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Discussione: Il processo invisibile

  1. #101
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    Vallo a postare anche dal maggiordomo che sta facendo campagna post-elettorale millantando "fantastiche" critiche della stampa francese (poi; non avendo riscontri, è ripiegato su quel vecchio abusato articolo del The Economist. Pensa te!) a Prodi.

    Ce lo vedo bene, il The Indipendent, vicino al The Economist....

  2. #102
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Preciso: il pregiudicato con richiesta di condanna ad 11 anni per mafia Dell'Utri, dopo NON essere stato candidato e, conseguentemente, NON eletto in Europa; è stato "fatto" commissario europeo con CONSEGUENTE immunità.

    Questo a prevenire eventuali (prevedibili) "mazzate" bananas...


    Commistioni:

    TUTTI zitti; TUTTI!

  3. #103
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    Predefinito E mentre si è in attesa della sentenza...

    ...di QUESTO processo; ecco cosa ti posta un "tremendo" qualsiasi.

    quote:
    -------------------------------------------------------------------------------
    In Origine Postato da Tremendo
    Le collusioni dei comunisti con la mafia

    Entro la fine del 1992, la mafia siciliana avrebbe raggiunto un accordo con la mafia russa a Praga, circostanza confermata da un’alta autorità dell’accademia russa delle scienze.

    Il patto era finalizzato alla.........Franco Coccia e Gianfranco Viglietta del PDS e di Alfonso Amatucci, vicino alla rete di Leoluca Orlando.........( cfr Il PCUS investiva nella mafia, Il Giornale 05-06-1992, p. 5 ; cfr Giovanni Morandi, Una pista russa per Falcone, Il Resto del Carlino, 13-06-1992, p.5; cfr Giancalo Perna, A Palermo lo chiamavano Capo inetto, Il Giornale 20 marzo 1994, p.4 )
    -------------------------------------------------------------------------------

    SPQB

  4. #104
    Tremendo
    Ospite

    Predefinito Re: E mentre si è in attesa della sentenza...

    In Origine Postato da MrBojangles
    ...di QUESTO processo; ecco cosa ti posta un "tremendo" qualsiasi.

    quote:
    -------------------------------------------------------------------------------
    In Origine Postato da Tremendo
    Le collusioni dei comunisti con la mafia

    Entro la fine del 1992, la mafia siciliana avrebbe raggiunto un accordo con la mafia russa a Praga, circostanza confermata da un’alta autorità dell’accademia russa delle scienze.

    Il patto era finalizzato alla.........Franco Coccia e Gianfranco Viglietta del PDS e di Alfonso Amatucci, vicino alla rete di Leoluca Orlando.........( cfr Il PCUS investiva nella mafia, Il Giornale 05-06-1992, p. 5 ; cfr Giovanni Morandi, Una pista russa per Falcone, Il Resto del Carlino, 13-06-1992, p.5; cfr Giancalo Perna, A Palermo lo chiamavano Capo inetto, Il Giornale 20 marzo 1994, p.4 )
    -------------------------------------------------------------------------------

    SPQB
    Io ho aperto un thread, ognuno posta quello che vuole, tu continui con berlusca, e fai bene, io continuo a postare contro i comunisti, non ti và bene? patisci? pensa che noia se postassimo tutti la stessa cosa.
    Hai ragione, io sono un "tremendo" qualsiasi, tu pensi di essere una persona speciale? a me sembri solo uno che non riesce a dormire senza pensare a berlusca, cerca di guardarti intorno e vedrai che di berluschini ce ne sono a milioni nel mondo, ma molto più furbi, più sottili, tanto intelligenti da farsi votare da un genio come te.

  5. #105
    Tremendo
    Ospite

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    Il di pietro dalle mani pulite:

    Molti ex democristiani, ma anche ex fascisti, ex leghisti, ex "comunisti''
    ZEPPE DI RICICLATI E IMBROGLIONI LE LISTE DI D'ANTONI E DI PIETRO
    Sullo scorso numero abbiamo passato in rassegna i principali candidati della cosidetta "Casa delle libertà'' berlusconiana e dell'Ulivo, avvertendo che anche nelle liste di "centro'' che formalmente si presentano indipendenti dai due principali Poli c'erano differenze di forma e non di sostanza. Questo perché i candidati sono interscambiabili e alla fin fine i programmi si somigliano in maniera impressionante, pur rimanendo ciascuno ovviamente legato alla propria corrente della stessa classe dominante borghese in camicia nera cui tutti i concorrenti alle politiche del 13 maggio appartengono.
    Non sfuggono a questo quadro le liste presentate dai due imbroglioni matricolati D'Antoni e Di Pietro, rispettivamente capi di Democrazia europea e di Italia dei valori.

