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Discussione: Il processo invisibile

  1. #141
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    Cosa ne dicono i siti stranieri...

    http://www.repubblica.it/2003/e/gall...ranieri/6.html

  2. #142
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    Cronologia del processo Dell'Utri
    di red.

    Le date più importanti del processo per concorso in associazione mafiosa a carico di Marcello Dell'Utri:
    2 GENNAIO 1996: la Procura di Palermo apre un'inchiesta su Marcello Dell'Utri, in seguito alle dichiarazioni del pentito Tullio Cannella. Da un costruttore legato alla mafia, il pentito aveva dedotto che i fratelli Graviano, capimafia di Brancaccio, avevano rapporti con il manager Fininvest.
    24 GENNAIO 1996: nell'ambito del processo «Orsa Maggiore» che si svolge a Catania, il pentito catanese Maurizio Avola dichiara di aver saputo dal mafioso Salvatore Tuccio che Dell'Utri incontrò il boss Aldo Ercolano, del clan Santapaola, per chiederne la protezione in cambio di una quota della Standa.
    20 GIUGNO 1996: Dell'Utri invitato a comparire in Procura per rispondere di concorso esterno in associazione mafiosa.
    Diversi pentiti, tra cui Calogero Ganci, lo accusano di avere avuto rapporti con mafiosi, tra i quali Vittorio Mangano, proposto da Dell'Utri nel 1974 come stalliere nella villa di Berlusconi ad Arcore, e poi assunto.
    26 GIUGNO 1996: la Procura di Palermo interroga per 11 ore Marcello Dell'Utri, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. I pm gli contestano una dichiarazione del pentito Antonino Calderone, secondo cui nel 1976 avrebbe messo a disposizione una casa a Milano per un incontro cui mafiosi.
    1 LUGLIO 1996: nuovo interrogatorio di 10 ore per Dell'Utri. Nega che la Fininvest abbia pagato mafiosi e di aver conosciuto Stefano Bontate e gli altri mafiosi di cui parla Calderone, mentre ammette di conoscere Gaetano Cinà, coimputato nel processo, da una vita. Secondo i pentiti Salvatore Cancemi e Calogero Ganci, Dell'Utri avrebbe versato annualmente 200 milioni di lire a Cosa Nostra.
    9 AGOSTO 1996: rese note le dichiarazioni di Filippo Alberto Rapisarda e di altri pentiti su un progetto di rapimento, a metà degli anni '70, del figlio di Silvio Berlusconi, Piersilvio, da parte di alcuni mafiosi catanesi. Il sequestro non si realizzò perchè Pippo Bono e Gaetano Fidanzati avrebbero detto che Berlusconi era una persona intoccabile. Rapisarda ha dichiarato che ci fu la mediazione di Marcello Dell'Utri.
    9 SETTEMBRE 1996: chiesto dalla Procura di Palermo il rinvio a giudizio di Gaetano Cinà per concorso in associazione mafiosa. È indagato nell'ambito dell'inchiesta su Dell'Utri: sarebbe stato l'esattore delle somme estorte alla Fininvest.
    23 OTTOBRE 1996: richiesto dalla Procura di Palermo il rinvio a giudizio per Marcello Dell'Utri, per concorso in associazione mafiosa. Acquisite anche le dichiarazioni del pentito Gioacchino Pennino secondo cui i miliardi di Cosa nostra sarebbero stati riciclati anche da Dell'Utri.
    20 FEBBRAIO 1997: acquisite dalla Procura di Palermo nuove accuse contro Dell'Utri, rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa. In un libro mastro trovato in casa di Salvatore Biondino ci sarebbe l'indicazione «Can. 5» e di una somma di denaro: per il pentito Giovan Battista Ferrante si tratterebbe di soldi pagati da Fininvest. I pentiti Francesco Di Carlo e Salvatore Cocuzza hanno parlato di nuovi contatti tra Dell'Utri e Cosa nostra, mentre Francesco Onorato ha riferito di una valigia piena di soldi spedita negli anni '80 a Milano.
    25 AGOSTO 1997: al processo per associazione mafiosa contro Vittorio Mangano, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo dichiara di aver conosciuto Silvio Berlusconi nel 1974, quando fu ricevuto assieme a Stefano Bontate e Mimmo Teresi nello studio di Marcello Dell'Utri, e che fin dal 1979 la Fininvest avrebbe pagato mensilmente una tangente a Cosa Nostra.
    2 SETTEMBRE 1997: Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, al processo contro Vittorio Mangano, confermano gli incontri di Dell'Utri con mafiosi, cui avrebbe chiesto aiuto per fronteggiare le richieste della famiglia di Santa Maria di Gesù.
    30 SETTEMBRE 1997: depositati agli atti dei processi contro Giulio Andreotti e Dell'Utri i verbali delle deposizioni di Angelo Siino sui rapporti di mafiosi con Dell'Utri, sulle tangenti pagate per i ripetitori e per la Standa.
    5 NOVEMBRE 1997: inizia a davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Palermo, presieduta da Leonardo Guarnotta, il processo a carico di Marcello Dell'Utri, imputato di concorso esterni in associazione mafiosa, e di Gaetano Cinà, accusato di aver fatto da tramite tra Dell'Utri e gli ambienti di Cosa Nostra. Il Comune e la Provincia si costituiscono parte civile.
    8 GIUGNO 1998: i collaboratori di giustizia Tony Calvaruso e Salvatore Ciulla dicono di non avere mai saputo nulla di rapporti tra l'ex manager Fininvest e uomini di Cosa Nostra.
