Articolo tratto dal n. 254 di Diorama Letterario
In vista dell’anniversario dell’11 settembre 2001 è possibile misurare la fondatezza delle opinioni di quei commentatori che – a migliaia – avevano legato quella data a un punto di svolta epocale, a seguito del quale il mondo non sarebbe mai più stato «quello di prima». Era, come avevamo subito rilevato, una previsione infondata, retorica e allarmistica; una di quelle profezie che sono destinate a realizzarsi solo nella mente, e nell’interesse, di chi le formula. I dodici mesi trascorsi hanno confermato che la violazione del santuario statunitense ad opera degli attentatori delle Twin Towers è stata una sfida estrema e azzardata, di grande portata simbolica e spettacolare, ma non l’indizio di una capacità degli autori di ripetere con regolarità atti di aggressione contro il nemico. E, a prescindere da ogni polemica sui misteri dell’assalto al Pentagono o sul comportamento dei servizi segreti di vari paesi all’immediata vigilia degli eventi, non vi è dubbio che la spettacolare incursione nei cieli degli Usa non ha attivato alcun meccanismo rivoluzionario nel mondo arabo e in quello islamico: nessuna velleità di guerra santa ne ha mobilitato le masse, le élites, i governi. Semmai è accaduto il contrario: l’ondata di diffidenza, ira, odio anti-islamico ha travolto molte menti in giro per i vari continenti, Israele si è vista autorizzata a interpretare con durezza sempre maggiore il ruolo della vigile sentinella dell’Occidente al confine con i barbari, alcuni paesi musulmani che non servivano completamente le direttive di Washington hanno perfezionato in fretta e furia l’allineamento. I Talebani, che avevano raggiunto da tempo gli scopi per i quali erano stati finanziati e armati e stavano dando troppi grattacapi agli antichi protettori, sono stati almeno provvisoriamente liquidati. Le Borse, dopo la breve parentesi depressiva scatenata dal panico, hanno ripreso un corso ordinario, limitato solo da fattori di crisi preesistenti. Gli europei hanno continuato a reagire con timidezza e impaccio alle prepotenze economiche e diplomatiche del potente alleato. Se si escludono i danni provocati alle compagnie aeree (e i vantaggi capitati a produttori e venditori di armamenti), tutto è tornato come prima. Anche se un certo numero di predicatori dal pulpito giornalistico e radiotelevisivo hanno ritenuto opportuno (e redditizio) continuare a recitare la parte dei profeti di sventura e dei cacciatori di fantasmi.
Malgrado le ricadute immediate sul mercato borsistico, gli Stati Uniti d’America hanno ricavato dagli aerei-bomba piovuti sui grattacieli di New York una rendita consistente. La formula della guerra planetaria al terrorismo ha reso sempre meno discutibile la loro egemonia, dando ulteriori picconate alle (modeste) velleità di indipendenza europee. La guerra afghana ha fornito, oltre a un buon numero di test operativi sugli strumenti tecnologici più recenti, un grandioso incentivo all’industria militare, volano pregiato per la ripresa economica. La gestione "muscolare" del senso di insicurezza collettiva ha permesso a Bush di incrementare una credibilità internazionale che i suoi congeniti limiti di personalità, intelligenza e carattere mantenevano a livelli piuttosto bassi, e di intensificare fortemente i meccanismi di controllo interni con episodi al limite dello scandalo come le oltre mille detenzioni senza processo e assistenza legale di cittadini mediorientali, protratte per mesi nel silenzio complice dei mezzi d’informazione, in questo caso insensibili alle denunce di Amnesty International. Soprattutto, poi, la ferita inflitta al centro di comando del mondo del XXI secolo ha scatenato al di qua dell’Atlantico un’esplosione quasi isterica di americanismo, orchestrato tramite i media dal ceto degli intellettuali di professione, che ha divulgato a livello di massa la convinzione che il modello di civiltà "occidentale" – vale a dire americanomorfo – sia non soltanto preferibile agli altri esistenti, ma anche l’unico che può preservare dal rischio delle invidie, ribellioni e vendette delle plebi del Terzo Mondo e che, di conseguenza, debba essere imposto ovunque, globalizzazione aiutando.
