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E' possibile che la "retata" abbia riguardato persone pericolose. E'
possibile. Ma non certo. Nell'aggettivo "possibile" muoiono le
garanzie individuali e collettive. Vale per gli immigrati; ma è già
applicato ai "disobbedienti", agli "altermondialisti". E' opportuno
difenderseli con accanimento gli spazi di libertà; anche quando
sembra che non riguardino noi.
(Giovanni Russo Spena)
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DAL MANIFESTO
Perugia, silenzio degli arrestati
La protesta degli anti-imperialisti: «Niente avvocati fino a martedì»
«Niente cibo» Moreno Pasquinelli, leader del Campo anti-imperialista
da ieri in carcere, annuncia lo sciopero della fame
A. MAN.
ROMA
Gli arrestati scelgono di non parlare davanti al giudice, protestano
per il divieto di colloquio con gli avvocati disposto fino al 6
aprile (cinque giorni, ovvero il massimo consentito). E la parola
passa ai responsabili del Campo antimperialista: «Gli arresti di ieri
sono un'operazione politica, non giudiziaria, una rappresaglia per le
nostre posizioni di appoggio alla resistenza irachena», denunciano i
compagni di Moreno Pasquinelli. Che ieri hanno organizzato una
conferenza stampa a Roma e una manifestazione di un centinaio di
persone a Perugia, la città degli arresti. Il leader degli
antimperialisti è rinchiuso nel carcere di Rebibbia a seguito di
un'operazione contro il Dhkp-C, una formazione marxista leninista
turca considerata «terrorista» dagli Stati Uniti e dall'Ue. L'ordine
d'arresto ha colpito anche Alessia Monteverdi e Maria Grazia
Ardizzone, entrambe militanti del Campo, e i turchi Avni Er e Zeynep
Kilic. Questi ultimi appartengono al Dhkp-C e vivono da un paio
d'anni a Perugia. Secondo il gip Nicola Flavia Restivo, che ha
firmato il provvedimento richiesto dal procuratore capo di Perugia
Nicola Miriano, Er avrebbe stabilito nel capoluogo umbro
una «centrale operativa» in collegamento con la guerriglia turca; da
Perugia avrebbe rivendicato anche attentati commessi a Istanbul e ad
Ankara nel 2003. E Pasquinelli e le due donne italiane rispondono di
partecipazione ad associazione terroristica internazionale (nuovo
articolo 270 bis) per aver fornito ai due turchi alloggio, sostegno e
assistenza: avrebbero fatto da prestanome in banca e organizzato, in
particolare, un matrimonio simulato tra Er e Ardizzone, per far
ottenere al ricercato turco un permesso di soggiorno. A Pasquinelli e
Monteverdi, che è la sua compagna, è contestato tra l'altro di aver
svolto la funzione di testimoni in quel matrimonio «per convenienza
rivoluzionaria». «Accuse mostruose», ribatte Pasquinelli: il
portavoce del Campo annuncia lo sciopero della fame. Vengono i
brividi pensando che in Turchia centodieci detenuti politici, tra i
quali decine di militanti del Dhkp-C, l'hanno portato fino in
fondo. «Per noi sono dei compagni, dei comunisti, degli
antimperialisti e non dei terroristi - ha detto Leonardo Mazzei, a
nome del Campo, incontrando i giornalisti a Roma - I militanti del
Dhkp-C sono esuli politici che si battono contro i regimi
antidemocratici che si sono susseguiti in Turchia: quella di
terroristi è un'etichetta che gli Usa appiccicano a chiunque si
opponga alla loro politica». Accantoa Mazzei Enrico Mascelloni e
Mauro Pasquinelli (fratello di Moreno). Sono convinti che
l'operazione sia partita dall'Italia più che dalla Turchia («al Dhkp-
C non risultano tutti gli arresti annunciati: uno e non sei in
Belgio, nessuno in Germania, forse uno in Grecia...») e la collegano
alla campagna del Corriere della sera contro la loro scelta di
sostegno alla resistenza irachena. «Hanno oscurato il sito
Iraqlibero.it - dicono - non `Turchialibera'». Ma sotto accusa
finisce anche la collaborazione delle autorità italiane con il regime
turco: «Più che l'europeizzazione della Turchia, sembra la
turchizzazione dell'Europa: nei rapporti tra i servizi segreti come
negli abbracci tra Berlusconi e il premier Erdogan», dice Mazzei.