    Calvaruso però afferma che Leoluca Bagarella, non ritenendo possibile fondare il movimento politico «Sicilia Libera», indicò di votare Forza Italia.
    22 SETTEMBRE 1998: Rapisarda dichiara che la Fininvest ebbe circa 30 miliardi di lire da Stefano Bontade e Mimmo Teresi, tramite Dell'Utri.
    2 OTTOBRE 1998: Rapisarda afferma che Dell'Utri conosceva l'esattore Nino Salvo da cui avrebbe ricevuto 5 miliardi di lire.
    1 FEBBRAIO 1999: Tommaso Buscetta in videoconferenza dichiara di non avere conosciuto l'imputato e Silvio Berlusconi, e di conoscere invece Vittorio Mangano, ma di non avere mai saputo che avesse lavorato per Berlusconi, nè delle attività di Bontate.
    9 MARZO 1999: inviata dal gip di Palermo alla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera la richiesta di arresto per Dell'Utri, accusato di avere tentato di inquinare le prove del processo con l'aiuto dei collaboratori di giustizia Giuseppe Chiofalo, di Messina, e Cosimo Cirfeta, pugliese. I due avrebbero dovuto cercare di convincere altri pentiti a smentire quelli che accusavano l'esponente di Forza Italia.
    3 APRILE 1999: inviati alla Camera nuovi atti a supporto della richiesta di arresto per Dell'Utri. Sono fotografie in cui lo si vede entrare con una valigetta nella casa del collaboratore di giustizia Giuseppe Chiofalo, dove è stata poi trovata la somma di 80 milioni: secondo i Pm il compenso per i tentativi di screditare i collaboratori accusatori del deputato.
    8 APRILE 1999: respinta dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere la richiesta di arresto per Marcello Dell'Utri.
    12 APRILE 1999: inviato alla Camera dalla Procura di Palermo il verbale di un nuovo interrogatorio del collaboratore Giuseppe Chiofalo che nega di avere ricevuto denaro dal politico, ma ammette di averlo incontrato e di avere ricevuto promesse di aiuto nel caso avesse confermato le dichiarazioni favorevoli del collaboratore Cosimo Cirfeta.
    13 APRILE 1999: negata dalla Camera dei deputati l'autorizzazione all'arresto di Marcello Dell'Utri.
    1 LUGLIO 1999: il teste d'accusa Rocco Remo Morgana, dice di non conoscere Dell'Utri, parla del suo ex socio Rapisarda come di «un truffatore e moralmente assassino», affermando di avere visto entrare molti mafiosi nel suo palazzo a Milano «non per incontrare Dell'Utri, ma per parlare con Rapisarda».
    14 LUGLIO 1999: approvata dalla Camera la richiesta dei magistrati di Palermo di autorizzazione a utilizzare le intercettazioni nel processo contro Dell'Utri per estorsione tentata e aggravata nei confronti di collaboratori di giustizia.
    3 MARZO 2000: archiviata per scadenza dei termini, su richiesta della Procura di Palermo, l'inchiesta su Marcello Dell'Utri e sul manager Fininvest Carlo Bernasconi, accusati di riciclaggio di denaro in concorso con i capimafia Bontate e Teresi.
    5 NOVEMBRE 2001: il collaboratore di giustizia Claudio Severino Samperi, uno degli autori dell'incendio alla Standa di Catania avvenuto nel 1991, dichiara che si volle «dare una lezione» al presidente della Standa Berlusconi che «aveva fatto sapere che non si sarebbe mai piegato ai ricatti della mafia».
    7 GENNAIO 2003: il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè (sentito come teste) dichiara di aver saputo da Michele Greco che il capomafia Stefano Bontade, con la scusa di andare a trovare Vittorio Mangano, allora stalliere ad Arcore, incontrava Berlusconi. Giuffrè afferma anche che dopo l'assassinio di Salvo Lima, Cosa nostra ritenne che Forza Italia desse più garanzie.
    3 LUGLIO 2003: l'ex collaboratore Salvatore Contorno, ascoltato come testimone smentisce Salvatore Cancemi, secondo cui lo stesso Contorno avrebbe passato una parte della latitanza ad Arcore.
    5 APRILE 2004: inizia la requisitoria dei pubblici ministeri Antonio Ingroia e Domenico Gozzo.
    8 GIUGNO 2004: dopo 18 udienze di requisitoria i pm chiedono la condanna ad 11 anni per Dell'Utri; 9 anni invece per Gaetano Cinà, ritenuto il tramite fra lui e Cosa nostra.
    28 GIUGNO 2004: al via l'arriga del collegio difensivo.
    15 NOVEMBRE 2004: dopo 25 udienze i legali di Marcello Dell'Utri concludono chiedendone l'assoluzione con formula piena.
    22 NOVEMBRE 2004: gli avvocati che rappresentano il Comune e la Provincia di Palermo, parte civile nel processo, chiedono un risarcimento di 5 milioni di euro.
    29 NOVEMBRE 2004: è il giorno dell'ultima udienza prima della camera di consiglio, e delle dichiarazioni spontanee dell'imputato Dell'Utri. Parla davanti ai giudici per 90 minuti, rivendica la sua innocenza, dice di aver considerato il processo come «una malattia» da cui curarsi e guarire, e conclude: «Credo che sarò assolto perchè non vedo elementi per una condanna». Poi il Tribunale di Palermo, presieduto da Leonardo Guarnotta, si ritira in camera di consiglio nell'aula bunker del carcere di Pagliarelli.

