Andando nei giorni scorsi - nel mio solito navigare per trovare siti antagonisti e controcorrente - sul sito www.italiasociale.org insieme ad articoli indubbiamente interessanti ho trovato nel comitato di redazione il nome di tale Gen. Amos Spiazzi.
Tale nome - che non é un omonimia - personaggio inquietante degli anni '70, oltretutto era riapparso nel partito Libertà d'azione di Alessandra Mussolini insieme a quello di Ambrogio Viviani.
Per chi non sapesse e non ricordasse chi é Amos Spiazzi sarà bene comunque rinfrescargli la memoria.
L’evento eversivo(???) noto con il nome di Rosa dei Venti si colloca, come molti episodi precedenti, a metà strada tra un tentativo golpistico e una ennesima provocazione volta a spostare più a destra gli equilibri politici nazionali.Ciò che differenziò questo evento dagli altri è, tra l’altro, il fatto che, per una pura casualità, in questo caso il giudice iniziò a indagare prima che l’evento stesso giungesse a maturazione , con ciò cambiando ovviamente il corso degli eventi.Le indagini, infatti, avevano preso il via nell’ottobre del 1973, quando un medico ligure, Giampaolo Porta Casucci si era presenato alla polizia e consegnò un piano di massima per la conquista del potere, completo di mappe e indicazioni per l'occupazione di edifici pubblici e strategici, e persino una lista di persone da eliminare.Con l'avvio delle prime indagini si comprese che la scoperta non era da sottovalutare: tra i congiurati vi erano il generale Francesco Nardella, che dal 1962 al 1971 aveva diretto l'Ufficio guerra psicologica presso il comando alleato FTASE della Nato, e il suo successore in quello stesso incarico, il tenente colonnello Angelo Dominioni. Vi era infine il tenente colonnello Amos Spiazzi, vice comandante del secondo gruppo artiglieria da campagna e capo dell'Ufficio "I" del suo reparto.Nel marzo 1974 l'istruttoria fece un salto di qualità quando cominciò a collaborare con il magistrato un giovane sindacalista, Roberto Cavallaro, che mediante coperture ad alto livello, presumibilmente al Sid, sarebbe stato inserito negli uffici della Magistratura militare a Verona senza averne alcun titolo. Questo stesso fatto era la prova dell'esistenza di potenti strutture occulte, in grado di "inventare" addirittura un magistrato militare.
Ma Cavallaro, e successivamente anche Amos Spiazzi, dissero molto di più.
In particolare, il 3 maggio 1974, in un confronto fra i due, il colonnello Spiazzi parlò di "una organizzazione di sicurezza interna delle FF.AA, organizzazione che non ha finalità eversive e tanto meno criminose, ma si propone di proteggere le istituzioni vigenti contro ipotetici avanzamenti da parte marxista. Questa organizzazione ha struttura gerarchica non però coincidente necessariamente con quella delle forze armate. Ovviamente all'interno di questo apparato ci si conosce non tanto per conoscenza personale, quanto per mezzo di segni convenzionali. Io non conosco neppure tutti i componenti di questo sistema e non so come e da chi vengono scelti. [...] questo organismo non si identifica nel Sid o in un altro servizio analogo".
Il confronto proseguì il giorno successivo e in quella sede Spiazzi aggiunse: "Non posso dire se l'apparato di sicurezza e la sua gerarchia parallela facciano parte del Sid e neppure posso dire che si tratti della vecchia struttura di Di [rectius: De, ndr.] Lorenzo. Per entrare in questa organizzazione parallela occorre avere determinati sentimenti e avere svolto determinate attività informative nelle caserme. Occorre essere antimarxisti. Non si chiede di entrare a farne parte perché il fatto di chiederne implica una conoscenza. Si viene osservati, valutati, specie in considerazione di determinate attività che si possono aver compiute. [...] Al vertice della gerarchia parallela stanno senz'altro dei militari. In sostanza si tratta di una gerarchia "I" parallela nel senso che può divergere (e in molti reggimenti in effetti diverge) dalla gerarchia "I" ufficiale. Questa gerarchia parallela prescinde da quella ufficiale nel senso che come avviene per gli ufficiali "I", i quali trasmettono le notizie più delicate non al comandante del corpo, bensì al loro superiore nella gerarchia "I", così analogamente in questa gerarchia parallela si dipende da superiori che possono non coincidere con quelli ufficiali. Non posso rispondere alla domanda se si tratta di una catena puramente informativa oppure anche operativa. [...] Certamente tale organismo è più occulto del Sid".
