Riapro il thread chiuso diverso tempo fa, non accettandosi polemiche sterili da parte dei forumisti e guests, ma solo interventi costruttivi.
Buona discussione.
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Il cardinale vuol fare il «ribaltone» degli altari
Ratzinger auspica il ritorno alla Messa con il sacerdote rivolto al Tabernacolo e le spalle ai fedeli.
Il Prefetto dell'ex Sant'Uffizio:
«Il prete rivolto verso il popolo diventa il punto di riferimento del rito, al posto di Dio».
«Gli altari tornino come prima del Concilio»
di Andrea Tornielli
Torneremo ad assistere alle Messe come venivano celebrate fino a trent’anni fa, con il prete che dà le spalle ai fedeli?
Una proposta in questo senso arriva dal cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ed è contenuta nel suo libro, intitolato Introduzione allo spirito della liturgia (Edizioni San Paolo), in libreria a febbraio.
Nel capitolo centrale del volume, il porporato auspica il ritorno alla Messa celebrata con il sacerdote e i fedeli rivolti verso Oriente - l’Est simboleggia il luogo dal quale ritornerà il Signore - come è stato per lunghi secoli fino alla riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II. Ratzinger lamenta che nella celebrazione con l’altare rivolto verso il popolo, com’è oggi, il prete «diventa il vero e proprio punto di riferimento», e tutto sembra terminare «su di lui». E così «l’attenzione è sempre meno rivolta a Dio».
Le parole sono , come sempre, puntuali e misurate.
La proposta è destinata far discutere: il cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, auspica un ritorno alla Messa celebrata con l’altare verso Oriente, e non verso il popolo, com’è avvenuto in seguito alla riforma liturgica post-conciliare. Arriverà in libreria a febbraio l’edizione italiana dell’ultimo libro del porporato bavarese, intitolato Introduzione allo spirito della liturgia (Edizioni San Paolo, 240 pagine, 34mila lire): il mensile 30Giorni, sul numero in edicola la prossima settimana, ne anticipa un capitolo fondamentale, intitolato «L’altare e l’orientamento della preghiera liturgica».
Ratzinger osserva che, «al di là di tutti cambiamenti, una cosa è rimasta chiara per tutta la cristianità, fino al secondo millennio avanzato: la preghiera rivolta a Oriente è una tradizione che risale alle origini ed è espressione fondamentale della sintesi cristiana di cosmo e storia». L’Oriente significava infatti l’annuncio del «ritorno del Signore». Basandosi sulla «presunta posizione del celebrante» sull’altare della Basilica di San Pietro, gli autori della riforma scaturita dal Concilio Vaticano II hanno invece stabilito che «l’Eucarestia deve essere celebrata versus populum (in direzione del popolo). L’altare… deve essere disposto in maniera tale che il sacerdote e il popolo possano guardarsi a vicenda». Nel libro il custode dell’ortodossia cattolica contesta che questa norma corrisponda all’immagine dell’Ultima Cena: «In nessun pasto all’inizio dell’era cristiana il presidente di un’assemblea di commensali stava di fronte agli altri partecipanti. Essi stavano tutti seduti, e distesi, sul lato convesso di una tavola a forma di sigma o di ferro di cavallo». Ciononostante, «la conseguenza più visibile» della riforma post-conciliare è quella di «una nuova idea dell’essenza della liturgia come pasto comunitario». Nel vecchio rito tridentino, rimasto in vigore fino all’ultima riforma, la Messa era, invece, essenzialmente il riaccadere del sacrificio della Croce, non un «pasto» o un «convito» come nella tradizione protestante. Ratzinger contesta infatti che l’Eucarestia possa essere «descritta adeguatamente dai termini “pasto” e “convivio”».
La consapevolezza del fatto che altare, il prete e i fedeli erano anticamente rivolti verso Oriente si è persa nel corso dei secoli, al punto che quell’orientamento veniva etichettato come «celebrazione verso la parete» o come «un mostrare le spalle al popolo», e quindi è apparso - spiega il cardinale - «come qualcosa di assurdo e completamente inaccettabile». Ma Ratzinger contesta il risultato della riforma liturgica: «Ora il sacerdote - o il “presidente”, come si preferisce chiamarlo - diventa il vero e propria punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. È lui che bisogna guardare, è alla sua azione che si prende parte, è a lui che si risponde; è la sua creatività a sostenere l’insieme della celebrazione». «L’attenzione - commenta con una punta di marezza il porporato - è sempre meno rivolta a Dio… Il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l’aspetto di un tutto chiuso in se stesso».
