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    Predefinito Ancora sulla Riforma....

    ....Moratti


    Nessun provvedimento riguardante lo stato giuridico e le procedure di reclutamento del personale docente è mai riuscito
    a modificare nella sostanza un sistema, che reggendosi sul meccanismo dei concorsi, rimane sempre vulnerabile e suscettibile di possibili “interventi correttivi”, che tanto gravano sulla nostra reputazione a livello internazionale.
    Se la proposta Moratti interviene a meno di sei anni dalla riforma voluta da Luigi Berlinguer è per tentare di correggere le distorsioni provocate da un’autonomia intesa come localismo, che porta a un’involuzione e a un impoverimento del livello culturale di molte facoltà.
    Riteniamo di grande rilievo la proposta di stipulare contratti di collaborazione coordinata e continuativa con studiosi in possesso di qualificazione scientifica adeguata.
    In questo, il progetto Moratti si allinea alle consuetudini dei paesi europei, dove la percentuale di docenti con contratto a termine varia dal 40 per cento della Francia al 72 della Germania, l’Inghilterra è al 52. Se questa strategia può apparire lesiva della sicurezza del posto di lavoro, è di comune evidenza, nei paesi le cui università sono esempio di produttività scientifica, che la mobilità, la valutazione periodica e la competitività culturale sono fattori decisivi nel processo di formazione dei ricercatori.
    Il che impone una correzione della normativa precedente che attraverso la figura del ricercatore a vita creava i cosiddetti ricercatori sessantenni, alimentando la generale frustrazione.
    Alcuni ritengono che la proposta Moratti non valorizzi a sufficienza le autonomie universitarie.
    Ma è esattamente vero il contrario. Negli ultimi anni, non tutti gli atenei si sono distinti per una responsabile progettazione e gestione delle funzioni e delle risorse che la propria autonomia aveva loro concesso.
    Da qui, forse, le comprensibili preoccupazioni del ministero dell’Università di valutare l’uso delle risorse disponibili e mettere a punto un rigoroso sistema di valutazione dei risultati, sia scientifici sia didattici, raggiunti dalle università. Altri motivi che inducono a un ragionevole ottimismo sono, oltre l’abolizione dell’anacronistica distinzione tra docenti a tempo pieno e a tempo definito, (che corrispondono solo al 7 per cento del totale) quelli legati alla possibilità di integrazioni retributive per lo svolgimento di ulteriori attività, da correlare sempre alla valutazione dei risultati.
    La proposta di riforma sembra quindi abbastanza flessibile, pur ribadendo il principio che l’autonomia degli atenei può essere correttamente esercitata solo nel contesto di un sistema che garantisca equità di valutazione. Che si apra un ripensamento del sistema di governo delle università, è da auspicare. Così come è da augurarsi che si apra una riflessione sulle risorse da attribuire all’università andando verso una tendenziale parificazione del sistema statale e non statale. Ma il comune interesse oggi prioritario è che si acceleri il processo di riforma dell’università.

    Renzo Dionigi (rettore Università dell’Insubria, Varese), Antonino Liberatore (Univ. di Firenze), Fabio Roversi Monaco (già rettore a Bologna), Francesco Sabatini (Univ. di Roma), Gianni Puglisi (rettore Iulm, Milano), Gennaro Ferrara (rettore Univ. Partenope, Napoli), Giuseppe De Gennaro (rettore Libera Università mediterranea, Bari), Pierpaolo Cavaleri (Politecnico di Torino), Mario Cavania (Univ. di Firenze), Francesco Cetta (Univ. di Siena), Saverio Cinti (Univ. di Ancona), Giovanni De Maria (Univ. di Roma), Ennio Di Nolfo (Univ. di Firenze), Salvatore Gentile (Univ. di Genova), Carmelo Mammana (Univ. di Catania), Pierstefano Marcato (Univ. di Bologna), Francesco Martelli (Univ. di Firenze), Egno Nazzarini (Politecnico di Milano), Aldo Tatticchi (Univ. di Perugia)

  2. #2
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    Predefinito Di Maio risponde a....