Questo ulteriore incremento delle risorse a disposizione della ormai consolidata vocazione egemonica degli Stati Uniti d’America non ha dovuto misurarsi con alcun contrappeso. Le speranze di chi immaginava che lo scenario geografico e geopolitico dell’Afghanistan avrebbe impantanato l’amministrazione Usa in un nuovo Vietnam, replicando le difficoltà incontrate a suo tempo dall’Armata Rossa, sono andate deluse. La guerra senza eroi condotta a suon di apocalittici bombardamenti d’alta quota contro avversari infinitamente inferiori in armamento evita perdite e, sebbene possa risultare non immediatamente risolutiva, conduce a risultati positivi se si dispone di truppe d’appoggio locali (cosa che ai russi era riuscita molto parzialmente). Ora, di gruppi avidi di potere e prebende disposti a collaborare con il più forte il mondo, come è noto, è sempre stato pieno: lo hanno sperimentato generazioni di sovrani e capi tribali invasori, se ne è giovato Hitler, adesso è il turno del presidente texano. E l’Alleanza del Nord, con ogni probabilità, non è che il primo di una serie di alleati provvisori disposti a servire gli interessi nordamericani pur di salvaguardare anche i propri. Come persino il conflitto palestinese dimostra, non c’è infatti nel mondo d’oggi alcuna "guerra di popolo" che non si trascini dietro una quota più o meno ampia di renitenti che per paura, avidità o convenienza sono disposti a collaborare con il (teorico) nemico. Da questo punto di vista, l’epopea dei movimenti armati di liberazione nazionale che tanto aveva preoccupato Washington alcuni decenni addietro sembra tramontata, e il ruolo dei "fedeli alleati dell’Occidente" pronti a manifestarsi ovunque sotto debita protezione rischia di accreditare la rappresentazione di qualunque gruppo di resistenza locale, un tempo invariabilmente definito "patriottico", come una banda di terroristi assassini.
Stracciarsi le vesti di fronte a un simile panorama o bollarlo con aggettivazioni che esprimono nel contempo una comprensibile esasperazione e un’impotente tracotanza, come è d’uso negli ambienti del radicalismo di ogni colore, non serve a niente. Ma capire dove questa situazione ci sta portando e come ciò sta accadendo, è utile. Perché può suggerire a chi non intende seguire la deriva degli eventi di ridurne il danno e concentrare le forze di resistenza psicologica e indignazione morale di cui dispone su obiettivi plausibili e alla portata.
Va quindi detto subito che molto difficilmente la guerra all’Iraq minacciata quotidianamente dalla Casa Bianca e dal Dipartimento di Stato ci verrà risparmiata. Potranno slittarne i tempi, ma di qui a qualche tempo si farà: o meglio, gli Usa la faranno, con il sostegno più o meno defilato degli altri membri della Nato e un qualche forzato avallo dell’Onu. Mentre l’ipotesi di un onorevole accordo di pace tra israeliani e palestinesi è destinata a rimanere ancora a lungo senza seguito. Citiamo i due argomenti insieme perché i motivi strategici che li legano sono evidenti. A un anno di distanza dalla catastrofe newyorkese, Bush ha più che mai bisogno di mantenere l’opinione pubblica del suo paese – e per riflesso quella dei paesi sedicenti occidentali – in uno stato di permanente tensione, sia per giustificare l’avventura militare più recente (di cui molti osservatori valutano i risultati con scetticismo, dal momento che della morte di Bin Laden non ci sono prove e il regime di Karzai mostra precoci e profonde crepe), sia per far crescere il potere di influenza e ricatto sugli alleati. La demonizzazione di Saddam Hussein, ennesimo "nuovo Hitler" creato dalla propaganda a stelle e strisce, è lo strumento adatto allo scopo, specialmente se la si basa sullo spettro delle "armi di distruzione di massa". L’effetto ipnotico delle parole e delle immagini è, in questo campo, straordinario e giunge ad annientare le prerogative del ragionamento. Basta qualche esempio a dimostrarlo.