  3. #143
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    Nè attenuanti nè prescrizioni e danni ingenti da pagare

    di ENRICO BELLAVIA e SALVO PALAZZOLO
    PALERMO - Nessuna attenuante, nessuna prescrizione per accuse lunghe trent'anni. I giudici della Seconda sezione penale di Palermo hanno scritto un dispositivo di sentenza che va subito al cuore di questo caso giudiziario: "Il Tribunale dichiara Dell'Utri Marcello e Cinà Gaetano colpevoli dei reati loro rispettivamente contestati e ritenuta la continuazione tra gli stessi, condanna Dell'Utri Marcello alla pena di anni 9 di reclusione e Cinà Gaetano alla pena di anni 7 di reclusione".

    Accolta in toto la richiesta dei pubblici ministeri Antonio Ingroia e Domenico Gozzo: Dell'Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, il classico "colletto bianco" che fa da tramite fra l'organizzazione Cosa nostra e i palazzi dell'imprenditoria e della politica; Gaetano Cinà, accusato di associazione mafiosa piena, era lui il padrino della famiglia di Malaspina, uomo d'onore di affari riservati, incaricato dal vertice criminale di tenere i rapporti con Dell'Utri.

    L'interdizione. Il Tribunale di Palermo, presieduto da Leonardo Guarnotta (giudici a latere Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari) ha tratto presto le conseguenze della condanna. "Entrambi gli imputati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, nonché in stato di interdizione legale durante l'esecuzione della pena". E quando la sentenza sarà espiata, Dell'Utri e Cinà saranno sottoposti alla "misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di anni due". E' il provvedimento che i giudici applicano ai condannati per mafia che risultano particolarmente pericolosi.

