Kosovo,
l’ultima trincea

Kosovska Mitrovica, aprile 2004, mentre l’Europa, stordita, guarda al lontanissimo Iraq, qui a un’ora di volo da Roma e da Bruxelles, migliaia di profughi cacciati dalle loro case dall’invasore albanese attendono un aiuto

osovska Mitrovica, aprile 2004, mentre l’Europa, stordita, guarda all’Iraq, qui a un’ora di volo da Bruxelles, migliaia di profughi cacciati dalle loro case dall’invasore albanese, attendono un aiuto che non arriverà e sono poveri protagonisti dell’ultimo atto della tragedia serba e della conquista islamica dei balcani, trampolino di lancio per il resto dell'Europa. D’altra parte il cosiddetto rebus balcanico, la presunta inestricabilità del conflitto kosovaro sono favole della stampa, perché una passeggiata sull’Ibar, il fiume che divide Mitrovica chiarisce al volo il senso della “guerra umanitaria” voluta dagli americani: dall'altra parte, quella regalata agli albanesi, svettano imponenti e prepotenti due nuovissime ed enormi moschee sui cui minareti sventolano le bandiere con la spada dell’Islam. Questo era dunque lo scopo, raggiunto, della guerra: l’islamizzazione dei Balcani, la creazione di un cuneo musulmano nel punto in cui l’Europa cattolica si incontra con quella ortodossa e impedirne l’unione allo scopo di prevenire un’alleanza tra Europa e Russia che darebbe al nostro continente una formidabile potenza militare-economica supportata da un’autonomia energetica (gas e petrolio russo) che gli Usa da anni inutilmente inseguono a suon di guerre. Obiettivo centrato perché la Bosnia e il Kosovo oggi sono Stati senza legge, senza l’ombra di una legale economia, ma arricchiti da sensazionali donazioni internazionali e da un sempre più florido traffico di droga, armi, organi e prostitute gestito dai nuovi padroni: i padrini albanesi, i narcorafficanti dell’Uck che da un giorno all’altro la bacchetta magica americana ha trasformato da terroristi (così li definiva la Cia) a combattenti per l’indipendenza. Indipendenza di una terra non loro, si noti bene... ma il coro mercenario della stampa ha fatto bene il suo sporco lavoro e così i poliziotti serbi che davano la caccia ai mafiosi sono stati descritti come “squadroni della morte” e i delinquenti albanesi, arroganti e violenti immigrati in terra serba, sono stati dipinti come poveri perseguitati ed eroici liberatori di un Kosovo che, una volta albanizzato, sarebbe diventato un paradiso multietnico e democratico. Oggi, a 5 anni di distanza scopriamo invece che chi non è albanese muore e che non solo i serbi, ma tutte le minoranze (croati, macedoni, magiari, armeni, greci, rom, ebrei) sono vittime di una caccia all’uomo condotta casa per casa e giustificata dal premier kosovaro-albanese che, senza vergogna, dichiara di non credere nella società multietnica e reclama a gran voce (contro gli accordi ONU) l’indipendenza totale del Kosovo e l’autogestione. Autogestione impossibile, come ammette lo stesso Ibrahim Rugova, presidente del Kosovo che svela di aver paura ad uscire di casa perché: «Tutto è controllato da bande armate agli ordini dei trafficanti e infiltrate da estremisti islamici» Quel che conta è il business: vendere droga per finanziare guerre e attentati e fare guerre e attentati per aprire nuove vie e conquistare nuovi mercati dove vendere droga e far penetrare l’Islam. La guerra in Kosovo, da questo punto di vista è stato un enorme successo: la via della droga pakistana, prima disturbata dalla polizia serba è oggi libera e l’eroina afgana (che quest’anno, malgrado, o grazie, alla presenza internazionale, ha raggiunto il massimo della produzione) poi raffinata in Turchia, raggiunge senza più ostacoli il Kosovo e i porti albanesi da cui poi invade i mercati europei controllati da altri “combattenti”, marocchini, algerini e tunisini, che uniscono l’utile (i soldi ricavati) al dilettevole (la preparazione di attentati contro gli infedeli).L’aggressione contro la Serbia ha dunque aperto il famoso “corridoio islamico”, di cui parla, da anni, il professor Dragos Kalajic che nel testo “Serbia, trincea d'Europa” spiega l’importanza, per l’Europa, del baluardo serbo, ultimo ostacolo al dilagare, nelle nostre terre, dell’orda turco-islamica. Kalajic però è rimasto inascoltato e oggi quel corridoio non solo è aperto ma si allarga perché le truppe Nato e la polizia ONU tutto fanno tranne che opporsi ai traffici degli albanesi e impedire le orrende violenze contro i serbi