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Discussione: Il processo invisibile

  1. #31
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    In Origine Postato da robby
    Fù obbligato,cioè se conosco qualche sinonimo,obbligato contro la sua volontà,quindi è una vittima!!!!

    adesso che mezza sicilia passerà col csx come farete a dire che la mafia è con FI?Adesso i mafiosi siete voi......in più governate anche in Campania......MAFIOSI CAMORRISTIe TERRORISTI
    Non è il "voto" (inteso come singola espressione di consenso) in se ad essere mafioso; lo diventa quando il beneficiario del consenso E' mafioso.
    E' IN QUESTO che avete fatto il pieno.

    Dell'Utri E' un pregiudicato; se lo voti, mandi un pregiudicato a governare la collettività.
    Se voti un incensurato; non è detto che rimanga tale per tutto il mandato, ma, almeno, un senso etico glie l'hai dato al tuo voto.

    Ma mi rendo conto che parlare di etica ad un elettore di pregiudicati è tempo perso...

  2. #32
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    Processo Dell’Utri:
    bugie e buchi neri sui capitali delle holding Fininvest

    Il Pm: la difesa non sa dimostrare la provenienza lecita di quell’enorme flusso finanziario, che i pentiti dicono fosse della mafia di Bontade. L’azienda: l’imputato non ha l’onere della prova
    Marco Travaglio

    PALERMO
    Dei 100 miliardi di lire che gonfiarono le società finanziarie della Fininvest fra il 1975 e il 1983, almeno 17 (sempre al valore dell'epoca) sono di provenienza ignota. Dove li prese Berlusconi, allora camuffato sotto le mentite spoglie di una miriade di prestanomi? Non si sa.
    Non ha saputo chiarirlo neppure il professor Paolo Jovenitti della Bocconi di Milano, consulente tecnico della difesa di Marcello Dell'Utri. Il quale ha sostenuto, nel processo di Palermo, di aver ricostruito tutti i flussi di denaro. Ma - secondo il pm Nico Gozzo - «ha mentito», lasciando nelle 22 (poi salite a 37) Holding Italiana «troppi buchi neri». Presunte bugie che non avranno effetti processuali pratici, ma che gettano altre ombre sulle origini delle fortune di Silvio Berlusconi dal punto di vista etico-politico.
    «A trent' anni di distanza da quei flussi – dice Gozzo - non c'è trasparenza sui capitali iniziali della Fininvest, e nemmeno sui soci di Berlusconi. Eventuali reati finanziari e fiscali sono ormai prescritti: che cosa si vuole coprire, allora?». Domanda tanto più inquietante in quanto allora i «pentiti» Rapisarda e Di Carlo fanno risalire presunti versamenti miliardari della mafia di Stefano Bontate nelle casse di Berlusconi, tramite Dell'Utri.
    Di quei versamenti - osserva Gozzo - non c'è riscontro, nè ci potrebbe essere: Bontate è morto nel 1981 e il denaro è fungibile. Ma non c'è nemmeno un riscontro negativo:
    «non c'è alcuna prova, insomma, che i collaboratori abbiano mentito».
    Anzi, «le continue schermature e cortine fumogene della difesa» autorizzano più di un sospetto.

    La macchina del tempo.
    Gozzo ricostruisce la nascita delle holding, a partire dal '75, con i vari aumenti di capitale.
    «Il 27 maggio 1975 viene costituita la holding con un capitale sociale di 2 miliardi. Il 16 novembre '76, un aumento di 500 milioni con prestiti obbligazionari convertibili porta il capitale sociale a 2.5 miliardi. Il 6 aprile '77 un ulteriore aumento di 8 miliardi in contanti porta il capitale a 10.5. Lo stesso giorno, altro aumento di un miliardo e mezzo con prestiti obbligazionari convertiti: il capitale raggiunge i 12 miliardi. Infine, il 2 dicembre '77, un aumento di 18 miliardi che fa lievitare il capitale a 30. Mi chiedo quali siano le fonti di questo enorme flusso di denaro».
    Il consulente tecnico della Procura, Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d'Italia a Palermo, s'è arreso:
    «flussi di provenienza non identificabile» .
    Ma nemmeno il consulente della difesa Jovenitti ha fornito spiegazioni:
    «ha evitato di ricostruire i flussi di denaro precedenti il 1978. Un atteggiamento di totale chiusura, un continuo ostruzionismo alla ricerca della verità, con risposte generiche e superficiali» .
    È certo che «i flussi finanziari del '78 nelle holding erano nella piena disponibilità della Fininvest già dal 1976. Da dove arrivavano?» .

    Le bugie del consulente.
    I difensori di Dell'Utri, avvocati Tricoli, Di Peri e Bertorotta, si consolano: «Giornata positiva per la difesa, nessuna prova sulle accuse di Rapisarda e Di Carlo». Accusano il pm di «ingiustificato attacco al consulente della difesa» e parlano di «teatro dell'assurdo», sostenendo che «la consulenza Jovenitti dimostra che il denaro pervenne attraverso operazioni lecite e trasparenti». Ma, secondo il pm, Jovenitti avrebbe alternato «menzogne» a «imperdonabili dimenticanze» che ne inficiano la credibilità. Esempio:
    «Il professore si presentò al tribunale come un tecnico super partes e negò di aver mai lavorato per Dell'Utri o per Berlusconi. Poi però si scoprì che era già stato consulente del Cavaliere nel processo milanese sui terreni di Macherio.
    Strano che uno dimentichi un fatto così importante, visto che parliamo del presidente del Consiglio. Eppure lui in tribunale tentò fino all'ultimo di negarlo, sostenendo poi di aver lavorato per l'avvocato Amodio senza sapere di chi fosse il difensore: strano, perchè tutti sanno che Amodio difendeva Berlusconi. E' la prova della sua abitudine al mendacio. Ma non è la sua unica menzogna».