    Democrazia europea
    In particolare Democrazia europea (DE) ha fatto letteralmente incetta di riciclati e scartati dai due Poli, dando così nuove "chance'' ai candidati esclusi e usciti perdenti dalle famose risse che hanno coinvolto l'esercito di pretendenti alle dorate poltrone parlamentari.
    Schierandosi al "centro'' ma vicino ai berlusconiani, il neonato partito di Sergio D'Antoni, ex segretario Cisl da noi più volte denunciato su Il Bolscevico per il suo collaborazionismo verso il padronato e i governi succedutisi, ha iniziato con un bel "fiore all'occhiello'', niente meno che il democristiano di ferro e sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti che naturalmente non può candidarsi essendo anche senatore a vita, ma che certamente servirà a rastrellare voti tra le gerarchie ecclesiastiche e i "nostalgici'' di quella DC che per quarant'anni ha spadroneggiato nel nostro Paese garantendo stabilità governativa alla classe dominante borghese. Andreotti è stato un'infinità di volte smascherato da Il Bolscevico, così come un altro DC ex presidente del Consiglio ed ex pluriministro, il boss storico di Potenza e della Basilicata, Emilio Colombo. Escluso dal PPI, costui si è immediatamente arruolato con D'Antoni.
    Diverso il caso di Ortensio Zecchino, da febbraio dimissionario da ministro dell'Università e della Ricerca scientifica, poltrona conquistata fin dalla formazione del I governo D'Alema nell'autunno '98. Ha lasciato l'Ulivo proprio per fondare Democrazia europea di cui è presidente. I guasti che Zecchino, democristiano e andreottiano di ferro, lascia negli atenei italiani li conoscono molto bene le studentesse e gli studenti che si sono mobilitati per affossare la sua controriforma universitaria. Di lui abbiamo scritto su Il Bolscevico numeri 31/1997 e 40/1998.
    Tra gli altri "big'' candidati per DE: l'ex presidente del Senato Carlo Scognamiglio (cfr. Il Bolscevico n°18/94), ex PLI, ex Forza Italia, ex cossighiano e da anni presidente della potente associazione Aspen Institute Italia; Nino Cristofori, fedelissimo di Andreotti e già sottosegretario DC; Niccolò Amato, già direttore dell'amministrazione penitenziaria ed ex consigliere del fascista Fini sulla giustizia.
    Inoltre, il campano Alberto Simeone, ex missino e deputato uscente eletto nelle file dei fascisti di AN, il quale si fa vanto delle sue origini rautiane; Doriano Di Benedetto, presidente della Commissione Difesa del Senato, eletto nel '94 e nel '96 per Forza Italia e fino a pochi giorni fa intruppato con l'Udeur di Mastella. Per gli ultimi due, così come per Giovanni Polidoro, ex sindaco DC di Lanciano e deputato dal '92 al '94 e per Adolfo Manis, ex DC e senatore eletto per Forza Italia nel '96, rimandiamo a Il Bolscevico numero 31/1997. Idem per l'ex deputato leghista Daniele Roscia, a Montecitorio con Bossi dal '92 e ora candidato per D'Antoni.
    Tra gli altri riciclati l'avvocato e deputato uscente Armando Veneto, da sempre nella DC-PPI e l'ex ministro PSI Carmelo Conte, invischiato in tangentopoli e successivamente iscritto allo SDI.
    Altri nomi di spicco: Paolo Del Mese, braccio destro di Andreotti nel salernitano; il fiorentino Felice Cecchi, ex DC, ex PPI, ex UPR di Cossiga; l'ex DC Tommaso Bisagno; il democristiano ex presidente del Consiglio regionale campano, Domenico Zinzi; Nino Amato, segretario regionale siciliano della Cisl; Raffaele Calabrò, cardiologo vicino all'Opus Dei ed ex presidente del Consiglio regionale della Campania; Angelo Grillo e Ugo Valiante, entrambi campani ed ex Forza Italia.
    Dal mondo dello spettacolo ecco il democristiano Pippo Baudo, non candidato ma sponsor sfegatato di DE, mentre è in lista sua moglie, la soprano Katia Ricciarelli.
    In virtù del nepotismo è in corsa Pierluigi Misasi, figlio dell'ex ministro DC Riccardo.
    A livello locale non vengono disdegnate alleanze con gli squadristi della Fiamma di Rauti. è avvenuto a Ciampino per "merito'' del candidato sindaco per DE Sebastiano Montali, già boss del PSI di Craxi per cui fu assessore e poi presidente della giunta regionale del Lazio, quindi deputato dall'87 al '92 e sottosegretario nei governi De Mita e Andreotti VII.