    Poi, la sentenza affronta il capitolo del risarcimento dei danni. Per il Comune e la Provincia di Palermo, che si erano costituite parte civile. E' l'annuncio dell'apertura di un nuovo procedimento, quello in sede civile, per la quantificazione dei danni. Da subito, i due imputati dovranno pagare le spese sostenute dai legali di parte civile, in totale 70.000 euro. Più le spese di tutto il processo, che sono davvero tante, considerato che il dibattimento, lungo sei anni, ha numeri che contendono il record solo al processo Andreotti.

    Fra novanta giorni, i giudici depositeranno le motivazioni della propria sentenza. "Il dispositivo non lascia alcun dubbio - dice a Repubblica.it il pubblico ministero Domenico Gozzo - sarebbe superflua qualsiasi altra considerazione. Sta tutto scritto lì".

    Il misterioso Cinà. Ad ascoltare la sentenza non ci sono gli imputati. In realtà, Gaetano Cinà, non è mai comparso davanti i giudici di Palermo, e per questo ben presto si è guadagnato l'appellativo di "imputato fantasma". Eppure, quel commerciante palermitano, ufficialmente solo l'ex titolare di una lavanderia a pochi passi da dove fu ucciso il generale Dalla Chiesa - rappresenta un anello fondamentale della sentenza che ha condannato Dell'Utri per collusioni mafiose.

    Il boss della famiglia di Malaspina parlò solo la prima volta che fu interrogato dai pubblici ministeri di Palermo, all'inizio dell'inchiesta, quando ancora il processo neanche si vedeva: "Mio figlio giocava a calcio nella Bacigalupo, allenata da Dell'Utri. Io stesso sono stato dirigente della squadra per dieci anni. E' da allora la mia grande amicizia con Dell'Utri, che io considero come un figlio". Da qui è cominciata l'analisi dei giudici del tribunale di Palermo il 29 novembre scorso, quando sono entrati in camera di consiglio.

    In realtà, in quell'interrogatorio c'è solo una lunga autodifesa dell'uomo che ha inguaiato il senatore di Forza Italia. "Un giorno, Dell'Utri venne da me sfiduciato, dicendomi che voleva partire missionario e voleva lasciare il lavoro. Io cercai di dissuaderlo, anche perché lo considero persona di grande levatura". Cinà si è sempre fatto vanto della sua modestia: "Ammetto di conoscere Mimmo Teresi (il mafioso - ndr), in quanto nipote di mio cognato Benedetto Citarda. Ma non conosco affatto Bontade, persona che ritengo troppo importante per me".

    Curioso a dirsi, ma il primo importante riscontro a quell'antica amicizia che è alla base del processo è arrivata ai giudici di Palermo proprio da Silvio Berlusconi. Nel processo, il premier si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ma nell'87, ai magistrati di Milano, aveva già detto qualcosa che in questi giorni si è rivelato un'eccezionale conferma. "Chiesi a Marcello di interessarsi per trovare un fattore - fece mettere a verbale Berlusconi - lui mi presentò il signor Vittorio Mangano come persona a lui conosciuta, più precisamente conosciuta da un suo amico con cui si davano del tu, che da tempo conosceva e che aveva conosciuto sui campi di calcio della squadra Bacigalupo di Palermo, squadra di dilettanti". All'epoca, il nome di Cinà fece capolino velocemente nelle carte giudiziarie e altrettanto velocemente ne uscì. Adesso è il cuore della sentenza di condanna per Marcello Dell'Utri.

    Le intercettazioni. Al Tribunale di Palermo ci sono voluti tredici giorni di camera di consiglio per riesaminare tutte le carte processuali. Per la prima volta, però, in un processo su mafia e politica, non c'erano solo le carte. C'erano anche le registrazioni da riascoltare in camera di consiglio: sono su alcuni Cd rom, e hanno pesato molto in questa inchiesta. Il tono di voce di Gaetano Cinà mentre parla con Marcello Dell'Utri è valso più di qualsiasi pentito che rivela le frequentazioni fra i due imputati.