    La «più grande» l'ha pronunciata quando ha giurato di aver ricostruito pienamente «i flussi di provenienza delle holding», salvo poi ammettere lui stesso che certe operazioni erano «potenzialmente non trasparenti» e che Berlusconi gli aveva negato la disponibilità di tutta la documentazione sui finanziamenti delle holding prima del 1978. Risultato: dei 100 miliardi giunti nelle casse berlusconiane tra fine anni 70 e primi 80, «restano in cerca d'autore i 17 miliardi affluiti dal 1977 al '78».
    Un buco nero aggravato dal fatto che parte delle somme arrivavano in contanti, e che il Cavaliere usò una quindicina di prestanomi: casalinghe, meccanici, disoccupati e un vecchietto colpito da ictus portato in carrozzella ai consigli d'amministrazione.

    Tre anni di black out.
    «Dal 1975 al 1978 - conclude il pm - sui conti delle holding non vi è alcuna trasparenza. Alcuni casi anomali ci spingono a sostenere che non c'è la prova che non sono transitate somme di denaro di provenienza illecita, dunque non c'è prova che i pentiti abbiano detto il falso. Se non c'è prova del passaggio di denaro dall'associazione mafiosa alla Fininvest, non c'è neppure la prova contraria».

    In serata, la Fininvest replica:
    «Il buco nero è nell'impostazione accusatoria che ignora il fondamentale principio dell' onere della prova che non può essere rovesciato a carico dell'imputato e tantomeno a carico di terzi estranei al giudizio (Berlusconi, ndr)».
    Ma il pm l'ha spiegato in aula:
    «Era interesse della difesa Dell'Utri provare la provenienza lecita di quel denaro fresco. Non l'ha voluto fare».

    Trent'anni dopo, non si sa ancora dove Berlusconi abbia preso quei soldi.

  3. #33
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    adesso che mezza sicilia passerà col csx come farete a dire che la mafia è con FI?Adesso i mafiosi siete voi......in più governate anche in Campania......MAFIOSI CAMORRISTIe TERRORISTI


    Caro Roby Castello.... del resto questo lo scrive un tuo giornale.......... (La Padania)




    Berlusconi mafioso? 11 domande al Cavaliere per negarlo
    Dai miliardi per comprare il terreno della futura Milano2, alle società siciliane con parenti di Buscetta: al Signore di Arcore la parola. Spieghi, e sia chiaro