Che delle tanto citate armi di sterminio che farebbero dell’Iraq un "pericolo per l’umanità" siano proprio gli Stati Uniti i massimi detentori e sperimentatori, non è un mistero; e il fatto che la misteriosa antrace che compariva ad ogni angolo degli States mesi orsono sia uscita da laboratori domestici dovrebbe dimostrarlo anche ai più prevenuti; ma la cosa non sembra preoccupare nessuno dei giornalisti che ci assicurano da mane a sera che eliminare Saddam sarebbe «nell’interesse di tutti». Ciò che deve allarmare l’opinione pubblica è che anche il "folle" dittatore di Baghdad, e non soltanto il sagace, moderato ed accorto petroliere texano promosso alla presidenza dagli uffici elettorali della Florida, possa ordinare alle sue truppe di maneggiare quei gas e quei bacilli. Che le presunte prove dell’uso in laboratorio delle suddette sostanze siano addebitate dai video trasmessi dalla Cnn ad Al Qaeda, che in uno di questi filmati Bin Laden in persona scomunichi Saddam definendolo «un cattivo musulmano», e che i "laboratori del terrore" siano situati in un territorio controllato dalle milizie curde, che di Saddam sono nemiche giurate, non conta. Sono dettagli. Così come non ha alcun peso che tutti i complotti di integralisti islamici denunciati negli scorsi dodici mesi qua e là per il mondo si siano rivelati inesistenti (con risvolti grotteschi: per restare all’Italia, si pensi alle fantasiose ipotesi di attentati al ghetto di Venezia, all’arresto di cinque innocui afghani che passeggiavano nei dintorni del Vaticano, alla profanazione di lapidi del cimitero ebraico al Verano risultata poi effetto di una faida tra addetti alla manutenzione delle tombe, o ai turisti musulmani arrestati perché filmavano la basilica di san Petronio a Bologna esprimendo giudizi poco religiosamente corretti su Gesù). Basta trovare argomentazioni un minimo plausibili e diffonderle: l’eccitazione psicologica del pubblico verrà da sé.
Una funzione di primo piano, nell’assecondare l’escalation egemonica degli Usa, la esercitano come sempre gli intellettuali; che, avendo capito il vento che tira, preferiscono stare dalla parte dei manipolatori che da quella dei manipolati. Dei chierici del pregiudizio filoamericano abbiamo già ampiamente parlato, ed ha quindi poca utilità, malgrado la sempre crescente attualità dell’argomento, tornarci su. Ma l’attualità non fa che moltiplicare gli esempi di questo impegno collaterale degli "uomini di idee", assai più propensi a fare da battistrada alle ambizioni dei potenti che – non sia mai! – a criticarli o quantomeno a scavare in profondità per meglio capirne gli intenti e le azioni. Mistificare la realtà quando la semplice rappresentazione edulcorata offerta dal giornalismo quotidiano non riesce a nasconderne gli aspetti più sconcertanti o sgradevoli sembra essere diventata la speciale competenza di questo ceto.
Per limitarci all’Italia (ma ogni paese può fornire analoghi esempi), è il giornale che da sempre fornisce il paradigma dell’allineamento agli equilibri di potere interni e internazionali al momento vigenti, l’autorevole – per antonomasia – «Corriere della Sera», oggi faro del conservatorismo occidentalista, ad offrire l’esempio più eclatante di faziosità in materia. Molti dei suoi editorialisti e commentatori, spronati dal «Siamo tutti americani» urlato in prima pagina dal direttore Ferruccio De Bortoli il 12 settembre 2001 soffiano senza sosta sul fuoco dell’aperta ostilità verso chiunque metta in discussione il diritto/dovere degli Usa di imporre al mondo il proprio volere, con toni così compiacenti che, se non avessero risvolti odiosi, potrebbero strappare un sorriso di ammirazione. In un tempo in cui le chiese partitiche sono disertate e i temi politici non suscitano più le passioni di un tempo, vederli impegnati così allo spasimo su un fronte tutto ideologico e di parte, e per giunta disposti a spendere ogni energia per apparire invece spassionati e pragmatici campioni di realismo dediti alla tutela dell’interesse collettivo, è quasi commovente. E non sembra più un caso che un buon numero di loro sia approdato a posizioni di destra (moderata e liberale, per carità!) partendo da idee di sinistra (estrema o radicale): certi meccanismi mentali sono davvero duri a morire: si applicano a contenuti e forme nuovi, ma difficilmente cambiano.
