Pro memoria per la commissione di vigilanza
di Furio Colombo
La notte tra l’11 e il 12 febbraio, Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio che non tollera confronti con i suoi avversari, è apparso da solo in un lungo e quasi ininterrotto monologo in una edizione straordinaria di «Porta a Porta» (straordinaria perché Berlusconi non si lasciava zittire e parlava da solo). La sera del 12 febbraio il Tg3, nel suo programma «Primo Piano» ha tentato di ricostruire un minimo di contraddittorio per il fiume incontrollato di parole, statistiche, attestazioni di autoglorificazione e numeri privi di fonte rovesciati senza controllo dal presidente del Consiglio sul pubblico, con questo espediente: far passare sullo schermo alcune affermazioni particolarmente clamorose per fantasiosità e palese falsità in modo da consentire a Francesco Rutelli di dare qualche risposta in studio, ripristinando un minimo di legalità per la televisione pubblica.
La Rai ha proibito al Tg3 di trasmettere immagini Rai di Silvio Berlusconi, violando ogni possibile concetto di legalità, di diritto costituzionale dei cittadini ma anche di buon senso. I dirigenti Cattaneo, Del Noce e Del Bufalo hanno dichiarato coperta da ferreo e misterioso divieto la registrazione di ciò che Berlusconi, da solo, aveva detto di se stesso, come se due milioni di italiani non l’avessero già vista. Il fatto solleva in modo urgente il problema: può esistere un’area di informazione rigorosamente recintata e disponibile solo per il presidente del Consiglio, senza obiezioni e senza contraddittorio? Si può autorizzare un simile monumento al dominio esclusivo delle informazioni, alla proibizione del dibattito?
È concepibile il divieto di usare alla Rai materiale della Rai già andato in onda alla Rai solo perché Silvio Berlusconi dà ordine ai suoi dipendenti (che però sono dirigenti della televisione pubblica) di non farlo? Per capire è bene riprendere la incredibile storia dall’inizio.
Il governante-candidato Berlusconi appare in penombra, nella prima scena di «Porta a Porta» della sera dell’11 febbraio, intento a leggere con profondo interesse un libretto. Quando la luce si accende e il primo ministro appare in studio, segnato dai ritocchi ma anche da quel suo curioso stato d’animo di Napoleone incattivito (Berlusconi è l’unico governante al mondo che, sfidando tutte le barzellette, paragona se stesso a Napoleone, ma trae dal riferimento un profondo e rancoroso malumore), si scopre che sta leggendo un libretto che lui stesso ha fatto scrivere e fatto pubblicare. Esclama: «È straordinario, è straordinario, viene il mal di testa a pensare quante cose il mio governo è riuscito a fare». È come se Berlusconi leggesse l’opera di un altro su di lui. Esprime meraviglia e ammirazione per ciò che lui stesso ha detto, e ha scritto, su ciò che sostiene di aver fatto. Nessuno chiede le prove di tanto clamoroso successo, che infatti non risulta ad altri, in Italia o in Europa. Eppure c’è un giornalista in studio. È Bruno Vespa, che si avvicina sorridente e apre la trasmissione con queste parole: «Complimenti, lei sembra un giovanotto». Berlusconi capisce che è iniziata la parte politica del programma e risponde: «Sì, infatti tutti i miei colleghi europei mi hanno fatto i complimenti». Non è stupido. È soltanto bugiardo. Non sta parlando del lifting. Introduce da solo il tema del quanto è stato bravo come presidente di turno del Consiglio Europeo.