In altro interrogatorio, e a precise contestazioni del giudice, lo Spiazzi confermava di far parte di una organizzazione occulta interna alle FF.AA. e aggiungeva: "L’organizzazione ha carattere di ufficialità, nel senso che è istituzionalizzata, pur con elasticità per quanto riguarda metodi e personale, di volta in volta definiti con disposizioni orali. [...] In sostanza l'organizzazione di cui ho più volte parlato nei precedenti interrogatori non è altro che l'organizzazione composta dagli ‘alter ego’ della struttura "I" ufficiale. L'organizzazione di cui trattasi è stata sempre un’organizzazione in funzione anticomunista". Ma subito dopo egli aggiunge: "
Peraltro, nonché sorprendermi dell'esistenza di una siffatta organizzazione e di deviazioni in questo senso di elementi delle FF.AA. e del Servizio, la mia esperienza mi consente di affermare che sarebbe assurdo che tutto ciò non esistesse. [...] Ho detto che mi sorprenderebbe che non esistesse una organizzazione parallela e occulta con specifica funzione politica anticomunista: ritengo peraltro che un simile apparato non potrebbe correre sulla linea ufficiale della catena informativa, dato che, in tale ipotesi, il rischio di individuazione sarebbe enorme. [...] Se si formula l'ipotesi, anche questa verosimile, che il vertice di questa organizzazione si trovi o comunque dipenda da una certa forza istituzionale, sarà altresì logico pensare che la scelta degli elementi periferici sia correlata alla conoscenza degli elementi stessi avvenuta anche attraverso contatti o incarichi inizialmente ufficiali.Per ragioni analoghe ritengo che questa organizzazione occulta e non ufficiale non potrebbe avvalersi di altre strutture di sicurezza ufficiali eventualmente esistenti e collegate all'organizzazione difensiva multinazionale. In generale penserei che una qualche organizzazione di sicurezza ufficiale, specie se attribuiamo ad essa una certa qualificazione politica, potrebbe avere assolto alla funzione iniziale di individuare elementi idonei per la costituzione dell'organizzazione di cui sopra. [...] Il generale Miceli, se ha fatto qualcosa, ove non si tratti di errate valutazioni, di desiderio di lavare i panni in casa o di minimizzare responsabilità altrui, può avere operato soltanto se richiesto o innescato da centri di potere ben superiori; non si tratta quindi di un vertice ma semmai di un anello che deve immancabilmente portare ad altro. A mio avviso l'organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, delle finanze, dell'alta delinquenza organizzata, ecc.".
La deposizione del generale Rosseti appare interessante sotto molti aspetti. Dopo la scontata petizione di principio sulla sua personale sconoscenza della struttura o di qualsiasi struttura parallela a quella ufficiale, egli in pratica ne delinea la dipendenza ("da una certa forza internazionale") ritiene che almeno la fase dell'arruolamento sia avvenuta attraverso contatti ufficiali e ritiene che l'ente preposto alla ricerca degli elementi periferici non possa essere che un servizio di sicurezza.