lasciati in balìa dei fanatici che in questi giorni hanno ucciso, violentato e bruciato le case di chi ancora resisteva sulla propria terra. Gente dignitosa e disperata, raccolta oggi a Mitrovica, gente sepolta dal silenzio della stampa e delle tv “libere” dell’Europa “democratica”, orfani e anziane nonnine che prima ti ringraziano per la visita (l’unica da parte di giornalisti stranieri affacendati ad arruffianarsi la cupola albanese) e poi raccontano delle case bruciate, dell’orda albanese, eccitata ed ubriaca, che sotto gli occhi dei soldati Nato si è permessa stupri, mutilazioni, aberrazioni di ogni genere nella consapevolezza della totale impunità. «Gli americani sono venuti a dirmi che gli albanesi avevano già bruciato decine di case serbe - dice Ivo, 73 anni, di Obilic - e hanno detto che sarebbero arrivati anche da noi. Ho chiesto protezione, ma mi hanno riso in faccia. Ho chiesto di aiutarmi almeno ad evacuare mia moglie, inferma, ma alla vistadegli albanesi sono scappati e lei è rimast a lì: bruciata viva». Vuk, 18 anni, di Obilic, racconta: «I più scalmanati erano i poliziotti albanesi del Kps e del Tmk, (ex terroristi dell'Uck che l’Onu ha rivestito da agenti di polizia), erano loro a sparare e a incitare gli altri, mentre la polizia Onu stava a guardare». Maria, 16 anni: «Sono di Pristina, ho cambiato tre città e ho visto bruciare due case con i miei fratelli dentro. Questa volta però, pensavo di essere al sicuro perché abitavamo di fronte ad una base Nato. Mi sbagliavo». Testimonianze così, tra i profughi se ne raccolgono a decine e sottovoce sono confermate da agenti Onu e soldati Nato che spiegano che gli albanesi sono ormai fuori controllo. D’altra parte nessuno ha mai fatto nulla per controllarli e la magistratessa Del Ponte, procuratore capo del Tribunale dell'Aja, si è distinta nella persecuzione di presunti criminali di guerra serbi e croati, ma si è sempre dimenticata del criminale Izbegovic e dei suoi aguzzini musulmani in Bosnia, e nulla ha fatto contro mafiosi conclamati e orgogliosi terroristi albanesi come Hashim Thaci e il boss Haradinaj, oggi potenti signori della politica kosovara. «Questo atteggiamento - spiega Aleksandr Vucic - vicepresidente del Partito Radicale Serbo (30% alle ultime elezioni) ha dato agli albanesi il convincimento che tutto è possibile e così oggi non solo pretendono il Kosovo - che noi non molleremo mai - ma accampano diritti sulla Macedonia, sulla regione serba del Presevo, sul Sud Montenegro, sull’Epiro greco: un delirio inaccettabile che però la comunità internazionale non condanna, impegnata, invece, in un accanimento suicida contro quel che resta della Serbia». Vucic sa bene di che parla perché il presidente del suo partito, Voislav Seseli, è in prigione all’Aja con l’assurda accusa di aver fatto “discorsi infiammatori”, mentre i terroristi albanesi che bruciano le case collaborano amorevolmente col tribunale dell’Aja segnalando i nomi di serbi “sospetti” che poi la polizia ONU arresta e manda nelle galere albanesi.«Un obbrobrio giuridico», dice il dottor Bozhidar Vuchurovich, deputato radicale, che spiega come in Kosovo siano stati istituiti tribunali speciali guidati da giudici stranieri (anche italiani...) e giudici albanesi con una giuria formata solo da albanesi. «Con tali tribunali - dice - per i serbi la condanna è sicura. Ma questo è il Kosovo multietnico e democratico per cui l'Europa ha inviato le sue truppe? E’ingiusto, chiediamo che la polizia serba possa collaborare con la Nato e difenderci da questo sterminio.Un’idea, quella dei Radicali, ampiamente condivisa dai serbi del Kosovo che premiano il partito con il 75% dei voti, ma per smuovere le acque occorrono pressioni esterne e per questo, i leader nazionalisti fanno appello alla Lega Nord e ad altri partiti identitari: «Agli amici padani - dice Vucic - vorrei ricordare che in Kosovo, gli albanesi erano una piccola minoranza che poi, cresciuta di numero, ha accampato sempre più pretese fino ad arrivare a strapparci la terra, a cacciarci da casa nostra. La stessa cosa potrebbe accadere nel vostro Paese - dove i musulmani alzano la voce e dove molti politici non hanno capito che la lotta al terrorismo islamico passa dalla stabilizzazione dei Balcani. In Bosnia e in Kosovo si è addestrato chi ha colpito in Spagna e, se nessuno ci aiuta, presto colpiranno anche in Italia».


Max Ferrari - nostro inviato



IL FEDERALISMO - 20/04/2004 Sole delle Alpi