Lo si è visto, negli ultimi mesi, nell’accanimento con cui questi nemici del dubbio e dell’autocritica hanno negato l’innegabile ogniqualvolta le convulsioni dello scenario internazionale rischiavano di far passare i loro idoli dalla parte del torto. Formidabile è lo zelo dispiegato dai Mieli, dagli Ostellino, dai Galli della Loggia per rappresentare il conflitto israelo-palestinese come una guerra che uno dei due popoli (assediato, piccolo, ostracizzato e fondamentalmente pacifico) subisce e l’altro (aggressivo, vendicativo, fanatico) impone, adottando in ogni circostanza la regola dei due pesi e delle due misure, la stessa che proprio il «Corriere», quando si tratta di altri argomenti, mette alla berlina usando il neologismo «doppiopesismo». I metodi brutali del governo Sharon (un politico della destra più estrema, che se calcasse la scena di un paese diverso non sfuggirebbe agli strali lanciati agli Haider o ai Le Pen, comunque ben più moderati e ragionevoli di lui) sono giustificati almeno quanto sono condannati quelli dei palestinesi che lo combattono. Alla totale sproporzione di risorse belliche che obbliga chi non dispone di carri armati e aerei a far ricorso ai sanguinosi metodi della guerra non convenzionale – gli attentati e le imboscate, largamente impiegati dai movimenti partigiani in qualunque tempo e zona del mondo – non viene fatto alcun cenno. L’uccisione e il ferimento di civili è presentata con rilievo e commenti del tutto diversi, calibrati a seconda dell’appartenenza delle vittime all’uno o all’altro campo. Ogni critica rivolta alle azioni israeliane è sistematicamente liquidata attraverso l’infamante accusa di celare intenzioni antisemite e i "diritti dell’Uomo" passano in secondo piano quando a violarli è la parte per cui la redazione di via Solferino simpatizza.
Ultimamente, però, concentrare il fuoco sul Medio Oriente, per offuscare lo scenario dal quale emergono con maggiore evidenza le ragioni del mondo arabo-islamico, non è parso più opportuno né sufficienti ai cantori della superiorità del modello di civiltà occidentale. Che hanno dovuto affrontare nuove emergenze. Una delle quali causata dalla consapevolezza crescente a livello di massa che la guerra dell’integralismo islamico agli Usa e ad Israele non riguarda affatto gli europei. I quali, schierandosi con Washington e Tel Aviv, avrebbero solo da perderci.
Il dato, in sé, non può essere eluso. Come ha ammesso uno dei capifila della task force intellettuale schierata ovunque e comunque dalla parte statunitense, «la crescita dei contenziosi fra Usa ed Europa (protezionismo commerciale, questioni legate alla tutela dell’ambiente, istituzione del Tribunale internazionale contro i crimini di guerra, atteggiamento nei confronti degli "Stati canaglia", come l’Iraq) fa ritenere a molti osservatori che un processo di separazione sia in atto, che la divaricazione di interessi fra gli Stati Uniti e il Vecchio Continente si stia avvicinando a un punto di non ritorno». E allora cosa si può fare per arginarla? Elementare: insinuare che questa condizione oggettiva potrebbe essere sfruttata dal Nemico Assoluto, cioè «che un’ulteriore spinta all’accelerazione di questo processo potrebbe essere indotta da una consapevole e deliberata strategia posta in essere dai terroristi di Al Qaeda». Potrebbe, certo. In nome dell’ipoteticità, tutto diventa plausibile. Ci sono dei fatti: nessun attentato islamico di rilievo ha turbato l’Europa dall’11 settembre in qua. Ma «i più recenti rapporti dei servizi segreti occidentali, anche italiani, segnalano […] l’elevata probabilità di una ondata di attentati nel vecchio continente». E «se è soltanto il fanatismo politico-religioso a guidare l’azione […], il verificarsi di attentati in Europa è purtroppo una eventualità probabile». Già: probabile. Come lo era, secondo il governo del Terzo Reich, un’aggressione polacca alla Germania nel 1939, o, secondo le alte gerarchie militari sovietiche e statunitensi durante gli anni più arroventati della Guerra fredda, un attacco nucleare del nemico sul proprio territorio. E se, per l’appunto, le probabilità restassero tali e non avvenisse niente? Non rischierebbe, l’uomo della strada europeo, di coltivare qualche dubbio sulle vere ragioni delle esibizioni di forza nordamericane?