    di max parisi

    Basta. Basta con questa indicibile manfrina messa in piedi dai mezzi di comunicazione di massa sulle vicende giudiziarie - specialmente quelle palermitane - di Silvio Berlusconi. È arrivata l'ora delle certezze definitive. Di seguito presento al signor Berlusconi una serie di domande invitandolo pubblicamente a rispondere nel merito con cristallina chiarezza affinché una volta per tutte sia lui in prima persona a dimostrare - se ne è capace - che con Cosa Nostra non ha e non ha mai avuto nulla a che fare. A scanso di equivoci e strumentalizzazioni, già da ora - signor Berlusconi - le annuncio che nessuna delle notizie sul suo conto che leggerà in questo articolo è frutto di "pentimenti", e nessuna delle domande che le sto per porre si basa o prende spunto anche fosse in modo marginale dalle parole dei cosiddetti "pentiti". Tutto al contrario, esse si basano su personali indagini e su documenti amministrativi che in ogni momento - se lo riterrà - potrò inviarle perché si sinceri della loro autenticità. Detto questo, prego, legga, e mi sappia poi dire.Partiamo da lontano, perché lontano inizia la sua storia imprenditoriale, signor Berlusconi.Primo quesito: lei certamente ricorda che il 26 settembre 1968 la sua società - l'Edilnord Sas - acquistò dal conte Bonzi l'intera area dove di lì a breve lei costruirà il quartiere di Milano2. Lei pagò l'area circa 4.250 lire al metro quadrato, per un totale di oltre 3 miliardi. Questa somma, nel 1968 quando lei aveva appena 32 anni e nessun patrimonio familiare alle spalle, è di enorme portata. Oggi, tabelle Istat alla mano, equivarrebbe a 38 miliardi, 739 milioni e spiccioli. Dopo l'acquisto - intendo dire nei mesi successivi - lei aprì un gigantesco cantiere edilizio, il cui costo arriverà a sfiorare 500 milioni al giorno, che in circa 4-5 anni porterà all'edificazione di Milano2 così come è oggi. Ecco la prima domanda: signor Berlusconi, a lei, quando aveva 32 anni, gli oltre 30 miliardi per comprare l'area, chi li diede? Inoltre: che garanzie offrì e a chi per ricevere tale ingentissimo credito? In ultimo: il denaro per avviare e portare a conclusione il super-cantiere, chi glielo fornì? Vede, se lei non chiarisce questi punti, si è autorizzati a credere che le due misteriose finanziarie svizzere amministrate dall'avvocato di Lugano Renzo Rezzonico "sue finanziatrici", così come altre finanziarie elvetiche che entreranno in scena al suo fianco e che tra poco incontreremo, sono paraventi dietro i quali si sono nascosti soggetti tutt'altro che raccomandabili. Sì, perché - mi creda signor Berlusconi - nel 1998, oggi, se lei chiarisse una volta per tutte, con nomi e cognomi, chi le prestò tale gigantesca fortuna facendo con questo crollare ogni genere di sospetto e insinuazione sul suo conto, nessuno e dico nessuno si alzerebbe per criticarla sostenendo che lei operò con capitali sfuggiti, per esempio, al fisco italiano e riparati in Svizzera, poi rientrati in Italia grazie alla sua attività imprenditoriale. Sarei il primo ad applaudirla, signor Berlusconi, se la realtà fosse questa. Se invece di denaro frutto di attività illecite, si trattò di risparmi onestamente guadagnati e quindi sottratti dai rispettivi proprietari al fisco assassino italiota che grazie a lei ridiventarono investimenti, lei sarebbe da osannare. Parli, signor Berlusconi, faccia i nomi e il castello di accuse di riciclaggio cadrà di schianto. Secondo quesito: il 22 maggio 1974 - certamente lo ricorda, signor Berlusconi - la sua società "Edilnord Centri Residenziali Sas" compì un aumento di capitale che così arrivò a 600 milioni (4,8 miliardi di oggi, fonte Istat). Il 22 luglio 1975 la medesima società eseguì un altro aumento di capitale passando dai suddetti 600 milioni a 2 miliardi (14 miliardi di oggi, fonte Istat). Anche in questo caso, vorrei sapere da dove e da chi sono arrivati queste forti somme di denaro in contanti. Terzo quesito: il 2 febbraio 1973 lei fondò un'altra società, la Italcantieri Srl. Il 18 luglio 1975 questa sua piccola impresa diventò una Spa con un aumento di capitale a 500 milioni. In seguito, quei 500 milioni diventeranno 2 miliardi e lei farà in modo di emettere anche un prestito obbligazionario per altri 2 miliardi. Signor Berlusconi, anche in questo caso le chiedo: il denaro in contanti per queste forti operazioni finanziarie, chi glielo diede? Fuori i nomi.Quarto quesito: lei non può essersi scordato che il 15 settembre 1977 la sua società Edilnord cedette alla neo-costituita "Milano2 Spa" tutto il costruito del nuovo quartiere residenziale nel Comune di Segrate battezzato "Milano2" più alcune aree ancora da edificare di quell'immenso terreno che lei comperò nel '68 per l'equivalente di più di 32 miliardi in contanti. Tuttavia quel 15 settembre di tanti anni fa, accadde un altro fatto: lei, signor Berlusconi, decise il contemporaneo cambiamento di nome della società acquirente. Infatti l'impresa Milano2 Spa iniziò a chiamarsi così proprio da quella data. Il giorno della sua fondazione a Roma, il 16 settembre 1974, la futura Milano2 Spa - come lei senza dubbio rammenta - viceversa rispondeva al nome di Immobiliare San Martino Spa, "forte" di un capitale di lire 1 (un) milione, il cui amministratore era Marcello Dell'Utri. Lo stesso Dell'Utri che lei, signor Berlusconi, sostiene fosse a quell'epoca un «mio semplice segretario personale». Sempre il 15 settembre 1977, quel milione venne portato a 500 e la sede trasferita da Roma a Segrate. Il 19 luglio 1978, i 500 milioni diventeranno 2 miliardi di capitale sociale. Ecco, anche in questo caso, vorrei sapere dove ha preso e chi le ha fornito tanto denaro contante e in base a quali garanzie.Quinto quesito: signor Berlusconi, il cuore del suo impero, la notissima Fininvest, certamente ricorda che nacque in due tappe. Partiamo dalle seconda: l'8 giugno 1978 lei fondò a Roma la "Finanziaria d'Investimento Srl" - in sigla Fininvest - dotandola di un capitale di 20 milioni e di un amministratore che rispondeva al nome di Umberto Previti, padre del noto Cesare di questi tempi grami (per lui). Il 30 giugno 1978 il capitale sociale di questa sua creatura venne portato a 50 milioni, il 7 dicembre 1978 a 18 miliardi, che al valore d'oggi sarebbero 81 