(e, questa, è ancora più pericolosa per il Banana)
1976, fine anno.
Poco dopo Mangano, anche Dell’Utri lascia Berlusconi: vuol fare il dirigente, ma Silvio non lo ritiene capace.
1978.
Dell’Utri trova lavoro in un’impresa in odor di mafia, la Bresciano Costruzioni di Rapisarda, legato a mafiosi doc come Ciancimino e i Cuntrera-Caruana. La Bresciano va in bancarotta fraudolenta. Dell’Utri, incriminato a Torino, perde il lavoro.
1980, 5 febbraio.
La Criminalpol di Milano intercetta una telefonata fra Mangano e Dell’Utri. Parlano di un malavitoso, Tony Tarantino. Poi Mangano dice che ha un “affare” da proporgli e anche “il cavallo” che fa per lui. Dell’Utri sorride: per il “cavallo” occorrono “i piccioli” (i soldi) e lui non ne ha. Mangano dice di farseli dare da Berlusconi. Dell’Utri risponde che “quello lì... ‘n ‘sura” (non suda, non paga). Paolo Borsellino dirà che Mangano, quando parlava di cavalli, si riferiva a partite di droga. Dell’Utri spiegherà di aver mantenuto rapporti con Mangano perchè “mi faceva paura la sua personalità criminale”.
1975-1983.
In otto anni, nelle holding Fininvest, affluiscono 113 miliardi di lire dell’epoca (oggi vanno moltiplicati per cinque) di provenienza misteriosa, parte addirittura in contanti. Berlusconi non svelerà mai l’anonimo donatore. Il consulente tecnico di Dell’Utri, il professor Paolo Jovenitti della Bocconi, ammetterà al processo che alcuni di quei finanziamenti sono inspiegabili e “potenzialmente non trasparenti”. Secondo molti pentiti, in quel periodo Bontate diventa socio delle tv Fininvest, investendovi grossi capitali mafiosi. Per quest’accusa non esiste prova. Ma - secondo i pm – la scarsa trasparenza dei finanziamenti alle holding Fininvest e la presenza di uomini vicini alle cosche nelle tv siciliane acquisite dal Biscione la rendono plausibile.
(continua)




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