    Italia dei valori
    Dal canto suo la lista-partito capeggiata dall'ex ministro ulivista Antonio Di Pietro (cfr. Il Bolscevico numeri 45/1995, 23/1996 e 37/1997), nella definizione delle proprie candidature ha puntato di più sulla "gente comune'' e si colloca più vicina al "centro-sinistra''.
    Detto del suo padre-padrone che in stile presidenzialista e presenzialista compare a destra e a manca per giurare di voler "cambiare facce e metodi'' della politica, lui che è stato portato al governo dal DC Prodi e in parlamento dall'Ulivo e da D'Alema personalmente in un collegio "blindato'', mentre ha stretto alleanza di recente coi fascisti dell'Mse in Molise, nelle liste di Italia dei valori spicca Giovanni Robusti, senatore leghista dal '94 al '96 e ora candidato in Lombardia.
    Altri candidati di rilievo sono il magistrato pugliese Carlo Madaro, l'ex primatista dei 200 metri piani Pietro Mennea (già del PSDI e successivamente vicino ad AN), nonché lo storico braccio destro di Di Pietro Elio (Cornelio) Veltri (cfr. Il Bolscevico 31/1997), rinnegato del comunismo e in possesso anche della tessera del partito radicale.
    Per dimostrarsi paladino dei diritti dei "consumatori'', Di Pietro ci propina il presidente dell'Adusbef, Elio Lannutti, un rinnegato che per 30 anni ha fatto parte del PCI-PDS e nel 1996 ha tagliato i ponti sia con Botteghe Oscure che con la Cgil, da destra naturalmente.

    http://www.pmli.it/listedantonidipietro.htm

  6. #106
    Tremendo
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    L'Italia (e Di Pietro) alla vigilia di Mani Pulite



    Nella conferenza stampa seguita ad un convegno degli stati componenti l'Unione Europea in Spagna, alla domanda di un giornalista sulla corruzione politica e le inchieste che lo riguardavano, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha risposto: «Negli anni 92-94 in Italia si è svolta una guerra civile. Una certa piccola parte della magistratura ha eliminato dalla scena politica i partiti che avevano governato per mezzo secolo e solo questi, senza toccare il partito comunista italiano, e gli altri esponenti legati al PCI». Nella sostanza, pur non usando toni così forti, la stessa cosa l'aveva annotata Ferruccio De Bortoli in una intervista a Panorama: “…Nel 1992 quando prese le mosse Tangentopoli, tutti eravamo sicuri che sarebbe stata una parentesi eccezionale, sgradevole ma indispensabile al rinnovamento, e destinata ad esaurirsi in fretta. Chiudemmo un occhio sulle esagerazioni e sugli eccessi non per amore di giustizialismo né per assecondare le ambizioni della magistratura, ma nella speranza, quasi una certezza, che la mannaia avrebbe colpito indiscriminatamente: uomini e partiti responsabili di corruzione, a destra quanto a sinistra. Poi ci siamo accorti che alcuni sono stati risparmiati o hanno ricevuto trattamento di riguardo, e si è creata una situazione di disparità francamente imbarazzante; chi in galera chi al potere”. In tutta la vicenda Tangentopoli l'impronta del gruppo di PM del pool di Mani pulite, nato 'per combattere la dilagante corruzione politica', è il metodo dei due pesi e due misure. Che abbiano colpito le corruttele di certi partiti, ignorando le corruttele di altri senza assolvere il postulato fondamentale della giustizia scritto in ogni aula di tribunale: 'La legge è eguale per tutti'.