miliardi, 167 milioni e 400 mila lire. In 6 mesi, quindi, lei passò dall'avere avuto in tasca 20 milioni per fondare la Fininvest Srl a Roma, a 18 miliardi. Fra l'altro, come lei certamente ricorda, la società in questo periodo non possedeva alcun dipendente. Nel luglio del 1979 la Fininvest Srl, con tutti quei soldi in cassa, venne trasferita a Milano. Poco prima, il 26 gennaio 1979 era stata "fusa" con un'altra sua società dall'identico nome, signor Berlusconi: la Fininvest Spa di Milano. Questa società fu la prima delle due tappe fondamentali di cui dicevo poc'anzi alla base dell'edificazione del suo impero, e in realtà di milanese aveva ben poco, come lei ben sa. Infatti la Fininvest Spa venne anch'essa fondata a Roma il 21 marzo del 1975 come Srl, l'11 novembre dello stesso anno trasformata in Spa con 2 miliardi di capitale, e quindi trasferita nel capoluogo lombardo. Tutte operazioni, queste, che pensò, decise e attuò proprio lei, signor Berlusconi.Dopo la fusione, ricorda?, il capitale sociale verrà ulteriormente aumentato a 52 miliardi (al valore dell'epoca, equivalenti a più di 166 miliardi di oggi, fonte Istat). Bene, fermiamoci qui. Signor Berlusconi, i 17 miliardi e 980 milioni di differenza della Fininvest Srl di Roma (anno 1978) chi glieli fornì? Vorrei conoscere nomi e cognomi di questi suoi munifici amici e anche il contenuto delle garanzie che lei, signor Berlusconi, offrì loro. Lo stesso dicasi per l'aumento, di poco successivo, a 52 miliardi. Naturalmente le chiedo anche notizie sull'origine dei fondi, altri 2 miliardi, della "gemella" Fininvest Spa di Milano che lei fondò nel 1975, anno pessimo per ciò che attiene al credito bancario e ancor peggio per i fondamentali dell'economia del Paese. Sesto quesito: lei, signor Berlusconi, almeno una volta in passato tentò di chiarire il motivo dell'esistenza delle 22 (ma c'è chi scrive, come Giovanni Ruggeri, autore di "Berlusconi, gli affari del Presidente" siano molte di più, addirittura 38) "Holding Italiane" che detengono tuttora il capitale della Fininvest, esattamente l'elenco che inizia con Holding Italiana Prima e termina con Holding Italiana Ventiduesima. Lei sostenne che la ragione di tale castello societario sta nell'aver inventato un meccanismo per pagare meno tasse allo Stato. Così pure, signor Berlusconi, lei ha dichiarato che l'inventore del marchingegno finanziario, che ripeto detiene - sono sue parole - l'intero capitale del Gruppo, fu Umberto Previti e l'unico scopo per il quale l'inventò consisteva - e consiste tutt'oggi - nell'aver abbattuto di una considerevole percentuale le tasse, ovvero il bottino del rapinoso fisco italiota ai suoi danni, con un meccanismo assolutamente legale. Queste, mi corregga se sbaglio, furono le ragioni che addusse a suo tempo, signor Berlusconi, per spiegare il motivo per cui il capitale della Fininvest è suddiviso così. È una motivazione, però, che a molti appare quanto meno curiosa, se raffrontata - ad esempio - con l'assetto patrimoniale di un altro big dell'imprenditoria nazionale, Giovanni Agnelli, che viceversa ha optato da molti anni per una trasparentissima società in accomandita per detenere e definire i propri beni e quote del Gruppo Fiat. In sostanza lei, signor Berlusconi, più volte ha ribadito che "dietro" le 22 Holding c'è soltanto la sua persona e la sua famiglia. Non avrò mai più motivo di dubitare di questa sua affermazione quando lei spiegherà con assoluta chiarezza le ragioni di una sua scelta a dir poco stupefacente. Questa: c'è un indirizzo - a Milano - che lei, signor Berlusconi conosce molto bene. Si tratta di via Sant'Orsola 3, pieno centro cittadino. A questo indirizzo nel 1978 nacque una società fiduciaria - ovvero dedita alla gestione di patrimoni altrui - denominata Par.Ma.Fid.A fondarla furono due commercialisti, Roberto Massimo Filippa e Michela Patrizia Natalini. Detto questo, certo rammenta, signor Berlusconi, che importanti quote di diverse delle suddette 22 Holding verranno da lei intestate proprio alla Par. Ma.Fid. Esattamente il 10 % della Holding Italiana Seconda, Terza, Quarta, Quinta, Ventunesima e Ventiduesima, più il 49% della Holding Italiana Prima, la quale - in un perfetto gioco di scatole cinesi - a sua volta detiene il 100% del capitale della Holding Italiana Sesta e Settima e il 51% della Holding Italiana Ventiduesima. Vede, signor Berlusconi, dovrebbe chiarirmi per conto di chi la Par.Ma.Fid. gestirà questa grande fetta del Gruppo Fininvest e perché lei decise di affidare proprio a questa società tale immensa fortuna. Infatti lei - che è un attento lettore di giornali e ha a sua disposizione un ferratissimo nonché informatissimo staff di legali civilisti e penalisti - non può non sapere che la Par.Ma.Fid. è la medesima società fiduciaria che ha gestito - esattamente nello stesso periodo - tutti i beni di Antonio Virgilio, finanziere di Cosa Nostra e grande riciclatore di capitali per conto dei clan di Giuseppe e Alfredo Bono, Salvatore Enea, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo, Carmelo Gaeta e altri boss - di area corleonese e non - operanti a Milano nel traffico di stupefacenti a livello mondiale e nei sequestri di persona. Quindi, signor Berlusconi, a chi finivano gli utili della Fininvest relativi alle quote delle Holding in mano alla Par.Ma.Fid.? Per conto di chi la Par.Ma.Fid. incassava i dividendi e gestiva le quote in suo possesso? Chi erano - mi passi il termine - i suoi "soci", signor Berlusconi, nascosti dietro lo schermo anonimo della fiduciaria di via Sant'Orsola civico 3? Capisce che in assenza di una sua precisa quanto chiarificatrice risposta che faccia apparire il volto - o i volti - di coloro che per anni incasseranno fior di quattrini grazie alla Par.Ma.Fid., ovvero alle quote della Fininvest detenute dalla Par.Ma.Fid. non si sa per conto di chi, sono autorizzato a pensare che costoro non fossero estranei all'altro "giro" di clienti contemporaneamente gestiti da questa fiduciaria, clienti i cui nomi rimandano direttamente ai vertici di Cosa Nostra.Settimo quesito: è universalmente noto che lei, signor Berlusconi, come imprenditore è "nato col mattone" per poi approdare alla televisione. Proprio sull'edificazione del network tivù è incentrato questo