....sorprese
Roma. A palazzo Chigi, ieri, si è diffuso un certo stupore. Ma come, economisti americani di primissimo piano e soprattutto di tendenze economiche e simpatie politiche non certo sospettabili di languore nei confronti dell’attuale governo italiano, come il critico di Bush Paul Samuelson sul Corriere e l’iperliberal Lester Thurow sulla Stampa, si sbracciano a dire che Silvio Berlusconi ne ha detta una giusta, ed ecco che gli alleati di governo fanno a gare a impallinarlo?
Ma come, il premier inizia a Cernobbio davanti alla Confcommercio il suo personale “tour d’essor”, la gara al rilancio della fiducia
che ha per prossima tappa sabato a Milano, davanti alla Confindustria per l’addio di Antonio D’Amato, e invece tocca leggere sul Corriere due fondi pesanti come macigni?
Uno che invoca il ritorno di Alberto Beneduce, del dirigismo di regime e dell’Iri, l’altro che al governo chiede di dare il buon esempio non abbassando le tasse, ma alzando retribuzioni e
salari?
Un bel quadretto, si commentava a palazzo Chigi.
Come si fa a ridare fiducia agli italiani, se i primi a nutrire sfiducia in se stessi sono i leader della maggioranza che si beccano come i polli di Renzo, se il primo giornale della borghesia italiana chiede aiuti di Stato e scavalca a sinistra il sindacato?
La trappola diabolica è scattata per una funesta semplificazione mediatica, quella sui “meno giorni di festività”, che ha fatto inalberare, oltre agli alleati di governo, la stessa Cei.
Su Berlusconi si è abbattuta la stessa mistificazione di cui aveva fatto le spese a sinistra chi, la settimana scorsa, aveva avanzato una seria riflessione in proposito.
Fiorella Kostoris, sul Sole.
Per rilanciare la competitività una delle risposte più serie al gap di produttività che grava sull’Italia rispetto agli Stati Uniti, aveva scritto, non è solo quella di investire di più nelle tecnologie dell’informazione che accrescono la produttività di processo e il valore aggiunto di beni e servizi.
Si tratta invece di innalzare i tassi di occupazione e attività, in altre parole di lavorare di più.
In 20 anni, come attesta lo studio di Edward Prescott che il Foglio ha più volte richiamato in queste settimane, la media di ore annuali lavorate sul totale della popolazione tra i 15 e i 64 anni è scesa infatti in Italia da 82 a 64, fatto 100 la media americana. Tardiamo a entrare nel mercato del lavoro, lavoriamo meno ore la settimana negli anni in cui siamo attivi, andiamo in pensione a un’età pericolosamente bassa.
Il sottinteso è che per raggiungere questo risultato – gli obiettivi di Lisbona tanto cari all’euroretorica – occorre una riforma della contrattazione decentrata che ancori i salari alla produttività e incentivi i lavoratori ai risultati, un mercato del lavoro flessibile per consentire a ciascuno di poter assumere o lavorare più liberamente, e infine una riforma previdenziale che sia equa da una parte, ma che si ponga l’obiettivo esplicito di incentivare a restare attivi per un numero maggiore di anni.
Abbassare le tasse, si può e si deve
Questo, la Kostoris. Senonché i titoli son diventati “meno feste per aumentare di un tot il pil”, e a sinistra la proposta è stata subito stroncata non solo dai sindacati, ma dagli stessi Tito Boeri che nei loro papers più seri in realtà concordano con l’analisi e la ricetta.
E’ ovvio che se si mistifica ciò che è un colpo di reni generale per aumentare i tassi di attività in vista di maggior produttività, come fosse invece l’offerta dell’oro alla patria e anzi di una Befana lavorativa allo Stato per strappare una risicato zerovirgola di pil in più (e tra l’altro l’anno successivo l’effetto svanirebbe, ovviamente), ecco che ciascuno può liquidare la proposta come una frescaccia.
Samuelson e Thurow non ci sono cascati.
L’Italia ammalata di fanatismo da tribù politiche contrapposte e separate in casa invece sì.
Ed è esattamente ciò che è avvenuto anche per la prima parte delle proposte avanzate da Berlusconi a Cernobbio.
Il premier non si farà smontare, insisterà con gli alleati, ma certo la pazienza ha un limite.
Il peggio è venuto in realtà sul secondo grande impegno annunciato dal Cav. Quello di confermare ufficialmente nel Dpef, da presentare negli ultimi giorni di campagna elettorale europea, l’impegno a procedere senza più esitazioni con il secondo modulo della riforma fiscale disegnata nella legge delega approvata un anno fa.
A cominciare dall’Irpef.
Il sistema a tre scaglioni – no tax area, aliquota del 22 per cento fino a 100 mila euro di reddito, e del 33 per cento oltre –comporta un minor gettito stimato di 19 miliardi di euro.
La prima tranche di 5,5 miliardi ai redditi più bassi è stata già realizzata, ma i consumi non sono ripartiti perché com’è ovvio a reddito minore si associa propensione al consumo meno marcata, oltre al fatto che pesa l’effetto sfiducia.