Egli afferma poi che se il generale Miceli ha operato in questo ambito non può averlo fatto di propria iniziativa ma "richiesto o innescato da centri di potere ben superiori". Fino a questo punto il quadro delineato può adattarsi perfettamente alla struttura Stay Behind. L'ultima frase della testimonianza, con l'inquietante riferimento ad una capacità operativa in molti campi, compresa la mafia, sembra alludere a qualcosa di ben più ampio dell'organizzazione Gladio, almeno come essa è fino ad oggi nota.D'altro canto, dagli interrogatori di Spiazzi sembra delinearsi una struttura che corre parallela agli uffici "I" dell'Esercito, quindi una struttura analoga ma non coincidente con la Stay Behind.
La struttura delineata da Spiazzi, e da lui confermata anche in sede di audizione dinanzi alla Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla Loggia P2 assume quindi un carattere tutto militare e con una marcata e ostentata funzione di selezione anticomunista all'interno delle forze armate. Se e come questa struttura fosse coinvolta nel piano insurrezionale consegnato da Porta Casucci alla Polizia, il giudice Tamburino non poté chiarirlo perché un’illegittima pronuncia della Corte di Cassazione lo sollevò dalle indagini per farle confluire nell'istruttoria in corso a Roma sul golpe c.d. "Borghese".L'intervento della Corte di Cassazione impedì al Giudice di poter chiarire, con maggiore certezza, collocazione e compiti della struttura delineata. Quello che comunque già allora poteva fondatamente ritenersi era che tale organismo fosse qualcosa di ben più serio di una mera deviazione dei servizi segreti, anzi chiari indizi lasciavano ritenere che la struttura avesse solidi legami in sede Nato.D'altro canto, il tenente colonnello Spiazzi nonostante ricoprisse un grado non molto elevato aveva il NOS "Cosmic", cioè aveva accesso al massimo livello di segretezza, nulla osta ottenibile solo con l'autorizzazione della Nato.La magistratura romana unificò l'istruttoria padovana con quella sul Golpe Borghese, da tempo in corso a Roma. Una decisione che avrebbe sortito effetti positivi se fosse stata finalizzata a collocare i due eventi in un unico contesto, in modo da esaminare le connessioni tra i due episodi, valorizzando l'ipotesi che ambedue fossero successive attivazioni di un unico piano eversivo che probabilmente prevedeva l'uso spregiudicato di frange estremiste convinte di partecipare ad un atto golpistico di tipo tradizionale, mentre altri settori dello stesso vertice eversivo avevano l'intenzione di utilizzare la manovalanza di destra al fine di promuovere atti violenti da attribuire alla sinistra, provocando così uno spostamento a destra dell'elettorato e dell'asse politico nazionale.
Per poter percorrere questa ipotesi indagativa, i giudici romani avrebbero dovuto valorizzare le testimonianze di Cavallaro e Spiazzi.Quest'ultimo, in particolare, aveva rivelato che l’ordine di prendere contatto con i congiurati gli fu dato, con una telefonata in codice, dal maggiore Mauro Venturi, segretario del colonnello Marzollo. La telefonata avvenne, secondo la sua testimonianza, tra il 25 e il 30 aprile 1973. Usando un codice di mobilitazione numerico di riferimento a cinque numeri, che veniva adoperato nelle esercitazioni Nato, e che aveva classifica di segretezza "cosmic", Venturi gli trasmise l'ordine di contattare gli industriali genovesi Lercari e Tubino (già avvertiti dal generale Ricci). Sempre con lo stesso mezzo, Venturi ordinò a Spiazzi di recarsi alla Piccola Caprera per incontrare un uomo del Sid che gli avrebbe fornito ulteriori istruzioni.In pratica è questo l'atto di avvio ufficiale della fase operativa del complotto. La telefonata fu fatta, secondo alcune testimonianze, dalla caserma dei Carabinieri di Conegliano Veneto, che il maggiore