punto. Lei, signor Berlusconi, certamente ricorda che sul finire del 1979 diede incarico ad Adriano Galliani di girare l'Italia ad acquistare frequenze tivù. Lo scopo - del tutto evidente - fu quello di costituire una rete di emittenti sotto il suo controllo, signor Berlusconi, in modo da poter trasmettere programmi, ma soprattutto pubblicità, che così sarebbe stata "nazionale" e non più locale. La differenza dal punto di vista dei fatturati pubblicitari, ovviamente, era enorme. Fu un piano perfetto. Se non che, Adriano Galliani invece di buttarsi a capofitto nell'acquisto di emittenti al Nord, iniziò dal Sud e precisamente dalla Sicilia, dove entrò in società con i fratelli Inzaranto di Misilmeri (frazione di Palermo) nella loro Retesicilia Srl, che dal 13 novembre 1980 vedrà nel proprio consiglio di amministrazione Galliani in persona a fianco di Antonio Inzaranto. Ora lei, signor Berlusconi, da imprenditore avveduto qual è, non può non avere preso informazioni all'epoca sui suoi nuovi soci palermitani, personaggi molto noti da quelle parti per ben altre questioni, oltre la tivù. Infatti Giuseppe Inzaranto, fratello di Antonio nonché suo partner, è marito della nipote prediletta di Tommaso Buscetta. No, sia chiaro, non mi riferisco al "pentito Buscetta" del 1984, ma al super boss che nel '79 è ancora braccio destro di Pippo Calò e amico intimo di Stefano Bontate, il capo dei capi della mafia siciliana. Quindi, signor Berlusconi, perché entrò in affari - tramite Adriano Galliani - con gente di questa risma? C'è da notare, oltre tutto, che i fratelli Inzaranto sono di Misilmeri. Le dice niente, signor Berlusconi, questo nome? Guardi che glielo sto chiedendo con grande serietà. Infatti proprio di Misilmeri sono originari i soci siciliani della nobile famiglia Rasini che assieme alla famiglia Azzaretto - nativa di Misilmeri, appunto - fondò nel 1955 la banca di Piazza Mercanti, la Banca Rasini. Giuseppe Azzaretto e suo figlio, Dario Azzaretto, sono persone delle quali lei, signor Berlusconi, con ogni probabilità sentiva parlare addirittura in casa da suo padre. Gli Azzaretto erano - con i Rasini - i diretti superiori di suo padre Luigi, signor Berlusconi. Gli Azzaretto di Misilmeri davano ordini a suo padre, signor Berlusconi, che per molti anni fu loro procuratore, il primo procuratore della Banca Rasini. Certo non le vengo a chiedere con quali capitali - e di chi - Giuseppe Azzaretto riuscì ad affiancarsi nel 1955 ai potenti Rasini di Milano, tenuto conto che Misilmeri è tutt'oggi una tragica periferia della peggiore Palermo, però che a lei Misilmeri possa risultare del tutto sconosciuta, mi appare inverosimile. Ora le ripeto la domanda: si informò sulla "serietà" e la "moralità" dei nuovi soci - il clan Inzaranto - quando tra il 1979 e l'80 diverranno parte fondamentale della sua rete tivù nazionale? Ottavo quesito: certo a lei, signor Berlusconi, il nome della società Immobiliare Romana Paltano non può risultare sconosciuto. È impossibile non ricordi che nel 1974 la suddetta, 12 milioni di capitale, finì sotto il suo controllo amministrata da Marcello Dell'Utri, perché proprio sui terreni di questa società lei darà corso all'iniziativa edilizia denominata Milano3. Così pure ricorderà che nel 1976 l'esiguo capitale di 12 milioni aumenterà a 500, e che il 12 maggio del 1977 salirà ulteriormente a 1 (un) miliardo, e che cambierà anche la sua denominazione in Cantieri Riuniti Milanesi Spa. Come al solito, vengo subito al dunque: anche in questo ennesimo caso, chi le fornì, signor Berlusconi, questi forti capitali per aumentare la portata finanziaria di quella che era una modestissima impresa del valore di soli 12 milioni quando la acquistò?Nono quesito: lei, signor Berlusconi, certamente rammenta che il 4 maggio 1977 a Roma fondò l'Immobiliare Idra col capitale di 1 (un) milione. Questa società, che oggi possiede beni immobili pregiatissimi in Sardegna, l'anno successivo - era il 1978 - aumentò il proprio capitale a 900 milioni. Signor Berlusconi, da dove arrivarono gli 899 milioni (4 miliardi e 45 milioni d'oggi, fonte Istat) che fecero la differenza? Decimo quesito: signor Berlusconi, in più occasioni lei ha usato per mettere in porto affari di vario genere - l'acquisto dell'attaccante Lentini dal Torino Calcio, ad esempio - la finanziaria di Chiasso denominata Fimo. Anche in questo caso, come nel precedente riferito alla Par.Ma. Fid., lei ha scelto una società fiduciaria - questa volta domiciliata in Svizzera - al cui riguardo le cronache giudiziarie si erano largamente espresse. Tenuto conto della potenza dello staff informativo che la circonda, signor Berlusconi, mi appare del tutto inverosimile che lei non abbia saputo, circa la Fimo di Chiasso, che è stata per lungo tempo il canale privilegiato di riciclaggio usato da Giuseppe Lottusi, arrestato il 15 novembre del 1991 mentre "esportava" forti capitali della temibile cosca palermitana dei Madonia. Così pure non le sarà sfuggito che Lottusi venne condannato a 20 anni di reclusione per quei reati. Tuttora è in carcere a scontare la pena. Ebbene, signor Berlusconi, se quel gangster finì in galera il 15 novembre del '91, nella primavera del 1992 - cioè pochi mesi dopo quel fatto che campeggiò con dovizia di particolari, anche circa la Fimo, sulle prime pagine di tutti i giornali - il suo Milan "pagò" una forte somma "in nero" - estero su estero - per la cessione di Gianluigi Lentini, e usò per la transazione proprio la screditatissima Fimo, fiduciaria di narcotrafficanti internazionali. Perché, signor Berlusconi?Ecco, queste sono le domande. Risponda, signor Berlusconi. Presto. Come ha visto, di "pentiti" veri o presunti non c'è traccia negli 11 quesiti. Semmai c'è il profumo di centinaia di miliardi che tra il 1968 e il 1979 finirono nelle sue mani, signor Berlusconi. E tuttora non si sa da dove arrivarono. Poiché c'è chi l'accusa che quell'oceano di quattrini provenne dalle casse di Cosa Nostra e sta indagando proprio su questo, prego, schianti ogni possibile infamia dicendo semplicemente la verità. Punto per punto, nome per nome. È un'occasione d'oro per farla finita una volta per tutte. Sappia che d'ora in poi il silenzio non le è più consentito né come imprenditore, né come politico, né come uomo.