Alla conferenza stampa è intervenuto l'avvocato milanese Giuseppe
Pelazza, che difende il leader del Campo antimperialista insieme al
perugino Luciano Ghirga. «A questo punto, per essere incriminati, è
sufficiente aver aiutato qualunque militante che abbia problemi nel
suo paese - ha detto Pelazza - Può bastare anche l'organizzazione di
un ciclo di conferenze con un esponente delle Farc colombiane, o del
Pkk kurdo, o di Batasuna». E in effetti, se l'arresto dei due turchi
rientra in un'applicazione del nuovo 270 bis (introdotto dopo l'11
settembre 2001) già sperimentata da presunti terroristi islamisti
sospettati di voler colpire non in Italia ma in altri paesi, la
cattura di Pasquinelli e delle due italiane è quasi una novita. Una
novità sconcertante. «Che richiede - dice ancora Pelazza - la
mobilitazione di tutti i sinceri democratici, non solo dei
rivoluzionari o degli antimperialisti».
Il manifesto 3 aprile 2004, p. 5
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cos'è L'ARTICOLO 270 BIS (da internet)
L'articolo 270 bis del codice penale, come sostituito dall'articolo 1
della legge 15 dicembre 2001 n.438
"Art. 270-bis (Associazioni con finalità di terrorismo anche
internazionale o di eversione dell'ordine democratico).
Chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia
associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con
finalità di terrorismo o di eversione dell'ordine democratico è
punito con la reclusione da sette a quindici anni. Chiunque partecipa
a tali associazioni è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Ai fini della legge penale, la finalità di terrorismo ricorre anche
quando gli atti di violenza sono rivolti contro uno Stato estero,
un'istituzione e un organismo internazionale. Nei confronti del
condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono
o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il
prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego".
http://www.noglobal.org/nato/notizie/art270.htm
Legge 15 dicembre 2001, n. 438
"Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 18
ottobre 2001, n. 374, recante disposizioni urgenti per contrastare il
terrorismo internazionale"
pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 293 del 18 dicembre 2001.
http://www.parlamento.it/parlam/leggi/01438l.htm
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DAL MANIFESTO
STRASBURGO BOCCIA LE ESPULSIONI COLLETTIVE
L'aula dell'europarlamento di Strasburgo ha respinto ieri la proposta
avanzata dal governo italiano di creare un coordinamento europeo per
le espulsioni collettive degli immigrati illegali. Gli eurodeputati
hanno approvato la relazione della socialista francese Adelina Hazan,
che considera i rimpatri collettivi «una prassi deplorevole» di cui
bisognerebbe avvalersi solo «in casi eccezionali», e hanno richiamato
il consiglio dei ministri dell'Unione - che sta valutando la
proposta - ad adottare «una politica comune in materia di asilo prima
di instaurare una politica comune di aiuto al rimpatrio». L'assemblea
di Strasburgo ha messo esplicitamente in guardia contro i rischi di
una «deriva verso una fortezza Europa». Ora la proposta italiana, che
trova molti consensi tra i ministri europei, sarà rinviata a dopo le
elezioni europee, con il risultato di essere affrontata a data da
destinarsi. Questo perché il parere di Strasburgo, anche se è solo
consultivo, è tuttavia obbligatorio per poter procedere nell'adozione
formale della decisione. Decisione che passa ora, secondo la
relazione Hazan, all'esame della commissione competente. In Spagna
intanto il ministro dell'Interno uscente, Angel Acebes, ha confermato
che l'esplosivo ritrovato sui binari della linea Siviglia-Madrid è lo
stesso utilizzato negli attentati dell'11 marzo: il «Goma 2 Eco».
Acebes non si è sbilanciato sulle responsabilità dell'attentato
fallito.