Venturi aveva comandato prima di assumere l'incarico ai centri Cs di Roma.Secondo i giudici romani non ci sarebbero state prove sufficienti che la telefonata sia realmente avvenuta e sia stata fatta da Venturi. Questa divergenza di valutazione fornì il pretesto per impedire uno sviluppo autonomo dell'istruttoria della Rosa dei Venti e tutta l'attività eversiva del gruppo veneto fu fatta naufragare nel gran calderone del golpe Borghese e dei suoi tentativi successivi.Al di là della maggiore o minore buona fede dei giudici romani, è evidente che, negando l'attivazione dei gruppi paralleli da parte del Sid, era preclusa in partenza ogni possibilità di scoprire i veri termini del piano eversivo, e tutto veniva ricondotto nei tranquilli binari di un "complotto di pensionati".Ma il fatto più grave sul quale la magistratura di Roma omise di indagare è comunque l'esistenza stessa di un'organizzazione che, per un certo verso, era istituzionale. Quest’organismo, aveva accertato il giudice Tamburino, coordinava l'attività eversiva della Rosa dei Venti, ma ne era strutturalmente al di sopra. Mentre quest'ultima era un'organizzazione eversiva in senso stretto, "l'organismo di sicurezza", come lo chiamava Spiazzi, era qualcosa di molto più istituzionale – anche se giuridicamente inesistente – dai fini non necessariamente eversivi. Nel mandato di cattura contro Vito Miceli, il giudice Tamburino lo definiva così: "Una organizzazione che, definita ‘di sicurezza’, di fatto si pone come ostacolo rispetto a determinate modificazioni della politica interna e internazionale, ostacolo che limitando la sovranità popolare e realizzandosi con modalità di azione anormali, illegali, segrete e violente, conferisce carattere eversivo all'organizzazione stessa".
L'organismo, con carattere di sopranazionalità, coincideva in gran parte – secondo le affermazioni di Spiazzi – con la struttura dei vertici degli uffici "I" delle varie forze armate, e agiva in assoluta segretezza e in collegamento con le forze analoghe degli altri paesi della Nato. Questo è l'aspetto più delicato della vicenda, quello che probabilmente mise in moto il precipitoso meccanismo di avocazione delle indagini a Roma.Quali gli scopi dell'organizzazione? Prima della svolta epocale del 9 novembre 1989, giorno della caduta del muro di Berlino, lo scopo prioritario, se non esclusivo, era quello di impedire una conquista delle leve effettive del potere nelle nazioni appartenenti alla Nato da parte dei comunisti o, più in generale, delle sinistre. I mezzi da impiegare erano i più vari e potevano comprendere anche, ma non necessariamente, lo spargimento di sangue. In questo senso l'organismo non poteva essere considerato un'organizzazione eversiva in senso stretto, tendendo più a conservare lo status quo politico che a sovvertirlo.La pressoché totale scomparsa del nemico storico ha probabilmente generato variazioni anche rilevanti negli scopi dell'organizzazione, se non nell'esistenza stessa dell'organismo. La scoperta, poi, nel 1990, dell'esistenza della struttura Gladio, ha posto un problema di possibile coincidenza, e certamente di contiguità, tra i due organismi. Sul piano ufficiale – come vedremo più avanti – è stato ripetutamente affermato che la Gladio non avrebbe svolto attività illegali, anche se vi sono documenti che evidenziano ripetute richieste da parte americana, almeno nel 1966 e nel 1972, di orientare l'attività della struttura "ad un programma che possa dar frutti sin dal tempo di pace e che offra attuali possibilità di valorizzazione quale quella che potrebbe ispirarsi alla dottrina della ‘insorgenza e controinsorgenza".
Le testimonianze di Cavallaro e Spiazzi delineano invece una struttura che sarebbe intervenuta decisamente nella realtà politica italiana, anche promuovendo gravi atti eversivi.
