In Scarface c'era Al Pacino e non Robert De Niro![]()
scusa non ho letto niente ma su quell'ultima riga del primo post mi ci è caduto l'occhio![]()


In Scarface c'era Al Pacino e non Robert De Niro![]()
scusa non ho letto niente ma su quell'ultima riga del primo post mi ci è caduto l'occhio![]()


Beh; per UNA volta che ne dici UNA giusta, bisogna dartene atto.In Origine Postato da O'Rei
In Scarface c'era Al Pacino e non Robert De Niro![]()
scusa non ho letto niente ma su quell'ultima riga del primo post mi ci è caduto l'occhio![]()
Ma, altrettanto, si prende atto che, in un 3ad di qualche centinaio di post, ti sia caduto l'occhio (quarda caso) su una mazzata.
Lascia stare; le cose serie con è roba per te.


no di solito in thread così lunghi che non ho seguito non ci posto, leggo solo il primo post per capire l'argomentoIn Origine Postato da MrBojangles
Beh; per UNA volta che ne dici UNA giusta, bisogna dartene atto.
Ma, altrettanto, si prende atto che, in un 3ad di qualche centinaio di post, ti sia caduto l'occhio (quarda caso) su una mazzata.
Lascia stare; le cose serie con è roba per te.


Qui, come in altri, il VERO argomento è la dabbenaggine dei bananas.In Origine Postato da O'Rei
no di solito in thread così lunghi che non ho seguito non ci posto, leggo solo il primo post per capire l'argomento
Testimoniato da una MOLTITUDINE di argomenti.
Fatti una cultura; leggili TUTTI...


«Brindammo con Dell’Utri dopo le stragi del ’93»
Il pentito Luigi Sparacio sotto processo a Catania:
«Ero con il boss Alfano, e insieme incontrammo il senatore»
Marzio Tristano
CATANIA
«Dell'Utri? Brindammo insieme con champagne all'esito positivo delle stragi mafiose del ‘93».
Mentre a Palermo i suoi difensori proseguono le arringhe nel processo per concorso in associazione mafiosa, in un'altra aula di giustizia, a Catania, un pentito messinese, Luigi Sparacio, chiama in causa il senatore palermitano di Forza Italia indicandolo come il protagonista di un macabro brindisi.
«Ero con Michelangelo Alfano (boss di Bagheria, ndr) - ha detto Sparacio, interrogato dal pubblico ministero Antonino Fanara davanti ai giudici della prima sezione del Tribunale di Catania nel processo che vede imputati, oltre al collaboratore anche due magistrati, Giovanni Lembo e Marcello Mondello, accusati di avergli concesso vantaggi in cambio di dichiarazioni pilotate - ed insieme abbiamo incontrato il senatore Dell'Utri dopo le stragi».
Alla difesa del senatore forzista il colpo arriva a sorpresa, ma non troppo, visto che nell'aula del processo ha fatto capolino per qualche minuto anche l'avvocato Enrico Trantino, difensore di Dell'Utri, formalmente estraneo all'udienza in corso.
Nel primo giorno della sua deposizione Sparacio, dunque, punta in alto e rispondendo alle domande del pm tenta di spiegare il pactum sceleris che, secondo l'accusa, l'avrebbe legato a due magistrati partendo da lontano, dai suoi rapporti con Michelangelo Alfano, imprenditore-boss di Bagheria, presidente della squadra di calcio del Barcellona. Lì, attraverso Alfano, sarebbe entrato in contatto con Cosa Nostra, della quale ha detto di avere conosciuto gli esponenti piu' influenti, da Leoluca Bagarella a Vittorio Mangano. Per Cosa Nostra Sparacio avrebbe anche ucciso e con i vertici avrebbe partecipato anche ad alcune riunioni nella villa di Alfano a Barcellona, prima e dopo le stragi del '93, nelle quali sarebbe stata decisa la strategia di 'avvicinamento' al gruppo Fininvest, avvicinamento con metodi naturalmente mafiosi, con gli attentati incendiari ai punti vendita Standa.
Ad una di queste riunioni, secondo il pentito, sarebbe stato presente Dell'Utri per congratularsi, bicchiere alla mano, dell'esito favorevole delle stragi. Nel corso della sua deposizione, rinviata al 5 novembre prossimo per la prosecuzione, Sparacio ha citato tra le sue conoscenze mafiose anche Luigi Ilardo, boss nisseno divenuto confidente del capitano dei carabinieri del Ros Michele Riccio e poi ucciso misteriosamente in un agguato mafioso a Catania. Proprio a Riccio Ilardo confidò, mentre insieme in auto percorrevano una delle strade dell'entroterra siciliano, che uno dei mandanti occulti delle stragi mafiose sarebbe stato Marcello Dell'Utri.
Il contesto stragista che ruota attorno alla vicenda messinese con le riunioni nella villa di Alfano è stato abbondantemente esplorato dai magistrati di Firenze nel corso di una delle indagini sui cosiddetti mandanti occulti delle stragi mafiose, conclusa con un'archiviazione. Ad una dei filoni d'inchiesta rimasti secretati aveva fornito il proprio contributo anche Sparacio, che aveva parlato di un patto tra la destra eversiva e la mafia facendo il nome di Stefano Delle Chiaie, iscritto nel registro fiorentino degli indagati, ma le sue dichiarazioni erano state ritenute insufficienti.