Il manifesto 4 aprile 2004, p.5
«Pisanu riferisca in parlamento»
Dopo la maxi operazione di «polizia preventiva» di venerdì, le
opposizioni e decine di associazioni reclamano un chiarimento sulla
politica antiterrorismo del governo
MATTEO BARTOCCI
ROMA
Il giorno dopo l'ondata di perquisizioni e di polizia «preventiva»
scattata contro 161 islamici, centrosinistra e associazioni non
nascondono le perplessità e i loro dubbi. Né i timori che
l'operazione alimenti un clima di xenofobia e da «caccia allo
straniero» che finora, a parte qualche membro della coalizione di
governo, non ha certo contagiato l'opinione pubblica. Sotto voce ma
in modo univoco esponenti di spicco dell'Ulivo e di Rifondazione
chiedono che il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu riferisca in
parlamento sulle modalità e sulle ragioni oggettive alla base
dell'operazione di polizia e chiedono lumi sulla strategia ant-
iterrorismo portata avanti dal governo.
E fuori dalle aule parlamentari sono moltissime le associazioni che
lanciano l'allarme sulle decisioni del Viminale. In un comunicato
congiunto Ics, Consorzio Italiano di Solidarietà, Cgil, Asgi, Arci,
Fiom, Un Ponte per..., Assopace, Legambiente, Uisp, Lunaria, Medici
Senza Frontiere e molte altre definiscono la linea Pisanu «una nuova
strategia che non accresce la soglia di sicurezza e rischia di creare
condizioni più favorevoli per la diffusione dei nuclei
fondamentalisti e per il proselitismo da parte delle cellule eversive
già operanti in Italia». Nel mirino soprattutto «il carattere
indiscriminato delle operazioni, la scarsità dei risultati
effettivamente conseguiti, confermata dalla modesta entità delle
indagini giudiziarie giunte a compimento, l'accanimento nei confronti
di immigrati colpevoli soltanto di non essere in regola con il
permesso di soggiorno». In sostanza si rischia di creare un «muro
sempre più alto all'interno del nostro paese, un vero e proprio
fronte interno». Secondo le associazioni non è possibile nessun
arretramento sul piano delle garanzie fondamentali dello stato di
diritto, né è auspicabile indulgere nella «pratica del sospetto ai
fini di immagine».
Sulla stessa lunghezza d'onda sembra orientato il centrosinistra.
Paolo Cento dei Verdi getta il sasso nello stagno: «L'operazione
contro gli islamici sospettati di contiguità al terrorismo non è
convincente e assomiglia molto ad un'operazione da stato di polizia -
dice - Le dichiarazioni del ministro Pisanu non sono sufficienti,
riferisca in parlamento». Anche il triciclo, seppure con prudenza,
non esita a chiedere che sul senso dell'operazione vada fatta luce,
perché i rischi di un «effetto boomerang» sulle comunità di stranieri
residenti in Italia è alto. Lo conferma la diessina Anna Finocchiaro,
che mette l'accento sul legame tra le azioni di contrasto
e «un'azione fortissima a favore di uno spirito di accoglienza e di
amicizia dei paesi e delle popolazioni musulmani che vivono nel
nostro paese». Il rischio è quello di una «doppia frattura»: «Da una
parte - aggiunge Finocchiaro - si potrebbero assecondare le sponde
xenofobe, dall'altra si rischia di sbagliare obiettivo e di aumentare
il tasso di insicurezza».
Anche più chiaro il dalemiano Marco Minniti: «Non mi convince lo
scambio tra sicurezza e lotta contro il terrorismo con minori
garanzie e minori libertà. Una democrazia che è costretta fare questo
scambio è una democrazia colpita nelle sua ragioni costitutive». «Le
operazioni di polizia vanno maneggiate con cura - avverte Minniti -
perché il rischio di uno `slittamento' è facile». Tutti i
parlamentari lamentano di non sapere quasi nulla sulla politica messa
in campo dal governo. Lo stesso Minniti ammette: «Al momento non si
sa quasi nulla su come sono state stilate queste liste, va fatta una
verifica rapida e seria perché non può essere consentito che sulla
base di accertamenti sommari si proceda contro cittadini che per la
maggior parte sono legalmente presenti nel nostro paese». L'accusa al
governo è esplicita: «Su una politica di integrazione verso l'Islam
il governo ha fatto molto poco». La ricetta dei Ds è semplice: «Oltre
al dialogo, sul terreno della prevenzione bisogna coinvolgere le
strutture islamiche presenti in Italia», propone Minniti.