I due organismi avevano comunque in comune la psicologia di base di chi vi aderiva. I suoi adepti si sentivano prioritariamente membri di una struttura internazionale in cui un blocco di nazioni – il mondo occidentale o, se si preferisce, il mondo capitalistico – era in guerra, sia pure sotterranea, con il mondo comunista. È una logica da guerra fredda, da anni cinquanta, ma era una logica che ha guidato per decenni le azioni degli aderenti a queste strutture occulte. I membri delle organizzazioni erano insomma una strana commistione di militari militanti e di militanti non giuridicamente militari che erano anch'essi così addentro all'ambiente delle forze armate da potersi facilmente mimetizzare in esso.Quando al Sid giunse notizia che Spiazzi stava rivelando al giudice Tamburino l'esistenza di questo organismo sovranazionale, il confronto con il tenente colonnello, prima evitato, venne alla fine affrontato. Miceli delegò per questo incarico il generale Alemanno, capo dell'Ufficio sicurezza del Sid: una scelta che aveva il valore di una ammissione. Il confronto fu verbalizzato e registrato. Le parole di Alemanno furono poche ma chiarissime:"Devi dire che tutto questo lo facevate voi privatamente. Non devi coinvolgere altri".
Il giudice Tamburino continuò le indagini e il 24 ottobre spedì al capo del Sid, Vito Miceli, un avviso di reato per "cospirazione politica". Ormai era una lotta contro il tempo: i settimanali di destra preannunciavano apertamente l'unificazione a Roma di tutte le istruttorie sulle trame eversive ed apparivano singolarmente informati sulle mosse dei magistrati di Torino e Padova. Il 31 ottobre Tamburino decise di rompere gli indugi e spiccò mandato di cattura contro Miceli.L'arresto di Miceli fece sorgere molte speranze: dopo anni di torbide manovre affossatrici, sembrò che il gesto coraggioso di un giudice di provincia potesse chiudere un'epoca ed aprirne un'altra, quella della resa dei conti. Probabilmente erano state sottovalutate le capacità del sistema di neutralizzare l'azione di un magistrato, anche se circondato dalla solidarietà dell'opinione pubblica.Se a fine ottobre 1974 i giudici D'Ambrosio a Milano, Tamburino a Padova e Violante a Torino potevano dirsi proiettati verso un definitivo smantellamento dell'organizzazione eversiva, due mesi dopo lo scenario era totalmente cambiato. Il 30 dicembre, la paventata pronuncia della cassazione sottrasse l'istruttoria ai giudici padovani e la affidò alla procura di Roma. Qui fu unificata con quella sul golpe Borghese e, come era nelle previsioni, il quadro cospirativo che Tamburino stava scoprendo fu disintegrato in mille episodi tra i quali non si volle vedere la connessione. Andava così perso, per una precisa scelta, l'aspetto più grave della vicenda, tanto più che l'istruttoria sul "Sid parallelo", affidata ad altro giudice, fu rapidamente insabbiata.Dell'indagine di Padova, rimase una realtà angosciosa appena intravista, insieme a due nomi, "Supersid" e "Sid parallelo", inventati dalla stampa.
Resta il problema insoluto di un'organizzazione supersegreta che ha agito alle spalle di tutti e di ciascuno. Un'organizzazione la cui esistenza non è mai stata negata nemmeno da Miceli. Questi, trincerandosi dietro il segreto politico-militare, ha spesso affermato che, se sciolto da esso, avrebbe rivelato quanto richiesto.L'autorizzazione, ovviamente, non giunse. Vito Miceli trascorse alcuni mesi in carcere finché una magistratura compiacente lo pose in libertà provvisoria. Nello scontro tra lo Stato di diritto e il potere delle strutture occulte, egli accettò di buon grado di pagare una parte delle sue responsabilità, ben sapendo che, mantenendo il silenzio, la liberazione non sarebbe tardata.Molti anni dopo, nel novembre 1983, Amos Spiazzi, nel frattempo promosso colonnello, fornì interessanti particolari alla commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2.