Non importa niente che l’intera Unione gli abbia attribuito il fallimento della Costituzione europea e che non esista traccia, testo, documento o citazione di un tributo europeo alla fine del confuso e imbarazzante passaggio di Berlusconi al vertice europeo, dal giorno in cui ha accusato un parlamentare tedesco di assomigliare a un kapò, alla celebre frase (poco prima della strage di Nassiriya e della strage nella metropolitana di Mosca) su come è stato bravo Putin in Cecenia. In quel momento, come abbiamo detto, non ci sono giornalisti in studio, eccetto Bruno Vespa. Ma ciò che è accaduto in studio nella interminabile notte tra l’11 e il 12 febbraio, ci dice che il problema è più grande delle compiacenze di Vespa e della sua non contenibile festosità verso il presidente del Consiglio. Infatti, mentre Berlusconi è intento a lodarsi ininterrottamente e da solo, il campanello, tipico della trasmissione, avverte che sta per arrivare un ospite. Sapremo solo più tardi che si tratta di Guido Gentili, direttore del Sole 24 Ore. Ma non lo sappiamo sul momento perché, campanello o no, Berlusconi non si interrompe. Che Gentili e il suo importante quotidiano economico aspettino. Lui continua a parlare senza far caso.
Più avanti, dopo Gentili, entrano in studio i direttori Sorgi de La Stampa e Gambescia de Il Messaggero. Abbiamo controllato il minutaggio della registrazione. Ognuno di loro impiega meno di un minuto per formulare domande non irrilevanti (Gambescia viene persino sgridato bruscamente per avere osservato che «i giovani, anche quando lavorano, sono precari e il precariato non crea futuro»). Ma si rendono subito conto che la pretesa formula di intervista non esiste. Il premier risponde ogni volta (mi riferisco sempre alle verifiche sulla registrazione) in monologhi della durata di 7-8 minuti. Ma non è solo questo. Berlusconi passa tranquillamente a un altro argomento. Sentite questo passaggio: «Le grandi opere? Ah, Vespa, bisognerà fare una trasmissione apposta, ci vorranno ore e ore. A proposito, lo sa che la criminalità è scesa in Italia, per merito del mio governo, del 12 per cento e gli omicidi del 64 per cento?». Sono dati inventati, naturalmente. Si vede Gentili tamburellare sul bracciolo. Da quel momento sta zitto. Anche Sorgi rinuncia, dopo avere provato a chiedere se, in vista della brutta congiuntura economica, Berlusconi non debba rivedere le promesse del “contratto” redatto con Vespa. Come i suoi colleghi, Gambescia si rende conto che non è il caso di provare a intervenire ancora. Berlusconi percepisce le domande come una aggressione, e in caso di insistenza si adira. Intercettare le sue risposte fluviali è impossibile, pensare alla seconda domanda (tipo «guardi che lei non ha risposto» oppure «da dove vengono i dati che ha appena citato?») è impensabile. Di fronte al caso di non indifferente anormalità del comportamento in pubblico del primo ministro, i direttori rinunciano. Fallisce persino il tentativo di dargli ragione. Gli fanno notare che Rutelli ha fatto, sulle pensioni, una proposta mite, che si avvicina alle posizioni del governo. Interessa? Ecco la risposta: «Noi ascoltiamo chiunque, poi decidiamo. Chiunque, capito?» Una volta degradata a «chiunque» ogni possibile voce dell’opposizione, può dire e ripetere che l’opposizione mente sempre, come Stalin (questa volta è Stalin, non Goebbels, il modello di iniquità di chi non gli da ragione). Da quel momento i tre direttori sembrano tre medici che osservano con pazienza i sintomi di una malattia. È vero, c’è Vespa, padrone di casa. Un padrone di casa ha dei doveri, che Vespa non sembra osservare. Lascia i suoi ospiti in una situazione sgradevole, zittiti e inutili. Però osserviamo meglio Bruno Vespa, in quella triste, esemplare serata fuori legge. Berlusconi, il padrone (non di Vespa in particolare, dal suo punto di vista lui è il padrone di tutti) non ride più perché il lifting non glielo consente. Vari studi dimostrano che il puro e semplice fatto di non poter usare i muscoli del sorriso intristisce. Questo fatto evidentemente gli accorcia la già modesta sopportazione degli altri e gli allunga il discorso. Berlusconi scarica numeri e dati come un camion ribaltabile scarica la ghiaia. Niente è verificabile, perché lui è solo, come un grande fratello che è anche pubblico di se stesso. Non c’è dibattito o anche solo incrocio di opinioni perché è psichicamente, e non solo giornalisticamente, impossibile che ci sia. Chi ha osservato con cura l’infinita trasmissione che va e va nel cuore della notte, nota in alcuni istanti, gesti e cenni di Vespa che potrebbero essere interpretati come tentativi, se non di obiezione, almeno di rallentamento della corsa. Berlusconi, che anche a causa di un nuovo bizzarro taglio e coloritura dei capelli, ispessiti sulla nuca e gonfi ai lati, assomiglia più che mai a Sabina Guzzanti al suo meglio (solo più stralunato in quello che dice) non si lascia fermare.