Nel libro è contenuta anche la risposta a un’obiezione che Ratzinger si aspetta gli venga rivolta: quella di «nostalgia per il passato». Dopo aver chiarito che sarebbe «un errore rifiutare in blocco le nuove forme» della liturgia, il cardinale insiste nel dire che l’orientamento dell’altare, del sacerdote e dei fedeli verso Est, verso il Sole che sorge, «durante la preghiera eucaristica» non è «qualcosa di casuale» ma di «essenziale».
Che fare dunque? Rigirare gli altari verso Oriente? A Ratzinger non dispiacerebbe, anche se si rende conto che «niente è più dannoso per la liturgia che il mettere continuamente tutto sottosopra». La soluzione, nelle chiese dove non sia possibile farlo senza rivoluzionare l’architettura, è quella di riposizionare ameno la Croce al centro dell’altare, perché essa sia «il punto in cui rivolgono lo sguardo tanto il sacerdote che la comunità orante». «Tra i fenomeni veramente assurdi degli ultimi decenni - conclude il porporato - io annovero il fatto che la Croce venga collocata su un lato per lasciare libero lo sguardo sul sacerdote. Ma la Croce, durante l’Eucarestia, rappresenta un disturbo? Il sacerdote è più importante del Signore? Questo errore dovrebbe essere corretto il più presto possibile».
Fonte: Il Giornale, 20.1.2001, p. 15


LETTERA "QUATTUOR ABHINC ANNOS"
Lettera Circolare inviata, in data 3 ottobre 1984, dalla Congregazione per il Culto Divino ai Presidenti delle Conferenze Episcopali
E.za Rev.ma
quattro anni or sono, per volontà del Santo Padre, i Vescovi di tutta la Chiesa furono invitati a presentare un resoconto:
- circa il modo secondo cui, sacerdoti e fedeli delle loro diocesi avevano ricevuto il Messale promulgato nel 1970 dal Papa
Paolo VI, in ottemperenza alle decisioni del Concilio Vaticano II;
- circa le difficoltà apparse nella attuazione della riforma liturgica;
- circa le eventuali resistenze che potevano esservi state.
Il risultato della consultazione fu inviato a tutti i Vescovi. In base alle loro risposte sembrava fosse risolto quasi completamente il problema di sacerdoti e fedeli rimasti legati al «rito tridentino».
Perdurando il problema, il Santo Padre nel desiderio di andare incontro anche a codesti gruppi, offre ai Vescovi diocesani la possibilità di usufruire di un indulto, onde concedere ai sacerdoti insieme a quei fedeli che saranno indicati nella lettera di richiesta da presentare al proprio Vescovo, di poter celebrare la S. Messa usando il Messale Romano secondo l'edizione del 1962 ed attenendosi alle seguenti indicazioni:
a) Con ogni chiarezza deve constare anche pubblicamente che questi sacerdoti ed i rispettivi fedeli in nessun
modo condividano le posizioni di coloro che mettono in dubbio la legittimità e l'esattezza dottrinale del
Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970.
b) Tale celebrazione sia fatta soltanto per l'utilità di quei gruppi che la chiedono; nelle chiese ed oratori indicati
dal Vescovo (non, però, nelle chiese parrocchiali, almeno che il Vescovo lo abbia concesso in casi
straordinari); e nei giorni e alle condizioni fissate dal Vescovo sia abitualmente che per singoli casi.
c) Queste celebrazioni devono essere fatte secondo il Messale del 1962 ed in lingua latina.
d) Deve essere evitata ogni mescolanza tra i testi ed i riti dei due Messali.
e) Ciascun Vescovo informi questa Congregazione delle concessioni da lui date e, trascorso un anno dalla
concessione dell'indulto, riferisca sull'esito della sua applicazione.
Questa concessione, indicativa della sollecitudine che il Padre comune ha per tutti i suoi figli, dovrà essere usata in modo da non recare pregiudizio all'osservanza fedele della riforma liturgica nella vita delle rispettive Comunità ecclesiali.
Profitto volentieri della circostanza per confermarmi, con sensi di distinta stima,
dell'Ecc.za Vostra Reverendissima
dev.mo nel Signore Augustin Mayer (Pro Prefetto) Virgilio Noè (Segretario)
Il presente documento è quello richiamato nella nota 9 del Motu Proprio Ecclesia Dei. È sulla base di questo documento che è invalso l'uso di denominare le messe celebrate col consenso dell'Ordinario: "Messa dell'Indulto".