Il centrosinistra insomma reagisce e reclama l'esigenza di fare il
punto: la strategia contro il terrorismo deve essere discussa in
parlamento. Altrimenti il sentimento bipartisan tanto invocato fino a
pochi giorni fa rischia di essere un fantasma privo di contenuti.
Anche Giuseppe Fanfani della Margherita esige un confronto politico
con Pisanu, perché «di quest'ultima operazione di polizia preventiva
non si sa praticamente nulla», ammette.
Il mondo islamico reagisce con sgomento alle decisioni del
Viminale. «Non è così che si fa antiterrorismo. Così si spara nel
mucchio», avverte Hamza Roberto Piccardo, segretario dell'Unione
delle comunità musulmane italiane, che parla di «operazione
elettorale». Anche Zargar Zahoor, presidente della comunità islamica
della Liguria, si dice preoccupato: «Io sono un cittadino italiano e
voglio dare il mio apporto alla lotta contro il terrorismo. Però mi
chiedo: se ci sono elementi che fanno ritenere pericolose queste
persone, perché non portarli in un'aula di tribunale?». Non sembra
proprio questa, per ora, l'intenzione del governo.
Il manifesto. 4 aprile 2004, p. 5
Tutti liberi dopo la «retata»
L'operazione di Pisanu contro 161 immigrati finisce con 15 espulsioni
e tre arresti
Antiterrorismo Dopo il blitz ipotesi di nuove espulsioni
amministrative. Dalle procure altolà ai Ros: basta con i teoremi e
con le informative che girano per l'Italia
A. MAN.
Il criterio per individuare gli stranieri da perquisire e
controllare? Il semplice sospetto, il criterio più vecchio del mondo.
Venerdì polizia e carabinieri sono andati a bussare a casa di
centosessantuno immigrati regolari e non: gente che era stata
coinvolta in passato nelle indagini sul terrorismo o finita chissà
come negli schedari dei servizi segreti. C'è quello che aveva in casa
le videocassette islamiste, quello che frequenta tizio o caio, quello
che all'ultima preghiera del venerdì aveva chiesto di celebrare lo
sceicco Yassin o qualche altro martire... Tutte persone per le quali
la magistratura, se interessata, aveva rinunciato a procedere: contro
coloro che sono oggetto di inchieste giudiziarie, infatti, il
Viminale non avrebbe potuto agire di sua iniziativa, in base alle
leggi sulla ricerca di esplosivi o di «clandestini», senza il via
libera delle procure competenti. Ora si studiano le carte
sequestrate, molte non ancora tradotte dall'arabo; si esaminano le
posizioni di una trentina di immigrati, che potrebbero essere colpiti
da nuovi decreti di espulsione. La maxi-operazione annunciata con
grande enfasi dal ministro dell'interno Giuseppe Pisanu, che venerdì
si era presentato in televisione insieme ai capi della polizia e dei
carabinieri, si è conclusa con un bilancio di poco conto, al di là
degli evidenti fastidi creati alle persone coinvolte. Quindici
stranieri tra Cuneo, Brescia, Milano, Pistoia e Roma sono stati
espulsi o avviati ai centri di permanenza in vista dell'espulsione,
tutti per violazione della legge sull'immigrazione o per reati
comuni. Non erano terroristi, insomma. Nemmeno i tre che sono stati
arrestati: due a Roma e uno in provincia di Cuneo, uno (nella
capitale) per violazione di un precedente foglio di via e gli altri
per resistenza a pubblico ufficiale. Polizia, carabinieri e servizi
segreti hanno avuto comunque l'occasione per controllare da vicino
situazioni già più o meno note, di piazzare microspie, di ricercare
collaborazioni.
Il blitz di venerdì e la sua gestione mediatica sembrano però
rispondere, tra le altre cose, alla logica della propaganda politica.