  4. #34
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    davvero? Povero Autoassolto. Tutti lo obbligano a fare qualcosa. pensa che quei perfidi comunisti della Corte costituzionale, più altri giudici, lo obbligano a rispettare la Legge.
    Immagino che l'Autoassolto sia stato obbligato anche a promuovere i 23 manager Fininvest che nel 1987 furono indagati e poi condannati per le tangenti alla Guardia di Finanza. Di solito se stai in un'azienda privata e fai una cazzata, il capoccia viene a sapere della cazzata e ti licenzia su due piedi; l'Autoassolto invece è rimasto stranamente all'oscuro delle tangenti, come si evince dai verbali del tribunale, ed ha punito i manager colpevoli con pene disumane: chi promosso ed avanzato di carriera, chi consulente di fiducia, chi deputato a Montecitorio...

  5. #35
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    A Dell'Utri, nel frattempo, E' STATA ritirata la candidatura europea.

    Un segnale?

  6. #36
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    In Origine Postato da robby
    La tesi del Pm,comunque,ipotizza l'estraneità di SB,anzi egli è stato vittima della Mafia ricevendone minacce.
    poi adesso che mezza sicilia passerà col csx come farete a dire che la mafia è con FI?Adesso i mafiosi siete voi......in più governate anche in Campania......MAFIOSI CAMORRISTIe TERRORISTI
    Che c'è; il proseguio della requisitoria non corrisponde alle tue aspettative?


  7. #37
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    Il pm Ingoia :
    “Berlusconi fece sparire documenti sulle sue holding”

    Continua la requisitoria al processo Dell’Utri.
    «Quello che abbiamo basta e avanza per chiedere una condanna».
    L’imputato:
    «Ho ascoltato tesi deliranti»

    Marco Travaglio

    PALERMO
    Si riparla di Berlusconi, al processo Dell’Utri. E subito il clima fra accusa e difesa, finora civilissimo, diritto si surriscalda. Dopo cinque udienze affidate al pm Nico Gozzo, che ha ricostruito i rapporti fra il senatore e Cosa nostra negli anni 70 e 80, ieri ha preso la parola Antonio Ingoia per addentrarsi negli anni 90, quando la Fininvest si fece partito e Stato.
    Prima, però, ha tracciato un riassunto delle puntate precedenti. Precisando su alcune interpretazioni distorte, replicando alla difesa, all’imputato e ai “giornali amici”, levandosi qualche sassolino dalle scarpe, e rivelando che il premier, durante il processo, ha fatto sparire documenti utili per ricostruire i flussi di denaro fresco nelle sue holding, negandoli non solo ai giudici, ma financo al consulente tecnico della difesa, il professor Iovenitti: “Nel settembre 1998 ci risulta documentalmente che Berlusconi chiese alla fiduciaria Bnl Servizio Italia documenti relativi amandati fiduciari ‘a partire dal 1975’, ma non li mostrò mai a Iovenitti, e nemmeno a noi. Perché?”.

    Fuoco amico.
    “Quando leggo certi giornali – dice Ingroia- , certe cronache di questo processo, certi comunicati dall’imputato e della sua difesa, mi vien da pensare: qui qualcuno vive in un’altra dimensione: sono io o sono loro?”. Si tenta di “parlar d’altro”, tant’è che Dell’Utri aveva chiesto proprio a Ingroia di lasciare il processo perché il suo maresciallo, Giuseppe Ciuro, era finito in carcere nel novembre scorso per un’altra vicenda: “Certi giornali, garantisti per gli altri, per Ciuro hanno fatto del doppiopesismo. E poi che c’entra Ciuro con Dell’Utri: ha fatto, è vero, delle indagini, quelle sulle holding Fininvest, in affiancamento al nostro consulente. Ma quelle le ha fatte bene e non c’entrano nulla col suo arresto. La stampa amica è come il fuoco amico: quando alza il tiro per sollevare polveroni, poi diventa un boomerang. Confrontiamoci sui temi di prova e lasciamo fuori tutto il resto”. Uno dei difensori di Dell’Utri, avvocato Tricoli, protesta col presidente Guarnotta, chiede di levare la parola al pm, poi esce per protesta dall’aula.

    Basta una telefonata.
    Secondo Ingroia, “il processo potrebbe tranquillamente finire qui. Quello che abbiamo dimostrato su Dell’Utri e il coimputato Cinà per gli anni 70 e 80 basta e avanza a chiedere e ottenere una condanna permafia”. Addirittura, aggiunge, “basta e avanza la telefonata intercettata nel 1987, subito dopo l’attentato alla sede Fininvest di via Rovani a Milano. Sulle prime Berlusconi pensa a Mangano, poi Dell’Utri consulta Cinà che dà un’altra spiegazione, diversa da quella dei Carabinieri, e sia Dell’Utri sia Berlusconi ritengono più credibile e autorevole quella”. Questo, fra l’altro, dimostra che “il processo non è politico”, visto che Dell’Utri fonda Forza Italia solo nel 1993 e entra alla Camera nel 1996: “bastano le prove sui vent’anni precedenti”. Ma bisogna continuare, anche perché ancora alle europee del 1999 risulta, da altre intercettazioni, che Cosa nostra continuò ad appoggiarlo fino ad allora.
    Dell’Utri risponde: «Sono costretto a rispondere ancora alla pubblica accusa, che ora non vorrebbe neppure essere contraddetta nelle sempre più deliranti sue tesi, e mi spiace che si senta contrariata dalle mie dichiarazioni perché, così continuando, avrò ancora tante cose cui replicare!».

    Una strana vittima.
    È vero che Berlusconi subisce varie minacce mafiose (attentati, progetti di sequestro, avvertimenti, richieste estorsive), mentre Dell’Utri mai: Marcello è colui che interviene a farle cessare, come il protagonista del film “Il mediatore” di Robert Mulligan, aumentando ogni volta il proprio potere dentro Cosa Nostra e dentro la Fininvest, di pari passo all’inseparabile Tanino Cinà.Ma se all’inizio Silvio può passare per “vittima”, con l’andare del tempo diventa qualcos’altro: a furia di vertici con boss mafiosi (secondo i pm, incontra non solo Mangano, ma anche Bontate, Teresi, Cinà, Di Carlo, senza dimenticare Dell’Utri), “subentrò in lui una crescente consapevolezza dello spessore mafioso dei suoi interlocutori: bisognava proprio essere distratti per non accorgersene!”. Insomma Berlusconi accettò la situazione, anche perché “dalla mediazione fra Dell’Utri e Cosa Nostra lui traeva vantaggi e benefici”: dall’”assicurazione” contro i sequestri alle entrature in una certa Sicilia ai sospetti di riciclaggio. “Ma questo è il processo a Dell’Utri, non a Berlusconi. Dunque ci interessano solo i vantaggi ottenuti, grazie a Dell’Utri, da Cosa Nostra. I benefici a Berlusconi interessano gli storici, i giornalisti, forse i politici e gli economisti”.

