GAZZETTA DI PARMA

Interessante «percorso della memoria»
Via Tuscolana 1055: dal nitrato d'argento al digitale. E' sottinteso che
questo titolo dato da Adriano Pintaldi al volume edito in occasione di Roma
Filmfestival del quale è presidente (direttore Edoardo Bruno) allude a
Cinecittà. Grande formato, molte fotografie, ufficializzato da inteventi di
Giuliano Urbani, Walter Veltroni, Alex Voglino e tra gli altri da Pupi Avati
presidente di Cinecittà Holding, è un percorso della memoria lungo l'intera
vita del complesso di teatri di posa, centrali elettriche, uffici, studi di
registrazione sonora, impianti di proiezione, laboratori, officine, fatto
sorgere nel 1937 su un appezzamento di 140 mila quadrati sulla romana via
Tuscolana.
Sulle ceneri, si buon ben dire, degli studi della Cines di via Veio due anni
prima distrutti da un incendio.
L'idea venne a Luigi Freddi, responsabile della neonata Direzione generale
per la cinematografia. «L'arma più forte», il cinema, come avrebbe
sentenziato Mussolini con uno dei suoi slogan ad effetto, consapevole della
forza ideologicamente trascinante che sarebbe potuta uscire dagli schermi.
Fedele a questo assioma, Freddi convinse il Duce del fascismo a dar vita
alla Hollywood italiana, Cinecittà appunto, con un'altrettanto concisa
frase: «Sarà un gioiello che tutta Europa ci invidierà».
L'anno prima l'annuncio stile kolossal era stato il film di Carmine Gallone
«Scipione l'Africano». Prima pellicola uscita da Cinecittà: «L'allegro
cantante» di Gennaro Righelli. Una commediola tinta appena di giallo con una
sua dose di piacevolezza, avrebbe scritto la critica del tempo.
C'è da dire che Freddi aveva preso il suo incarico con littoria
consapevolezza, tanto da recarsi proprio a Hollywood, com'egli stesso ebbe a
scrivere nel suo diario raccolto anni fa nel libro «Il Cinema» (Gremese
editore), per studiare dal vivo tutte le fasi produttive di un film e quindi
poterne importare la formula in Italia.
Il volumone curato da Pintaldi si affida per buona parte della sua
evocazione ad un album fotografico dall'archivio storico dell'Istituto Luce.
In parallelo alle vicende vissute da Cinecittà che conobbe nel tempo momenti
cruciali per la sua sopravvivenza causati dalla guerra e dalle disastrose
conseguenze (nel 1945 divenne terreno per sfollati). Meta però anche di
importanti produzioni americane, da «Ben Hur» di William Wyler nel 1959 e,
per fare solo un altro esempio, «Gangs of New York» di Martin Scorsese nel
2000.
Una storia generosissima di eventi, aperta anche allo sperimentalismo (come
l'apertura al digitale dei nostri giorni), dopo avere fornito ad autori come
Rossellini, De Sica, Visconti e altri di saggiare l'opportunità di un cinema
«della realtà» e a Fellini, che considerava Cinecittà la propria casa,
l'opportunità di film costruiti come sogni.
Un folto gruppo di pagine è dedicato alle testimonianze. Italiani e
stranieri, produttori, registi, attori. Gli apprezzamenti perle nostre
maestranze sono unanimi.
Una storia incredibile. Basta sfogliare l'elenco cronologico dei film che vi
sono stati realizzati (con ovvia parentesi per quelli «veneziani» del
1944-45 quando Cinecittà dovette traslocare in laguna dove, nei Giardini
della Biennale, si trasformi in... Cinevillaggio, utilizzando ogni
padiglione, da quello italiano per i «si gira» agli altri, come quello degli
Stati Uniti adibito a «falegnameria» e quello del Belgio con funzione
«cinefonica», ovvero per il missaggio di musica e sonoro con l'immagine
filmata e il doppiaggio di pellicole straniere, in prevalenza quasi
esclusiva di produzione tedesca).
Storia che si affianca a quella dell'adiacente Centro Sperimentale di
Cinematografia, primo esempio di scuola per aspiranti di tutte le discipline
tecniche e creative. Con il famoso distinguo coniato da Luigi Chiarini, il
quale disse essere «il film un'arte, il cinema un'industria».
Piero Zanotto