    La realtà italiana del coinvolgimento dei partiti nella corruzione e concussione era sistematica, diffusa, tollerata negli anni. La nostra democrazia dei partiti si era fatta nel tempo partitocrazia, cioè una oligarchia basata sulla degenerazione della democrazia interna ai partiti, dei quali attraverso carte false congressuali (tesseramento clientelare o fasullo) detenevano un inamovibile dominio. Tale classe politica si manteneva attraverso l'illecito drenaggio di denaro pubblico e privato, attraverso creste o tangenti sugli appalti dello stato e delle amministrazioni. Con una differenza derivata dalla natura (o forma-partito come dicono i politologi) dei partiti di cultura occidentale rispetto a quello di radici leniniste. I primi - articolati in correnti interne - erano un simulacro unitario, di fatto associazioni confederate alla maniera dei Pellerossa Irochesi di 'tribù' al servizio acritico e servile di notabili, boss, raramente leaders. Il secondo, nato per fare in Italia la rivoluzione alla maniera di Lenin in Russia, organizzato successivamente negli schemi stalinisti del centralismo democratico, aveva un apparato di ex 'rivoluzionari professionali' cioè burocrati irreggimentati e compartimentati senza alcuna iniziativa personale. In altre parole, detto più chiaramente, mentre nella DC, ma più ancora nel PSI, le creste o 'tangenti' su appalti, forniture e quant'altro, giravano brevi mani a incaricati del 'big' di corrente (la minima parte era gestita al vertice dai segretari amministratori tanto che la situazione venne descritta dalla celeberrima battuta di Formica: "i frati sono ricchi, ma il convento è povero"), nel PCI il tutto era organizzato in maniera centralistica, senza alcuna autonomia dei sindaci, assessori, presidenti. L'input veniva dal partito, l'amministratore eseguiva, i soldi andavano ad un collettore che poi li portava all'ignoto gestore. Insomma, Raggio stava a Craxi, come Greganti stava al PCI. Pertanto in questo 'sistema di dazioni ambientali' (definizione di Di Pietro al processo Enimont) erano coinvolti tutti i soggetti politici dell'arco costituzionale, nessuno escluso. Difatti, prima del 1992 nessuno scandalo nasce da una denuncia della opposizione che taccia di 'ladri' gli avversari senza mai mettere bianco su nero davanti ad un magistrato. Sicchè nella alternanza delle giunte, i nuovi assessori venivano a conoscenza di tutto il pregresso. D'altronde questo era arcinoto e inchieste giornalistiche in questo senso si sprecavano (Espresso, Panorama, il Mondo, Repubblica ecc…). La magistratura sanzionò quei reati quando proprio non poté farne a meno per denuncia di privati o scandali di dominio pubblico. Carceri d'oro, prigioni d'oro, lenzuola d'oro, banane d'oro, autostrade d'oro, roulotte d'oro... ogni commessa e appalto aveva costi doppi o tripli dei fatturati poiché le cifre 'a dare' comprendevano anche la 'dazione' al politico o al partito di referenza. Teardo a Savona, Micco a Milano, Zampini a Torino… rivelarono ampiamente la regola assumendo la parte del capro espiatorio. Prima di Mani Pulite i processi riguardarono i livelli bassi della corruzione. Se investivano quelli alti venivano insabbiati e fatti cadere in prescrizione (esemplare lo scandalo dei Petroli).



    Negli enti locali, nelle aziende IRI, il PCI era coinvolto alla pari degli altri. Giampaolo Pansa ('la Repubblica' del 10 dicembre 1983) firma una inchiesta che prende tutta la pagina 7 del quotidiano: «Complotto dei giudici o inevitabile resa dei conti dopo anni di furti? - I partiti in manette - "La tangente è diventata la droga di massa della partitocrazia, il principio e la fine di tante carriere; e i mandati di cattura hanno finito col disegnare una nuova geografia del paese"». Proseguendo l'inchiesta, quattro giorni dopo, Pansa ancora a tutta pagina 5 intervista Adriano Zampini, l'uomo chiave dello scandalo torinese che coinvolse e affossò la giunta cittadina di sinistra guidata dal sindaco Novelli (20 anni prima di Mani pulite). Dichiara Zampini: «Certo che ho versato tangenti… E' un investimento che frutta al cento per cento… Io ero obbligato a versare, il sistema campa sulla corruzione». Le quote al PCI venivano versate ad un tal Sindaco di Ortonovo che fungeva da collettore delle tangenti emesse alla maniera di Primo Greganti finito nella maglie di Tiziana Parenti prima di essere estromessa dal pool. Greganti si prese la patente di ogni responsabilità pur di tutelare il partito di appartenenza, il PCI. I suoi compagni che con gli inquisiti avversari scendevano in piazza 'contro i ladroni di stato' verso di lui facevano tifo affinché non parlasse. I comunisti manifestavano, bene organizzati, contro tutti escluso il loro partito nonostante che oltre ai soldi delle tangenti prendeva anche quelli di una potenza straniera nemica dello schieramento NATO di cui l'Italia faceva parte (L'oro di Mosca' di Cernetti). Accreditando, compiacenti i giornalisti politicizzati o conformisti, i socialisti come 'ladri' esclusivi quando negli enti locali governavano con la DC, per diventare automaticamente onesti se formavano giunte di sinistra (che spesso nascevano per ripicca e liti nella spartizioni del bottino con i precedenti alleati DC). Le maggioranze si alternavano a pelle di leopardo in tutta l'Italia col medesimo connubio tra imprese e costruttori edili con gli amministratori pubblici. Ma l'edilizia a Rapallo diventava 'rapallizzazione' mentre sulla costiera romagnola 'urbanistica a misura d'uomo'.