Niente paura: il rimedio è trovato. Del resto, gli intellettuali campano sulla loro materia grigia e devono pur metterla a profitto. E allora, «poniamo il caso che il fanatismo religioso non impedisca ai capi di Al Qaeda di usare il freddo calcolo politico. In tal caso, potrebbero decidere di astenersi dal compiere attentati in Europa. Con lo scopo di allagare il fossato fra Stati Uniti ed Europa, e di mandare in pezzi, in poco tempo, la coalizione antiterrorismo nata dopo l’11 settembre». Prospettiva orribile: perché, se così accadesse, chi potrebbe «garantire la sicurezza di tutto l’Occidente» (cioè degli Usa, visto che in questa ipotesi all’Europa non verrebbe inflitto alcun danno)? Ma la sola Washington, perbacco: che è almeno tanto isolata e disarmata nel mondo quanto l’alleata Israele lo è in terra di Palestina. E l’Europa potrebbe dunque sottrarsi al compito di offrirle aiuto solo in ossequio al «tradizionale antiamericanismo così diffuso nel Vecchio Continente», soggiacendo alla «sensazione che il terrorismo islamico sia, in fondo, soprattutto, un problema "americano", che la sicurezza dell’Europa non sia davvero in gioco»? Insomma, farebbe il gioco dei terroristi di Al Qaeda che «sfrutterebbero questa situazione [c]ontando su quella propensione all’appeasement (darla vinta all’aggressore allo scopo di ingraziarselo) […] che è ormai propria della vecchia Europa»? Terribile solo pensarlo, giacché una simile eventualità «piacerebbe ai tanti antiamericani d’Europa [ma] molto meno a coloro che pensano che libertà e "società aperta" in Europa potrebbero difficilmente sopravvivere a lungo al tramonto della partnership con gli Stati Uniti».
Così parlano gli affetti dal pregiudizio filoamericano, pilastro del pensiero unico oggi dominante. E che lo facciano in buona o in mala fede, poco importa. A noi importa invece, far ragionare chi di pregiudizi non vive e vuole ragionare sulle cose con la propria testa. A questo tipo di persone va ricordato ancora una volta che i fatti sono cosa diversa dalle opinioni. I fatti ci dicono che oggi gli interessi europei e quelli statunitensi viaggiano su binari diversi e non di rado opposti, e che solo una propaganda gonfia di retorica (la "società aperta". Minacciata da chi?) e le scelte errate che potrebbe fare chi dovesse darle ascolto possono farli apparire coincidenti. L’aggressività antiamericana di taluni ambienti estremisti islamici non è altro che il velenoso frutto delle politiche ingiuste che gli Stati Uniti e i loro alleati, Israele in primo luogo, svolgono da decenni verso il mondo arabo-musulmano. Chi ha lanciato grida di indignazione verso il commento che si è spontaneamente diffuso in molti ambienti popolari di fronte all’immagine delle Twin Towers in fiamme – «chi semina vento raccoglie tempesta» – dovrebbe decidersi a ridare alle viscere il posto abituale e restituire al cervello il ruolo che gli spetta, ammettendo che le cose stanno davvero così e che, per migliorarle, occorre che gli Usa rinfoderino gli atteggiamenti sin qui esibiti, basati sull’ostilità o sul ricatto verso chi non accetta le loro pretese.