...c'è anche questa fonte.
Peccato che si "fermi" al 2002.
Se non ricordo male, è PROPRIO l'epoca degli stanziamenti governativi a "quella" Radio.


Il processo a Marcello Dell'Utri
di ENRICO BELLAVIA e SALVO PALAZZOLO
SEI anni di dibattimento, 256 udienze, 270 testi (di cui 40 collaboratori di giustizia), migliaia di atti, centinaia di intercettazioni ambientali e telefoniche . Ecco il processo al senatore Marcello Dell'Utri, accusato dalla Procura di Palermo di concorso esterno in associazione mafiosa. L'8 giugno scorso, dopo 18 udienze di requisitoria, i pubblici ministeri Domenico Gozzo e Antonio Ingroia hanno chiesto alla seconda sezione del tribunale presieduta da Leonardo Guarontta la condanna di Dell'Utri a 11 anni di reclusione. Chiesta la condanna, a 9 anni, anche per l'altro imputato del processo, il presunto boss Gaetano Cinà, ritenuto il tramite fra Dell'Utri e Cosa nostra. "Prove schiaccianti e sovrabbondanti", ha sostenuto la Procura. Gli avvocati del senatore di Forza Italia hanno replicato in 25 udienze: "Accuse senza riscontri - questa la tesi principale - frutto dell'invenzione dei pentiti".
Ecco il processo a Marcello Dell'Utri, accusato di essere "l'ambasciatore di Cosa Nostra, il garante degli interessi mafiosi, all'interno di uno dei gruppi economico-finanziari più potenti del paese, la Fininvest". Il senatore, di origini palermitane, deve difendersi dall'imputazione di essere stato a disposizione dei mafiosi "nell'arco di un trentennio, a partire dagli anni '70 fino ai giorni nostri, così fornendo un contributo più che significativo al consolidamento e al rafforzamento di Cosa Nostra. Ha favorito ma è stato anche favorito".
L'impalcatura del processo, così come delineata dalla Procura di Palermo:
- Dell'Utri artefice nel 1974 dell'assunzione del boss Vittorio Mangano nella villa di Silvio Berlusconi, ufficialmente come fattore, in realtà per proteggere Berlusconi, che temeva l'Anonima sequestri;
- Dell'Utri organizzatore nel 1974 di un incontro "diretto e personale" fra Berlusconi e alcuni mafiosi dell'epoca come Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Gaetano Cinà e Francesco Di Carlo, quest'ultimo oggi collaboratore di giustizia;
- Dell'Utri e Cinà accusati di svolgere "attività di ausilio, sostegno e rappresentanza degli interessi di Cosa Nostra presso il gruppo imprenditoriale che fa capo a Berlusconi";
- E' il 1977: Dell'Utri ritenuto rappresentante degli interessi mafiosi di Stefano Bontade e Mimmo Teresi all'interno di un altro gruppo imprenditoriale milanese, quello di Filippo Alberto Rapisarda, dove viene assunto proprio grazie al decisivo intervento di Cinà;
- 1979. Dopo il rientro nel gruppo Berlusconi, Dell'Utri è ritenuto dalla Procura ancora l'intermediario con Cosa nostra per lo sbarco delle antenne milanesi in Sicilia. Sarebbe stato Dell'Utri a consegnare a Cinà le somme di denaro necessarie per ottenere la protezione degli interessi televisivi del gruppo in Sicilia;