  7. #107
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  8. #108
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    Cosa Nostra, si spengono le luci

    Un giorno di febbraio del 1988 un giornalista andò al palazzo di giustizia di Marsala per chiedere all’allora Procuratore della Repubblica Paolo Borsellino alcune informazioni sulla mafia di Mazara del Vallo. Il palazzo, era di pomeriggio, appariva deserto. Per arrivare allo studio del Procuratore bisognava passare attraverso un’infinità di cancelli di ferro, aspettare che le guardie sciogliessero catene e aprissero lucchetti con mazzi di chiavi che rimbombavano sinistre nel gran silenzio dei corridoi.
    Il Procuratore aveva intorno a sé cinque ragazzi diventati da non molto uditori giudiziari che stavano facendo pratica in quella Procura.
    Borsellino, arrivato a Marsala da poco più di un anno dall’Ufficio istruzione di Palermo dopo la rovente polemica sui «professionisti dell’antimafia» che l’aveva ferito, era un uomo intelligente e gentile, essenziale, privo di fronzoli, il contrario del magistrato protagonista. Quella volta rispose alle domande del giornalista che non era venuto per un’intervista e che lo conosceva dai tempi del pool di Palermo. Borsellino approfittò dell’occasione per far scuola a quei giudici ragazzini che ascoltavano attenti.
    Ne uscì, e durò per un paio d’ore, una lezione sulla mafia in cui il Procuratore spiegò con parole semplici il fenomeno che degradava e degrada la Sicilia e l’Italia e spiegò anche i modi di fare inchiesta, le connessioni sociali, l’ambiente, le difficoltà per un magistrato di far fronte a un mondo ostile che non era solo quello della mafia che spara, la mafia dei picciotti con la lupara dipinti dai pittori, ma la mafia s.p.a., la mafia come impresa costituita e amministrata da avvocati, notai, commercialisti, analisti finanziari, esperti di Borsa e di mercati internazionali. I giudici ragazzini ascoltavano attenti, qualche loro domanda interrompeva ogni tanto il parlare del Procuratore lieto di quell’occasione che gli permetteva di andare oltre la quotidianità del lavoro, gli dava l’opportunità di approfondirlo, di far capire non soltanto le tecniche giudiziarie, ma i contesti di quel mondo politico-criminale apparentemente misterioso. Un vero maestro.
    Tra i giudici ragazzini di Marsala c’era Antonio Ingroia, uno dei pubblici ministeri, con Domenico Gozzo, del processo contro Marcello Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa e contro Gaetano Cinà per associazione mafiosa. Il processo è cominciato nel 1997. La pubblica accusa, dopo requisitorie durate più udienze, ha chiesto ora 11 anni di prigione per Dell’Utri e 9 anni per Cinà. Il dibattimento è sospeso, riprenderà dopo l’estate con le repliche della difesa e le controrepliche dei pubblici ministeri: si prevede che la sentenza possa arrivare entro il mese di ottobre.
    Ne ha viste tante di cose atroci, Antonio Ingroia, da quel pomeriggio di 16 anni fa nella stanza del Procuratore a Marsala di cui si ricorda con nitidezza.
    È una catena di morti la storia della mafia. Sono passati 12 anni dalla strage di via D’Amelio dove morì Paolo Borsellino, due mesi dopo la strage di Capaci dove morì Giovanni Falcone. Tra la fine di maggio e il 19 luglio 1992 Borsellino lavorò con furia a Palermo dove era tornato come procuratore aggiunto. Che cosa aveva intuito in quella sua indagine, che cosa aveva scoperto, che cosa gli mancava per completare i tasselli della strage? Che cosa temeva Cosa Nostra?
    Proprio nel maggio di quell’anno, dopo Capaci, Borsellino aveva rilasciato un’intervista televisiva a dei giornalisti francesi nella quale parlava dei rapporti tra Vittorio Mangano, lo «stalliere» di Arcore, Dell’Utri e Berlusconi. E poi: Borsellino era contrario alla trattativa avviata dai carabinieri del Ros con Cosa Nostra dopo la morte di Falcone. Borsellino poteva essere nominato capo della Procura nazionale antimafia. Per questi motivi Cosa Nostra, nell’organizzare quella strage, usò la medesima furia usata dal magistrato per scoprire la verità?
    Il clima di Palermo è sciroccato. I fervori del 1992, la stagione dei lenzuoli bianchi della protesta sono lontani. Le notizie del dissidio tra i magistrati della Procura a proposito del capo di imputazione da attribuire al presidente della Regione Cuffaro nell’inchiesta in corso inquietano, disimpegnano i cittadini, li distolgono dal micidiale pericolo della mafia che pesa sulla città e sull’intero Paese.
    L’informazione non aiuta a tener desta l’opinione pubblica. Sul processo Dell’Utri la sua presenza è stata relativa se si eccettuano l’Unità, Micromega, Diario. I giornali indipendenti sono stati assai avari di notizie, solo poche righe, il resto hanno preferito tenerlo per sé.

