25.03.2004
La Devolution passa in Senato. Un colpo al cuore della Repubblica
di Pasquale Cascella

Il ricatto ha funzionato: si colpisce al cuore la Repubblica, si fa a pezzi l’Italia per occultare una maggioranza a brandelli. All’ora cruciale della scadenza dell’ultimatum, fissata da Umberto Bossi prima di ritrovarsi immobilizzato in un letto d’ospedale (cosa che ha poi impedito ogni margine di movimento ai suoi colonnelli, al premier e agli alleati), la maggioranza del Senato ha detto sì al più sconclusionato testo di riforma costituzionale elaborato da 20 anni a questa parte: 156 voti a favore, 110 contrari, 1 astenuto al Senato.

Dunque, la minacciata crisi è stata evitata sul filo di lana. «Fino al 13 giugno rimane questo governo», ha sancito furbescamente il ministro Roberto Maroni. La malizia non sta tanto nell’implicito avvertimento che il tiro alla fune riprenderà all’indomani delle elezioni europee, ma proprio nell’esplicita rassicurazione che, intanto, alla Lega basta e avanza quel che ha già «preso» al Senato. Anche per non rischiare di pregiudicare, riproponendo nel passaggio del testo alla Camera la stessa intimazione che ha strangolato il confronto a palazzo Madama, la «vittoria» che vale una campagna elettorale.

Alleluia. Non solo Silvio Berlusconi, ma anche Gianfranco Fini e Marco Follini, che in materia hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco, possono tirare il fatidico sospiro di sollievo. Del resto, sono tutti in campagna elettorale e ognuno ha la sua convenienza a mettere un coperchio sulla pentola in ebollizione. Anzitutto il premier che proprio negli stessi frangenti ha dovuto rinunciare al più berlusconiano dei decreti sottoposti al placet del Consiglio dei ministri: quello per spalmare i debiti delle società di calcio. Ci ha speso fiato e tempo (tanto da rinunciare al proposito di un atto di presenza a palazzo Madama) ma invano. E s’è uscito mogio mogio da palazzo Chigi: «Allo stato attuale non vedo soluzioni». Una confessione di impotenza (e di instabilità della sua maggioranza) malamente rimossa al suo arrivo a Meis, in Belgio, con la propaganda della maggioranza «stabile, solida, che ha sempre, sempre, sempre, senza eccezione alcuna, trovato l’accordo su tutte le grandi riforme». È come se Berlusconi abbia voluto confortare se stesso, prima che i suoi, tanto retorica, ridondante ed eccessiva è suonata l’assicurazione di non aver «mai dubitato della compattezza della coalizione». Si sarà esaltato, il premier-tycoon, a immaginare come avrebbe vissuto la prima parte della giornata se fosse stata in vigore la forma di governo che il disegno di legge di revisione istituzionale ha ritagliato su misura delle sue ambizioni.

Dunque, si sarebbe presentato a palazzo Chigi con il suo bel decreto salvacalcio e avrebbe potuto zittire i dissenzienti ricordando loro di avere il potere di revoca dei ministri. Men che meno avrebbe avuto da temere l’obiezione degli alleati su possibili difficoltà sull’iter parlamentare del provvedimento, visto che con l’ipotizzato nuovo articolo 26 della Costituzione sarebbe nella sua facoltà di chiedere alla Camera dei deputati di esprimersi, con priorità su ogni altra proposta, con voto conforme alla proposta del governo, e questa sarebbe costretta a farlo, perché in caso contrario il primo ministro potrebbe rassegnare le dimissioni e chiedere lo scioglimento della legislatura, che solo un voto di sfiducia accompagnato dall’indicazione di un nuovo premier potrebbe evitare. Questa ricostruzione fatta «come se» dal diessino Franco Bassanini la dice lunga sul guazzabuglio combinato ieri ai danni del delicato equilibrio che in ogni democrazia liberale regola i rapporti tra i poteri dello Stato. Ma non sono solo mortificati i poteri di garanzia del presidente della Repubblica e conculcata l’autonomia legislativa del Parlamento, ma si altera la stessa identità unitaria dello Stato senza che le Regioni possano adeguatamente far valere le prerogative proprie di un ordinamento federale.

Insomma, un «pasticciaccio brutto», come l’ha definito Francesco Cossiga, che pure può essere considerato (per via del suo controverso messaggio alle Camere da presidente della Repubblica) il padre putativo della transizione alla seconda Repubblica. Ora si trova di fronte a un tale «connubio indecente tra regime parlamentare all’inglese, cancellierato alla tedesca, monarchia costituzionale e monarchia parlamentare» da rimpiangere il famoso «patto della crostata» che tanto aveva avversato all’epoca della Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema.

Ma l’intervento di gran lunga più pesante è quello di Domenico Fisichella, An, che parla in dissenso. La mannaia sulla diretta ha fatto sì che i telespettatori non l’abbiano potuto sentire. Una riforma, secondo lui, «destinata ad aumentare la conflittualità interistituzionale», che ci darà un’«Italia divisa e conflittuale, debole e incerta sotto tutti i profili istituzionali», «un quadro nel quale Parlamento, governo, presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, tutto viene destabilizzato con indiscriminata virulenza eversiva». Applausi a scena aperta da parte del centrosinistra, mentre il Polo grida e inveisce. Fisichella impassibile, fra le urla leghiste parla di «una classe politica di uomini nuovi improvvisamente comparsi dal nulla...». Ma la sua figura è ormai solo tangenziale ad An. Roberto Meduri, anche lui di An, anche lui in dissenso, dice di votare no a «una riforma pericolosa che sarà gestita da chi ha giurato come ministro della Repubblica, ma contro l’unità della quale ha saltellato in piazza fra i cosiddetti giovani padani...». Il riferimento è al ministro Castelli che poi lo affronta e si sfiora la rissa. A sorpresa arriva anche il no del questore Franco Servello di An. Sono le smagliature nella coltre di una maggioranza all’interno della quale in molti pensano di poter modificare la legge alla Camera. Lo pensa gran parte dell’Udc (lo dice esplicitamente Tarolli) che però, nel giorno della verità, ha messo la sordina e si è adattata. Il relatore D’Onofrio ha condotto per mano l’Udc al Senato ad obbedire alla Lega e alla fine la Lega gliene ha dato atto con uno scrosciante applauso dai banchi delle cravatte verdi

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