Perché ciò avvenga, occorre contrastare con forza gli argomenti faziosi delle pattuglie di intellettuali che, come è sempre accaduto nella storia, sputano fuoco e fiamme per convincere i politici e i militari ad agire, osare, combattere le battaglie da loro sognate, i nipotini di Mario Appelius che stramaledicono chi non dà retta alla loro predicazione. È esclusivamente colpa loro se, come ha scritto un altro degli ultras del fronte occidentale, gli italiani (e gli altri europei) «si preparano ad affrontare con il massimo di dogmatismo e il minimo di riflessione l’annunciatissima guerra contro Saddam Hussein». È colpa di chi s’ingegna a far credere che opporsi alle intenzioni belliche di Bush equivarrebbe a cedere a pulsioni antiamericane e, fingendo di collocarsi in una meditativa posizione d’attesa, di fatto insiste nell’allarmismo sui presunti progetti nucleari di Baghdad e tace sulla conclamata intenzione di Sharon di lanciare, in caso di attacchi chimici iracheni, qualcuna delle duecento testate atomiche di cui – in barba ad ogni trattato internazionale, e senza che chicchessia sia autorizzato a compiere ispezioni nei suoi arsenali – Israele dispone. È colpa di chi ritiene superfluo «discettare se sarebbe o no giusto» riconoscere ai palestinesi «il diritto di fare ritorno là da dove furono cacciati nel ‘48» e, scrivendo che «l’importante è capire che ciò equivarrebbe di fatto alla cancellazione di Israele», incita alla negazione del diritto di vivere sul suolo nativo, fondamentale per ogni essere umano, e riafferma la liceità dei comportamenti che rendono impossibile la pace in Medio Oriente e, di conseguenza, l’estinzione del terrorismo islamico. È colpa di chi divulga, senza l’ombra di un commento, le opinioni di «esperti di terrorismo» che incitano alla guerra immediata contro l’Iraq prospettando scenari da dottor Stranamore ove Saddam «sta per procurarsi armi nucleari [e] avrà anche missili intercontinentali [con cui] potrebbe colpire Londra, Parigi, Berlino, Roma, non per distruggere ma per seminare il terrore». È colpa di chi recita l’apologia dell’intolleranza culturale esaltando le ignobili provocazioni di Oriana Fallaci, perché a suo avviso scuoterebbero un Occidente «intorpidito dalle "droghe ideologiche" che esso stesso produce e consuma – il pacifismo, il terzomondismo, il multiculturalismo – […] stava già rimuovendo l’11 settembre dalla propria memoria politica nell’illusione che si fosse trattato di un episodio riducibile al fanatismo di Bin Laden e dei suoi complici».
Sì, è colpa di questi intellettuali succubi dell’ideologia liberale e decisi ad assecondarne le pretese di dominio universe, che con una prosa dai toni degni di figurare su «L’Unità» o «il Secolo d’Italia» degli anni d’oro soffiano sul fuoco delle sensibilità collettive designando gli "incivili" nemici da colpire, se sono sempre meno coloro che sanno affrontare con pragmatismo, coraggio e nel contempo senso della misura le crisi che attraversano il nostro tempo. Alla ruvida impenetrabilità delle loro convinzioni, alla loro impermeabilità alla verifica e al dubbio, al loro fanatismo pretesamente post-ideologico dobbiamo la triste condizione di sudditi di poteri internazionali sempre più estesi ed arroganti che ci prepara altre stagioni di guerre e odi. Se, come non ci si stanca di ripetere, il XX secolo è stato funestato dalle ambizioni totalitarie e dal silenzio dei molti uomini di pensiero che per viltà, convenienza o illusione le hanno assecondate, il XXI rischia di procedere sullo stesso binario, sotto l’egida di parole d’ordine solo in apparenza opposte e a causa dell’eterno vizio di troppi intellettuali di voler suonare il piffero per incantare il mondo e farlo marciare al passo dettato dal vincitore di turno.
Marco Tarchi




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