- Nel 1981, dopo la guerra di mafia e l'assassinio di Stefano Bontade, il rapporto fra Dell'Utri e il clan Pullarà, mediato dallo stalliere Mangano, sarebbe stato assunto personalmente da Totò Riina, per il tramite dell'asse Ganci-famiglia Malaspina-Gaetano Cinà. Dicono i pentiti che l'interesse di Riina era quello di attivare, tramite Dell'Utri e Berlusconi, un possibile collegamento con il Psi di Craxi, "per costituire un referente politico alternativo alla Democrazia cristiana";
- 1990. Cosa nostra vuole ristrutturare i suoi rapporti con la politica. In questo contesto, secondo l'accusa, matura la strategia degli attentati agli stabilimenti Standa del catanese: Dell'Utri sarebbe intervenuto in prima persona per porre fine alle intimidazioni e avrebbe incontrato il capomafia Nitto Santapaola. In quella occasione, avrebbe offerto nuove garanzie (non solo finanziarie, ma anche politiche) all'associazione mafiosa. E gli attentati finirono;
- I rapporti e la frequentazione fra Dell'Utri e Mangano sarebbero proseguiti anche negli anni successivi, sino alla metà degli anni '90, quando il nuovo impegno di Dell'Utri in politica lo rende tramite altrettanto prezioso per la realizzazione degli interessi di Cosa Nostra "a tutto campo". L'ultimo pentito che ha accusato Dell'Utri è stato Antonino Giuffrè: "Il senatore di Forza Italia - ha detto l'ex padrino della Cupola - fu protagonista della trattativa politica messa in campo da Cosa nostra dopo le stragi Falcone-Borsellino". Così i boss avrebbero deciso di sostenere elettoralmente Forza Italia.
"Nessuno può validamente sostenere che questo dibattimento sia in realtà un processo al presidente Berlusconi", hanno detto i pubblici ministeri:
"Certo, non possiamo nascondere il nostro rammarico, un rammarico che dovrebbe essere condiviso da tutte le parti processuali, per un'occasione mancata".
Il 26 novembre di due anni fa, il tribunale di Palermo si recò a Palazzo Chigi per interrogare il presidente del Consiglio:
"Ci attendevamo - dicono Gozzo e ingoia - che il presidente Berlusconi desse il suo contributo di verità per chiarire alcuni "buchi neri"
(i "buchi neri" sull'assunzione e l'allontanamento di Mangano, sui rapporti con Dell'Utri, su certi anomali "movimenti di denaro" nelle casse delle holding alle origini del gruppo Fininvest, etc.).
Ma Berlusconi, imputato di reato collegato (le imputazioni di concorso esterno e riciclaggio sono state già archiviate per cinque volte), si avvalse della facoltà di non rispondere.
Per il senatore di Forza Italia, un pool di sei avvocati: Enzo Trantino, Roberto Tricoli, Giuseppe Di Peri, Francesco Bertorotta, Pietro Federico ed Enrico Trantino. Le loro critiche, principalmente, nei confronti del primo pentito che ha accusato Dell'Utri, nel '94: Salvatore Cancemi. "Che strana coincidenza - ha ribadito il pool di legali - proprio in coincidenza con la nascita di Forza Italia".
(1 dicembre 2004)


