Un biografo denuncia i lati oscuri del padre della relatività. Era divorato dall’ambizione e abbandonò al suo destino la piccola Lieserl


Una figlia scomparsa: il segreto del genio Einstein

IL MISTERO


PARIGI - Una faccia bonaria, gli occhi scintillanti d'ironia, i lunghi capelli bianchi nello stile del «figlio dei fiori» e poi quel grosso e simpatico naso da maschera napoletana. Molti hanno avuto la certezza che Albert Einstein dovesse essere un uomo buono. Certo, era il genio della relatività, il Nobel, il personaggio che affermò che Dio faceva capolino dalla celebre equazione E=mc2. Ma aveva anche l'aspetto da nonno che racconta belle storie. Invece, Albert era un «mostro», egoista e opportunista. Solo perché nel 1939 suggerì al presidente Roosevelt di fabbricare una bomba nucleare? O perché tra il 1914 e il 1919 abbandonò la moglie Mileva Maric per andare a letto con la cugina Elsa Löwenthal? Oppure perché fece impazzire, lasciandola senza spiegazione, Maria Winteler, figlia d'un professore del Polytechnicum di Zurigo che nel 1896 l'ospitava nella propria casa e lo trattava come un figlio?
C'è di peggio nella vita del genio Einstein. Con stile spregiudicato ma storicamente fedele, lo scrittore François de Closets rivela in una biografia, già bestseller, un volto inedito dello scienziato. Da giovane era uno sciagurato, i sentimenti in lui sembravano piante senza germogli, era in preda alla frenesia di fare carriera, al punto che un giorno abbandonò una figlia, che si chiamava Lieserl che aveva avuto da Mileva Maric. Un dramma oscuro, misterioso, una sorta di «peccato originale» del quale esistono testimonianze. Ma le lettere di Einstein sono state trafugate o distrutte. Il più grande fisico della storia moderna non ha mai parlato di Lieserl né con gli amici né con gli intimi.
Erano i tempi in cui Mileva Maric, nata nel 1875 in un paesucolo della provincia di Voïvodin, ai margini dell'impero austro-ungarico, era soltanto la sua compagna e «musa» perché entrambi studiavano al Polytechnicum. Erano uniti dal sesso, dall'ambizione e dagli studi di fisica. Mileva partecipava al processo creativo di Albert. Era una ragazza triste, brutta e zoppa. La mamma di Albert, Pauline, che viveva a Milano, l'odiava.
La miseria incombeva ferocemente sulla coppia. Nel 1900 Albert, che aveva ottenuto con difficoltà il diploma, trovava le porte sprangate per l'insegnamento universitario e doveva dare lezioni private per sopravvivere. Viveva tra Berna e Milano e aveva ventidue anni. Un giorno, Mileva, che era rimasta a Zurigo, gli dette la notizia d'essere incinta. Albert rispose: «Sono felice». Però voleva un maschio. La nascita di Lieserl sconvolse l'esistenza di Mileva, non riuscì più a studiare, s'inaridì. E a questo punto comincia una specie di thriller.
Che cosa accadde alla bambina? Inghiottita nel nulla. Numerosi biografi, compreso de Closets, sono andati a indagare ma di Lieserl non s'è trovato il certificato di nascita, tantomeno quello di morte. Mileva e Albert si sposarono nel 1903. In seguito, in alcune lettere, il nome di Lieserl apparve una sola volta: aveva avuto la scarlattina. Nel 1904 nacque Hans Albert, il primo maschio. «Spero che non sarai arrabbiato» disse Mileva. Nel 1905 Einstein visse il suo anno miracoloso: le Annalen der Physik pubblicarono i suoi studi consacrati ad atomi e molecole, ai «quanti» e alla sua teoria della relatività ristretta. Ormai era un uomo famoso. E Lieserl? Ancora silenzio. Passarono altri anni e nacque, nel 1910, il secondo figlio, Edouard. Einstein aveva una cattedra all'università di Zurigo. Poi, nel 1919, divorziò, sposò la cugina, andò a Princeton e divenne un «astro». Ma di Lieserl non parlò mai, imitato da Mileva che morì nel 1948.
Che ne hanno fatto? Erano una specie di coppia diabolica? Perché nascondere una morte naturale? François de Closets esclude che la bambina sia deceduta due anni dopo la nascita. Forse aveva una malformazione e i genitori, sulla strada della notorietà, preferirono lasciarla in custodia a parenti non facilmente rintracciabili. Chi andava a frugare nei casolari serbi? Chi si recava a Novi Sad, dove viveva la famiglia di Mileva? La storia di Lieserl fu scoperta nell’87, quando venne pubblicata la prima parte del carteggio Einstein. Secondo il biografo Robert Schullman, che si dedicò per anni alle ricerche in Jugoslavia, Lieserl sopravvisse al padre, morto nel 1955. Dunque lo scienziato, stregato dal successo, avrebbe costretto al silenzio la figlia sgradita.


Il libro: François de Closets, «Ne dites pas à Dieu ce qu’il doit faire», editore Seuil, pagine 444, 21

Ulderico Munzi


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