LETTERA APOSTOLICA "ECCLESIA DEI"
DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II IN FORMA DI "MOTU PROPRIO"
1. Con grande afflizione la Chiesa ha preso atto dell'illegittima ordinazione episcopale conferita lo scorso 30 giugno dall'Arcivescovo Marcel Lefèbvre, cha ha vanificato tutti gli sforzi da anni compiuti per assicurare la piena comunione con la Chiesa alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata dallo stesso Mons. Lefèbvre. A nulla infatti sono serviti tali sforzi, specialmente intensi negli ultimi mesi, nei quali la Sede Apostolica ha usato comprensione fino al limite del possibile (1).
2. Questa afflizione è particolarmente sentita dal Successore di Pietro, al quale spetta per primo la custodia dell'unità della Chiesa (2), anche se fosse piccolo il numero delle persone direttamente coinvolte in questi eventi, poichè ogni persona è amata da Dio per sé stessa ed è stata riscattata dal sangue di Cristo, versato sulla Croce per la salvezza di tutti.
Le particolari circostanze, oggettive e soggettive, nelle quali l'atto dell'Arcivescovo Lefèbvre è stato compiuto, offrono a tutti l'occasione per una profonda riflessione e per un rinnovato impegno di fedeltà a Cristo e alla Sua Chiesa.
3. In se stesso, tale atto è stato una disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l'unità della Chiesa, quale è l'ordinazione dei vescovi mediante la quale si attua sacramentalmente la successione apostolica. Perciò, tale disobbedienza - che porta con sé un rifiuto pratico del Primato romano - costituisce un atto scismatico (3). Compiendo tale atto, nonostante il formale monitum inviato loro dal Cardinale Prefetto della Congregazione per i Vescovi lo scorso 17 giugno, Mons. Lefèbvre ed i sacerdoti Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta, sono incorsi nella grave pena della scomunica prevista dalla disciplina ecclesiastica (4).
4. La radice di questo atto scismatico è individuabile in una incompleta e contraddittoria nozione di Traditione. Incompleta, perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione, «che - come ha insegnato chiaramente il Concilio Vaticano II - trae origine dagli Apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità» (5).
Ma è soprattutto contraddittoria una nozione di Tradizione che si oppone al Magistero universale della Chiesa, di cui è detentore il Vescovo di Roma e il Corpo dei Vescovi. Non si può rimanere fedeli alla Tradizione rompendo il legame ecclesiale con colui al quale Cristo stesso, nella persona dell'apostolo Pietro, ha affidato il ministero dell'unità nella sua Chiesa (6).
5. Dinanzi alla situazione verificatasi, sento il dovere di rendere consapevoli tutti i fedeli cattolici di alcuni aspetti che questa triste circostanza pone in particolare evidenza.
a) L'esito a cui è approdato il movimento promosso da Mons. Lefèbvre può e deve essere motivo per tutti i
fedeli cattolici, di una sincera riflessione circa la propria fedeltà alla Tradizione della Chiesa autenticamente
interpretata dal Magistero ecclesiastico, ordinario e straordinario, specialmente nei Concili ecumenici da
Nicea al Vaticano II. Da questa riflessione, tutti devono trarre un rinnovato ed efficace convincimento della
necessità di migliorare ancora tale fedeltà, rifiutando interpretazioni erronee ed applicazioni arbitrarie ed
abusive, in materia dottrinale, liturgica e disciplinare.
Soprattutto ai Vescovi spetta, per propria missione pastorale, il grave dovere di esercitare una
chiaroveggente vigilanza piena di carità e di fortezza, affinché tale fedeltà sia salvaguardata ovunque (7).
b) Vorrei, inoltre, richiamare l'attenzione dei teologi e degli altri esperti nelle scienze ecclesiastiche, affinché
anch'essi si sentano interpellati dalle presenti circostanze. Infatti, l'ampiezza e la profondità degli
insegnamenti del Concilio Vaticano II richiedono un rinnovato impegno di approfondimento, nel quale si
metta in luce la continuità del Concilio con la Tradizione, specialmente nei punti di dottrina che, forse per la
loro novità, non sono stati ancora ben compresi da alcuni settori della Chiesa.
c) Nelle presenti circostanze, desidero soprattutto rivolgere un appello allo stesso tempo solenne e
commosso, paterno e fraterno, a tutti coloro che finora sono stati in diversi modi legati al movimento
dell'Arcivescovo Lefèbvre, affinché compiano il grave dovere di rimanere uniti al Vicario di Cristo
nell'unità della Chiesa Cattolica, e di non continuare a sostenere in alcun modo quel movimento. Nessuno
deve ignorare che l'adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la
scomunica stabilita dal diritto della Chiesa (8).