E forse il Viminale voleva anche misurare le reazioni dell'opinione
pubblica e delle opposizioni a un'iniziativa che ricalca le già note
operazioni «vie libere» condotte contro immigrati e prostitute, ma
non ha precedenti recenti in fatto di lotta al terrorismo e comunque
è stata presentata come straordinaria. Reazioni che, per la verità,
sembrano piuttosto moderate. Controlli simili a quelli di venerdì,
peraltro, le questure li fanno spesso e volentieri, sia pure con
maggiore discrezione. Quindici espulsioni in un giorno sono nulla:
l'Italia della legge Bossi-Fini caccia via 40-50 mila persone ogni
anno, centinaia ogni giorno.
Non è comunque un mistero che fin dall'indomani delle stragi dell'11
marzo a Madrid, quando il nostro paese ha compreso di rischiare
grosso, al Viminale e nei palazzi della politica si discuta anche di
un piano massiccio di espulsioni «preventive» per motivi di sicurezza
nazionale, come le otto ordinate da Pisanu a novembre del 2003. E' il
capo della polizia Gianni De Gennaro a spingere per questa soluzione;
Repubblica ha ipotizzato che i provvedimenti potrebbero toccare fino
a cinquecento o mille persone. I carabinieri del Ros invece
continuano a proporre alle procure della repubblica di mezza Italia i
loro rapporti sugli ottanta o cento presunti kamikaze che sarebbero
pronti a colpire nel nostro paese, senza che i magistrati trovino
elementi sufficienti per chiedere arresti. Non a caso pochi giorni fa
quel modo di procedere per teoremi, che è un po' un marchio di
fabbrica del Raggruppamento operativo speciale dell'Arma diretto dal
generale Giampaolo Ganzer, è stato pesantemente contestato da Armando
Spataro, procuratore aggiunto di Milano e capo del pool
antiterrorismo, uno che non si può sospettare di tenerezza verso i
terroristi. Parlando a un incontro di studio del Csm, il 30 marzo,
Spataro ha chiesto alla polizia giudiaria (anche alcune Digos seguono
il mertodo Ros) di rinunciare fine alle informative-teorema, alle
informative-itineranti dirette in successione a più procure finché
non si individua quella disposta a valorizzarle (è successo anche con
i no global, poi inquisiti a Cosenza), alle formali richieste
d'arresto (che per il codice spettano ai pm, non a poliziotti e
carabinieri), alle informative infarcite di notizie provenienti da
innominate e qualificate fonti.
Il manifesto 4 aprile 2004 p. 5
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DA LIBERAZIONE
Tre arresti e una ventina di espulsioni. Ma nessun indizio concreto
di eversione
Dei terroristi islamicia Pisanu resta solo l'odore
La retata dei poveracci, propagandata con straordinaria enfasi da
quasi tutta la stampa e i tg, ha prodotto tre arresti e una ventina
di espulsioni, motivate da irregolarità amministrative. Il corriera
della Sera ha scritto che i 161 immigrati islamici portati manu
militari nelle questure erano «in odore di estremismo islamico».