    (11 dicembre 2004)

  4. #144
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    In Origine Postato da Djaspher
    "Perché proprio a me? Me lo sono chiesto e me lo chiedo tuttora. E' strano che le cose si siano avviate quando insieme a Berlusconi ho messo su un partito. Certamente non sarei stato oggetto di queste attenzioni se mi fossi continuato ad occupare delle mie cose".

    Marcello Dell'Utri
    "Se esiste l'Antimafia; vorrà dire che esiste anche la mafia..."
    (Marcello Dell'Utri)

  5. #145
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    Dunque; cosa ci dice questa sentenza?
    Badate bene: non stiamo parlando di Totò Riina o Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca o Nitto Santapaola.
    Quello che si è concluso ieri non è il maxi processo di Falcone Borsellino e Caponnetto che vedeva alla sbarra assassini e trafficanti d'eroina.
    Parliamo di un'altra cosa.
    Stiamo parlando di Marcello Dell'Utri.
    Un colletto bianco.
    Un uomo che veste in doppiopetto blu.
    Un maitre a penser.
    Un uomo colto.
    Un uomo che legge libri e ne possiede moltissimi, essendo anche bibliofilo di fama indiscussa.
    Che cita Socrate e Seneca, San Tommaso e Pascal.

    Dimenticavamo; un Senatore della Repubblica Italiana.

    La sentenza della seconda sezione del tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, condannando a nove anni per mafia il fondatore di Forza Italia, ci dice che neanche a un senatore della repubblica è consentito andare a Londra a vedere la "mostra dei vichinghi" per ritrovarsi la sera in una cena di narcotrafficanti internazionali che festeggiano un matrimonio; magari per ammetterlo durante il processo, sostenendo però di non sapere chi fossero i commensali.
    La sentenza della seconda sezione del tribunale ci dice che non si portano a Milano boss del calibro di Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo e Gaetano Cinà, per presentare loro Berlusconi.
    La sentenza della seconda sezione del tribunale ci dice che non si aiutano i boss a incassare il pizzo dalla Fininvest per evitare che i ripetitori televisivi, nel frattempo sistemati a Palermo, saltassero per aria.

    Insomma.
    La sentenza della seconda sezione del tribunale ci dice che a tutto c'è un limite, e quando le frequentazioni diventano troppe, rivendicare l'attenuante della buona fede diventa mestiere da "professionisti".

  6. #146
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    Se toccano Dell’Utri i magistrati sono nazisti
    Saverio Lodato
    L’altra sera, mentre stavamo scrivendo sulla condanna a nove anni di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, siamo rimasti di sasso ascoltando al TG 1 le parole di un sottosegretario agli interni, Alfredo Mantovano, che paragonava la sentenza della seconda sezione del Tribunale di Palermo, presieduta da Leonardo Guarnotta, a certe “rappresaglie dei nazisti durante la loro ritirata”.

    In Italia, dove quotidianamente se ne sentono di tutti i colori, una scempiaggine del genere non l’aveva mai detta nessuno. Neanche ieri, quando si è capito chiaramente che certi esponenti del centro destra avrebbero faticato parecchio per digerire l’accaduto.
    I Bondi e gli Schifani, i Cicchitto e i La Russa, al confronto con Mantovano, sembravano angioletti.
    Occorre infatti un personalissimo senso del pudore per definire “nazisti” i giudici che emettono una sentenza di condanna.
    L’altra sera abbiamo fatto in tempo a inserire questa “notizia” nel nostro articolo, ma non abbiamo potuto darle tutto il rilievo che merita. Ecco perché torniamo sull’ argomento.
    Quasi per dovere civico, quasi per rispetto verso la nostra professione, quasi per segnalare all’opinione pubblica il superamento di un “limite”.
    E’ doppiamente stupefacente che a pronunciare tali parole sia stato un signore – come si legge nella sua biografia a cura della Presidenza del Consiglio- che è stato pubblico ministero a Taranto, giudice di tribunale a Lecce, e che ora presiede la commissione ministeriale per i collaboratori di giustizia.