Interrogato in seduta pubblica, egli esordì affermando di autosciogliersi dal segreto militare, motivando questa decisione con suoi "seri dubbi" che alcuni piani, alcune direttive ricevute nel 1973 fossero incostituzionali. Poi egli spiegò senza reticenze come operava la struttura occulta di sicurezza delle forze armate. Essa si articolava su due piani: da un lato mediante la selezione, all'interno dei reparti, di uomini politicamente affidabili, che potessero costituire, all'occorrenza, nuclei "sicuri": "Ogni sera, noi avevamo il compito di aggiornare una lista di personale che, attraverso i modelli D, cioè quelli che arrivano dai carabinieri, desse certezza assoluta di non essere praticamente aderente alle opposizioni. […] Con questo personale non si poteva certamente mettere in piedi un reparto organico, ma un reparto organico di minore unità".
Questi nuclei erano destinati a rimanere sulla carta fino al giorno in cui fosse scattato un determinato piano di emergenza, o una sua esercitazione.
Il secondo organismo, segretissimo, sarebbe entrato in azione qualora fosse accaduto qualcosa di molto grave, con scontri di opposte fazioni politiche, o in caso di elezioni che avessero dato un risultato di parità contestata; in questo caso, l'esercito si sarebbe dovuto predisporre "per non restare alla finestra, ma per intervenire, per sedare la situazione, bloccarla e poi eventualmente decidere in merito".Questo piano, secondo Spiazzi, sarebbe stato strettamente connesso con il reclutamento, attraverso l'Arma dei carabinieri, gli ufficiali "I" e soprattutto attraverso i centri di mobilitazione, "di personale che non fa parte delle Forze armate, ne ha fatto parte ma non ne è parte attiva (di gente congedata, di ufficiali o sottufficiali in pensione o anche, semplicemente, di gente che ha ricevuto un addestramento di tipo particolare)".
La testimonianza ripeteva quasi testualmente la deposizione di Ferruccio Parri dinanzi alla commissione parlamentare d'inchiesta sul Sifar a proposito del reclutamento, nel 1964, da parte del colonnello Rocca di ex carabinieri e militari in congedo da utilizzare in funzione di appoggio in caso di emergenza; è una conferma della continuità di strategia delle strutture occulte in avvenimenti pur così lontani tra loro. Ma nelle ammissioni di Spiazzi c'era qualcosa di più: una rivelazione, riferita al giorno del golpe Borghese che avrebbe chiarito molti aspetti oscuri anche di quella vicenda. Verso le ore ventuno del 7 dicembre 1970, cioè approssimativamente nella stessa ora in cui i congiurati romani si riunivano nei punti di raccolta, egli avrebbe ricevuto un fonogramma dall'ufficio "I" del comando di reggimento, di stanza a Cremona, che diceva: "Attuate esigenza triangolo". L'esigenza triangolo, secondo quanto spiegato dallo stesso colonnello, indicava l'impiego effettivo e immediato dei militari selezionati in base alla fede politica, dei quali egli aveva parlato all'inizio della deposizione. La destinazione indicata era Sesto San Giovanni, una delle zone di maggior forza elettorale del partito comunista, "per attuare un determinato dispositivo".Quando Spiazzi e i suoi uomini, debitamente armati, erano giunti all'altezza della stazione di Agrate, quindi già in provincia di Milano sarebbe arrivato il contrordine, sotto forma di un fonogramma che trasformava l'operazione in una semplice esercitazione. Il colonnello confermava insomma, in una sede qualificata come una commissione parlamentare d'inchiesta, tutte le intuizioni del giudice Tamburino, aggiungendo nuovi elementi di riflessione a proposito degli avvenimenti dell'8 dicembre 1970. Ma egli non si fermò qui: senza esservi sollecitato parlò anche dell'Alto Adige. Mentre era in servizio in quella regione – nel momento di maggiore virulenza del terrorismo sud-tirolese – un superiore gli avrebbe chiesto come mai nel settore da lui controllato non avvenissero attentati. Alla sua domanda: "Non è contento? Non va bene?", l'ufficiale avrebbe risposto che "per interessi di carattere globale" ciò non era un fatto positivo. A questo punto, nella deposizione dinanzi alla commissione d'inchiesta sulla loggia P2, il colonnello narrò un episodio di eccezionale gravità: "Io ho trovato […] due carabinieri del Sifar che stavano facendo un attentato. Li ho presi, li ho arrestati, e mentre andavo verso Bolzano per consegnarli al comando di settore, mi sono venuti incontro carabinieri e polizia, me li hanno presi […], ed il giorno dopo mi hanno rispedito a Verona, ed ho chiuso con l'Alto Adige".