Per gli sgravi Irpef ai redditi medi e medio-alti, dunque, servono diciamo altri 15 miliardi di euro. Con 20 miliardi, si potrebbe anche procedere a una seconda limatura verso il basso dell’Irap che grava sulle imprese, dopo il primo ribasso poco più che simbolico finanziato quest’anno per 2 miliardi di euro.
Saremmo quasi a metà strada in vista della sua totale abolizione entro la prossima legislatura, visto che nel 2002 essa fruttava allo Stato 23 miliardi dal settore privato.
Questi approssimativi conti per dare un’idea della provvista necessaria a dare gambe al “colpo di reni” annunciato dal premier. Chi pensa che non siano “oggettivamente” reperibili risorse per 20 miliardi di euro, non ha ancora capito come l’Italia, in questi anni, è riuscita a rispettare lo “stupido” Patto di stabilità molto meglio di Francia e Germania. “Misure fantasiose e straordinarie”, come nuove tranche di smobilizzo del patrimonio immobiliare pubblico, possono mobilitare diversi miliardi di euro anche quest’anno.
Una non più rinviabile decisione di abbassamento dei tassi d’interesse sull’euro da parte della Bce può significativamente
contenere quel 5,3 per cento del pil che nel 2003 è andato in fumo per pagare gli interessi sui debiti contratti dai governi precedenti.
In più, non è un caso che Berlusconi abbia fatto simbolico riferimento al numero degli addetti e distaccati a palazzo Chigi, 4.800 rispetto ai 180 a Downing street.
Le tecnologie dell’informazione rendono possibile un massiccio piano di outsourcing nelle amministrazioni pubbliche, nel prossimo triennio. Cioè il passaggio di diverse decine di migliaia di dipendenti pubblici al privato, liberando risorse che servono a migliorare il Welfare e a innalzare gli standard dei servizi pubblici.
Questo, e altro come una politica più muscolare in Europa e Wto sui prodotti italiani, è ciò cui punta nel suo tour d’essor il premier. Che l’opposizione dileggi in propaganda, passi.
Che nella maggioranza non si mediti sulle sconfitte cui le riforme mancate hanno esposto Berlino e Parigi davanti ai propri elettorati, è un altro paio di maniche..
Roma..Smette i panni del vicepresidente, Gianfranco Fini, quando commenta con un secco “non è questa la priorità” l’abbassamento
dell’Irpef al 33 per cento proposto da Berlusconi. O comunque indossa anche quelli del leader di An, che “in questo particolare
momento economico intende tutelare il potere d’acquisto di salari e pensioni ed evitare l’impoverimento dei ceti medi”.
Non è solo la congiuntura economica a suggerire a Fini un atteggiamento di chiusura verso il premier, perché a pochi mesi dalle europee c’è da fare i conti con l’elettorato.
Quello di An non ingrossa il mondo delle piccole e medie imprese (come nel caso di FI), ma è in buona parte composto da ceti
medi innervati nel pubblico impiego, e sarebbe il meno premiato da una politica economica diretta al taglio della spesa pubblica.
Sebbene questa fosse già annunciata nel programma con cui la Cdl vinse nel 2001.
Certo che gli argomenti di Fini non coincidono con quelli di Piero Fassino (“Sono tre anni che Berlusconi promette di abbassare
le tasse”, ha detto il segretario ds), ma solo perché il vicepremier ha in mente i 270 mila lavoratori della pubblica amministrazione
da tre mesi in attesa del rinnovo del contratto, a cui il governo deve ancora delle risposte.
Chiaro che alla destra non faccia piacere, adesso, vedersi scavalcata sul terreno del rilancio economico con una mossa
poco accattivante per i suoi elettori. “Abbiamo appena fatto due grandi manifestazioni per difendere il potere d’acquisto dei
lavoratori dipendenti e delle famiglie – dice Ignazio La Russa – è questa l’urgenza e un provvedimento come quello annunciato
da Berlusconi non va certo nella direzione auspicata”.
Né può passare in secondo piano che le parole del premier disattendono la politica collegiale reclamata da An e Udc
per concludere la verifica .
Promessa mancata?
“Un problema rimasto appeso alla verifica, perché una cosa è la propaganda altro è stabilire le priorità con gli alleati e in
quadro di ampio consenso”.
Oltre alle questionidi merito, con la sostanziale inattività del consiglio di gabinetto e i ritardi nella riformulazione del Cipe, An sostiene che “se di certe cose si parlasse prima nella
maggioranza sarebbe più difficile sbagliare.
Ma Berlusconi – conclude La Russa – sta già correggendo il tiro”. Intanto il portavoce del premier, Paolo Bonaiuti, inizia a rassicurare:
“La riduzione delle aliquote è allo studio e sarà presentata prima al tavolo delle forze politiche… il valore della collegialità
è condiviso da tutti all’interno della Cdl".
saluti




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