Casini a Dell’Utri: hai la mia stima
Telefonata del presidente della Camera, mentre il Tribunale di Palermo sta per emettere la sentenza sul senatore
Simone Collini
ROMA Quarantott’ore dopo l’ultima delle 256 udienze e pochi giorni prima dell’arrivo della sentenza che dovrebbe chiudere un processo aperto sette anni fa, Pier Ferdinando Casini ha telefonato al senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, accusato dalla procura di Palermo di concorso esterno in associazione mafiosa, per esprimergli «i sensi più profondi di stima e amicizia». Una telefonata che ha suscitato molte polemiche. Passi per la Lega, che non perde occasione per attaccare il presidente della Camera (e infatti già in mattinata lo aveva fatto, lamentando la mancanza di un voto parlamentare sulla questione dell’adesione della Turchia all’Ue), ma mai come ieri la terza carica dello Stato è stata al centro di tante critiche da parte del centrosinistra. Duplice la ragione delle accuse: il fatto che questa telefonata sia stata fatta proprio mentre i giudici sono riuniti in camera di consiglio (la sentenza è attesa per lunedì); e il fatto che a darne notizia sia stata una nota ufficiale diffusa da Montecitorio. Ma Casini non sembra preoccuparsi troppo del polverone alzato con la telefonata. A chi gli chiede un commento risponde: «Ognuno fa le critiche che crede, siamo in democrazia».
Se il pm Antonio Ingroia, che ha sostenuto l’accusa nel processo contro il senatore di Fi chiedendone la condanna a 11 anni, preferisce «non dire nulla» per mantenere «il più sereno possibile» il clima durante il ritiro della corte in camera di consiglio, gli schieramenti politici commentano in modo diverso l’iniziativa del presidente della Camera. Dall’Italia dei valori a Rifondazione comunista, l’Alleanza critica il comportamento di Casini. Luciano Violante dice con un sorriso: «Un ex presidente non critica il presidente in carica, non può che parlarne bene». Ma il diessino Francesco Bonito, pur non volendo entrare nel merito delle «amicizie» della terza carica dello Stato, giudica «inopportuna» la comunicazione ufficiale della telefonata diffusa da Montecitorio «nell’imminenza della sentenza dei giudici di Palermo». È questo il discrimine anche secondo Antonio Di Pietro, per il quale Casini «da privato cittadino può telefonare a chi gli pare, ma se rende pubblica la telefonata vuol dire che intende dargli una valenza politica e istituzionale». Aggiunge l’eurodeputato: «Non si è mai visto in alcun Paese civile che la terza carica dello Stato telefoni a un imputato per associazione a delinquere in attesa di sentenza, delegittimando, in tal modo, il lavoro dei giudici». Dentro l’Alleanza, solo Clemente Mastella difende il comportamento di Casini, giudicandolo «corretto e ineccepibile». La tesi del leader dell’Ap-Udeur è che non c’è «interferenza» nell’operato della corte, perché «questo è il momento di pausa», visto che i giudici sono in camera di consiglio.
In controtendenza dentro la Cdl, tutta schierata a fianco di Casini, è invece la Lega. «Chi riveste cariche istituzionali dovrebbe esimersi dal fare considerazioni di questo tipo», dice Alessandro Cè parlando in Transatlantico. E alla domanda se non ritenga che ci sia un rischio di pressioni sui giudici, il capogruppo del Carroccio alla Camera risponde: «Che la politica eserciti un certo tipo di pressioni credo che rientri nel gioco. Forse un po’ meno quando a farlo è una carica istituzionale».


(nell'attesa della sentenza)
Primo Piano (Rai3) di questa sera:
il vicecoordinatore di Forza Italia Frabrizio Cicchitto (ex piduista) ha PIU' volte affermato (minacciando Bianca Berlinguer) che del processo Dell'Utri NON si può parlare in televisione.
Tutti i quotidiani di oggi titolavano sul processo e sulla telefonata di "solidarietà" di Casini; ma, in tv, NON se ne può parlare.
Non si fa...