    Riciclaggio semipieno.
    Rapisarda e Di Carlo sostengono che Cosa nostra riciclò molti miliardi tramite Fininvest. Vero o falso?
    “Verosimile” risponde Ingroia deludendo gli avvocati che nell’udienza scorsa avevano parlato di “pentiti smentiti” e di “giornata favorevole alla difesa”. La prova del riciclaggio “non è piena” (anche perché ci vorrebbe una fotografia del mafioso che porta i soldi a Milano o una traccia bancaria dai conti di Cosa nostra a quelli del gruppo Fininvest: impossibile).
    Ma nemmeno vuota: è “semipiena”, anche a causa degli autogol di Dell’Utri (la “scarsa trasparenza” sulle holding) e di Berlusconi
    (che, anziché fare chiarezza, decise di tacere dinanzi al Tribunale). Quel “denaro fresco di dubbia provenienza, la cortina fumogena intorno a 25 nuovi soci e alle loro operazioni di finanziamento, la resistenza alla trasparenza opposta dal gruppo costituiscono un riscontro, sia pur generico, che rende plausibili le accuse di riciclaggio”. Prove insufficienti per processare Berlusconi e Dell’Utri anche per quel reato (archiviato), ma sufficienti – secondo il pm - per corroborare l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. “Che la mafia avesse interesse a riciclare tramite Dell’Utri e che Dell’Utri si adoperasse per la bisogna, indipendentemente dai risultati poi ottenuti, è provato. Un fatto che procurò un enorme rafforzamento per Cosa nostra”.

    I Blues Brothers.
    La costante, fra gli anni 70 e i 90, è la strana coppia Dell’Utri e Cinà: “i due volti di Cosa Nostra, la mafia in doppiopetto e guanti gialli, e la mafia verace e incolta. Due palermitani in missione a Milano per colonizzare il Nord per conto di Cosa Nostra”. Ingoia ammicca a un’altra coppia, quella dei “Blues Brothers”. Ma John Belushi e Dan Aykroid erano in missione per conto di Dio.

  8. #38
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    "Marcello Dell'Utri era ritenuto da Cosa Nostra all'inizio degli anni Novanta più affidabile di Bagarella"

    Lo ha detto Antonio Ingroia, pm del processo nel quale il TUTT'ORA senatore di Forza Italia (e compare del presidente del Consiglio) è imputato per mafia, secondo cui:
    "...dentro Cosa Nostra furono fatte delle primarie che portarono a scegliere Dell'Utri piuttosto che Bagarella"
    (cognato di Totò Riina)

    ANSA, 18 maggio 2004

    Nessun "cenno" della "notizia" da parte dell'informazione "unica"...

  9. #39
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    L’ onorevole Marcello Dell’Utri ha già deciso di ricordare secondo il suo preziosissimo stile la morte di Giovanni Falcone.

    A pochi giorni dall’anniversario della strage di Capaci, Dell’Utri ha inviato al pubblico ministero Igroia, uno dei colleghi di Giovanni Falcone alla Procura di Palermo, un messaggio greve ed esplicito:
    «Il giudice Ingroia si dovrebbe inchinare di fronte a Forza Italia».

    E in quell’immagine, un giudice obbligato ad inginocchiarsi davanti al partito di Berlusconi, ritroviamo tutto il colorito folclore verbale di Dell’Utri, l’alfabeto dei suoi simboli, la violenza delle allusioni.
    E' stato scritto in occasione di altri eccessi: l’ultimo, quando Ingroia iniziò la sua requisitoria nel processo che vede Dell’Utri imputato di mafia; l’onorevole si alzò e se ne andò dall’aula lasciando cadere sui taccuini dei cronisti due sole parole, «mi siddiai!», mi sono stufato.
    Un attore d’altri tempi.

    E sempre stato di parole circospette e taglienti, l’onorevole.
    Di alcune, imprudentemente pronunciate nel corso degli anni, è chiamato oggi a rispondere in tribunale.
    Ma non aveva mai perduto un certo aplomb, quella misura tutta palermitana che serve a dire e a tacere al tempo stesso, senza mai sbilanciarsi in un verbo che possa apparire ingiuria o minaccia.
    Questa volta ha ceduto al sangue. E quando il pubblico ministero ha spiegato in aula come e perché nel ’94 Cosa Nostra scelse di votare Forza Italia in Sicilia, Dell’Utri è tornato a una prosa plateale e immediata, come certe esuberanze da Vucciria:
    «Si dovrebbe inginocchiare, il signor giudice...».

    Non è colore locale. È la durezza di un ammonimento.
    Perché dietro le quinte barocche di Palermo, la storia politica della città si snoda anche attorno a questi brevi gesti, a queste parole che fanno rumore.
    Un paio di anni fa beccarono un assessore di Cuffaro a parlare di «sbirri» e di «infami» con un suo amico mafioso. Il soggetto in questione spiegò poi ai giudici che quel gergo non era reato e il suo partitino potè continuare con solerzia a governare la Sicilia.

    Parole.
    Più vere, forse, di quelle che verranno offerte dopodomani per ricordare Falcone e gli altri morti di Capaci.
    Ci sarà, in quel rito ecumenico, molta elegante ipocrisia.
    C’è più verità nel signor Marcello Dell’Utri, deputato della Repubblica Italiana, che al suo giudice intima di inginocchiarsi.