    Naturalmente non riguarda noi la decisione che prenderà il presidente Leonardo Guarnotta, il quale avrebbe tutte le sue sacrosante ragioni per portare Mantovano in Tribunale.
    Riguarda noi cittadini, invece, il fatto che un rappresentante delle istituzioni, addirittura un ex magistrato, si sia potuta consentire un’affermazione che nulla ha a che vedere con il legittimo esercizio del diritto di critica.
    È infatti lecito chiedersi:
    ma qual è la concezione della giustizia di questo signore?
    O c’è qualcosa che non sappiamo?
    Ha definito “nazista” un tribunale della Repubblica Italiana perché lo pensa davvero?
    O il suo era un intervento dovuto all’ imputato Dell’ Utri?


    E’ quasi secondario.
    Non sappiamo quale delle due ipotesi sia la peggiore. Certo qualche curiosità resta.
    Come ha fatto il pubblico ministero a Taranto il signor Mantovano?
    Chiedendo le assoluzioni per tutti gli imputati?
    O chiedendo condanne per i ladri di galline e assoluzioni per “ i colletti bianchi”?
    Come si regolava a Lecce quando entrava in camera di consiglio?
    Assolveva tutti non sapendo fare a meno dell’ applauso dei “politici” di Lecce ?


    Certo.
    Quando si presentò alle elezioni politiche nel collegio di Gallipoli, contro Massimo D’Alema, non riuscì a essere eletto.
    Se adesso è al governo, lo deve a una chiamata diretta di Berlusconi o di qualcuno dei suoi più stretti collaboratori.
    C’è da capirlo.

    Ma che per ingraziarsi i nuovi dante causa un ex magistrato arrivi a sputare nel piatto in cui per tanti anni ha mangiato, lo troviamo alquanto indecente.
    E ci correva l’obbligo di dirlo.

  7. #147
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    Predefinito Ad uso e consumo di "tutti i mustang" del forum...

    ...e di coloro che hanno voglia di sbatter loro in faccia le baggianate bananas sull'abolizione (desiderata) del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

    Padrini e Padroni

    C’è una differenza profonda fra «il padrino» parte prima e il «padrino» parte terza nella indimenticabile saga di Francis Ford Coppola: il «consigliori» - che all’inizio della vicenda e del film ha la posizione di agente neutrale e intoccabile (non ordina e non esegue delitti, non comanda operazioni e non controlla ricchezze, non è titolare e non è responsabile di nulla) - alla fine è ricercato dalla polizia e dai giudici e deve nascondersi e difendersi.
    Il film racconta una parabola della mafia americana ma la ambienta scrupolosamente nella storia di quel Paese. È la saga della famiglia Corleone, in parte «fiction» e in parte ispirata a fatti veri. Registra il grande cambiamento avvenuto in America negli anni Settanta nella lotta al crimine organizzato: l’imputazione di «racketiering», che consente di perseguire coloro che stanno a monte e a valle del crimine, non toccano armi, non vedono il sangue, ma costituiscono l’ambiente, la cultura e la rete di legami esterni al crimine.
    Qualunque esperto di lotta alla mafia negli Usa, ma anche qualunque avvocato e qualunque studente di legge, è in grado di dirvi che, in quel Paese c’è un prima e un dopo rispetto alla legge sul «racketiering». Prima bravi poliziotti e bravi giudici potevano tagliare tentacoli operativi alla piovra mafiosa, ma non potevano risalire a coloro che non lasciavano tracce riscontrabili dalla polizia scientifica o fattualmente dimostrabili di fronte alla giuria di un tribunale. Dopo, la legge sul «racketiering» ha cambiato la strategia della lotta alla mafia. Gli esempi più leggendari e clamorosi sono la «pizza connection», e la fine di John Gotti, forse il più potente padrino della mafia italoamericana negli ultimi decenni.
    Il «racketiering» (legge che comprende e autorizza il «bargaining», cioè un ampio uso dei pentiti) ha creato una vera e propria deforestazione intorno ai boss, fino ad allora protetti sia dagli esecutori, che pagavano da soli sia dalle prime, seconde e terze file di irraggiungibili personaggi che condividevano allo stesso tempo il mondo della mafia e quello delle professioni. E territorio del crimine è quello della insospettabile rispettabilità, non solo al di sotto dei boss ma anche al di sopra.
    La mafia americana è stata molto potente. Ma non ha mai sfiorato il governo o la politica. Perciò polizie e giudici di quel Paese, una volta dotati degli strumenti adeguati, hanno potuto usarli sottoponendosi solo al giudizio delle giurie popolari. A una a una, tutte le celebri e potenti «famiglie» del crimine organizzato americano si sono frantumate sotto i colpi della legge del «racketiering».
    «Il concorso esterno in associazione mafiosa», di cui tanto si discute oggi a causa di alcune sentenze che hanno colpito potenti protagonisti della politica italiana, non è la stravagante pensata di giudici fanatici e giustizialisti. È la traduzione esatta, nell’altro Paese infestato di mafia, del «racketiering», ovvero della legge che - attraverso l’imputazione di concorso esterno - permette di raggiungere gli irraggiungibili, e di dimostrare che il delitto di mafia può compiersi se le sue camere stagne sono protette da solide e sicure barriere di isolamento. Adesso gli ambienti politici italiani che si ritengono danneggiati dall’inciampo nel legame mafioso (che, naturalmente, diventa vero, provato e credibile solo quando passa i vari gradi di processo e diventa giudizio definitivo) reagiscono in due mosse. La prima è disprezzare e anzi irridere la legge come un buffo e grottesco delirio dei giudici, dimenticando che quella legge arriva dall’America all’Italia per l’impegno inflessibile del giudice Falcone, il solo italiano che ha il suo ritratto nella «galleria d’onore» dell’Fbi di Washington.
    La seconda mossa è proporre la cancellazione del «concorso esterno», con la motivazione sprezzante: «Ma come fanno a esistere i collaboratori esterni della mafia»?
    E anche con l’accusa che in questo modo si mettono alla berlina persone innocenti. Per sostenere queste cose bisogna far finta di non sapere l’origine e il successo americano di questa legge. Bisogna far finta di occultare l’enorme beneficio che la cancellazione porterebbe al mondo della mafia, il grave impedimento per la lotta al crimine organizzato.
    Ma c’è chi ha la faccia per farlo, c’è chi non ha più alcuna reputazione da perdere, neppure su fatti così gravi. E c’è chi ha abbastanza potere mediatico per far credere che «il concorso esterno in associazione mafiosa» è solo un espediente cattivo di caccia alle streghe. Streghe come John Gotti.