A tutti questi fedeli cattolici, che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche e disciplinari della traditione latina, desidero manifestare anche la mia volontà - alla quale chiedo che si associno quelle dei Vescovi e di tutti coloro che svolgono nella Chiesa il ministero pastorale - di facilitare la loro comunione ecclesiale, mediante le misure necessarie per garantire il rispetto delle loro giuste aspirazioni.
6. Tenuto conto dell'importanza e complessità dei problemi accennati in questo documento, in virtú della mia Autorità Apostolica, stabilisco quanto seque:
a) viene istituita una Commissione, con il compito di collaborare con i Vescovi, con i Dicasteri della Curia
Romana e con gli ambienti interessati, allo scopo di facilitare la piena comunione ecclesiale dei sacerdoti,
seminaristi, comunità o singoli religiosi e religiose finora in vario modo legati alla Fraternità fondata da
Mons. Lefèbvre, che desiderino rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa Cattolica, conservando
le loro tradizioni spirituali e liturgiche, alla luce del Protocollo firmato lo scorso 5 maggio dal Cardinale
Ratzinger e da Mons. Lefèbvre;
b) questa Commissione è composta da un Cardinale Presidente e da altri membri della Curia Romana, nel
numero che si riterrà opportuno secondo le circostanze;
c) inoltre, dovrà essere ovunque rispettato l'animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica
latina, mediante un'ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede
Apostolica, per l'uso del Messale Romano secondo l'edizione tipica del 1962 (9).
7. Mentre si avvicina ormai la fine di questo anno specialmente dedicato alla Santissima Vergine, desidero esortare tutti a unirsi alla preghiera incessante che il Vicario di Cristo, per l'intercessione della Madre della Chiesa, rivolge al Padre con le stesse parole del Figlio: Ut omnes unum sint!
Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 2 del mese di luglio dell'anno 1988, decimo di pontificato.
Joannes Paulus PP. II
NOTE
(1) Cfr. Nota informativa del 16 giugno 1988: L'Osservatore Romano, 17-VI-1988, pp. 1-2. (torna su)
(2) Cfr. CONC. VATICANO I, Cost. Pastor Æternus, ca. 3: DS 3060. (torna su)
(3) Cfr. Codex Iuris Canonici, can 751. (torna su)
(4) Cfr. Codex Iuris Canonici, can 1382. (torna su)
(5) CONC. VATICANO II, Cost. Dei Verbum, n. 8, Cfr. CONC. VATICANO I, Cost. Dei Filius, cap. 4: DS 3020.
(torna su)
(6) Cfr. Mt 16, 18; Lc 10, 16; CONC. VATICANO I, Cost. Pastor Æternus, cap. 3: DS 3060. (torna su)
(7) Cfr. Codex Iuris Canonici, can. 386; PAOLO VI, Es. Ap. Quinque iam anni, 8-XII.1970: AAS 63 (1971) pp.
97-106. (torna su)
(8) Cfr. Codex Iuris Cononici, can. 1364. (torna su)
(9) Cfr. CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, ep. Quattuor abhinc annos, 3-X-1984: AAS 76 (1984) pp.
1088-1089.
CONOSCO POCO LA LITURGIA TRADIZIONALE. QUALCUNO MI POTREBBE DARE MAGGIORI INFORMAZIONI SU DI ESSA?
VI RINGRAZIO.
PACE E BENE
FRANCESCANO


Sì MA CONCRETAMENTE COME SI SVOLGEVA? QUALI ERANO LE SUE PARTI?Originally posted by Thomas Aquinas
qui
PACE E BENE
FRANCESCANO


Ho riportato un link esemplificativo.


Se conosci un po' l'inglese, ecco come si svolgeva (v. QUI).Originally posted by FRANCESCANO
Sì MA CONCRETAMENTE COME SI SVOLGEVA? QUALI ERANO LE SUE PARTI?
PACE E BENE
FRANCESCANO![]()


A dire la verità a quanto ho capito esistevano già allora diverse libertà di Rito.
Ad esempio i vari ordini religiosi come i domenicani, i certosini o i cistercensi avevano delle particolarità nello svolgimento della Liturgia che poi sono state tolte col concilio Vaticano II.