Chissà che odore speciale emanano gli estremisti islamici! Nel gergo
poliziesco usato al tempo del fascismo l'«odore» era una
sottocategoria del sospetto e il sospetto era molto al di sotto
dell'indizio. L'elenco degli immigrati da «controllare» è stato
compilato dal servizio emigrazione, sulla base di informazioni
fornite dalla questure, dai carabinieri e dai servizi segreti. Nomi
ricavati soprattutto da segnalazioni archiviate perché contenenti
solo ipotetiche indicazioni di rapporti con l'estremismo islamico,
non risultate attendibili o, comunque, che non avevano avuto
riscontri negli accertamenti. Lo dimostra il fatto che nella grande
maggioranza, sono immigrati che hanno ottenuto il permesso di
soggiorno e hanno potuto rinnovarlo anno dopo anno. Il dato che li
accomuna è solo l'«odore» di una contiguità con l'area dei salafiti,
il gruppo che ha fatto gli attentati di Madrid. La precisazione del
Viminale che hanno partecipato i servizi segreti significa che si
sono prese in considerazione informative arrivate dai servizi segreti
di paesi nord-africani, dove non sempre si fanno sottili distinzioni
fra le aree del dissenso, dell'estremismo e del terrorismo. Il
ministro Pisanu la giustifica come «un'operazione preventiva». Questo
concetto di prevenzione è tornato a vivere con la dottrina repressiva
di Bush, ma proprio la tragedia dell'11 settembre dimostra che non ha
basi fondate. L'attacco terroristico contro gli Usa è riuscito non
perché c'era tolleranza per gli estremisti islamici, ma perché Bush
non aveva prevenuto quelle minacce concrete di Al Qaeda che pure si
conoscevano, erano documentate, erano state portate a conoscenza
delle autorità della sicurezza. La prevenzione amministrativa, che
significa solo caccia alle streghe, ha sempre prodotto un clima di
intolleranza e di abusi, non ha mai dato risultati utili. Nonostante
Pisanu assicuri che gli islamici buoni non hanno nulla da temere,
dalle retate vengono due rischi: il primo è che si può alimentare un
clima di intolleranza; il secondo è che si disorienti la
professionalità dei nostri servizi investigativi distogliendoli dalle
indagini sul terrorismo per impegnarli in confuse operazioni contro
gli odori dell'estremismo. Sappiamo poco sui tre arresti: uno è
avvenuto a Cuneo e sembra motivato da una reazione disperata, visto
che si parla di resistenza alla forza pubblica. L'arrestato è un
operaio marocchino che alla vista degli agenti avrebbe tentato di
scappare. Potrebbe averlo fatto perché non avendo i documenti in
regola aveva l'incubo dell'espulsione. Annibale Paloscia
Liberazione 3-4 aprile 2004
Il movimento: stato di diritto sacrificato
La guerra preventiva ai nemici interni
La logica della "guerra preventiva" ha contagiato anche la gestione
della sicurezza nazionale e dell'ordine pubblico in Italia.
L'operazione di polizia che ha portato al fermo di un centinaio di
immigrati, sospettati di sostegno al terrorismo, con numerose
perquisizioni in diverse regioni italiane, denota una nuova strategia
che non accresce la soglia di sicurezza e rischia di creare più
favorevoli condizioni per la diffusione dei nuclei fondamentalisti e
per il proselitismo da parte delle cellule eversive già operanti in
Italia. Il carattere indiscriminato delle operazioni di controllo sul
territorio già in corso da mesi, la scarsità dei risultati
effettivamente conseguiti, confermata dalla modesta entità delle
indagini giudiziarie giunte a compimento, l'accanimento nei confronti
di immigrati colpevoli soltanto di non essere in regola con il
permesso di soggiorno, stanno creando un muro sempre più alto
all'interno del nostro Paese. Un vero e proprio fronte interno. Come
si è violata con la guerra la legalità internazionale, si assiste sul
piano interno alla negazione quotidiana delle garanzie fondamentali
dello stato di diritto. Le libertà personali e il diritto alla
difesa, vengono sacrificati sempre più spesso in nome della lotta al
terrorismo, e sostituite da semplici prassi amministrative, anche
quando la Costituzione lo impedirebbe. La pratica del mero sospetto,
utilizzata ai fini di immagine, sembra adesso diventata l'unica via
perseguita dal ministero dell'Interno. La vera risposta alle minacce
terroristiche è rappresentata dall'abbattimento dei muri
dell'esclusione e della discriminazione, dalla tenuta dello stato di
diritto e dal rispetto sostanziale della Costituzione. In tal senso
si impone il dialogo interreligioso ed il rispetto, anche da parte