    ....Gallino

    Roma. “La cosa più bella è il terzo punto finale, la così detta acquiescenza ideologica dei docenti universitari”, osserva divertito Adriano De Maio, l’ex rettore del Politecnico di Milano, attuale rettore della Luiss di Roma e consulente di Letizia Moratti per la riforma universitaria.
    La lettura di un articolo pubblicato su Repubblica, può avere effetti ameni. “Non ci sarebbe arrivato nessuno. E’ proprio quello che lui vuole praticare”. Lui è l’autore del suddetto articolo, Luciano Gallino, sociologo del lavoro, autore di un saggio molto pessimista sul declino industriale dell’Italia, pubblicato mesi fa da Laterza, dove strizza l’occhio all’antimercato e ai no global per descrivere “un’Italia che non esiste”, come affermano i bene informati.
    Nel suo articolo su Repubblica Gallino fa un po’ di confusione. Giustappone la proposta di riforma di Letizia Moratti agli effetti della riforma voluta e approvata da Luigi Berlinguer, ministro nel governo dell’Ulivo. Per essere uno specialista delle scienze sociali sembra contravvenire alla prima regola della conoscenza scientifica, la congruenza dei fenomeni presi in esame.
    “Gallino è un sociologo”, replica sornione De Maio, che invece è un ingegnere.
    “E’ alquanto drastico. Mette dentro tutto, e condisce l’insieme con pure illazioni”.
    Sostiene per esempio che il ddl sul riordino dello stato giuridico dei professori universitari aggraverà tutti i problemi, senza risolverne alcuno.
    “Tanto per cominciare, dovrebbe dirci chi certifica della validità didattica e scientifica di una persona. Se si abolisse il valore legale del titolo di studio, si potrebbero prevedere anche regole di valutazione diverse dai concorsi. Sono il primo a riconoscere che tutto è migliorabile. Ma la domanda da porsi è una sola: l’attuale sistema funziona o no? Se funziona, Gallino dovrebbe essere contento e farebbe bene a spiegarci perché. Se non funziona, visto che è un uomo di cultura, farebbe meglio a avanzare proposte di miglioramento dell’attuale riforma o verificare se le proposte in corso sono migliorative rispetto alla situazione attuale”.
    Gallino invece insiste nel presentare un quadro tetro dell’avvenire universitario dei nostri ricercatori di domani.
    “Il trentenne aspirante professore universitario non s’illuda d’avere subito il posto, sia pure a un tempo determinato per non più di 3 anni”, scrive nel suo articolo. Dopo i 10 anni di così detto precariato, che iniziano alla fine del dottorato (3 anni dopo i 5 di laurea, più o meno a 28 anni, ndr), dovrà subire a dir suo “la valutazione comparativa degli idonei inseriti nella lista nazionale degli idonei. In sostanza, i concorsi per diventare associato e ordinario sono ogni volta due, quello nazionale e quello locale” conclude Gallino, “un punto che mi pare non sia stato finora notato dai commentatori del ddl”.
    De Maio risponde: “Le valutazioni dell’esistenza non portano mai lontano. L’idoneità nazionale esiste in quanto esiste il valore legale del titolo di studio. Ma noi vogliamo dare sì o no autonomia alle università? Se la risposta è sì, bisogna capire come si esplica l’autonomia. Da un lato si esplica con la scelta delle persone, dall’altro nell’ambito di una seria valutazione di ciò che questi signori hanno fatto. Dopo di che ognuno sarà libero di dire che i meccanismi sono complicati, che i 2 o i 3 o i 5 anni sono troppi o troppo pochi. Facciamo attenzione però, si tratta sempre di limiti di tempo massimo. Un’università può sempre stabilire dopo 2 anni o dopo 6 mesi che un certo signore è idoneo alla ricerca e confermarlo”.
    Da molte parti si contestano i 10 anni di precariato delle giovani promesse della ricerca scientifica.
    “Il fatto è che per i meno atti, o per quelli che richiedono una valutazione più complessa, si dà un tempo molto più lungo. Ma questo rientra nell’ambito della specifica autonomia dell’università. D’altra parte, un tempo gli assistenti volontari che non prendevano la libera docenza entro 10 anni non potevano rimanere in università. Ora, se un’università è ben condotta non aspetta certo 10 anni per decidere se confermare o no uno studioso”.
    Gallino però, parla di “ritorno dei concorsi a tempi biblici”. Oltre a sostenere che “in confronto al profilo di carriera universitaria il ‘Processo’ di Franz Kafka è una lieta scampagnata”, obietta che le difficoltà nel far quadrare i bilanci, per il fatto che “il ddl prevede aumenti dei costi, ma non stanzia un euro per coprirli” rende “irrealistico il ringiovanimento del corpo docente”.
    “E’ evidente che occorrono risorse aggiuntive. Ma ripeto: o vogliamo un sistema rigoroso di valutazione, o stabiliamo che siamo todos caballeros. Insisto, ci sono almeno tre punti in questione:
    a) vogliamo il valore legale del titolo di studio;
    b) vogliamo una valutazione rigorosa;
    c) vogliamo l’autonomia universitaria.
    Si risponda su questi punti e si propongano semmai emendamenti correttivi”.
    E della scampagnata di Kafka che dice?
    “E’ un’altra amena metafora. Ma si dimentica che da nessun’altra parte nel mondo c’è la tenure fissa, come in Italia, che scatta da quando uno mette piede in università vincendo un concorso di ricercatore e diventando inamovibile sino alla pensione. Solo da noi in Italia esistono ricercatori di 60 anni che non producono più nulla perché preferiscono mendicare una rubrica su qualche quotidiano”.
    Lei è severo, molti sono costretti a farlo per vincere la frustrazione.
    “Guardi, persino nell’ambito della 2314 di storica memoria, e cioè la vecchia proposta di legge sulla riforma dello stato giuridico presentata negli anni 60 dalle così dette forze che volevano il cambiamento, si proponeva che gli ordinari venissero valutati a intervalli di tempo.
    Si voleva mettere un freno alla cattiva abitudine invalsa senza remore che una volta arrivati in cattedra i nostri ordinari non producono più nulla, né sul piano scientifico né su quello didattico”.
    Gallino e molti altri, su questo punto, obiettano il carico della didattica. “Che ci sia un sovraccarico è vero. Così come è vero che ci sia una mancanza di risorse e un abnorme incremento dei corsi di laurea e dei corsi specifici voluti dalle singole università proprio perché governate con logica corporativa e autoreferenziale.
    Tutto questo, però, spesso nasce da una situazione interna all’università, non esterna.
    E’ la deriva del 3+2 voluta da Berlinguer, una riforma senza copertura finanziaria voluta dal governo dell’Ulivo. Al centrodestra semmai è da imputare il fatto di non averla bloccata”.