(questo è più pericoloso, per il Banana)
Dell’Utri, 20 anni di strani incroci con Cosa Nostra
Marco Travaglio
È un processo diverso dagli altri per mafia e politica, quello che sta per chiudersi al Tribunale di Palermo a carico di Marcello Dell’Utri. Anzitutto perché non riguarda, se non di striscio, la sua attività politica, ma vent’anni di carriera imprenditoriale. E poi perché non si fonda principalmente sulle parole dei pentiti riscontrate da elementi di fatto. Si basa su elementi di fatto che i pentiti aiutano a spiegare secondo la logica e la storia di Cosa Nostra. Fatti in parte ammessi dallo stesso imputato. Fatti documentati da carte, rapporti di polizia, intercettazioni e testimonianze. È utile dunque conoscere questi fatti, per i quali i Pm hanno chiesto di condannare Dell’Utri a undici anni (concorso esterno in associazione mafiosa) e Gaetano Cinà a nove anni (associazione mafiosa). Fatti che i giudici, più che accertarli, devono valutare per decidere se costituiscano reato oppure no.
1974.
Marcello Dell’Utri, nato a Palermo nel 1941, lascia la Sicilcassa di Palermo per andare a lavorare a Milano per il suo amico Silvio Berlusconi, come segretario particolare. Segue la ristrutturazione della villa di Arcore. Berlusconi teme sequestri per sé e i suoi figli, tant’è che si trasferirà per un po’ in Spagna con la famiglia. Il 7 luglio arriva in villa Vittorio Mangano, giovane e promettente mafioso palermitano della famiglia di Porta Nuova, già noto alle cronache giudiziarie e alle forze di polizia per vari arresti, denunce, processi e condanne: ufficialmente “fattore” e “stalliere”, in realtà fa il guardaspalle di Berlusconi. Secondo il pentito Francesco Di Carlo, l’assunzione è suggellata in un incontro a Milano organizzato da Dell’Utri, con Berlusconi, i boss Stefano Bontate (capo di Cosa Nostra), Mimmo Teresi e lo stesso Di Carlo: seguono promesse di reciproche “disponibilità”. Anche il pentito Nino Giuffrè racconta che Bontate aveva incontrato più volte Dell’Utri e Berlusconi. La Fininvest – secondo l’accusa, suffragata da vari pentiti - comincia a versare somme di denaro a Cosa Nostra. Lo racconta un testimone, Filippo Alberto Rapisarda: “Dell’Utri mi disse che la sua attività di mediazione era servita a ridurre le pretese di denaro dei mafiosi”. Dell’Utri conferma di averglielo detto, ma per “una mera vanteria”; poi però ammette che da allora “le minacce cessarono” (mai denunciate alla polizia). Mangano resterà in villa due anni: come dice un rapporto della Questura milanese, se ne andò “nell’ottobre ‘76”, dopo essere stato sospettato del sequestro di Luigi D’Angerio (amico di Berlusconi) e arrestato due volte dai carabinieri per scontare condanne per truffa, porto abusivo di coltello e ricettazione. Ogni volta, uscito dal carcere, viene riaccolto a villa Berlusconi.
1976, ottobre.
Un giornale – racconterà Mangano ai giudici - scrive che Berlusconi ospita un mafioso in casa sua. Mangano lascia la villa, sebbene Dell’Utri e Confalonieri facciano di tutto per trattenerlo. Dopo un breve periodo a Palermo, si stabilisce a Milano all’hotel Duca di York, da dove gestisce il traffico di droga e il riciclaggio di Cosa Nostra: fatti per cui verrà arrestato nell’83 e condannato al maxiprocesso di Falcone e Borsellino.
1976, 24 ottobre. Il boss catanese Antonino Calderone festeggia il compleanno a Milano, al ristorante “Le colline pistoiesi”, con i mafiosi Nino e Gaetano Grado. C’è pure Dell’Utri, accompagnato da Mangano. Dell’Utri conferma la cena con i boss, ma la spiega con il “timore che nutrivo verso Mangano”.
(continua)