delle istituzioni, dei diritti delle persone di diversa nazionalità
che risiedono nel territorio nazionale. Solo così e non con un
intervento meramente repressivo, si possono diffondere confronto e
pluralismo, evitando di dare spazio alle organizzazioni
terroristiche. Come a livello internazionale anche in ambito
nazionale le posizioni più estreme si potrebbero rivelare
tragicamente complementari. L'unità nella lotta al terrorismo va
costruito nell'alveo della legalità costituzionale e nel pieno
rispetto della dignità della persona. ICS Consorzio Italiano di
Solidarietà, CGIL, ASGI, ARCI, FIOM, Un Ponte per..., Associazione
per la Pace, Legambiente, UISP, Insieme Zayed No, Dipartimento
Immigrazione PRC, Lunaria, Medici Senza Frontiere - Missione Italia,
Etnie, Lodi per Mostar, L. E. S. S., Peace Game, Associazione
Assieme, Toni Corti, Associazione per la Cooperazione decentrata, Il
Mondo nella Città, Comitato di Solidarietà Ivrea, Ambasciata per la
Democrazia Locale, Unità Cooperazione Creativa
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Così si uccide la democrazia
La configurazione (che si va precisando di ora in ora) della "maxi
retata contro gli estremisti islamici" accresce la nostra sofferta
inquietudine. L'operazione "esclusivamente preventiva", inedita
espressione pronunciata con consapevole gravità dal ministro Pisanu,
allude, con evidenza, alla "guerra preventiva". Avevamo, sette giorni
fa, in un convegno di Rifondazione comunista, concluso da Bertinotti,
espresso la preoccupazione per le nubi che si addensavano in un
orizzonte sempre più livido, che tracciava una cupa equazione fra
immigrazione, lotta al terrorismo internazionale, deriva sicuritaria.
Siamo, ormai, entrati pienamente in una fase neoemergenzialista che è
quotidianamente segnata dalla bancarotta del costituzionalismo
democratico. Eligio Resta ci descrive uno "stato penale globale";
Agamben ci parla di ordinarietà dello "stato di eccezione". Vi è
l'eco, nella operazione "preventiva" italiana, dei patriot act, della
sospensione dei diritti in nome del "pericolo del fondamentalismo",
della volontà del governo statunitense di farsi consegnare le banche
dati delle persone anche europee (giustamente Rodotà ed i garanti
europei della privacy si stanno aspramente opponendo). Il tema della
sicurezza, dentro la spirale, che si autoalimenta, guerra preventiva-
terrorismo, richiede certamente una nostra più approfondita
riflessione; ma parlare di sicurezza significa evocare un più
raffinato, organico e trasparente coordinamento dei servizi
investigativi e di intelligence; significa rilanciare politiche di
pace (a partire dal Medioriente); significa costruire una società
europea fondata sulla cittadinanza transnazionale. Ma se la caccia
al "terrorista islamico" è una operazione costruita da tempo su
inchieste dimostratesi già fallaci (fallaci con la minuscola non
Oriana), né viene trovato un solo piano operativo, né arma, né bomba,
né detonatore, ma solo permessi di soggiorno quasi tutti regolari,
siamo di fronte al degrado giuridico che maschera una
aspra "strategia delle espulsioni". La quale può generare frutti
velonosi e rancori all'interno delle comunità islamiche: avremmo,
invece, bisogno di ponti, di comunicazioni, di interrelazioni più
fitte e dense. I provvedimenti di polizia e le detenzioni
amministrative indicano solo un percorso di guerra ad una civiltà, ad
una cultura, ad una religione. Si ripresenta alle culture garantiste
l'eterna, grande questione: sconfiggere il terrorismo significa
sospendere lo stato di diritto? Non è proprio questa una delle
finalità del terrorrismo, l'imbarbarimento del contratto sociale e
delle statualità democratiche? Il sospetto, il pregiudizio possono
fondare una democratica politica della sicurezza? Ha detto ieri il
capo della Polizia: «La nostra è un'azione preventiva di cui non si
ha certezza per quanto riguarda tutto ciò che può avere sventato». E
allora? Quale reato è stato contestato? E' possibile che la "retata"
abbia riguardato persone pericolose. E' possibile. Ma non certo.
Nell'aggettivo "possibile" muoiono le garanzie individuali e
collettive. Vale per gli immigrati; ma è già applicato
ai "disobbedienti", agli "altermondialisti". E' opportuno
difenderseli con accanimento gli spazi di libertà; anche quando
sembra che non riguardino noi.
Giovanni Russo Spena
Liberazione 3-4 aprile 2004-04-05




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