Successivamente intervistato da Sergio Zavoli per la trasmissione "La notte della Repubblica", Spiazzi confermò l'episodio e lo arricchì di particolari anche in riferimento ad altri servizi. Anche in seguito alla messa in onda della trasmissione, la magistratura di Bolzano aprì una istruttoria per verificare la veridicità dell'episodio e giunse alla conclusione che il fatto narrato dallo Spiazzi o era non vero o si era verificato in data diversa da quella indicata dall'ufficiale. La commissione parlamentare sulle stragi, nel riferire l'iter delle indagini, fece rilevare però che il giudice non aveva potuto tener conto, per ragioni temporali, di una successiva deposizione di un maresciallo dei Carabinieri in servizo al Sifar prima e al Sid dopo, che dinanzi al giudice veneziano Mastelloni aveva confermato l'episodio, poiché i due agenti del servizio arrestati erano alle sue dipendenze.Ma al di là dell'episodio, grave ma limitato, riferito da Spiazzi, la Commissione parlamentare accertò fatti di inaudita gravità come, ad esempio, la conferma che l'uccisione di Alois Amplatz e il ferimento di Georg Klotz erano stati il risultato di una operazione concordata tra Polizia, Carabinieri e servizi segreti con il pieno avallo del potere politico, che era stato costantemente tenuto al corrente.Il generale Federico Marzollo, che all'epoca era comandante del gruppo Carabinieri di Bolzano e poi era passato in servizio al Sid, confermerà dinanzi al Giudice Mastelloni i particolari dell'operazione. Ecco come la commissione riassumerà la sua deposizione: "Seppe dopo la morte di Amplatz da Peternel, nonché dal col. Ferrari e da Pignatelli che Kerbler come infiltrato aveva collaborato con il Sid e con la questura di Bolzano per eliminare Amplatz e Klotz, che l'operazione era stata concordata tra il questore Allitto Bonanno, il Peternel, capo dell'ufficio politico della questura, il col. Monico, capo centro Cs di Verona e Pignatelli, capo del sottocentro di Bolzano. Il Monico gli disse poi che l'operazione era fallita perché non erano riusciti ad eliminare anche Klotz".Scriverà a questo proposito il senatore Bertoldi in una sua relazione sugli episodi di terrorismo in Alto Adige: "Siamo con palmare evidenza di fronte a deviazioni macroscopiche e delittuose dai compiti d'istituto di carabinieri, questura, Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno e forse anche di magistratura e servizi segreti".