  10. #40
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    PROCESSO DELL'UTRI RASSEGNA STAMPA WEB 5 6 APRILE 2004
    Inviato da : redazione Mercoledì, 21 Aprile 2004 - 164


    Processo Dell'Utri

    Palermo.
    dal 5 al 6 aprile 2004




    "Il processo Dell'Utri non è politico"

    PALERMO - "Non è questo un processo politico, ma il processo al senatore Dell'Utri accusato di avere fornito nel tempo un rapporto consolidato con Cosa nostra alla quale ha fornito appoggi. Non è dunque il processo a Silvio Berlusconi nè a Forza Italia". Inizia così la requisitoria il pm Antonio Ingroia nel processo a Dell' Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa. Il senatore "azzurro" è presente in aula assistito dai suoi difensori, gli avvocati Roberto Tricoli, Enzo ed Enrico Trantino, Giuseppe Di Peri e Francesco Bertorotta.

    "In questi anni abbiamo assistito a comportamenti sleali - afferma Ingroia - con affermazioni gravi dette fuori da questa aula, dove il pm non può replicare. Adesso lo possiamo dire: il presidente Berlusconi non è stato mai imputato, nè virtualmente, nè occultamente. Berlusconi è stato in passato indagato dalla procura per un atto dovuto, per il quale sono state svolte indagini e alla fine è stata chiesta ed ottenuta l' archiviazione. Ma per aver fatto il loro dovere, i magistrati di Palermo hanno subito i peggiori insulti e da allora Berlusconi non è stato mai sottoposto ad indagini e nessuno può dire che questo è stato un processo a Berlusconi".

    "Dobbiamo però dire - continua Ingroia - che è stata un'occasione mancata, un appuntamento mancato e con rammarico lo abbiamo detto il 26 novembre 2002 a Palazzo Chigi dove venne citato il presidente del Consiglio. Allora ci saremmo attesi che Berlusconi desse alcuni chiarimenti su alcuni buchi neri, come quello dell' assunzione di Vittorio Mangano, il buco nero del suo allontanamento, i buchi neri sui bilanci delle holding Fininvest. Il quella circostanza si sarebbe potuto chiarire". Il riferimento di Ingroia è alla convocazione del premier nel processo a Dell'Utri, in cui si è avvalso della facoltà di non rispondere perchè citato come testimone di reato connesso collegato archiviato.

    Il pm Antonio Ingroia sostiene che la sua requisitoria "sarà molto stringata e durerà poche udienze", annuncia che "alla fine verrà depositata una memoria", critica la durata del processo (quasi sette anni), con 211 udienze e quasi 300 testimoni fra testi, imputati di reato connesso e collaboratori di giustizia. Il pm parla di "surreale" sfilata di oltre 100 testimoni "ai quali l' accusa aveva rinunciato ma la difesa ha voluto citare senza poi fare alcuna domanda", e lo definisce un "fallimento del processo penale". "Con queste regole - afferma Ingroia - non è più un processo giusto, ma è più lento e dunque meno giusto". Il sostituto indica Dell' Utri, come cerniera tra mafia, economia e politica. Le contestazioni che gli vengono mosse sono contenute in oltre 60 punti che Ingroia ha riassunto in una introduzione fatta ai giudici della seconda sezione del tribunale, presidente Leonardo Guarnotta.

    Il parlamentare, secondo il magistrato, sarebbe stato un "canale di collegamento" tra Cosa nostra, il mondo economico milanese e il sistema istituzionale. Questo ruolo si sarebbe sviluppato in un contesto di relazioni con esponenti di spicco della mafia, in particolare attraverso Gaetano Cinà, coimputato nel processo, e il boss Stefano Bontade. I pm sostengono che i rapporti di Dell' Utri con Cosa nostra sarebbero iniziati negli anni Sessanta e sarebbero proseguiti, "in forma non contingente ed occasionale", fino al 1995. Oltre alle intercettazioni telefoniche, ai presunti contatti con i boss mafiosi, la sua amicizia con il capomafia Vittorio Mangano ed i flussi di denaro sporco descritti dall' imprenditore Filippo Alberto Rapisarda, Ingroia ricorda le dichiarazioni di 42 collaboratori di giustizia, da Tommaso Buscetta, fino all' ultimo pentito, Nino Giuffrè.

    Il lungo excursus fatto da Ingroia parte dagli anni Sessanta, quando Dell' Utri venne assunto da Filippo Alberto Rapisarda "su richiesta di Stefano Bontade" e poi da Silvio Berlusconi alla Edilnord in qualità di segretario. Sono stati quindi illustrati i rapporti con la Banca Rasini, ritenuta "crocevia" di interessi della criminalità organizzata milanese, e la consulenza finanziaria riguardante la nascita ed i flussi economici delle holding che formano la Fininvest. Il pm ha ricordato i rapporti tra Dell' Utri e Cinà che si erano conosciuti nella società calcistica "Bacigalupo" di Palermo; le minacce di sequestro ricevute da Silvio Berlusconi; l' assunzione nella villa di Arcore di Vittorio Mangano, come fattore; il pagamento che, secondo l'accusa, la Fininvest avrebbe effettuato ai boss per l' istallazione delle antenne tv in Sicilia, e per bloccare gli attentati alla Standa di Catania. Ingroia ha sostenuto che le accuse "non sono sostenute nè da teoremi nè da tesi precostituite, ma da prove". La tesi della procura in questi anni di dibattimento è stata sostenuta in aula dai pm Antonio Ingroia e Domenico Gozzo. Il processo si era aperto in aula con l'allora procuratore Gian Carlo Caselli seduto accanto all' aggiunto Guido Lo Forte e ai sostituti che hanno portato avanti l'accusa.

    5 Aprile 2004

    LA SICILIA 2004


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