    Come se non fosse rilevante un processo per mafia nei confronti di uno dei maggiori consiglieri del presidente del Consiglio, senatore di Forza Italia, eletto nel primo collegio di Milano, quello che fu del povero Giovanni Spadolini, il più significativo della città.
    Berlusconi lo rappresenta alla Camera.

    Il concorso esterno in associazione mafiosa per Dell’Utri sembra ben motivato. Non sono soltanto i testimoni, «pentiti» e non pentiti ad accusare; ma le intercettazioni telefoniche e ambientali, le tradizionali indagini, le consulenze finanziarie, i film e le fotografie, i documenti, i rapporti di polizia, le stesse ammissioni dell’imputato.
    Vittorio Mangano, in tutta la vicenda esercita un ruolo essenziale. Secondo l’accusa è il mediatore di Cosa Nostra per la protezione di Berlusconi. È il garante. E Dell’Utri garantisce per lui con l’imprenditore e, soprattutto, con Cosa Nostra. L’attuale premier - il crudo gioco è durato decenni - ha avuto costantemente bisogno di un ombrello protettore. Quando Dell’Utri lascia la sua corte, ecco la P2 e, dopo, di nuovo Dell’Utri che è l’unico, il più autorevole certo, a spingere Berlusconi a entrare in politica perché così vuole Cosa Nostra delusa dalla Dc e poi dai socialisti. E lo fa contro il parere degli altri amici e consiglieri.
    È Dell’Utri («una sorta di “agente assicurativo” dell’organizzazione mafiosa inviato a stipulare un contratto col “cliente assicurato” e a garantirne la puntuale osservanza», dice nella requisitoria il pubblico ministero) a trattare con autorevolezza con gli uomini di Cosa Nostra, Stefano Bontade, il capo della mafia fino al 1981 quando fu ucciso, Mimmo Teresi, Nitto Santapaola, altri, in aiuto e in nome del Cavaliere che subisce attentati, pugni e carezze, è costretto a pagare e lo fa anche liberamente. Poi nega di averlo fatto, a differenza della Fiat che invece lo ammette.
    «Non vi chiederemo pene esemplari, ma una pena equa, proporzionata, giusta», dice ai giudizi in chiusura della sua requisitoria il pubblico ministero Antonio Ingroia.
    «Non potete ignorare che Dell’Utri è un uomo delle istituzioni. Un uomo delle istituzioni, con poco, pochissimo senso dello Stato, e che infatti ha continuato a mantenere i rapporti con la mafia durante la celebrazione di questo processo e perfino negli anni più bui dello stragismo mafioso, quando perfino i politici più compromessi ne prendevano le distanze».

  9. #109
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    Nell'attesa (e nella speranza) che ad ottobre si possa avere la sentenza del processo invisibile, ascoltiamoci una breve biografia dell'imputato

  10. #110
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    Braccio destro e braccio sinistro (o viceversa).
    Entrambi NON amputabili...

 

 
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