Agli atti delle inchieste della magistratura di Bolzano vi è poi la testimonianza del capo dell'ufficio politico Giovanni Peternel e dell'allora responsabile del centro Controspionaggio del Sifar di Verona, colonnello Renzo Monico, che dichiarano che l'azione fu organizzata dalla Divisione Affari Riservati del Ministero dell'Interno in collaborazione con i Carabinieri. "La sorpresa in danno di Amplatz e Klotz fu attuata dai carabinieri e dalla Pubblica Sicurezza. Allitto riferiva al Ministero per il tramite di Russomanno con appunti di carattere riservato".La testimonianza del commissario Peternel è di fondamentale importanza, perché fu a lui che Christian Kerbler si consegnò dopo la strage. Peternel – su istruzioni superiori – lo portò a Rovereto, gli versò un'ingente somma, lo alloggiò per una notte e lo fece espatriare in Libano.Il 21 giugno 1971 Christian Kerbler fu condannato in contumacia dalla Corte d'Assise di Perugia a 22 anni di reclusione per l'omicidio di Amplatz e il tentato omicidio di Klotz. Nel 1976 Kerbler fu casualmente arrestato a Londra, "l'autorità britannica attese invano una richiesta di estradizione da quella italiana", per cui fu successivamente rilasciato e si rese ovviamente irreperibile.
Un episodio molto grave, dunque, nel quale erano coinvolti tutti i livelli della scala gerarchica, ma in Alto Adige avvennero illegalità ben più gravi: l'11 settembre 1964, dopo alcuni attentati in uno dei quali era rimasto ucciso un carabiniere, fu effettuato un rastrellamento. Il paese di Montassilone fu svuotato degli abitanti, che furono legati, uomini e donne, entro l'acqua di un ruscello ghiacciato. Nel corso dell'operazione, il colonnello Marasco urlò al tenente colonnello Giancarlo Giudici che guidava il battaglione mobile inviato da Roma: "Hai fermato quindici persone? Mettile al muro e fucilale, poi brucia le case". L'ordine non fu eseguito perché il tenente colonnello Giudici si rifiutò e fu immediatamente trasferito.L'episodio non fu un caso isolato se il generale Giorgio Manes, nei suoi diari annota, oltre all'episodio ricordato anche un altro caso, in una pagina densa di angoscianti allusioni. Scrive dunque alla data del 1 settembre 1965: "Molti attentati in A.A. furono simulati dal C.S. Un capitano si interessava di cercare esplosivi (Musumeci ne sentì parlare a mensa, e comprese che avrebbe dovuto servire a scopi del genere).Anche rappresaglie dimostrative dopo recente morte di due cc. appaiono di marca C.S.Durante un sorvolo con elicottero del Comandante Generale si verificò nella zona sottostante uno scoppio, fatto coincidere con quella visita per dare più colore alla situazione. Il Tenente colonnello Ferrari, già comandante del gruppo di Bolzano, che era al corrente di molte cose e che non era rassegnato a continuare a sottostare alle illegalità e soprusi manifestò proposito di riferire all'Autorità Giudiziaria (Corrias). Fu minacciato, gli fu tolto il gruppo, venne a Roma per protestare e fu cercato in tutti i modi di persuaderlo a desistere dal suo proposito. Il Comandante Generale ordinò (telef.) al vice di cercare di convincerlo dopo che né il gen. Perratini, né il colonnello Marasco, né De Julio né Picchiotti ci erano riusciti. Se non fosse riuscito nemmeno lui, farlo internare in manicomio o in ospedale come esaurito o squilibrato. […] Egli sa molte cose. [Sottolineato nel testo, nda] Pistola per uccidere Amplatz era di maresciallo della Compagnia di Bressanone."Le pagine del diario suggeriscono anche una diversa lettura degli eventi altoatesini: parte delle forze armate non erano lì per reprimere atti di violenza ma per esasperare gli animi e quindi spingere gli irredentisti tirolesi sulla via del terrorismo.Scriverà il presidente della Commissione parlamentare sulle stragi senatore Gualtieri nella relazione approvata da tutta la Commissione: "Emerge il quadro di una partecipazione delle strutture dello Stato non per contrastare, reprimere, far cessare l'attività terroristica messa in atto da settori indipendentisti in Alto Adige, ma per alimentarla ed aggravarla fino a veri e propri atti di controterrorismo predisposti nel nostro territorio ma anche, forse, in quello austriaco".




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