    Marina Valensise su il Foglio di giovedì 19 febbraio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito E piace sempre più

    Roma. Non succede tutti i giorni che la crème de la crème dell’università si riunisca intorno a un tavolo per discutere di riforma universitaria. E’ successo la settimana scorsa, in un albergo del centro grazie a un incontro a porte chiuse organizzato dalla Fondazione Magna Carta, il think thank lanciato dal presidente del Senato Marcello Pera e guidato, tra gli altri, da Gaetano Quagliariello e Peppino Calderisi.
    Novità nella novità: il consenso trasversale alla riforma dei concorsi universitari, proposta dal ministro Letizia Moratti, presente alla discussione.
    I professori in tutto erano una quarantina, reclutati al di là dell’appartenenza politica e della specializzazione accademica. Andavano dal moderato Piero Craveri al diessino Aldo Schiavone, dall’amministrativista Fabio Roversi Monaco allo storico dell’arte Salvatore Settis, dal politologo specialista della Democrazia cristiana Paolo Pombeni all’americanista ex deputato radicale Massimo Teodori, dal rettore della Bocconi di Milano, Carlo Secchi, all’epistemologo della Luiss Raimondo Cubeddu.
    Hanno ascoltato in religioso silenzio il consulente del ministro Adriano De Maio, che ha presentato i punti cardinali del ddl: la lista nazionale degli idonei ai concorsi, lista chiusa alla quale è prevista un’aggiunta del 20 per cento di posti; la forte selezione nell’iniziale accesso alla carriera, per reclutare i migliori e i più motivati; l’avanzamento nella carriera legato al controllo sull’attività svolta; l’aumento delle risorse e il conseguente sistema di incentivi. Poi, come in un seminario americano, i professori hanno preso la parola, vuoi per opporre obiezioni, vuoi per esprimere approvazione.
    Altra novità: il plauso veniva spesso da accademici vicini all’opposizione, le obiezioni partivano da professori filogovernativi.
    Così, per esempio, di fronte al giurista Stefano Mannoni che si domandava se non fosse il caso di attenuare il carico didattico salito a 120 ore, per metterlo in linea con l’“antropologia latina” degli universitari italiani, impegnati spesso in altre attività, il neodirettore dell’Istituto italiano di Scienze Umane, Aldo Schiavone – già consulente di Luigi Berlinguer e collaboratore di Repubblica – da uomo di sinistra dichiarava “senza imbarazzo” il suo apprezzamento nei confronti di un progetto di riforma che riprendeva una vecchia idea, la lista nazionale degli idonei, avanzata da Berlinguer proprio su suggerimento suo e di Umberto Eco, e poi stravolta dall’iter parlamentare in balìa delle lobby trasversali e corporative.
    Il progetto Moratti, ha spiegato Schiavone, va sostenuto nell’interesse del paese, perché cerca di passare da un’università dell’assistenza e della cattiva eguaglianza a un’università del merito.
    D’accordo con lui, sebbene con qualche riserva, anche Ernesto Galli della Loggia, che ha invitato il ministro a ribadire il carattere pubblico dell’università a servizio della nazione, suggerendole di rivolgersi direttamente all’opinione pubblica e di spiegare la filosofia della riforma, superando il muro della mobilitazione politica antigovernativa che s’alza puntualmente dentro le università.
    Per mettere fine alle mafie nelle commissioni dei concorsi, Galli della Loggia ha persino proposto di introdurre il suffragio universale nella designazione dei nuovi idonei all’insegnamento universitario da parte degli ordinari di ogni disciplina.
    A parlare di deburocratizzazione dell’università sono stati invece Teodori e Roversi Monaco, che, oltre a essere uno degli estensori del ddl, ha ricordato la crescita abnorme degli organici, passati, dal 1982 al 1998, da 3.000 a 35.000 professori. La Moratti ha concluso annunciando i piani di risorse, un complesso di norme per un’università, libera, forte, autonoma e responsabile, dando una piccola dimostrazione di come governare possa significare ancora esercitare la deliberazione razionale.

    saluti

 

 

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