.
    Senza dimenticare, come dice Ulrich Beck, che la libertà presuppone la sicurezza. E che, quando quest’ultima viene meno, il senso della libertà si fa debole e traballa.
    Ecco il punto: il rapporto tra sicurezza e libertà nell’era della flessibilità e nella società della conoscenza.
    Come ridefinirlo.
    Con quale nuovo equilibrio tra diritti di cittadinanza e doveri di comunità, a partire dalla riforma dei sistemi previdenziale e assicurativo.
    Con quale ruolo sia della mano pubblica sia di nuove forme di mutualismo solidale, capaci di rompere le soffocanti rigidità delle burocrazie del nostro welfare assistenzialistico.
    Con quali politiche contrattuali, in grado di tutelare non solo le uguaglianze, ma le differenze.
    Con quale nuovo patto sociale, in una parola.
    Su questi temi ai riformisti della Cgil spetta una non piccola responsabilità: contribuire all’avvio di un nuovo corso nel sindacato maggioritario.
    Sapendo, con Machiavelli, che “non c’è niente di più difficile da condurre, né più dubbioso di successo, né più dannoso da gestire, dell’iniziare un nuovo ordine di cose”.

    Michele Magno della direzione Ds

    su il Foglio di mercoledì 18 febbraio

    esagero in prudenza se invito il Viminale a "sorvegliare paternamente" sulla incolumità di quest'uomo coraggioso?

    saluti

 

 

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