Le due coalizioni tra il dire e il fare
I PROGRAMMI INESISTENTI
di MICHELE SALVATI


dal Corriere - 26 gennaio 2004

In un Paese anche solo moderatamente civile, rivolgendosi a cittadini che si presumono anche solo moderatamente ragionevoli, in una campagna elettorale che si svolgerà dopo tre anni di governo, qualcosa di serio su come si è governato e si intende governare si dovrebbe pur dire. E la convention di sabato scorso sarebbe stata una buona occasione per dirlo. Una occasione persa. Nella primavera del 2001, Berlusconi aveva lanciato un messaggio efficace: un messaggio liberal-liberista, rivoluzionario in un Paese di corporazioni. Que reste-t-il de ce message? , verrebbe da dire parafrasando la famosa canzone d’Oltralpe. Poco, qualche dichiarazione ingiallita come la carta dei giornali che la riporta, e le scuse spesso non tengono. È vero, la crisi dei mercati borsistici ha ostacolato il programma di privatizzazioni. Ma che impedimenti c’erano a spingere l’acceleratore sui programmi di liberalizzazione? A realizzare quella riforma liberale degli ordini professionali e dei servizi pubblici locali che il centrosinistra aveva tentato di fare senza riuscirci? A spingere per una vera autonomia locale nella disciplina del pubblico impiego, profittando della riforma del Titolo V che il centrosinistra aveva fatto passare nello scorcio di legislatura? A operare per una riforma del processo civile e penale e dell’organizzazione giudiziaria che riducesse drasticamente la durata dei processi, la vera grande ingiustizia della nostra giustizia? Le domande potrebbero aumentare e sono retoriche, perché i nodi corporativi che legano l’Italia li conosciamo tutti: ma Berlusconi, con la sua spada liberal-liberista e con le sue capacità manageriali, sembrava sceso in campo proprio per tagliarli.
In questo compito Berlusconi ha fallito, almeno sinora, e rilancia su un piano in cui è difficile sconfiggerlo: la personalizzazione dello scontro, la demagogia populista, la logica dell’«o con me, o contro di me». Per il centrosinistra è una trappola micidiale. Da un lato, in assenza di Prodi, esso non ha un condottiero, una persona fisica da contrapporre a Berlusconi: cinque o sei, o quanti saranno, leader minori che inseguono Berlusconi sul terreno che egli ha prescelto, gridando alla morte della democrazia, fanno già metà della sconfitta.
L’altra metà, e dunque la sconfitta sicura, la fanno i nostri cinque o sei quando passano dalle invettive antiberlusconiane al programma di governo che vorrebbero offrire agli italiani: se Giovanna Melandri dice una cosa che pensano in molti - che è difficile offrire un welfare decente, in un Paese in cui le diseguaglianze e la povertà stanno aumentando, tagliando nel contempo le imposte - tutti gli altri la zittiscono. E se Treu e Rutelli propongono una riforma della previdenza più efficace e giusta di quella che ha inventato Maroni, Ds e sindacati si adontano invitandoli a soprassedere. E così avviene in molti dei campi in cui abbiamo passato in rassegna i fallimenti del governo: o non si dice niente, per non scontentare gli interessi che li presidiano, o si dicono cose diverse.
Per non cadere nella trappola, per spostare il baricentro della competizione elettorale da Berlusconi ai programmi, per fare del bene al Paese, il centrosinistra dovrebbe parlare con una voce sola, o quanto meno predominante: questo è il tributo necessario che va pagato al bipolarismo mediatico. E la voce predominante dovrebbe mandare un messaggio di riforma semplice e coerente, e criticare pacatamente, incessantemente, il governo per le riforme che ha promesso e non ha fatto. Le due condizioni che ho descritto sembrano ancora lontane dall’avverarsi.