  8. #148
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    Predefinito Ultim'ora!!!

    "Concepita" ANCHE la "salva-culo-a Dell'Utri"!!!


  9. #149
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    Predefinito Interconnessioni...

    Andreotti: Cassazione conferma l'assoluzione
    Afferma esaustività di ragionamento Corte appello

    (ANSA) - ROMA, 28 DIC -
    La Cassazione ha confermato la sentenza del processo di appello che ha assolto Giulio Andreotti.
    Era stata dichiarata la prescrizione per il delitto di associazione a delinquere fino alla primavera del 1980 e l'assoluzione per il reato di associazione mafiosa dal 1980 in poi. La Suprema Corte afferma:
    l'esaustivita'e la logicita' del ragionamento dei giudici di merito nel dare credibilita' alle dichiarazioni di numerosi pentiti.


    Buona parte dei quali sono gli STESSI del processo Dell'Utri.

  10. #150
    Me, Myself, I
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    Predefinito Promemoria per i prossimi...

    ...pronunciamenti sul "SalvaPreviti" e sul "SalvaDell'Utri":

    "Escludo un complotto politico contro Dell'Utri, perché conosco bene e di persona il capo della Procura di Palermo Gian Carlo Caselli: quando ero ministro dell'Interno è stato mio consulente gratuito e mi ha aiutato a gestire la complessa vicenda del pentitismo. E' una persona onesta che fa le cose solo perché ci crede e non per secondi o terzi fini''
    (Roberto Maroni, Ansa, 9 marzo 1999).

    "La richiesta di arresto di Marcello Dell'Utri da parte della Procura di Palermo è legittima, fondata e non persecutoria. Le accuse a Dell'Utri fanno intravvedere lo spettro di Cosa nostra, lo spettro della mafia"
    (Roberto Maroni, Ansa, 13 aprile 1999).

    "Abbiamo votato compatti per l'arresto di Dell'Utri. Non mi meraviglio che la Camera l'abbia respinta, è stato un inciucio fra Polo e Ulivo. Cane non mangia cane. La Lega invece gioca a carte scoperte"
    (Umberto Bossi, 13 aprile 1999).

 

 
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