«Che cosa stavo dicendo, Vespa?» chiede il presidente-padrone che, a un certo punto, si è incartato nelle parole e nei numeri e - per la prima volta nella sua storia pubblica di venditore - ha perso il filo. In un altro momento, mentre sgrida Gambescia e sostiene che tutti i giovani di valore dovrebbero esigere contratti a termine, così potranno farseli rinnovare facendo vedere quello che valgono, sbaglia la parola di un tipo di contratto per l'altro. «Indeterminato, presidente indeterminato», suggerisce benevolmente Vespa. L’impressione è che stia dando una mano, ma anche tentando di tenerlo a bada. Tanto che all’ultimo momento vengono inserite, (e si vede bene il soprassalto del montaggio) la sequenza della visita in Libia e la domanda sullo sciopero dei magistrati. La Libia è una sequenza penosa. I direttori di giornali e Bruno Vespa sanno benissimo che non esistono in diplomazia conferenze-stampa finali in cui l'ospite compare da solo. Ma questo si vede: Berlusconi parla da solo, senza Gheddafi o uno straccio di vice-Gheddafi al suo fianco. Anche chi guarda da casa nota lo schiaffo diplomatico. In studio nessuno fiata, ma potete dargli torto? E qui vorrei includere, nonostante tutto ciò che ha detto questo giornale di «Porta a Porta», anche una parola di comprensione per Vespa. Non poteva parlare di quello schiaffo clamoroso, e non poteva negare allo strano personaggio di fasi vedere, come lui evidentemente ha voluto, in quella imbarazzante situazione: conferenza stampa da solo, nel deserto.
Sempre a richiesta, si deve immaginare (perché Vespa non è un giornalista che ami a tal punto il salto nel vuoto), c’è la domanda del tutto fuori contesto, improvvisa e vistosamente incollata alla fine, sullo sciopero dei magistrati. È quella che consente a Berlusconi di dire che i giudici sono «al limite della eversione», scatenando una nuova fase della guerra fra istituzioni che Ciampi aveva ammonito di evitare perché «danneggia lo Stato». A questo punto, quando Vespa conclude salutandolo con la frase: «Presidente, ma lei è veramente immortale?» si tratta di servilismo o di prudenza?
Una cosa è certa e non potrà sfuggire alla Commissione di Vigilanza, ora che tutto il Paese lo ha notato.
Persino a questa televisione si deve chiedere, con fermezza e urgenza, di interrompere spettacoli illegali (perché è escluso e impedito il contraddittorio) come quello a cui hanno assistito gli italiani nel «Porta a Porta» di mercoledì scorso. Si tratta della trasformazione della televisione di Stato da organo - per quanto imperfetto - di informazioni a centro di propaganda al servizio esclusivo del capo del governo. Non conta che altre voci si siano sporadicamente e frammentariamente ascoltate in situazioni e tempi diversi. Conta prendere atto della costruzione di un bunker televisivo nel quale un solo personaggio politico - che, per caso, possiede tutte le altre televisioni - è libero di evitare, anche con maleducazione, ogni interferenza e di parlare da solo per ore.
Se la commissione di vigilanza sarà impedita ad agire da ostruzionismo o deliberata mancanza di numero legale, sarà necessario fare appello ai presidenti di Camera e Senato (sperando almeno in quello della Camera) per sospendere uno stato di illegalità che viola libertà fondamentali in periodo elettorale.
In ogni Paese democratico il monologo arbitrario, solitario e privo di contraddittorio di chi governa è fuori legge.




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